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Archivio per la categoria 'NewGlobal'


giovedì 3 Febbraio 2011, 17:02

Ricordando il Cairo

Chi segue questo blog da lungo tempo ricorderà che sono stato due volte al Cairo, nel 2008; la seconda per uno dei ciclici meeting di ICANN, mentre la prima, più avventurosa, come unico italiano del gruppo e poi da solo, invitato dalla signora Mubarak a parlare di Internet e bambini. Ho girato mezzo mondo, ma di nessun altro posto ho portato via con me una così grande sensazione di inconoscibilità; una sensazione contemporanea di attrazione e di respingimento, di grande ricchezza e di totale barbarie, di civiltà raffinata e di caos cattivo.

Nel giro di due giorni ero passato da un modernissimo villaggio tecnologico pieno di palazzi di vetro, aiuole, palme e connessioni in fibra (c’è ancora ma è ora presidiato dai carri armati) a una passeggiata a piedi per il centro città (comprese le parti non turistiche) che resta una delle esperienze più memorabili della mia vita, insieme spaventosa e meravigliosa. La volta dopo, mi ero goduto un tour notturno (traffico compreso), una festa con espatriati e il giro tra Museo Egizio e centro commerciale; e altre cose che non avevo raccontato, per esempio un party davanti alle piramidi in cui ci ammannirono lo “spettacolo di luci e suoni” (dei laser verdi che disegnano forme sulle pietre, accompagnati da un pessimo impianto audio sparato al massimo) e l’applauso maggiore venne quando saltò di botto la corrente e dovettero spegnerlo.

Le contraddizioni di un posto del genere sono un paio di ordini di grandezza superiori alle nostre, e per questo non mi stupisce quel che sta succedendo. Ora pare che sia in corso una controrivoluzione, che bande di soldati in borghese abbiano circondato i manifestanti in piazza Tahrir (tra l’altro “piazza” è un concetto che mal si adatta a quel posto, direi piuttosto “una spianata occupata da numerosi incroci e svincoli autostradali”) e che li stiano massacrando. Detto che le dinamiche internazionali della situazione ancora mi sfuggono, e che mi pare strano che una cosa del genere possa succedere senza un ok degli americani e degli israeliani (di cui Mubarak è un garante), il Cairo mi è sempre sembrato un posto sull’orlo dell’abisso, con una densità di persone di livello cinese ma con tutt’altra capacità di garantire l’ordine. In questi casi, Internet – che già allora tentavano invano di bloccare – non può che trasmettere la scintilla.

Spero che la situazione migliori, per loro e per gli italiani che stanno là e che avevamo conosciuto (ultimo contatto, per mail, ieri pomeriggio). Spero di poter tornare in un paese pacifico e meno inquietante e frustrante di come era prima, perché alcune delle cose che ci sono là – la moschea di Ibn-Tulun, per esempio – sono davvero speciali.

[tags]cairo, egitto, rivolta, mubarak, viaggi[/tags]

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sabato 29 Gennaio 2011, 19:44

Una riflessione sulle domeniche a piedi

In questi giorni se n’è parlato parecchio un po’ ovunque, e allora vorrei esporre il mio pensiero sulle domeniche ecologiche come quella che si svolgerà domani (perdonate se è un po’ lungo, ma la materia non si può trattare per slogan).

Premetto che a me l’idea di girare tranquillamente per la città a piedi o in bicicletta piace molto, ma che non è questo il punto che deve determinare le decisioni di una amministrazione comunale, dato che ognuno può scegliersi le attività ricreative che preferisce. Quello che però richiede un intervento è il livello di inquinamento: la libertà di muoversi in auto finisce là dove genera danni intollerabili alla collettività, in termini di salute, di ambiente e di costi.

(Infatti, il sussidio economico collettivo all’uso dell’auto privata, in termini di spese per strade, parcheggi, sottopassi, semafori, vigili, incidenti e di spese mediche per le malattie che ne derivano, è incalcolabile; nel momento in cui una parte consistente della cittadinanza rifiuta l’auto privata, le spese che ne derivano dovrebbero essere strettamente accollate a chi invece la usa.)

Quello che però lascia perplessi, tuttavia, è proprio lo scarso collegamento tra domeniche ecologiche e calo dei livelli di inquinamento, spesso del tutto smentito dai dati. E’ vero, si può tirare in ballo un fattore educativo, ma l’idea che chi è rimasto (controvoglia) bloccato in casa la domenica poi impari a non usare l’auto il lunedì mi pare abbastanza dubbia; anzi, scommetto che gli automobilisti incalliti la useranno ancora di più per rifarsi contro i “maledetti ecologisti”.

D’altra parte, non è nemmeno accettabile l’estensione per induzione di questo ragionamento. Il fatto che una domenica di blocco del traffico non faccia particolarmente calare l’inquinamento non vuole affatto dire che il traffico non sia una sorgente importantissima di inquinamento. Se mai, vuol dire che le domeniche ecologiche sono “too little, too late”: un rimedio improvvisato e abborracciato di fronte a una situazione devastante (16 sforamenti dei limiti di legge, già piuttosto generosi, nei primi 18 giorni dell’anno) di cui però nessuno vuole farsi carico, perché all’italiano medio piace essere “benaltrista” e dire che non è la propria auto che inquina, ma il bus pubblico vecchio di vent’anni o la caldaia del palazzo di fronte (mai la propria, beninteso).

Scommetto peraltro che la logica risposta a quest’ultima argomentazione – togliere il blocco del traffico e imporre invece un “blocco delle caldaie” in pieno gennaio – non soddisferebbe comunque chi la espone; e vorrei anche far notare che un bus Euro 0 con anche solo dieci persone a bordo (ma spesso sono venti o cinquanta) inquina comunque molto meno che dieci auto Euro 5 con una persona a bordo ciascuna; peraltro buona parte del parco bus torinese è già stata rinnovata abbastanza di recente.

Dunque, investiamo pure nel rinnovo dei mezzi pubblici (magari elettrici) e in controlli accurati sulle caldaie (e su questo vi rimando alla bella analisi dell’esperto in materia della lista a cinque stelle), ma il traffico è e resta un problema; piantiamola di cercare scuse per non voler fare il sacrificio di usare un po’ meno l’auto privata. (Qualcuno mi ha pure detto che la colpa è delle Alpi che impediscono il ricambio d’aria; vero, ma allora la soluzione qual è, spostare Torino in Liguria? o morire di cancro allargando le braccia e gridando “maledette Alpi”?)

Bisogna però finirla con le improvvisazioni, che moltiplicano il disturbo e il danno ai cittadini. Per questa domenica erano programmate innumerevoli attività private, incontri sportivi, aperture straordinarie di ipermercati e persino l’inaugurazione di un mobilificio, che avrà speso una fortuna in pubblicità: un danno pesante che si poteva evitare se le “domeniche ecologiche” fossero state programmate non con tre giorni d’anticipo, ma con tre mesi.

E poi, piuttosto che bloccare il traffico di domenica bisogna farlo diminuire 365 giorni l’anno. Da una parte bisogna investire per migliorare frequenza e comodità dei mezzi pubblici, puntando su altre linee di metro (magari coi soldi risparmiati non facendo l’inutile TAV Torino-Lione) e su linee di tram e bus ad alta frequenza, aumentando le corsie preferenziali e le vie riservate al trasporto pubblico, diffondendo il bike sharing e piste ciclabili decenti e non raffazzonate come le attuali; dall’altra bisogna disincentivare economicamente le auto private, possibilmente con tariffe proporzionali al valore e al consumo dell’auto per non creare differenze sociali (i ricchi in auto e i poveri in bus).

Se tutti i torinesi che spendono tranquillamente 2000 o 3000 euro l’anno per la propria auto privata ne dessero 300 al Comune, si potrebbero avere mezzi pubblici molto migliori e si potrebbe vivere a Torino senza possedere un’auto, prendendola al car sharing solo quando strettamente necessario; e i torinesi risparmierebbero anche un mucchio di soldi.

[tags]traffico, inquinamento, auto, mezzi pubblici, divieti, domeniche ecologiche[/tags]

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martedì 18 Gennaio 2011, 11:32

La poesia viene da Napoli

Un corto d’autore a favore dell’acqua pubblica dal meetup napoletano: bisogna ammettere che sono creativi.

[tags]acqua pubblica, meetup, napoli[/tags]

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giovedì 13 Gennaio 2011, 20:47

Destra e sinistra ai tempi della rete

Oggi pomeriggio ho scritto la posizione del Movimento 5 Stelle torinese sull’accordo di Mirafiori, e l’ho pubblicata. Uno dei primi commenti è stato: “non siete di sinistra, di più”. E io sono rimasto perplesso: perché?

Destra e sinistra sono termini che ormai vogliono dire poco; le forze politiche attuali (anche quelle “di sinistra”) sono nei fatti allineate al sistema e ne traggono beneficio e rendita di posizione, e a quel punto il modo in cui partecipano al teatrino diventa francamente poco rilevante: alleandosi al primo o al secondo turno, alleandosi con entusiasmo o dopo parole di fuoco, alleandosi su tutto o solo sulle spartizioni interessate, ma sempre alleandosi col PD±L di turno e permettendo ad esso di restare al potere, in cambio di briciole del potere stesso.

Se vogliamo operare una distinzione, dobbiamo dunque operarne una teorica: tra forze politiche che pensassero al bene comune, ci si potrebbe dividere tra quelli che pensano che il bene comune si ottenga lasciando il più possibile liberi di fare i singoli cittadini, e quelli che pensano che il bene comune si ottenga con un grandioso schema pianificato in cui lo Stato è al centro di tutto. Questa, nella lontana galassia in cui i politici sono onesti e disinteressati, sarebbe la differenza tra la destra e la sinistra.

In questo schema, un internettaro come me non può che stare dalla parte della libertà; Internet è il meraviglioso prodotto della libera e incontrollata iniziativa individuale di tantissime persone, senza alcuna pianificazione o alcun controllo centralizzato, e con regole che (almeno nella sua fase costitutiva) si evolvevano davvero dal basso.

E allora com’è che su Mirafiori parlo di tassare le stock option all’80% o mettere dazi alle importazioni? Beh, vedete, Internet è anche il meraviglioso prodotto della libera condivisione, ovvero di tante persone che hanno usato la propria libertà per farsi tra loro del bene invece che del male, capendo che così si sarebbero ottenuti vantaggi superiori per tutti. La competizione a somma zero, quella in cui ognuno costruisce per sé solo sottraendo agli altri, non sta nello spirito della rete, né funziona.

Insomma, condivisione e competizione non sono – come ci hanno fatto credere – due concetti tra loro inconciliabili, ma sono due facce della stessa medaglia. La competizione promuove l’innovazione e l’ingegno, ma non potrebbe esistere se non partisse da una base condivisa di sapere e di opportunità. Compito della politica è mantenere l’equilibrio tra le due facce della medaglia, lasciando libere le persone di sviluppare al meglio le proprie attitudini e le proprie potenzialità, ma garantendo la solidarietà necessaria perché possano esistere diritti, sicurezze e opportunità per tutti, senza le quali non c’è civiltà ma solo la giungla, e a lungo termine non c’è benessere per nessuno.

E’ per questo che è così difficile interpretare secondo i vecchi schemi quello che diciamo; e intanto, io mi colloco fieramente a destristra. Ma anche un po’ a sinestra.

[tags]politica, destra, sinistra, rete, internet, condivisione, competizione, liberismo, comunismo, mirafiori[/tags]

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lunedì 10 Gennaio 2011, 17:14

Marchionne, il sindacato e l’assenza di futuro

Sabato pomeriggio sono andato al presidio che la FIOM ha organizzato in piazza Castello per spiegare le ragioni del no all’accordo di Mirafiori. Abbiamo voluto esserci per dimostrare la solidarietà ai lavoratori (non tanto al sindacato in sé, istituzione la cui versione italica io non amo proprio), e nel frattempo io ho girato qualche immagine che vi lascio qui sotto.

Personalmente trovo l’accordo di Mirafiori scandaloso innanzi tutto nel modo in cui è maturato; è un ricatto con cui Marchionne dice “o lavorate a condizioni sempre peggiori o io chiudo le fabbriche italiane” (e non è detto che tra le due strade speri nella prima). Scandaloso, più ancora il fatto che Marchionne “ci provi”, è il fatto che il Paese si chini a novanta; che non ci sia una controparte seria in grado di giocare non in difesa, ma in attacco.

Già, perché il famoso progetto Fabbrica Italia, almeno per quanto riguarda Mirafiori, non mi convince proprio: che futuro può avere uno stabilimento che dovrebbe produrre SUV americani su licenza? E’ questo, secondo Marchionne, il veicolo del futuro, o è un modo per trascinare Mirafiori ancora per qualche anno in condizioni sempre peggiori, stile ThyssenKrupp, in attesa di poterlo chiudere per sfinimento?

Una delle cose più interessanti che ho fatto sabato è stata chiacchierare un po’ con un operaio dello stampaggio di Mirafiori. Mi ha detto più o meno “qui ci limano turni e pause perché saremmo troppo poco produttivi, eppure nel mio reparto il macchinario più recente ha almeno vent’anni e molti ne hanno quaranta; per cui, se in Volkswagen cambiano stampo in dieci minuti, noi ci mettiamo tre ore, periodo in cui la produzione resta ferma. Visto che ora la produzione è sempre più just in time e a piccoli lotti, questo vuol dire che per molto tempo la linea è improduttiva; ma non dipende dai lavoratori, ma dal fatto che la Fiat non ha mai investito per aggiornare tecnologicamente lo stabilimento”.

Ovvero, condizioni cinesi: io quest’estate ho visitato lo stabilimento Volkswagen di Shanghai e lì non ci sono robot o macchinari moderni, solo miriadi di operai con saldatori e persino cacciaviti in mano, come negli anni ’50. Evidentemente questo è il futuro che Marchionne ha in testa per le fabbriche italiane.

E qui, come dicevo, arrivano le magagne del sindacato: perché il sindacato ha passato gli ultimi trent’anni con la testa nella sabbia, confondendo la difesa dei lavoratori con la conservazione dello status quo, grazie a cui i sindacalisti hanno goduto di privilegi personali; e arrivando a difendere anche le inefficienze, come se il problema della competitività internazionale non si ponesse mai, come se non fosse inevitabile che in una fabbrica di auto arretrata e con prodotti poco competitivi presto non ci sarebbero stati più soldi per tutti, e che i tagli sarebbero stati scaricati sui lavoratori.

Io avrei voluto che fosse il sindacato a chiedere alla Fiat un piano industriale adeguato alla mobilità del “post petrolio”, basata su veicoli energeticamente efficienti e non inquinanti (e su una diversificazione verso settori attigui, come la cogenerazione) e su uno spostamento verso il trasporto pubblico e collettivo. La Fiat che idee ha per affrontare questa prospettiva? Apparentemente, nessuna. E la FIOM? Beh, temo, anche. E’ questo – non i dieci minuti di pausa di operai che peraltro lavorano già 40 ore settimanali contro le 35 dei tedeschi – che fa la differenza sulla competitività futura della nostra industria automobilistica.

A tutto questo si aggiunge però un altro scandalo, quello dell’ingiustizia sociale. Se l’Italia deve accettare sacrifici per recuperare competitività, li devono fare tutti. Non è accettabile che si peggiorino le condizioni di vita e di salute degli operai mentre Marchionne guadagna 120 milioni di euro con le sue stock option, tassate perdipiù al 12,5%. A me piacerebbe fare il conto di quanti soldi ha dato alla Fiat la collettività con la cassa integrazione, con gli incentivi alla rottamazione, con le regalie tipo l’acquisto delle aree TNE (60 milioni di euro) o la svendita dello Stadio delle Alpi a scopo di centro commerciale. Facendo i conti, potremmo scoprire che Mirafiori in realtà dovrebbe già essere nostra.

[tags]fiat, fiom, auto, mirafiori, marchionne, industria, lavoro, operai, trasporti[/tags]

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mercoledì 5 Gennaio 2011, 19:47

Ancora sulla montagna

A valle (è il caso di dirlo) del post montano di ieri, su Facebook è iniziata una discussione su cosa sia la montagna, su come venga maltrattata e mal considerata dalla società di oggi. E allora, c’è un’altra cosa che vorrei farvi vedere.

Sono stato a Cervinia una volta sola, due estati fa; e anche lì ero stato sconvolto dall’urbanizzazione degradata, compreso il degrado dei vecchi impianti funiviari del dopoguerra. Tra questi impianti c’era quello del Furggen: una delle funivie più ardite della storia alpina, con un’unica immensa campata di tre chilometri che saliva infine quasi verticalmente fino a una stazioncina di arrivo aggrappata alla roccia (progettata sulla carta da Carlo Mollino, ma realizzata ben più al risparmio). Inaugurato nel 1952, chiuse nel 1993 quando, dopo soli quarant’anni di esercizio (le funivie sono programmate per durarne sessanta), una delle funi una notte rimase incastrata per il ghiaccio e si ruppe all’avvio, fortunatamente senza vittime. Risistemarlo costava troppo e l’impianto fu abbandonato.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che in cima a una montagna, proprio di fronte al Cervino, c’è un edificio di cemento lasciato bellamente lì a morire. La morte dei manufatti umani in alta montagna è dolorosa e cruenta, ma anche meritata; è una giusta vendetta della natura. Questa funivia aveva un’appendice particolarmente invasiva al tempo, e particolarmente horror oggi: dopo i primi anni di esercizio, in cui numerosi sciatori scivolavano nel primo tratto in cresta cadendo in qualche centinaio di metri di strapiombo sul lato svizzero, fu realizzato un orrido tunnel di cemento appoggiato sul fianco della montagna, pieno di gradini in discesa che gli sciatori percorrevano con gli attrezzi in spalla. I mitici esploratori crucchi di Retrofutur ci sono saliti, e hanno realizzato una serie di impressionanti video di ciò che resta del tutto.

Ma non è questa la cosa più impressionante; la cosa più impressionante sta invece in un paio di altre foto. Questa, infatti, è l’uscita del tunnel suddetto, fotografata nell’estate del 2008. Ovviamente l’immagine vi lascerà perplessi: ma come, finisce su uno strapiombo di rocce? Come facevano gli sciatori a lanciarsi giù? Sarà crollata la montagna?

La risposta sta in questa immagine qui sotto: la foto della pista con gli sciatori sopra nel 1993, e la stessa foto nel 2008. Le due righe rosse corrispondono allo stesso profilo; nel cerchietto giallo a destra (a sinistra è subito sopra la pista a metà crinale) l’uscita del tunnel.

furrgenTunnelPisteVergleich_med.jpg

In quindici anni, sono spariti circa quindici metri di ghiacciaio, a causa del riscaldamento globale: e dunque il “piano pista” si è corrispondentemente abbassato. Anche volessero, oggi non potrebbero più rifare quell’impianto così com’era. Ma ho il sospetto che, a fronte di questa ecatombe gelata, la perdita di una pista da sci non sia il problema principale.

[tags]cervinia, furggen, funivie, sci, montagna, ghiacciaio, riscaldamento globale[/tags]

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martedì 28 Dicembre 2010, 17:44

Sì, viaggiare

Questo è quasi certamente l’ultimo post dell’anno: sto infatti per staccare qualche giorno in montagna, e (grazie a Vodafone, di cui a tempo debito scriverò per bene peste e corna) non avrò la connessione a Internet. Certo, c’è sempre la biblioteca di Brusson, ma vedrò di non andarci se non in caso di necessità…

Oggi era una bella giornata e fuori dalla mia finestra si vedeva tutto l’imbocco della Valsusa, col Musiné da un lato e la Sacra dall’altro. Era una di quelle giornate dal panorama magnifico e infinito che ti invogliano proprio ad andare, e dunque me lo sono chiesto: ma perché, oggi, sono a Torino e non in uno dei tanti altri posti che ho visitato? In questi ultimi anni ho un po’ ridotto il ritmo dei miei giri per il mondo; comunque nel 2010 sono stato due volte a Londra, ho fatto un giro tra Belgio e Germania, sono stato una settimana a Vilnius e un mese in Cina (sempre con qualche forma di sovvenzione da organizzazioni varie).

Negli ultimi dieci anni ho avuto la fortuna di venire spedito o invitato in mezzo mondo. Viaggiare spesso, specialmente quando non lo si fa per turismo, cambia la forma mentis; ti abitua a modi di vivere diversi dal tuo, ti fa scoprire il meglio e il peggio degli altri, ti dà idee e progetti. Ti spinge, anche, a ritrovare la tua cultura: non mi sarei mai interessato davvero al piemontese se non mi fossi trovato qua e là per mezzo mondo, perché è proprio quando ti trovi a confronto con l’altro che impari quanto sia importante essere se stessi.

Allo stesso tempo, impari che a Londra o a Shanghai (o in un villaggio della campagna lituana) si può vivere altrettanto bene che a Torino, con dei pro e dei contro diversi, e dunque che non c’è alcun vero motivo per stare in un posto preciso. Capisci, insomma, la bellezza del nomadismo; il sogno di viaggiare senza fermarsi mai, di scoprire sempre un posto nuovo, o di ritrovare, uguale e diverso, un posto dove sei già stato tanto tempo fa.

Capisci, anche, che la nostra società non incoraggia il viaggiare che non sia fuggevole consumo; che, specialmente in Italia (ma non solo), siamo ancora un branco di animali dove il fatto di essere fisso lì da tanto tempo è premiante, perché in una società piramidale il ruolo sociale è importante, e si acquista solo con una lunga interazione con gli abitanti del posto. Il nomade, dunque, ha il privilegio di saperne di più; e la condanna di essere sempre marginale ovunque si fermi.

Accanto al nomadismo tradizionale ed evidente, quello degli zingari, c’è ormai in gran misura un nomadismo sottile e poco notato, quello di chi gira il mondo da un lavoro all’altro, da una università all’altra, da una multinazionale all’altra. E’ questa, se c’è, la base di una possibile nazione mondiale, una classe di persone che non rinnegano le proprie origini, ma per cui il passaporto è essenzialmente una fidelity card e i confini degli Stati sono soltanto una coda in più all’aeroporto. Sono persone spesso viste con sospetto, anche perché sono in parte l’ossatura del potere globalizzato; eppure, sono di solito quelle che immaginano meglio il futuro.

[tags]viaggiare, nazionalità, nomadi, globalizzazione, patria, società[/tags]

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martedì 21 Dicembre 2010, 15:46

L’economia possibile

Gli amici del Movimento 5 Stelle Campania hanno montato questo piccolo video con spezzoni di Report, per mostrare come un’altra economia sia possibile, qui e adesso; una economia non monetaria, non basata sul PIL, non devastante per l’ambiente, non schiava delle banche e delle multinazionali. Forse non potrà essere subito tutto così, ma non c’è dubbio che questa sia la strada giusta da percorrere.

[tags]economia, pil, decrescita, movimento 5 stelle, report[/tags]

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sabato 11 Dicembre 2010, 12:10

Rotolando per la via

Mentre noi arriviamo al massimo a scagliare souvenir, altri popoli più seri del nostro non si fanno problemi a tagliare la testa ai regnanti di turno. Non è dunque particolarmente strano che l’incauto avventurarsi del futuro re d’Inghilterra per la centralissima Regent Street sia stato salutato al grido di “tory scum” e “off with their heads” (che vuol dire proprio “tagliamogli la testa”).

Prince-Charles-and-Camill-006.jpg

A ben sentire le grida si capisce che il tasso alcoolico dei partecipanti alla protesta era piuttosto elevato, cosa peraltro più che normale per la gioventù britannica. Eppure basta leggere le cronache della storia di Londra per sapere che le folle urlanti e incontrollate ne hanno caratterizzato la vita in ogni epoca; è un suo carattere precipuo.

Insomma, la famosa citazione di Thomas Jefferson “Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli” (sì è di Thomas Jefferson, non di V per Vendetta) non è mai stata così di attualità.

Certo, bisogna che il popolo in questione sappia farsi valere; speriamo tutti che l’attuale crisi della nostra società globale si possa risolvere senza drammi e senza decapitazioni, ma allo stesso tempo non c’è mai stato bisogno di protesta, piazza e indignazione come in questo periodo.

Tanto per cominciare, oggi pomeriggio saremo in giro per la piana di Susa per la parte italiana della giornata europea contro le grandi opere inutili (raduno dalle 14 all’autoporto, all’uscita dell’autostrada). Se questo non vi piace, comunque, ci sono tanti altri motivi per manifestare: dall’acqua pubblica alla corruzione in Parlamento. L’importante è non stare seduti lì a lamentarsi e basta…

[tags]londra, proteste, inghilterra, manifestazioni, jefferson, no tav[/tags]

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giovedì 2 Dicembre 2010, 17:42

Inquinamento da bit

Story Of Stuff è un progetto di un gruppo di ambientalisti americani per sensibilizzare le persone sugli effetti devastanti del nostro stile di vita. Il loro ultimo video fa proprio per noi che viviamo davanti a un computer: spiega il principio che sta dietro al moderno mercato dell’elettronica, quello per cui ciascun apparecchio viene progettato apposta per durare pochissimo e per essere incompatibile con quelli passati e quelli futuri.

Dovrebbero essere cose ovvie, ma forse non ci avevate mai riflettuto bene: e allora è importante capire come stanno le cose, e come su queste materie il mercato non basti, e sia la buona politica a dover intervenire, per stabilire regole del gioco che tengano conto del bene comune e dei costi nascosti.

[tags]inquinamento, elettronica, economia, mercato, ambiente[/tags]

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