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Archivio per la categoria 'NewGlobal'


mercoledì 31 Agosto 2011, 18:37

La verità sulla situazione economica dell’Italia

Non volendo piangere, è inevitabile mettersi a ridere per le continue giravolte del governo Berlusconi in materia di manovra finanziaria. Prima volevano tassare i ricchi e tagliare i fondi ai Comuni, poi i ricchi si sono incazzati e i sindaci sono scesi in piazza e allora hanno deciso di eliminare invece il riconoscimento degli studi ai fini pensionistici, ma in due giorni si è creata una tale ondata di lamentele che si sono rimangiati pure quello. E’ chiaro che non sanno dove sbattere la testa per trovare 40 miliardi di euro, non volendo mettere mano seriamente all’unico capitolo dove ci sarebbe ancora qualcosa da tagliare – i costi della politica e delle sue clientele, sia in termini di regalie che in termini di posti di lavoro.

A ben vedere, però, è proprio il caso di mettersi a piangere; è giusto criticare il governo, ma onestamente quali alternative ci sono sul piatto? La contromanovra del PD è evanescente, ed è stata già distrutta persino sul giornale di famiglia, Repubblica, dal buon Tito Boeri; se va bene il PD recupererebbe 4 miliardi, non 40, e perdipiù a forza di nuove tasse.

Il primo passo è ovviamente quello di cacciare tutti questi cialtroni e tagliare il costo della politica; dimezzare i parlamentari, eliminare le province… fanno alcuni miliardi di euro, non di più. Rinegoziare le privatizzazioni, i sussidi e le concessioni pubbliche date a condizioni di favore, cacciare i dirigenti incompetenti e mettercene di capaci, e poi tassare i capitali evasi rimasti all’estero e lanciare una campagna contro l’evasione fiscale, fermare le grandi opere inutili, far pagare le tasse alla Chiesa, e tutte le altre cose elencate nel (più che condivisibile) post di Grillo… ok, dai, così 40 miliardi li troviamo… magari ne troviamo anche 100.

Peccato che il nostro debito pubblico sia di circa 2000 miliardi di euro; peccato che solo l’aumento degli interessi che dovremo pagare sui nostri titoli di Stato, nelle ultime aste, si sia già mangiato in pochi giorni i 40 miliardi che stiamo ammazzandoci per recuperare. Mi spiace dovervi dare una cattiva notizia, ma qui siamo messi straordinariamente male.

Io sono preoccupato non solo per la situazione, ma perché si sta diffondendo per la rete e per le strade una furiosa euforia irreale, un piano d’azione che dice “attiviamoci, occupiamo le piazze a oltranza, cacciamo tutti i politici con i forconi, poi andiamo al potere, togliamo i soldi ai ricchi che li hanno rubati, cambiamo le regole dell’economia e potremo tutti tornare allo stile di vita di vent’anni fa”. Scusatemi per la lunghezza, ma voglio proprio fare una analisi approfondita di questo piano d’azione.

Innanzi tutto, in Italia non si sono mai viste rivoluzioni di piazza che abbiano avuto successo. Al contrario, nelle situazioni di disordine c’è sempre stata una reazione dell’italiano medio che ha portato al potere regimi autoritari e corrotti; agli scioperi dei primi anni Venti è seguito il fascismo, agli anni ’70 Craxi e agli anni ’90 Berlusconi. Tutto fa pensare che quel che sta succedendo ora sia solo un altro cambio della guardia, programmato colà dove si puote e legato non solo alla nostra spesa pubblica fuori controllo, ma al tentativo di Berlusconi di smarcarsi dal guinzaglio euroatlantico e di coltivare amicizie pericolose tra Mosca e Tripoli. Ve lo dico, così state accuorti.

Comunque, supponiamo invece che l’indomito popolo italiano prenda le piazze e riesca a mandare al potere un nuovo gruppo dirigente (nuovo davvero, non il figlioccio e sodale dei maggiori esponenti italiani del club Bilderberg). Ok, adesso abbiamo 2000 miliardi di euro da pagare e che non ci fanno più credito se non ne restituiamo almeno una bella fetta, che facciamo? Niente paura, il piano dice “togliamo i soldi ai ricchi che li hanno rubati”.

RICCHI_544px.jpg

La prima opzione è fare un bel collettone – ma chi ha soldi da tirar fuori? Tassiamo i patrimoni immobiliari? In teoria gli italiani possiedono 6000 miliardi di euro in case: facciamo che ognuno di noi paga allo Stato una cifra pari al 20% del valore delle proprie case? Ok, tu che possiedi un appartamentino in città (che comunque vale, a seconda della città, dai 100 ai 300 mila euro), ereditato dai tuoi o magari comprato con un mutuo che ti stai strozzando per pagare, domani mattina mi devi versare sull’unghia 20-60 mila euro, ok? Tanto li hai lì, no? No?

Ok, la facciamo pagare solo ai ricchi, però – in un paese in cui quasi tutti possiedono almeno una casa se non due – a questo punto l’aliquota sui ricchi deve salire al… 90%? Facciamo che requisire le ville ai ricchi? E anche se lo facessimo, poi dobbiamo trasformarle in soldi… chi le compra, e quanto riusciremmo veramente a realizzare, in un mercato immobiliare già saturo e improvvisamente inondato di case?

Va bene, realisticamente dalle case non si può tirar fuori che qualche decina di miliardi una tantum; allora tassiamo i conti in banca… ops, il totale dei depositi bancari in Italia è solo di 750 miliardi di euro, nemmeno azzerandoli tutti ripagheremmo il debito; e poi, per via del meccanismo della riserva frazionaria, le banche mica hanno lì 750 miliardi pronti da dare allo Stato.

Gli italiani dispongono se mai di un significativo patrimonio mobiliare in titoli, ma è investito soprattutto in… ops, titoli di Stato? Magari titoli di Stato di paesi messi poco meglio di noi o magari anche peggio? E anche qui, per poter chiedere agli italiani una fetta di questi soldi bisogna che prima gli italiani li vendano, e quanto riuscirebbero a incassare in una situazione del genere, costretti a svenderli di corsa ad investitori stranieri?

Incidentalmente, in tutto questo c’è comunque un assunto che disturba, cioè che non ci debbano essere remore nel tassare pesantemente i grandi patrimoni perché tanto “li hanno sicuramente rubati”. E’ ovvio che in una situazione di crisi la tassazione debba essere progressiva, colpendo di più chi non ha problemi ad arrivare a fine mese, ma l’Italia è piena di persone che si sono arricchite onestamente col proprio lavoro, spesso dando anche lavoro agli altri. Uno di questi peraltro è Beppe Grillo, dunque se pensate che tutti i ricchi siano ladri forse avete sbagliato movimento.

A questo punto è chiaro che non è realisticamente possibile per noi ripagare il nostro debito. Veniamo dunque alle maniere forti, ovvero “cambiamo le regole dell’economia”: una combinazione di 1) non ripagare i debiti e 2) ripudiare in tutto o in parte le regole dell’economia occidentale.

Un buon modo per non ripagare i debiti è farli pagare agli altri, ad esempio facendoci sovvenzionare da tedeschi e francesi (o dal Fondo Monetario Internazionale) o trasformando il nostro debito in Eurobond garantiti da loro, contando sul ricatto di “se no falliamo e vi va ancora peggio”, o rinegoziando il credito verso di loro, stile Argentina. Può darsi che funzioni, ma scordatevi che Merkel e soci lo facciano col sorriso sulle labbra e senza chiedere niente in cambio. Chiederanno appunto tutte quelle misure per cui critichiamo Berlusconi: licenziamento di dipendenti pubblici, taglio alle pensioni passate e future, chiusura di servizi pubblici. D’altra parte, se a voi chiedessero di tirar fuori 500 euro per permettere a greci o portoghesi di continuare a vivere a debito, cosa rispondereste?

Un altro modo per non ripagare i debiti è fallire e basta, dire ai creditori “sai che c’è? non ti pago” – magari pure in modo selettivo, cioè prima ripago i cittadini italiani che avevano in mano i miei BOT, e poi se avanza qualcosa per banche e governi stranieri vediamo. In questo si inserisce il filone “nazionalizziamo le banche e non paghiamo i debiti esteri come ha fatto l’Islanda”, che francamente continuo a non capire.

L’Islanda non ha certo nazionalizzato le banche perché vuole passare ad una economia socialista in stile Venezuela, ma perché l’alternativa era che fallissero portandosi con se i risparmi di tutta la nazione. Non c’è niente di sovversivo in questo: l’ha fatto pure, anche se parzialmente, Obama con Bank of America (la più grande banca americana). Anche la maggior parte delle banche italiane sono in rosso: nazionalizzare queste banche vorrebbe dire accollarsi altri debiti, non certo arricchirsi.

L’altro punto, però, è che l’Islanda non ha pagato i debiti esteri DELLE BANCHE, non i propri. E a buon diritto: ha detto ai creditori stranieri “voi avete investito in una azienda privata che è andata gambe all’aria e come è normale avete perso il vostro investimento, ci spiace ma il rischio d’impresa era vostro”. L’Islanda oltretutto non è né dentro l’Euro né dentro l’Unione Europea, quindi non è nemmeno soggetta alle garanzie del mercato unico intra-europeo; infine, l’Islanda è duecento volte più piccola dell’Italia e dunque le cifre in gioco erano relativamente irrisorie (4 miliardi di euro in tutto). Per questo motivo alla fine l’Islanda ne è uscita relativamente bene… ma il debito pubblico dello Stato italiano è cosa molto diversa.

Io penso che in una situazione del genere ci troveremmo gli aerei della NATO in casa, ma se anche così non fosse, il minimo è un embargo commerciale, che per un paese che vorrebbe vivere di turismo ed esportazioni è il bacio della morte; e poi, ovviamente, saremmo buttati fuori dall’Unione Europea e dall’Euro. Questo, per alcuni, fa parte del piano: ci liberiamo dell’Euro, così riconquistiamo la nostra “sovranità monetaria” e possiamo fare come abbiamo sempre fatto fino a vent’anni fa, cioè stampare moneta per continuare a pagare stipendi e pensioni, e svalutare la nostra valuta per migliorare la nostra competitività. Sai che boom nelle esportazioni, finalmente avremmo la ripresa!

Permettetemi di avere qualche dubbio anche su questo: una ipotetica “pizza de fango de Roma”, come sarebbe la nostra nuova valuta, varrebbe poco e continuerebbe a valere ancora meno man mano che il governo la svaluta o ne stampa per far fronte ai propri impegni, con il serio rischio di una iperinflazione stile Zimbabwe o Germania di Weimar. Tutti quelli che vivono dei risparmi o delle pensioni del nonno sarebbero velocemente in mezzo a una strada.

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Inoltre, l’Italia è tanto un bel Paese ma è praticamente privo di risorse naturali. Il gas che ci serve per scaldarci, il petrolio che ci serve per produrre la nostra elettricità, per spostarci e per non trovare gli scaffali dei supermercati vuoti, devono essere comprati all’estero – in dollari o in euro. Più la pizza de fango si svaluta, più i prezzi di tutto aumenteranno, a maggior ragione se ci siamo fatti troppi nemici in giro per il pianeta. Perché vedete, Chavez può fare il cacchio che gli pare perché ha il petrolio pure nella tazza del cesso… noi no.

A questo punto, comunque, potremmo riuscire a sopravvivere, come sopravvisse l’Italia del periodo autarchico fascista. Per esempio, potremmo completare l’opera e nazionalizzare le aziende straniere; saremo poveri ma saremo liberi e giusti, bloccando le delocalizzazioni e gestendo quel po’ che c’è nell’interesse di tutti e senza più essere costretti a tagliare i servizi sociali o ad allungare l’età pensionabile solo per ripagare i banchieri della City… no?

Ecco, tutto quello che avete letto finora in realtà dimenticatelo, sono problemi minori. Perché anche se potessimo ricominciare domani mattina da capo, senza debiti e senza sfruttatori, resterebbe una piccola questione da risolvere – quella che ci ha portato fin qui. Basta andare sul sito Istat, sezione “Lavoro”, per scoprire che in Italia ci sono circa 60 milioni di residenti, in parte stranieri, ma solo 23 milioni di occupati, di cui 18 milioni di lavoratori privati, in buona parte ormai precari e sfruttati. Questi 18 milioni producono la ricchezza che mantiene non solo gli odiati padroni, ma anche tutti gli altri, e cioé: 5 milioni di dipendenti pubblici, che svolgono lavori spesso fondamentali (talvolta no) ma istituzionalmente in perdita; 7 milioni tra bambini, ragazzi e studenti universitari; 2 milioni di disoccupati “ufficiali”; 12 milioni di inattivi per altro motivo, ovvero disoccupati “non ufficiali” e casalinghe; e 17 milioni di pensionati, di cui 5 con meno di 65 anni di età. Il nostro tasso di occupazione è insomma il più basso dell’UE a parte Malta e Ungheria, e si aggiunge a uno Stato sprecone e spendaccione come nessuno.

Per questo, quando io sento che la luminosa via della rivoluzione di piazza prossima ventura permetterà non solo di mantenere tutte le attuali prerogative, ma anche di aggiungerne di nuove – ad esempio il tanto evocato “reddito di cittadinanza”, perché è giusto che chi non lavora abbia comunque dei soldi dalla collettività per mantenersi – ecco, mi vengono i brividi. Chi ve lo dice, o è ingenuo e non ha fatto i conti (se ha dei conti è pregato di tirarli fuori, magari mi convince), o vi sta prendendo per il culo, magari perché agitare la folla fa sempre bene alla propria immagine pubblica.

Una economia che parte su queste basi, evasione o no, corruzione o no, non può che generare istituzionalmente debito, e non reggersi in piedi (se non in particolari periodi . E dunque non se ne esce, prima o poi il problema di tagliare le pensioni, il pubblico impiego e in generale la spesa pubblica va affrontato, senza diritti acquisiti per nessuno, così come quello di far sì che gli italiani lavorino tutti e di più; per questo ho molto apprezzato che Grillo, anche se molti hanno fatto finta di non sentire, l’abbia detto chiaramente.

Questo vuol dire che l’economia internazionale va bene così, e che dobbiamo cavarci il sangue e buttarci tra le braccia del Fondo Monetario Internazionale? Assolutamente no, anzi più riusciamo a tener lontana quella gente meglio è. Vuol dire però che dobbiamo essere realistici, e che nessuno potrà chiamarsi fuori dai sacrifici che andranno fatti; potremo pretendere equità e solidarietà – e per averle è necessario cacciare l’attuale classe politica – ma non potremo dire “noi la crisi non la paghiamo”… anche perché abbiamo goduto tutti di trent’anni di società drogata dal debito, e se abbiamo permesso, col voto e con l’acquiescenza, che alcune parti della società ne godessero molto più di altre, è anche colpa nostra.

Cosa succederà veramente non lo sa nessuno; magari una crisi globale ci grazierà, assorbendo anche la nostra; magari l’Italia si spaccherà, il Nord nell’Euro e il resto nel fango; magari, dopotutto, la via dell’autarchia sarà l’unica possibile; sono convinto che ci sarà da soffrire ma che sarà anche una chance storica per costruire un’Italia stabilmente migliore. Per il momento, io vorrei soltanto pregarvi di non ridere troppo di Berlusconi, perché comunque neanche Superman saprebbe come ripagare il debito pubblico italiano; e perché presto, a sbattere la testa al posto di Berlusconi, ci saremo tutti noi.

[tags]manovra, economia, debito, berlusconi, grillo, finanza, bilderberg, signoraggio, moneta, euro, tasse[/tags]

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martedì 23 Agosto 2011, 18:46

L’era del baratto

Circola in questi giorni per la rete una parabola, riportata anche da Byoblu, che parla di economia. Sostiene che la crisi economica non esista, ma che sia indotta dall’esistenza degli intermediari, che in quanto speculatori e parassiti lucrano alle spalle dei lavoratori e che li affamano per guadagnare alle loro spalle, arricchendosi senza faticare; e che la soluzione della crisi sia eliminare le sovrastrutture – gli intermediari, il commercio, il mercato – e ritornare all’economia del baratto.

Indubbiamente la distanza tra finanza (moneta) ed economia (lavoro) è alla radice della crisi globale, con numerosi sotto-problemi: l’uso del debito per mantenere un livello di vita ingiustificato, la manipolazione dei prezzi di beni essenziali a fini speculativi, la gestione delle risorse e delle industrie con ottiche di breve anziché di lungo termine, l’accumularsi di rendite di posizione ingiustificate, la mancanza di democrazia e di garanzia del pubblico interesse nella finanza globale, compreso il tema della sovranità monetaria.

Tuttavia, io sono preoccupato dall’offerta di soluzioni semplici, stile “ci sono i cattivi, prendiamoli, cacciamoli, e tornerà l’età dell’oro”. L’odio per la finanza, equiparata per principio alla speculazione, non è nuovo e ritorna ciclicamente in ogni momento di crisi; fu per esempio la base per l’affermarsi del nazismo e dell’antisemitismo.

La parabola del baratto è seducente, perché prospetta una soluzione semplice e perché si riallaccia alla nostalgia per il passato, per la ricchezza di cui l’Italia godeva quando eravamo giovani e per una presunta età dell’oro in cui gli uomini vivevano liberi e felici in armonia con la natura – anche se, a ben vedere, l’Italia della dolce vita non era una civiltà agreste, ma una potenza industriale in pieno boom; nell’Italia agricola abbiamo trascorso secoli a scannarci e a morire di fame.

La verità è che la nostra è una società complessa e che può sopravvivere soltanto grazie a tale complessità, di cui la finanza è una componente imprescindibile. Fin che si parla di frutta, formaggio, mobili e indumenti si può pensare ad una economia fondata solo sul baratto, a patto naturalmente di vivere in una parte del pianeta dove coesistano naturalmente grano, frutta, pecore e legno, cosa che può essere vera per l’Italia ma non per tante altre parti del mondo. Ma io vorrei chiedere a Byoblu come ci si può procurare per baratto, ad esempio, una automobile, o un qualsiasi mezzo di trasporto più evoluto del cavallo; oppure un telefonino o il computer con cui ha scritto il suo post, o il pannello solare che dovrebbe rappresentare la nostra sorgente di energia rinnovabile per il futuro, o le grandi infrastrutture come ferrovie, autostrade e reti di telecomunicazione, o i farmaci di sintesi e le apparecchiature mediche avanzate che ci hanno permesso di raddoppiare la nostra aspettativa di vita.

La nostra società – prima ancora che la nostra economia – si basa infatti su oggetti estremamente complessi, che possono essere realizzati soltanto mettendo insieme risorse naturali sparse per il pianeta e competenze superspecializzate, e che spesso richiedono un investimento collettivo enorme, fuori della portata di qualsiasi singolo, che richiede a sua volta l’esistenza di strumenti per astrarre la ricchezza degli individui, metterla in comune e usarla per sostenere l’investimento, ripagandolo poi in qualche modo: appunto, la moneta e la finanza.

L’esistenza di storture e ingiustizie nella finanza mondiale è indubbia e va affrontata in modo nuovo, senza avere paura di cambiamenti anche profondi nelle regole della nostra economia. Strumenti (finanziari!) come la moneta complementare locale, ad esempio, possono ridurre il potere della finanza globale sulle nostre vite e sui nostri territori; dinsincentivi e limiti alle leve finanziarie, agli arbitraggi speculativi, alla delocalizzazione delle attività, all’arricchimento sul lavoro altrui, sono concepibili e opportuni. Lo stesso baratto è un’ottima cosa dove possibile, perché porta a riusare oggetti anziché produrne di nuovi e a ridurre le distanze percorse dai beni. Questo però non vuol dire che tutta l’economia possa funzionare così e che si possa tornare ad una società senza finanza, senza commercio e senza moneta – a meno che veramente non si voglia vivere in un mondo in cui un maglione di lana è l’oggetto più complesso di cui disponiamo.

[tags]economia, finanza, baratto, moneta[/tags]

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domenica 8 Maggio 2011, 11:09

Distanze culturali

Ieri mattina sono stato invitato al Teatro Colosseo, insieme agli altri candidati sindaco, a inaugurare la nuova edizione del progetto Bookrunning: un’attività collaterale al Salone del Libro (= finanziata da noi) che prevede la libera circolazione e scambio di libri tra chiunque voglia partecipare.

A me sembra una buona iniziativa, in una società che ha disperatamente bisogno di cultura; senza cultura non si può capire il mondo e senza capire si diventa schiavi. Ho dunque aderito di buon grado e ho pensato a che libro lasciare; di idee me ne sono venute molte, da In viaggio con Alex di Fabio Levi (la vita di Alexander Langer, uno dei pochi politici di cui varrebbe la pena di seguire le orme) a London: The Biography di Peter Ackroyd (ok, un saggio sull’urbanesimo di 800 pagine in inglese non era molto adatto, ma è veramente interessante). Però sin dal principio sapevo che il libro non poteva che essere questo:

guidagalattica.jpg

Alla Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams tengo talmente che non ho certo lasciato la mia copia ingiallita e consumata sin da ragazzino; ne ho comprata una nuova. Come ho scritto nella dedica, l’ho scelto “perché sotto un’apparenza leggera affronta con ironia i problemi esistenziali e sociali dell’umanità, e ci mostra prospettive inusuali con cui affrontare la diversità culturale e con cui accettare la casualità della vita.” E’ un riassunto molto crudo, e pensavo di raccontare di persona almeno l’inizio del libro, che incidentalmente parla proprio di cementificazione, burocrazia e arroganza del potere, solo… a modo suo. Pensavo di raccontare anche che la probabilità di essere raccolti entro trenta secondi da un’astronave dopo essere stati abbandonati nello spazio profondo è superiore persino a quella che ha una persona normale di diventare sindaco di Torino.

Sono arrivato lì e ho trovato già una distesa di libri pronti allo scambio: Pennac, Gramellini, Erri De Luca, Camilleri, Baricco, persino Stephen King. Come diversità culturale butta un po’ male, ho pensato; avrei proprio dovuto fare la gag che mi era venuta in mente e presentarmi con Cotto e mangiato di Benedetta Parodi. Fassino ha portato i libri di Aung San Suu Kyi per rimarcare che lui è stato in Birmania (anche se son sicuro che non avesse l’asciugamano) e Coppola non è proprio venuto, sostituito dall’altro Coppola che ha portato Cent’anni di solitudine. Bossuto ha portato un libro sul forte di Fenestrelle dove aveva scritto anche lui, Marra ha portato Rigoni Stern perché suo zio era alpino.

Il mio libro è stato accolto con un misto tra imbarazzo e derisione. Il giornalista Rai ha pensato che fosse un libro sulla mobilità sostenibile, per incentivare a usare di meno l’auto. Uno dei presenti ha supposto che fosse una guida turistica e che “galattica” fosse un modo di noi giovani per dire che era molto bella. Gli altri hanno pensato che fosse un romanzetto di fantascienza da leggere sotto l’ombrellone, non come loro che si dedicano a intellettuali come Camilleri e Baricco.

Raramente, insomma, ho potuto toccare con mano così bene la distanza culturale che separa la nostra generazione da quella che attualmente è al potere; e avere la conferma di come questa gente sia generalmente fuori dal mondo, provinciale e convinta di sapere già tutto – proprio l’atteggiamento che rende l’Italia così arretrata rispetto al resto del pianeta.

Comunque, il libro è stato debitamente registrato: e così, da qualche parte in giro per Torino potrete anche voi leggere la Guida galattica per gli autosoppisti di tal Douglas Adam

[tags]cultura, libri, salone del libro, bookrunning, douglas adams, guida galattica, torino[/tags]

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lunedì 2 Maggio 2011, 11:10

L’unica ricetta per il lavoro

Imaggio2011.jpg

Ieri mattina siamo andati al tradizionale corteo del Primo Maggio: in un momento in cui i diritti dei lavoratori sono sotto attacco e in cui la stessa festa dei lavoratori rischiava di essere travolta dalla contemporanea overdose mediatica di Papa polacco, ci sembrava ancora più doveroso esserci.

A metà corteo, abbiamo incrociato la troupe della Rai che ne ha approfittato per chiedermi una dichiarazione. Ho esposto circa quindici secondi di pensiero su lavoro e diritti, e mi hanno detto “è troppo lungo, puoi farne una più breve?”. Così ne ho rifatta una versione da dieci secondi (ormai espongo a macchinetta in base alle richieste). Se vi siete chiesti perché nelle interviste parlo così veloce, ora sapete perché; certo che poi la sera, guardando il TGR, abbiamo visto che Fassino e Coppola hanno avuto un minuto abbondante a testa, Musy (che non era nemmeno al corteo, l’hanno intervistato apposta la sera prima) e Bossuto trenta secondi, e a noi ci han fatto penare quei dieci. D’altra parte in passato non ci menzionavano proprio, e dunque già abbiamo fatto un passo avanti.

Sul blog, comunque, non ho limiti di spazio, e allora volevo ribadire brevemente una cosa che ho detto anche sabato in piazza. Il lavoro, nei paesi sviluppati, non si crea certo tagliando i diritti, a meno che non vogliamo diventare il retrobottega povero della Cina; si crea invece tramite l’innovazione, puntando su settori ad alto valore aggiunto, che possono essere Internet e l’ICT, le nuove forme di mobilità (con la tradizione che abbiamo…), le energie rinnovabili, e tutto ciò che serve a una società che deve riorganizzarsi profondamente per essere sostenibile.

Questo discorso ve lo fanno tutti, pure Fassino; quello che però non vi dicono è che c’è una seconda parte che viene regolarmente omessa.

Infatti, se voi andate a vedere come sono nate le grandi aziende innovative degli ultimi anni, scoprite che Google è stata creata da due persone di 25 anni, Facebook da un ragazzo di 20, Napster e il peer-to-peer musicale da uno di 18. Perché, con tutto il rispetto per le altre età della vita, che offrono altre qualità, per innovare bisogna essere giovani (anche se quel che conta è la mentalità, che non necessariamente coincide con l’età anagrafica: uno come Coppola è vecchio dentro).

In una società come la nostra, in cui si è considerati “giovani” fino a cinquant’anni e fino a tale età è quasi impossibile avere posizioni di responsabilità, ottenere fiducia e fondi per creare qualcosa, avere ascolto e credito dagli altri, per non parlare di un minimo di stabilità e fiducia nel futuro senza le quali la propensione al rischio crolla per forza, è chiaro che non c’è innovazione: e dunque è chiaro che non c’è lavoro.

Questo perché le energie, che pure a Torino ci sono in abbondanza, sono bloccate da una classe dirigente anziana e fuori dal tempo, che teme di perdere i propri privilegi, e che al massimo si limita a piazzare i propri figli per raccomandazione; perché quel poco di spazio che è dato ai giovani non è assegnato per merito, ma per conoscenza. E qui entra in gioco la meritocrazia, un altro elemento fondamentale, che non deve servire a discriminare o a negare a tutti la possibilità di vivere dignitosamente, ma che è necessario perché le energie e le risorse spese in nuovi progetti siano affidate a persone capaci e dunque diano dei risultati.

Per questo noi diciamo che siamo gli unici che possono dare a questa città una speranza anche nel campo del lavoro: perché abbiamo le capacità, le energie e il profilo per rovesciare questo meccanismo.

[tags]lavoro, primo maggio, innovazione, meritocrazia, disoccupazione, sviluppo, economia[/tags]

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sabato 23 Aprile 2011, 11:10

Addio Fukushima

Alla fine, il governo giapponese ha ceduto e ha deciso di proclamare una zona proibita permanente, nel raggio di venti chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima. Quell’area sarà persa per sempre, almeno rispetto ai tempi delle generazioni umane; e cominciano i drammi di chi ha perso tutto e dovrà ricominciare altrove; agli ex abitanti della zona sarà concesso un massimo di cinque ore per rientrare in casa, salvare il salvabile (da capire quanto radioattivo) e dire addio definitivamente ai propri luoghi.

Per gli anziani di quella zona rurale perdere la terra dove hanno vissuto è un dramma insuperabile; anche per i giovani, ricominciare da zero da un’altra parte non è certo facile. Ho visto le riprese di scene del genere in Cina, durante l’evacuazione definitiva dei villaggi e delle città sullo Yangtze (una di un milione di abitanti) che sono stati sommersi per sempre dall’attivazione della diga delle Tre Gole; e sono scene strazianti. Ma quando questo avviene a sorpresa, senza preparazione, per la superbia degli uomini nel pensarsi superiori alla natura, è ancora più devastante.

I giapponesi sono abituati a subire; vivono in gran parte in città alienanti, con una densità di persone e di cemento superiore anche alla nostra. D’altra parte, per mantenere una popolazione così grande in un territorio così piccolo – sono il doppio di noi in un territorio di poco più grande, e di cui tre quarti sono montagne – è necessario pigiarla in condizioni disumane, totalmente artificiali; e per mantenere tali condizioni serve una quantità smodata di energia, perché senza trasporti il cibo non arriverebbe, senza ascensori non sarebbe possibile avere edifici alti, senza condizionatori sarebbe impossibile reggere le estati afose in mezzo a tanto cemento, e tutto questo parlando solo delle necessità basilari per la vita – cibo, casa, clima – senza cominciare nemmeno ad affrontare il tema delle attività umane e dell’economia.

L’approvvigionamento energetico, insieme a quello alimentare, è una delle due questioni strategiche più importanti sull’agenda dell’umanità. Il nucleare poteva apparire una scorciatoia; non lo è, non solo per i rischi, ma perché dipende dalla disponibilità di minerali che, se usati a questo scopo, sono stimati in esaurimento entro qualche decina d’anni. E’ chiaro che, a fronte di una popolazione mondiale che continua a crescere esponenzialmente, l’energia o è rinnovabile o non è sostenibile.

Certo, c’è da chiedersi quale sia il massimo di popolazione che, pure in condizioni artificiali, il nostro pianeta potrà sostenere; perché è assolutamente certo che ci sia un massimo, e che quando ci arriveremo vicini la natura, da sola, si organizzerà per ammazzarci come mosche, e riportarci ad una quantità accettabile.

[tags]natura, nucleare, giappone, fukushima, energia, demografia, sovrappopolazione[/tags]

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mercoledì 30 Marzo 2011, 10:46

A Copenaghen

A Copenaghen, è normale salire sul treno dall’aeroporto – che passa ogni dieci minuti e collega direttamente non solo il centro città, ma tutta la costa a nord e persino la Svezia – e trovare mezzo vagone senza i sedili, con seggiolini reclinabili e un ampio spazio pensato per ospitare le bici; in ogni vagone ce n’è almeno una.

A Copenaghen, i treni locali oltre allo spazio per le bici hanno anche Internet gratuito e liberamente accessibile a tutti.

A Copenaghen, tutti i corsi hanno una corsia ciclabile rialzata, delimitata e separata sia dal marciapiede che dalla carreggiata.

A Copenaghen, quando bloccano una piazza o una strada per un cantiere, prevedono due percorsi alternativi separati e paralleli: uno per i pedoni e uno separato per le biciclette.

A Copenaghen, a ogni angolo ci sono distese di biciclette parcheggiate sui marciapiedi e sulle piazze – in qualche punto ci sono anche appositi stalli a due piani; e le bici non sono nemmeno legate, sono solo appoggiate lì.

A Copenaghen, tutte le vie del centro storico sono a senso unico “eccetto bici”, e le bici possono percorrerle contromano per fare prima, usufruendo di appositi spazi di fermata agli incroci.

A Copenaghen, la sosta a pagamento per le auto nel centro è in vigore 24 ore su 24; costa circa 40 centesimi di euro l’ora di notte, e circa 4 euro l’ora di giorno, e nessuno vede questo come una limitazione di un presunto diritto costituzionale a muoversi inquinando o a tenere una scatola di latta davanti al portone di casa. Se uno proprio ha bisogno dell’auto paga, se no prende il treno, il bus o la bici.

Chissà perché a Torino è tutto diverso; perché non potrebbe essere così anche da noi?

[tags]copenaghen, torino, mobilità, biciclette, parcheggi, treni, internet[/tags]

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giovedì 17 Marzo 2011, 14:26

Italia sì, Italia no

Fa sinceramente e seriamente piacere che gli italiani, una volta ogni cinquant’anni (anzi no: aggiungiamoci i mondiali di calcio), si ricordino di esserlo e abbiano voglia di celebrare la propria bandiera; in fondo siamo il Paese al mondo che meno rispetta se stesso, e questo, pur con le buone ragioni che uno può avere per criticare l’Italia, non è positivo.

I festeggiamenti hanno persino quasi smentito la mia previsione di baracconata incombente, anche se continuo a pensare che si sarebbero potuti spendere meno soldi in addobbi e cerimonie e più soldi per essere italiani insieme, cioè, almeno per un giorno, per aiutare davvero le tante persone che hanno bisogno e che dallo Stato ormai ricevono poco o nulla; invece di onorare i Savoia, Napolitano e Berlusconi avrebbero fatto meglio ad andare a servire il pranzo a una mensa dei poveri.

Credo che sia giusto, almeno una volta ogni cinquant’anni, ricordare e onorare i milioni di persone che hanno sacrificato la propria vita per la nostra bandiera, per un ideale nazionale di unità, libertà, prosperità e fratellanza; e poco importa chi le abbia mandate a morire e per cosa. Possa il loro sacrificio ricordarci che quell’ideale è tutt’altro che realizzato, anzi che è stato spesso tradito, e che i veri patrioti non sono coloro che abusano delle cariche istituzionali o le insozzano mancando ai propri doveri, ma coloro che dal basso cercano di abbatterli.

Credo anche che al giorno d’oggi, in una società multietnica dominata da fenomeni globali, il concetto di “stato nazionale” abbia sempre meno senso; che si potrebbero gestire le istituzioni in modo più economico ed efficiente con tre soli livelli, il Comune, la Regione e l’Europa, mantenendo l’Italia come una entità culturale a cui si sente di appartenere nell’animo, ma svuotata di poteri amministrativi; probabilmente, senza le pastette della politica, sarebbe anche più facile amarla.

Per il resto, ribadisco quel che scrissi in estate: che la retorica sugli italiani un tempo oppressi e ora finalmente uniti in libertà diviene facilmente eccessiva, se si ricorda che la realtà storica, purtroppo, non dice esattamente questo.

[tags]italia, unità, celebrazioni, storia, federalismo[/tags]

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mercoledì 9 Marzo 2011, 19:00

Animali e libertà (2)

L’epilogo di ieri in Consiglio Comunale è triste ma purtroppo scontato: di fronte alla richiesta delle associazioni animaliste di vietare anche a Torino i circhi con animali, come già fatto da altre città, il più grosso partito della maggioranza – il PD – ha deciso di votare contro e di affossare la proposta, che pure era sostenuta trasversalmente da esponenti di entrambi gli schieramenti.

Ora mi diranno che noi grillini ce l’abbiamo sempre col PD, però mi pare davvero che la pratica di utilizzare gli animali nei circhi sia al giorno d’oggi indifendibile. E’ innanzi tutto una questione di rispetto basilare di altri esseri viventi e senzienti; non è obbligatorio essere vegetariani – io non lo sono – ma non è nemmeno accettabile infliggere sofferenze solo per divertimento.

Inoltre, io sono convinto che chi non è capace di provare pietà per la sofferenza di un animale non è capace di provarla nemmeno verso gli esseri umani; in un momento in cui tanti soffrono e dove la solidarietà dovrebbe essere alla base dell’azione politica, mi chiedo quale coscienza possa avere un amministratore che prende certe decisioni.

E tanto per essere chiari, come già avevo fatto mesi fa, vi lascio con un video. Pur con tutta la mia passione per il calcio, sono sinceramente un po’ deluso, anche se non stupito, dal fatto che se riprendo dei tifosi che si insultano da una curva all’altra di uno stadio (in modo volgare ma anche goliardico e divertente, per carità) il video susciti immediatamente migliaia di click, e se invece parlo per tre minuti della sofferenza degli animali lo vedano in poco più di duecento persone in tre mesi. Ma io non demordo e ve lo rimetto qui sotto.

[tags]animali, circhi, libertà, rispetto, torino, consiglio comunale, pd[/tags]

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martedì 1 Marzo 2011, 20:01

Dell’onestà dei disonesti

A voi forse sembrerà che l’onestà sia un concetto semplice e lineare: onesto è chi non mente e chi rispetta le regole date dalla società. Eppure poche cose dimostrano come l’onestà sia in realtà un concetto complesso quanto ciò che è successo in questi giorni in Germania.

Per i pochi che non lo conoscono, il caso è questo: si è scoperto che il ministro tedesco Guttenberg, brillante 39enne, ottenendo quattro anni fa il dottorato di ricerca, ha copiato da altri lavori più o meno metà della sua tesi. Nessuno mette in discussione la sua intelligenza o la sua preparazione, né la sua adeguatezza agli incarichi politici che ricopre, per i quali è invece molto apprezzato e amato dagli elettori; può anche darsi che l’espediente sia stato solo un modo per far prima, tra un impegno e l’altro. Eppure, non ci sono stati sconti: in Germania una persona che copia e mente sulla paternità di un proprio lavoro non è moralmente adatto a fare il ministro, e Guttenberg si è dimesso.

Ora, noi potremmo comparare questo caso con la ministra italiana Gelmini, 37enne dalle dubbie qualità, la cui preparazione e i cui meriti per il ruolo che ricopre non sono granché evidenti. La ministra, dopo un diploma di maturità ottenuto in una scuola privata cattolica dopo aver frequentato senza grande successo due diversi licei pubblici, e dopo una laurea in giurisprudenza nella sua natìa Brescia su cui anche le sue compagne di studi si mettono a ridere, ha ottenuto l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato trasferendosi a sostenere l’esame a Reggio Calabria, ed offrendo lei stessa in una intervista questa motivazione: “sono andata a farlo a Reggio Calabria perché a Brescia non si passava”.

Ecco, anche questa ammissione è un’altra forma di onestà, l’onestà dei disonesti, anche se suona più che altro come una presa in giro per chi in Italia ancora studia seriamente. Ma non è questo il punto; il punto è che da noi nessuno ritiene che questo, da solo, sia un motivo sufficiente perché questa persona non possa fare il ministro. Per chi ne chiede le dimissioni, questi fatti sono solo un rafforzativo per le critiche alle sue proposte, o al massimo una dimensione di distinzione umana, “noi siamo quelli che studiano e loro sono quelli che si arrangiano”. Ma se da noi qualcuno chiedesse le dimissioni di un ministro sulla sola base del fatto che ha scelto per dare l’esame il luogo “in cui si passava”, sarebbe preso per pazzo.

Il concetto di “onestà” è pesantemente culturale; ciascuno di noi valuta l’onestà in base al comportamento di chi gli sta attorno – della propria famiglia, nella prima fase della vita, e poi di tutta la società, e specialmente delle persone più conosciute e visibili. Ci vuole un grande sforzo per imporsi un criterio di onestà diverso da quello socialmente definito; è ciò che si chiama “coscienza”, e una persona la sviluppa solo quando diviene veramente adulta – il che, nell’Italia di oggi, spesso non avviene mai. In Italia, poi, la stessa idea di “regola” è un concetto complicato, poco chiaro, soggetto a continui doppi standard per cui la norma scritta non è quasi mai quella applicata, anzi è talvolta del tutto inapplicabile, tutti lo sanno e va bene così; una disonestà disonesta non è accettabile, ma una onesta disonestà è considerata normale, fa parte della vita.

Il danno devastante dunque è proprio questo: le ultime generazioni di italiani sono cresciute con un concetto di onestà completamente diverso da quello utilizzato nel resto d’Europa, e totalmente malato. Forse sarebbe ora di cominciare a pensare a come affrontare questo problema.

[tags]onestà, dimissioni, ministro, germania, guttenberg, gelmini, società, cultura[/tags]

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venerdì 25 Febbraio 2011, 18:11

I furbetti alla guerra di Libia

Dunque, mettiamola così: siete perfettamente coscienti di vivere in un Paese governato da una finta democrazia, ma in realtà in mano a un dittatore che controlla anche buona parte dell’economia della nazione e che ogni giorno si esibisce pubblicamente in comportamenti squallidi – esibizione di donne-oggetto, minacce ai giornalisti e vanterie ridicole – che in tutto il mondo gettano discredito su di voi. Non pensate che sia abbondantemente giunta l’ora di ribellarsi, non necessariamente in maniera violenta, ma di scendere in piazza fin che non sarà costretto ad andarsene?

Se avete risposto di sì, allora come mai nessuno in Italia si aspettava ciò che sta succedendo in Libia?

La risposta è facile quanto scomoda: perché l’italiano medio, vedendo Gheddafi, ha sempre pensato che in fondo era il capo di quel Paese perché quel Paese era come il suo capo, perché i libici erano beduini ignoranti a cui probabilmente tutta quell’esibizione di baracconate luccicanti e di harem di giovani vergini piaceva un mucchio.

Di qui la sicumera con cui tutte le istituzioni e le grandi aziende del Paese – dall’Eni alla Fiat passando per Unicredit – si sono concesse al leader libico, dandosi di gomito e autocomplimentandosi per la furbizia e la spregiudicatezza nel fare affari con Gheddafi, contando sul fatto che tanto lui e i suoi figli sarebbero rimasti al potere per sempre, e accettando di umiliarsi nelle sue buffonate pur di guadagnarci.

Ora gli italiani furbetti sono stati puniti: se la rivoluzione libica si compierà, probabilmente le nostre aziende saranno cacciate dalla Libia a calci nel sedere, se non peggio; se non si compierà, probabilmente scatterà un embargo internazionale verso la Libia che distruggerà i loro affari.

E in più, a noi italiani resta in mano un’ultima domanda: ma se abbiamo fatto affari con Gheddafi considerando i libici un mucchio di fessi inermi che non l’avrebbero mai cacciato, come possiamo lamentarci di quando all’estero ci considerano tutti un mucchio di fessi inermi che continuano a tenersi Berlusconi?

[tags]libia, italia, gheddafi, berlusconi, dittatura, democrazia, rivolte, affari, fessi[/tags]

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