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Archivio per la categoria 'NetGov’It'


lunedì 31 Gennaio 2011, 10:43

La vera agenda digitale

Oggi √® un’altra giornata dedicata ai temi digitali: sono in viaggio verso Roma per partecipare all’assemblea annuale di Societ√† Internet, che – oltre all’ordinaria amministrazione – sar√† dedicata alla riflessione su un tema urgente e spinoso: visto il modo pessimo in cui la politica italiana tratta Internet, come ci si deve rapportare con le istituzioni?

Negli anni si sono aperti canali di dialogo, ma sono stati poco fruttuosi; io stesso, per alcuni anni, mi sono pagato viaggi a Roma per partecipare come esperto a una consulta ministeriale che per√≤, ogni volta che il governo o il Parlamento si accingevano a fare danno con l’ennesima assurdit√† legislativa, non veniva mai nemmeno consultata. Stanca prima e Nicolais poi avevano cominciato alcune attivit√† anche di alto livello internazionale, come quella sulla Carta dei Diritti della Rete, che per√≤ Brunetta ha di fatto annullato.

A livello nazionale, basta pensare quanto si √® dovuto sudare per eliminare la schedatura degli utenti del wi-fi, un’idea che altrove non sarebbe mai stata presa in considerazione in primo luogo; e per√≤ restiamo uno dei Paesi europei con la pi√Ļ bassa penetrazione della rete. Da noi Internet √® vista come un pericolo: √® l’unico media non controllato dal Presidente del Consiglio e in generale dai vari gruppi di potere, √® il luogo dove tutte le malefatte dei nostri “politici” e “imprenditori” vengono alla luce, √® lo strumento con cui si riescono ad organizzare manifestazioni dal basso, fuori dal teatrino di finta opposizione e accordo sottobanco.

Proprio oggi, dopo un po’ di marketing virale nei giorni scorsi, molti miei amici lanciano Agenda Digitale, un appello base che pi√Ļ base non si pu√≤, la cui unica richiesta al mondo della politica √® semplicemente “parliamone”. Parliamo di come portare Internet in tutta Italia e a tutti gli italiani, di come usarla per promuovere conoscenza, creativit√†, idee, ricchezza, intelligenza, futuro. E’ una richiesta a cui non si pu√≤ non aderire (ovviamente aderisco) e avr√† dunque un grande successo, ma – anche se spero di essere smentito – non risolver√† niente, perch√© quando si tratta di parlare, di dire a ogni comunit√† ci√≤ che vuol sentirsi dire, i nostri governanti sono sempre in prima fila. E’ sulle azioni che latitano, e nell’attuale scenario politico non potranno che continuare a latitare.

Non so, nella pratica, come i promotori dell’appello intendano dar seguito alla richiesta di discussione; di spazi per presentare proposte e discuterle con i politici ce ne sono stati gi√† molti, per esempio gli IGF Italia, dove per√≤ i politici vengono, sfilano, si danno qualche stoccata l’uno con l’altro, poi vanno via e chi s’√® visto s’√® visto. Io sono gi√† oltre; stancatomi da un pezzo di questi riti, la mia agenda digitale √® diversa; non uso Internet per pietire attenzione, ma per mandarli via.

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martedì 25 Gennaio 2011, 23:56

Torino citt√† dell’open government

Giustamente non ne sapevo nulla, ma oggi pomeriggio tutta una serie di persone che conosco bene ha lanciato un appello ai candidati sindaco per Torino, ospitato sul blog di Fabio Malagnino. Lo scopo dell’appello √® promuovere l’idea di Torino citt√† dell’open government, garantendo la massima trasparenza ai dati e alle azioni della pubblica amministrazione e incrementando la possibilit√† dei cittadini di accedervi, ad esempio tramite il wi-fi libero e il free software (loro parlano di “open source” ma sono sicuro che intendevano “free software”).

Potevo rifiutare l’invito? No di certo. Come ho scritto loro, sottoscrivo in pieno e di cuore: non solo la trasparenza della politica e della pubblica amministrazione √® una delle battaglie fondamentali del Movimento 5 Stelle, ma personalmente mi occupo di libera circolazione dell‚Äôinformazione e della conoscenza in rete da qualcosa come quindici anni.

Non a caso, nel video che ci presenta e dove ci pu√≤ essere spazio solo per pochissime delle nostre proposte, abbiamo voluto infilare un portatile in piazza Castello e un brano in Creative Commons (con annessa protesta civile sull’iperprotezione della propriet√† intellettuale, come descritto nel post scorso).

Spero davvero che il pungolo di un movimento civico indipendente come il nostro possa servire a far aderire anche i candidati dei partiti: è successo con altre battaglie e magari succederà anche con questa… purché poi mantengano le promesse!

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sabato 18 Dicembre 2010, 14:13

La rete che disturba

Che la rete non piaccia ai potenti perché combina casino è evidente: basta leggere la storia dei venti utenti querelati per diffamazione per aver criticato i vigili di Rivoli nei commenti al nostro video di due anni fa su Youtube, o la vicenda dei maxischermi di Bruxelles su cui qualsiasi utente poteva twittare un commento ai lavori del Consiglio Europeo, salvo sbaraccare tutto in tutta fretta quando hanno cominciato a comparire delle semplici citazioni dal repertorio di gaffe del nostro Presidente del Consiglio (epic fail).

E allora oggi vi lascio con una petizione da firmare: perch√© qualche giorno fa, in una riunione alle Nazioni Unite, un certo numero di governi con un colpo di mano hanno istituito un gruppo di lavoro per ridiscutere l’IGF e la governance di Internet e lo hanno ristretto ai governi stessi, escludendo tutti gli altri – utenti, societ√† civile, aziende, tecnici e cos√¨ via. E’ la prima volta da otto anni che succede una cosa del genere; √® successa per l’assenza dall’aula dei governi occidentali, e anche qui ci sarebbe da capire se √® stata solo una svista o se √® stata una assenza tipo quella del PD quando si √® approvato lo scudo fiscale – un modo per far passare, sotto sotto, una posizione che piace ma che non si pu√≤ sostenere in pubblico senza perdere la faccia.

Comunque, la petizione è organizzata dalla Internet Society ed è qui: se volete, basta un clic.

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domenica 5 Dicembre 2010, 18:55

Boicottando Amazon

Io non sono un grande amante delle campagne di boicottaggio e delle iniziative personali per salvare il mondo, perché penso che se una azienda agisce male o se un certo comportamento è negativo per la collettività dovrebbe essere innanzi tutto lo Stato a intervenire, nella sua funzione di regolatore e garante del bene comune.

Ci√≤ detto, dovevo comprare un libro e un blu-ray e nonostante sul nuovissimo Amazon.it il totale fosse di sette euro inferiore a quello di Bol (quasi il 20%), ho scelto di comprare su quest’ultimo: perch√© non mi √® piaciuto il modo in cui Amazon ha scaricato Wikileaks invece di difenderlo. Quando ci vuole, ci vuole…

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sabato 4 Dicembre 2010, 12:22

Internet e Costituzione

Ho seguito in diretta, luned√¨ a Roma, la sessione in cui Stefano Rodot√† ha lanciato la proposta di un articolo 21 bis della Costituzione, dedicato a difendere e promuovere il diritto dei cittadini di accedere a Internet: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parit√†, con modalit√† tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.”.

La proposta è attivamente supportata dalla rivista Wired Italia, con tanto di raccolta firme, il che ha fatto storcere il naso a molti perché tale rivista non è nuova a lanciare progetti altisonanti (il precedente era il premio Nobel per la Pace a Internet) con lo scopo probabile di farsi pubblicità; credo sia questa, sotto sotto, la vera ragione di alcuni dei pareri negativi circolati in rete. Altri, invece, dicono semplicemente che la tecnologia non è argomento costituzionale.

Io credo che sia importante capire che ci√≤ che si vuole difendere non √® uno specifico sistema di telecomunicazione – altrimenti ci si dovrebbe chiedere perch√© la Costituzione non parli del telefono – ma il modello di interazione sociale, primo nella storia delle comunicazioni, che √® sotteso al concetto originario di Internet: l’idea di una rete orizzontale, neutrale, basata sulla condivisione alla pari, aperta a tutti per scambiarsi idee, contenuti, proposte di azione. Il mezzo di comunicazione √® irrilevante, tanto √® vero che Internet √® stata concepita per funzionare su qualsiasi mezzo, piccioni viaggiatori inclusi.

Per questo credo che la proposta di Rodot√† sia importante e meritoria, ma manchi di un elemento necessario: quello che chiarirebbe appunto che ci√≤ che si vuole difendere non √® una tecnologia ma una pratica democratica di condivisione e organizzazione dal basso, che permette la realizzazione delle persone e dei loro diritti in modo mai visto prima, e che provvede a una redistribuzione del potere dall’alto verso il basso (e qui permettetemi di linkare il mio paper scientifico che un giornale britannico, il Journal of Information, Communication and Ethics in Society, ha pubblicato da poco dopo due anni di peer review, e che parla appunto del rapporto tra Internet e potere).

In particolare secondo me sarebbe molto importante citare due dei vari diritti esercitabili tramite Internet, quello alla condivisione di idee e contenuti e quello ad associarsi dal basso; per il resto ovviamente si può fare riferimento ai diritti inviolabili già sanciti dalla Costituzione e dalla Carta di Nizza.

In assenza di questo, il rischio √® che ci venga dato accesso a una rete Internet che non √® altro che un grosso ripetitore di trasmissioni televisive e giornali di regime, disabilitando le possibilit√† di comunicazione e di azione dal basso. Questo √® un rischio ancora maggiore di quello legato alla difficolt√† dell’accesso; ed √® a questo che una azione costituzionale secondo me dovrebbe essere orientata.

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domenica 21 Novembre 2010, 13:12

Appuntamenti sulla governance di Internet

Nei prossimi giorni si svolgeranno due eventi legati alle politiche di gestione di Internet.

Domani a Milano, il MIX tiene la sua conferenza annuale, dedicata quest’anno alla neutralit√† della rete (per chi non conoscesse l’argomento, il link porta al paper divulgativo che ho scritto qualche mese fa per i quaderni ISOC) come elemento fondamentale di Internet. Insieme ad altri illustri relatori discuteremo del tema, e anche se prevedo una discreta convergenza a favore di questo principio, sar√† senz’altro una discussione interessante.

La settimana prossima a Roma si tiene invece IGF Italia 2010, la conferenza in cui tutti gli stakeholder della rete si incontrano per discutere le questioni pi√Ļ attuali, allo scopo di preparare i contributi nazionali per il processo dell’Internet Governance Forum delle Nazioni Unite. Vi √® un fitto programma di eventi collaterali, tra cui la sessione organizzata da Societ√† Internet e presieduta da me, che discuter√† del modello di governo della rete basato sulla collaborazione tra tutti gli interessati (governi, industria e societ√† civile). Si svolge nella mattinata di marted√¨ nella stessa sala che nel pomeriggio ospiter√† la plenaria, alla sede centrale del CNR, e contiamo dunque su una buona partecipazione.

Gi√† che ci siamo, vi lascio con un video che ancora non ho fatto girare: lo spezzone dalla regia ufficiale che contiene il mio intervento alla sessione conclusiva dell’IGF 2010 a Vilnius. Se sembro un po’ cos√¨, √® perch√© avevo la febbre.

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martedì 16 Novembre 2010, 18:32

Se Youtube ci cancella

Mi ha molto colpito una notizia che ancora non √® arrivata sui grandi media e sospetto che non ci arriver√† mai, e che √® uscita soltanto qui. In pratica, nella notte dell’11 novembre, Youtube (cio√® Google) avrebbe effettuato un vero e proprio “crackdown” sui video che contenevano spezzoni di trasmissioni Mediaset, su richiesta della stessa. Non solo tutti questi video sarebbero stati rimossi, ma molti degli account ad essi associati sarebbero stati chiusi, rimuovendo tutti i loro video.

A prima vista uno potrebbe dire “chi se ne frega”: non esiste un diritto costituzionale a riprodurre spezzoni di Grande Fratello su Youtube. Leggendo in giro, per√≤, si trovano racconti di situazioni ben diverse: l’eliminazione avrebbe riguardato anche spezzoni di telegiornali utilizzati in base al diritto di cronaca che la legge italiana comunque tutela, per informare o per commentare il taglio editoriale del telegiornale stesso. L’eliminazione avrebbe riguardato anche video che Mediaset stessa, anni fa, aveva messo liberamente a disposizione degli utenti per lo scaricamento dai suoi siti (non si sa con quale licenza).

Ma il problema pi√Ļ grave si verifica per chi magari aveva un solo video contenente estratti da trasmissioni Mediaset, ma si √® visto chiudere l’account, eliminando decine e decine di video autoprodotti perfettamente legittimi. E’ il caso dei Powerillusi, una delle storiche band indipendenti di Torino, il cui canale √® stato completamente cancellato senza preavviso. Anche disponendo di una copia di riserva del materiale, il danno √® enorme: oltre alle giornate perse per caricare il materiale, i filmati spesso sono linkati ed embeddati in centinaia di siti, nei quali non risulteranno pi√Ļ disponibili.

Google √® legalmente obbligata a rimuovere da Youtube i filmati che violano il copyright di qualcuno, se questo glielo segnala; e capisco la difficolt√† di una azienda a cui Mediaset ha gi√† chiesto 500 milioni di euro di danni. Tuttavia, non sono affatto obbligati ad andare oltre; quella di inserire nei termini del servizio una clausola che permette di chiudere l’account dopo un certo numero di segnalazioni √® una loro precisa scelta politica, come lo √® quella di avvalersene a tappeto come appena accaduto, senza riguardo per la libert√† di comunicazione dei loro utenti, magari solo per risparmiarsi il tempo e il costo di fare un lavoro di fino. Esiste una procedura di appello; vedremo se funziona. Resta il fatto che, nel dubbio, Youtube preferisce schierarsi dalla parte dei grandi media invece che da quella dei suoi utenti, abbondando con l’eliminazione preventiva.

Vi √® dunque un chiaro problema, specialmente per noi che usiamo la rete per controinformare: possiamo fidarci di Youtube? Chi ci garantisce che domani mattina tutti i video di Tony Troja non spariranno di botto, visto che sicuramente ce n’√® almeno uno con dentro qualche secondo di trasmissione Mediaset? Il problema non riguarda solo Youtube; anche Facebook rimuove note e video su segnalazione, senza andare tanto per il sottile.

Gli amanti del libero mercato rispondono che sono fatti nostri; se non ci piacciono le condizioni di Youtube o di Facebook abbiamo solo da usare qualcos’altro. Eppure queste sono piattaforme che rappresentano quasi un monopolio, un elemento informativo fondamentale della rete. A me va benissimo che loro siano obbligati a rimuovere il materiale protetto da copyright, per√≤ vorrei anche che fossero obbligati a non rimuovere il materiale che non viola un bel niente. Se ci sono dubbi, che le parti vadano da un giudice che stabilir√† se il contenuto √® legale o meno. Ma non trovo accettabile che la censura del nostro materiale sia affidata a un operatore di call center o peggio ancora a un bot automatico. Costa? Cavoli loro, fa parte del servizio che devono offrire.

Perch√© se no si comportano come il direttore di un giornale che, quando un suo editorialista si becca una denuncia, non solo rettifica l’articolo, ma lo licenzia in tronco e cancella dagli archivi tutti gli articoli che ha scritto. E allora non mi vengano a dire che Google non √® un editore.

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domenica 14 Novembre 2010, 14:40

Il muro di sabbia, il muro di bit

√ą un bene che, ogni tanto, si parli ancora di angoli di mondo dimenticati. Se l’Iraq e l’Afghanistan sono ogni giorno sui nostri media – a ricordarci di quanto sia “opportuno” investire un sacco di soldi in armamenti per evitare che i cattivi terroristi ci attacchino -, se della Birmania e del Tibet ci si ricorda soprattutto quando c’√® da criticare un po’ la Cina, se del Darfur si parla ogni tanto quando se ne occupa qualche rockstar, il Sahara Occidentale √® dimenticato sin dagli anni ’70. Provate a chiedere all’italiano medio qualcosa su questa nazione: se riuscir√† a capire dov’√® √® solo perch√© il nome √® autoesplicativo, ma di l√¨ in poi sar√† buio pesto.

Il Sahara Occidentale, con l’eccezione di qualche isoletta qua e l√†, √® secondo le Nazioni Unite l’ultima colonia rimanente sulla faccia della Terra; l’ultimo territorio a non essere mai uscito dal periodo dell’occupazione coloniale. Esso, infatti, fu una colonia spagnola fino a met√† anni ’70, quando gli spagnoli se ne andarono precipitosamente; un verdetto della Corte di Giustizia Internazionale respinse le pretese dei vicini Marocco e Mauritania e stabil√¨ che il Sahara Occidentale era un territorio autonomo con diritto all’autodeterminazione, come richiesto dal Fronte Polisario, il locale movimento per l’indipendenza del popolo sahrawi – i berberi del deserto.

Tuttavia, prima che le cose potessero assestarsi il vicino Marocco invase e si annesse l’intera nazione, compresa una parte prima occupata dai mauritani, dando il via a una guerra civile che si trascin√≤ fino al 1991, quando un armistizio cristallizz√≤ la situazione: il Marocco controlla tutta la costa e le zone economicamente significative (le uniche due industrie sono la pesca e l’estrazione dei fosfati) mentre i sahariani sono relegati nell’interno del Sahara, dietro un muro di sabbia e mine costruito dai marocchini. Di fatto, il governo sahariano in esilio e il suo popolo vivono a Tindouf, una citt√†-campo profughi nel deserto algerino. Gli accordi del 1991 prevedevano un referendum per l’indipendenza, che per√≤ i marocchini non hanno mai organizzato, anche perch√© non si √® mai raggiunto l’accordo su chi dovesse votare – se solo i sahariani, o anche le frotte di coloni nel frattempo spediti dal Marocco a stabilirsi nel Sahara Occidentale occupato.

Io mi sono interessato alla questione nel 2007, quando ero nel Board di ICANN; era giunta infatti dai rappresentanti del Fronte Polisario la richiesta di ottenere l’assegnazione del dominio .eh. Il Sahara Occidentale, infatti, √® riconosciuto come territorio indipendente e ha il suo bravo codice nella lista ISO 3166-1: dunque qualcuno avr√† ben il diritto di usarlo… Appena la cosa venne fuori, subito il governo del Marocco si oppose veementemente: per il Marocco quelle sono terre loro (e il Polisario √® un gruppo di terroristi). La richiesta dei sahariani, non a torto, si basava anche su questo: se il Sahara marocchino non √® un territorio occupato ma una parte integrante del Marocco, allora non c’era contesa, e il dominio .eh poteva tranquillamente essere attivato per la parte di Sahara controllata dal Polisario.

L’ICANN si √® sempre difeso dalle accuse di parzialit√† su questioni come questa (inevitabilmente caldissime dal punto di vista politico) aggrappandosi appunto alla lista ISO: in altre parole, sono cavoli dell’ISO (che a sua volta si appoggia a definizioni e risoluzioni delle Nazioni Unite) definire cosa sia una nazione o territorio autonomo e cosa no. Dopodich√©, ICANN sostanzialmente concede la delegazione al primo che si presenta, purch√© non sorgano contestazioni a livello locale, nel qual caso gli si dice “parlatevi e venite quando vi siete messi d’accordo”. Dunque, in apparenza non dovevano esserci grandi problemi nel riconoscere un dominio Internet nazionale al “territorio della nazione sahariana”, senza per questo dover prendere posizione su quale territorio effettivamente esso sia.

Eppure, c’erano due piccoli ma fondamentali problemi. Il primo √® che il Marocco √® un grande alleato degli Stati Uniti, che a loro volta hanno un potere di influenza morale e materiale non trascurabile su ICANN. Il secondo √® che la comunit√† di ICANN √® interessata soprattutto alla tranquilla sopravvivenza della rete e degli affari ad essa connessi, e quasi nessuno aveva voglia di infilarsi in casini politici potenzialmente distruttivi solo per i diritti di, letteralmente, “quattro beduini” (come li apostrof√≤ qualcuno). Al Board fu consigliato di rifiutare qualsiasi contatto con i sahariani; io ci parlai lo stesso, insieme a qualche altro pi√Ļ sensibile ai problemi di democrazia e libert√†, come il mio collega cileno ex esule a Parigi; presi le loro parti e questo mi cost√≤ un cazziatone nientepopodimenoche da Vint Cerf. Alla fine, anche il governo marocchino present√≤ una richiesta per ottenere il dominio .eh; ICANN ebbe cos√¨ un valido motivo per rifiutarsi di assegnare il dominio a chicchessia.

Cosa deve fare un popolo per farsi notare dalla CNN? Alla fine, qualche mese fa, dopo trentacinque anni di lotta e vent’anni di silenzio, i sahariani hanno mobilitato ventimila persone, che si sono accampate nel deserto della zona occupata, vicino alla teorica capitale, chiedendo il referendum per l’autodeterminazione. L’esercito marocchino ha sfollato il campo con la violenza. Per un attimo, il mondo si √® ricordato della loro esistenza; ma solo per un attimo. Da domani, ritorneranno nascosti nel deserto, dietro il muro di sabbia e di bit.

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martedì 2 Novembre 2010, 11:15

Mai pi√Ļ DVD originali

Ieri, per passare la serata in montagna, abbiamo tirato fuori un DVD: precisamente Mulholland Drive di David Lynch, uno dei capolavori degli ultimi dieci anni di cinema. Mentre apprezzavo per l’ennesima volta il ritmo lento e teso e la costruzione diabolica della trama, non potevo per√≤ esimermi da una certa delusione, perch√© il DVD prescelto per la serata era originariamente un altro, e precisamente Hana Bi di Takeshi Kitano; un altro grandissimo film di cui mi sono procurato a fatica anni fa il DVD, comprandolo direttamente dall’Istituto Luce che lo distribuiva in Italia, perch√© i maggiori siti di vendita non ce l’avevano (non so se sia ancora cos√¨).

Peccato che, estratto dalla custodia dopo qualche anno dall’ultima visione, il DVD risultasse pieno di macchie appiccicose e affiorazioni di vario genere sulla superficie inferiore. Io tengo i DVD in uno scaffale e non li metto in forno o in frigorifero; ma la masterizzazione era di qualit√† talmente scarsa da rovinarsi in pochi anni senza alcuna ragione apparente. Naturalmente non c’√® garanzia; se volessi un nuovo DVD, dovrei ripagarlo per intero – non solo il costo del supporto, che √® una minima parte, ma anche il costo, preponderante, della remunerazione della propriet√† intellettuale del film.

Se volessero, i signori dell’industria cinematografica potrebbero benissimo offrirmi un servizio al passo coi tempi: ad esempio, la possibilit√† di acquistare il file del film e di poterlo guardare o riscaricare ogni volta che mi serve. Sarebbe magnifico se ci√≤ avvenisse senza tante protezioni e controlli: al giorno d’oggi, se pago per comprare un film o un CD – e io, ogni tanto, continuo a farlo – √® perch√® lo voglio fare, non certo perch√© non abbia a disposizione con estrema facilit√† l’alternativa gratuita dello scaricamento “pirata”. Dato che la loro remunerazione dipende solo dalla mia buona volont√†, trattarmi come se fosse scontato che io sia un criminale e rendermi l’accesso ai contenuti “legali” molto pi√Ļ difficile, lento, complicato e inaffidabile dell’accesso ai contenuti “illegali” (prima ancora di parlare di prezzo) non mi sembra una grande strategia commerciale, anzi √® una strategia decisamente suicida.

Ma i signori cinematografari sono ancora l√¨ a blaterare di protezioni cifrate supersicure e operazioni di polizia di altissimo livello contro i ragazzini che scambiano file… Quel che mi √® successo ieri dunque prova, ancora una volta, che tanto vale mandare a stendere l’industria cinematografica e scaricarsi i film gratis da Internet, almeno finch√© questi non si degneranno di offrire un servizio di qualit√† superiore, o almeno comparabile, a quello dei sistemi peer-to-peer.

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lunedì 18 Ottobre 2010, 11:44

La vera finzione

Ho scoperto per la prima volta il lavoro degli Yes Men molti anni fa, ai tempi della loro burla ai danni della Dow Chemical. Per chi non lo sapesse, la Dow √® uno dei grandi colossi multinazionali della chimica, ed √® anche la proprietaria della Union Carbide, l’azienda il cui stabilimento di Bhopal, in India, provoc√≤ nel 1984 uno dei maggiori disastri artificiali della storia.

Migliaia di persone Рle stime variano da 2.000 a 25.000 Рmorirono per una nube tossica sprigionata dallo stabilimento che, essendo in definitiva chiusura, era privo di molte misure di sicurezza (mi ricorda qualcosa). Altre decine di migliaia di persone furono rese invalide, nacquero deformi e così via. Su pressione del governo americano, i successivi processi furono depotenziati e la Union Carbide si limitò a pagare 470 milioni di dollari al governo indiano, una cifra decisamente ridotta per un disastro del genere, mentre le vittime ricevettero, quando andò bene, un sacchetto di perline (molti non ricevettero nulla). La Dow e la Union Carbide hanno sempre rifiutato qualsiasi ulteriore risarcimento, ma in maniera non esplicita: dilazionando, nascondendosi dietro gli avvocati, rifiutando i processi in India e così via.

Nel 2004, gli Yes Men – un duo di attivisti americani che nel tempo si √® costruito un seguito di centinaia di aiutanti – decisero di riaccendere l’attenzione sul caso, con una burla mediatica provocatoria ma anche molto interessante per capire il nostro mondo. Prima, su un finto sito web in tutto simile a quello vero, la Dow annunci√≤ ufficialmente di non avere alcuna intenzione di farsi carico dei danni; e non successe niente. Nessuno protest√≤, nessun giornalista fece articoli, nulla. Poi, con un colpo di fortuna, la BBC cerc√≤ di contattare la Dow per invitare un rappresentante a parlare di Bhopal in occasione del ventesimo anniversario – e scrisse al sito sbagliato.

Uno dei due, dunque, si travest√¨ da portavoce della Dow, e si present√≤ negli studi per una intervista alla BBC. All’inizio pensavano di andare l√¨ e dire la verit√†, cio√® che alla Dow non frega nulla di risarcire adeguatamente i danni che ha causato, ma ormai avevano capito che la verit√† non interessava a nessuno: dunque dissero una bugia. In diretta su BBC World, il finto portavoce della Dow annunci√≤ che l’azienda aveva finalmente deciso di stanziare i 12 miliardi di dollari necessari per un risarcimento decente.

Questa s√¨ che era una notizia; tutte le agenzie la batterono, e dovettero poi dunque anche pubblicare, un paio d’ore dopo, la smentita della Dow (quella vera), che ammetteva di non avere nessuna intenzione di risarcire le vittime; e il mondo si ricord√≤ di Bhopal.

La questione arriv√≤ alle mie orecchie perch√© una delle linee di attacco della Dow fu quella che queste persone non avevano il diritto di registrare dowethics.com, visto che “dow” era un marchio registrato. La Dow √® molto potente – riusc√¨ persino a far censurare un articolo scientifico da uno dei maggiori editori scientifici del pianeta – ma l’America su queste cose √® un grande Paese, per cui il sito, a norma di primo emendamento, √® ancora l√¨ (in Italia non credo che sarebbe potuto succedere).

Da allora seguo gli Yes Men, ed √® per questo che stamattina, quando mi √® arrivata una mail firmata dall’ufficio stampa della Chevron in cui il gigante petrolifero annuncia la campagna pubblicitaria “We Agree” e si prende l’impegno di farsi carico dei danni che causa al pianeta, ho sorriso amaramente. La burla √® molto ben fatta: questo √® il finto sito delle relazioni pubbliche della Chevron – notate come tutti i link rimandino al sito vero, rendendo la burla invisibile a chi non √® allenato – e questo √® il finto sito della campagna pubblicitaria. Vediamo se qualcuno ci casca ancora, o se anche la Chevron sar√† costretta a smentire pubblicamente di volersi assumere le proprie responsabilit√†…

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