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Archivio per la categoria 'Piangioccioni'


domenica 8 Giugno 2008, 12:14

Cambiano i valori

Il bullismo esiste da sempre; ci sono sempre stati bambini, ragazzi e adolescenti più violenti degli altri. Si comincia per sfogare frustrazioni familiari, carenze affettive, problemi di inserimento; poi ci si abitua a usare la violenza come risposta a qualsiasi tipo di frustrazione o di sconfitta anche piccola che la vita impartisce. Classicamente, quando si arriva all’adolescenza, il bullismo parte dai maschi, più aggressivi e più forti; e diventa un modo per sfogare l’invidia, per vendicarsi di quelli che ottengono risultati migliori, tipicamente sul piano scolastico.

Per questo ho trovato interessante, anche se ormai non certo sorprendente, questa notizia: un gruppo di ragazze picchia una compagna perché è più carina di loro. Non fa certo notizia che siano delle ragazze a picchiarsi; ormai la confusione parità tra i sessi è acquisita. Inoltre, le notizie di pestaggi tra ragazze per questioni di fidanzati sono sempre più frequenti; ma in quel caso si tratta di una competizione concreta per il partner, quella che in ambo i sessi suscita biologicamente le motivazioni maggiori. In questo caso, però, non paiono esserci rivalità concrete: semplicemente, si picchia una ragazza per invidia, perché essendo più bella avrà più successo nella vita.

Ed è questa la cosa interessante: una volta, infatti, si picchiavano i secchioni, perché avendo migliori risultati nello studio avrebbero avuto più successo nella vita. Ora anche i più giovani hanno assimilato il concetto che, almeno in Italia, lo studio è irrilevante, e il parametro per avere successo è la bellezza. Speriamo bene: così almeno i nostri migliori talenti avranno modo di sopravvivere alle scuole superiori, prima di emigrare in un paese dove l’appeal della capacità intellettuale non sia ancora stato collettivamente abolito.

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mercoledì 4 Giugno 2008, 11:17

Nati stanchi

È sicuramente interessante leggere questo articolo sul karoshi, il fenomeno tutto giapponese dei morti da iperlavoro: ragazzi di vent’anni che si suicidano o muoiono d’infarto per lo stress, dopo aver lavorato stabilmente sessanta o settanta ore la settimana per anni. La cultura giapponese è anche questa; potete chiedere a qualche giapponese che ricordo ha di suo padre, e spesso otterrete risposte come “sì ce l’ho presente, lo vedevamo ogni tanto a cena” e “era gentile, alle volte la domenica non andava a lavorare per stare con noi”. Non tutte le posizioni lavorative sono così impegnative, ma certamente per i giapponesi il lavoro è un dovere quasi mistico, lo sforzo con cui ripagano la collettività per il piacere di farne parte.

Già so come reagiranno molti italiani stamattina, leggendo quell’articolo su Repubblica: “anch’io, anch’io!”. Esiste in Italia una categoria che non si lamenti di lavorare troppo? Lo fanno molti insegnanti, diciotto ore in classe la settimana “ma abbiamo anche i compiti da correggere e le attività integrative” (quelli che lo fanno seriamente; esiste tutta una categoria di insegnanti che svolte le diciotto ore se ne va a casa). Lo fanno i dipendenti delle Poste, cinque ore e mezza di sportello al giorno. Lo fanno anche quegli impiegati del privato che stanno in ufficio dalle nove alle sei, ma facendo una pausa caffé ogni ora, inframmezzata a pause giornale e a pause telefonata; e si stupiscono quando apprendono che all’estero il lavoro è lavoro, e l’idea di una pausa ogni ora è vista come insensata.

E’ indubbio che nella società moderna esista un problema di iperlavoro, che è collegato al più generale problema di una società orientata a produrre di più invece che a vivere meglio. In Italia, però, questo problema riguarda una minoranza di lavoratori, ancora più piccola che altrove: lo stesso articolo di cui sopra dice che i lavoratori che lavorano troppo, svolgendo in media più di cinquanta ore a settimana, sono il 28% in Giappone, circa il 10% nei maggiori paesi europei, ma solo il 4% in Italia. Non ci sono invece i dati a proposito della percentuale di lavoratori che si lamenta di lavorare troppo, ma scommetterei che i valori sono rovesciati.

Quel 4%, in Italia, è spesso ben pagato; si tratta di persone che per le loro aziende sono difficilmente sostituibili, perché più bravi della media, e perché disposti a tappare anche i buchi lasciati dai loro colleghi. Non si tratta insomma necessariamente di sfruttamento, ma piuttosto di una libera scelta: tu mi paghi di più perché io rinunci al mio tempo libero; io faccio carriera e mi costruisco una esperienza di valore, magari sapendo che tra qualche anno mi chiamerò fuori e capitalizzerò il sacrificio. Finché è fatto liberamente e non arriva a minare la salute, mi sembra uno scambio più che legittimo.

In Italia però non piace, perché dimostrare che lavorare meglio e di più è possibile implica evidenziare quanto male e pigramente lavorino tanti colleghi; e allora arriva l’invidia, l’accusa di essere crumiri, o anche solo il perverso ragionamento cartaceo, “visto che il nostro livello e le nostre mansioni sulla carta sono le stesse, dovrei guadagnare anch’io come lui”. Perché da noi chi si sbatte più della media, chi non si approfitta di ogni minima opportunità per perdere tempo, è spesso considerato un fesso o un provocatore.

Mi spiace quindi di reagire male quando vedo gli italiani che si lamentano o che si paragonano ai giapponesi, senza avere la minima idea di cosa voglia dire lavorare come in Giappone. Di solito mi danno del fascista o del padrone schiavista. Sarà. Penso però che prima di imbracciare la “decrescita felice” – che pure è l’unico progetto sociale sensato per i prossimi cinquant’anni – dovremmo ogni tanto aver imbracciato la crescita.

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martedì 6 Maggio 2008, 18:25

Piangioccioni in rivolta

È un po’ che penso a come commentare non tanto i fatti di Verona – “normale” aggressione di naziskin – ma quelli di piazza Vittorio a Torino, con duecento persone che picchiano e cacciano i vigili intenti a far multe, e “liberano” la piazza (gridano proprio così, “libertà”: qui un video).

In un’altra discussione, l’ho definito come una pericolosa anteprima, quella della fine dello Stato di diritto. Perché abbiamo un sistema giudiziario e un sistema di ordine pubblico che non sono minimamente in grado di far rispettare le regole e di applicare le relative punizioni, quindi è come non averli. Il salto di qualità, però, avviene quando anche la gente “normale” – quella che finora ha sempre subito – capisce che non ci sono più vincoli, che si può fare qualsiasi cosa, basta essere in tanti ed osare.

Non si tratta più né di extracomunitari che fanno quel che vogliono ma dentro i loro ghetti, né di qualche ronda padana fatta per le telecamere, né della generica ignoranza del codice della strada, né di qualche stupro o pestaggio isolato come a Verona: semplicemente, duecento persone in una piazza hanno deciso che se le regole non valgono per gli altri allora non valgono più neanche per loro, e hanno cacciato i vigili urbani con la forza (se non scappavano sarebbero stati linciati senza il minimo dubbio), semplicemente perché facevano multe per divieto di sosta.

Ora, tutti a lamentarsi dei giovani bulli in branco, forti solo in gruppo e vigliacchi da soli, tutti pieni di soldi di papà, di macchinoni nuovi da parcheggiare in divieto e di vestiti firmatissimi, a coprire la loro profonda insicurezza e/o ignoranza. Io, però, li capisco. Li capisco in termini morali, nel senso che basta guardarsi attorno per trovare evidenti casi di gruppi sociali che se ne fregano delle regole, anche lì, anche nel sabato sera in centro, tra un venditore di occhiali fluorescenti che non se ne vuole andare e ti manda affanculo se non compri, e un parcheggiatore che ti riga il macchinone nuovo se non paghi; e allora perché, con questi esempi sotto gli occhi, i ventenni di oggi dovrebbero rispettare i divieti di sosta, o accettare di essere puniti quando non lo sono stati mai nella loro vita, quando non lo è più quasi nessuno, nemmeno i mafiosi, nemmeno gli evasori, nemmeno gli stupratori? E li capisco in termini comportamentali, perché hanno dimostrato che lo Stato batte in ritirata anche con loro, basta alzare la voce; e perché l’aggressività in branco è la risorsa del piangioccione mai educato a pensare con la propria testa e invece abituato a deresponsabilizzarsi e fare la vittima.

E’ giusto invocare una risposta durissima ad un evento come questo, che peraltro – come testimoniano le continue lamentele – si ripete su scala più piccola ad ogni angolo di strada, con il “popolo della notte” che sgomma e smarmitta alle tre di notte e i vigili che battono in ritirata per paura. Ma sarebbe praticamente ed eticamente sbagliato considerare la repressione del singolo episodio come una soluzione, e finirla lì: per prima cosa, lo Stato deve dimostrare che c’è. Deve smetterla di ritirarsi, e agire con tutta la forza che può, per rimediare a vent’anni di debolezza. Deve dimostrare che da domani le regole vanno di nuovo rispettate, ma da tutti, non solo dal torinese medio. Con equità ma con severità: come un buon padre, non come un padre di oggi.

Capita quindi tristemente a fagiolo quest’altra storia, il disgustoso top del piangioccionismo: la ragazza venticinquenne che, di ritorno da una festa, alle dieci del mattino e ubriaca, investe e uccide un ciclista. L’impatto avviene in pieno giorno, ed è talmente violento che l’auto perde il parabrezza, e inoltre, stando ai testimoni, la bici della povera vittima rimane sul cofano per centinaia di metri, prima di scivolare giù; insomma, non un fatto di cui ci si possa non accorgere, nemmeno se si è alticci. Eppure, come da manuale, la reazione è far finta di niente e trovare una scusa, prima di tutto con se stessi; di assumersi le proprie responsabilità non se ne parla proprio.

E così, la ragazza non si ferma nemmeno, lascia lì il ciclista morente, riparte, arriva a casa, e racconta di aver investito un cinghiale; e poi se ne va bellamente a dormire. Quando la beccano i carabinieri, insiste: io? Io ho soltanto investito un cinghiale; no no, non mi ero accorta di niente! Purtroppo non è marmellata, ma sangue; ma molto si capisce leggendo l’intervista del padre, tutta concentrata sul difendere la “bambina”, che poveretta lavora la sera, e poveretta quando smonta alle 4,30 del mattino avrà pur diritto di andare in discoteca e bere qualcosa, e poi sicuramente avrà avuto un colpo di sonno, quindi la colpa non è sua, è del sonno. Anzi no, è del drink. Bastardo di un drink che con le sue gambette si è arrampicato sulla ragazza e le si è infilato in bocca a forza.

In attesa che inventino il sacrosanto reato di omessa educazione dei figli e mettano in galera metà degli attuali cinquantenni, ci tocca pensare con terrore a che cosa faranno i ventenni d’oggi quando diventeranno a loro volta genitori.

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giovedì 1 Maggio 2008, 12:14

La sceneggiata Napolitano

Ha fatto discutere, ieri su Repubblica, la lettera a Napolitano di una ragazza napoletana “costretta” ad abortire perché in due guadagnano “solo” 1300 euro al mese, avendo pure la casa gratis da un parente. Questo blog, oltre ad essersi finalmente deciso ad istituire con effetto retroattivo la doverosa categoria Piangioccioni, ha realizzato uno scoop clamoroso: ha scoperto il primo testo della lettera, quello effettivamente scritto dalla ragazza prima che Repubblica ci mettesse le mani. Riportiamo qui sotto i due testi, fianco a fianco, senza commento.

Nota: Nella bozza compaiono anche alcuni dati autobiografici che Repubblica ha poi attentamente omesso dal testo finale, ma che sono stati prontamente spiattellati dalla ragazza nei suoi quindici minuti di celebrità.


Testo pubblicato da Repubblica Testo originale
Egregio Presidente, sono incinta. Egregio Presidente, ho quasi trent’anni, ho un lavoro, sono sposata e sono incinta. Ciao Nappy, sono incinta. Sai Nappy, ho trent’anni, ho un lavoro, sono sposata (il mio lui è cubano venticinquenne, è un artista, sai mi sono innamorata subito, l’ho guardato e ho pensato “mì che artista!”), ma non ho ancora imparato a prendere la pillola.
Egregio Presidente, tra un paio di settimane abortirò!! E così, Nappy, mo’ voglio usare ‘stu figlio per farmi pubblicità e vedere se scucio dei soldi a qualcuno.
Nonostante la mia non fosse una gravidanza programmata, l’aver scoperto di essere positiva al test mi ha dato un’emozione bruciante, una felicità incontenibile. L’idea di aver concepito un figlio con l’uomo che amo è qualcosa di così forte ed intimo che è impossibile da spiegare. Io ‘stu figlio proprio non lo volevo, e a dire il vero di ‘sto negrone mi sto anche un po’ rompendo le palle, però aspetta che prendo un paio di Harmony e tracopio un paio di frasi ad effetto, così magari riesco a convincere pure me stessa che lo amo ancora, pure se m’ha messa incinta a tradimento perché non gli piace il preservativo.
Ad ogni modo la mia gioia non ha visto la luce del giorno dopo. Ben presto la ragione, come spesso accade, ha preso il posto del cuore e mi ha schiaffeggiata forte, come si fa per scacciare in un colpo una forte sbronza. Trombare senza preservativo è stato bellissimo, però poi sono scesi gli ormoni e ho capito di aver fatto una gran minchiata.
La verità, mio caro Presidente, è che nonostante sia io che mio marito abbiamo un lavoro, un lavoro che ci impegna 6 giorni alla settimana e che abbiamo trovato dopo infiniti “lavoretti” che definire umilianti e sottopagati è dir poco; ebbene dopo tutto ciò, ad oggi le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro al mese. Sai Nappy, io non sono manco laureata, però non è possibile che oggi a Napoli una vada a cercare lavoro e non le offrano subito duemila euro al mese per non fare un cazzo! Che vergogna! Così ci tocca lavorare addirittura anche il sabato, per guadagnare una miseria, due lire, insomma 1300 euro al mese, che non ci pago nemmeno la vacanza a Sciarm.
Per trovare questo lavoro qualche anno fa ho rinunciato a portare a termine la mia carriera universitaria. Nonostante il profitto fosse elevato e la mia media superasse il 29, dissi addio ai miei studi e al mio praticantato da giornalista. Studiavo Scienze Politiche a Napoli, una facoltà che Arvard e Ieyl gli fanno un pippone. Lì agli esami ti danno o 29 o 30, io ero tra quelli che prendevano 29. Così ho smesso di studiare e già che c’ero pure di lavorare, che era tanta tanta fatica, Nappy!
Quest’ultima rinuncia fu per me la più dolorosa perché la verità è che, seppur i miei compiti di neofita fossero praticamente identici a quelli di un professionista, non ho mai riscosso neppure un centesimo dal quotidiano locale per il quale scrivevo. Pensa che avevo scritto già tanti articoli, uno sul divieto di sosta in via Ponte Cagnano, uno pure sul nuovo centro commerciale, e però non m’avevano ancora assunta, e come si fa allora, che io c’ho fretta di farmi assumere, che poi devo mettermi in maternità ed entro tre anni voglio andare in pensione!
Il lavoro era splendido, ma non si può vivere solo di passione. Quindi ho mollato il lavoro per avere più tempo per il mio uomo, che mi appassionava di più, ma poi ho capito che nun mi danno uno stipendio solo per trombare!
Purtroppo la vita mi mise di fronte ad una scelta. Mi ero innamorata e desideravo vivere insieme al mio compagno, quindi, o perseguivo la mia ambizione, che mi imponeva però di gravare ancora sulle spalle della mia famiglia, oppure spiccavo il volo e mi rimboccavo le maniche accettando qualsiasi tipo di occupazione che mi garantisse un reddito, dandomi la possibilità di coronare il mio sogno d’amore. I miei genitori, alla vista di un fidanzato artista cubano venticinquenne, mi hanno diseredata e buttata fuori di casa, quindi o lo mollavo, mi laureavo e facevo una vita come chiunque altro, o, pensa, mi toccava lavorare e mantenermi da sola, e ho solo trent’anni!!
Scelsi la seconda strada. Scelsi l’amore! Scelsi l’amore e glielo assicuro, Signor Presidente, non c’è stato un giorno, da allora, in cui io me ne sia pentita!!! E qui ho fatto un’altra minchiata e ancora mi chiedo perché, Nappy, ma non lo voglio ammettere perché la mia autostima andrebbe in crisi, quindi invoco te, la Madonna e Maradona.
Ora però è diverso…! Ma, in effetti, ho proprio fatto una minchiata.
Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza, sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza; Nappy, è vero che a Napule la vita costa un terzo che a Milano e a Milano è pieno di famiglie che vivono con 1000 euro al mese senza nemmeno avere la casa pagata come me, ma nu figliu costa, che c’ha bisogno delle pappine, dei pannolini, del passeggino firmato del Grande Fratello… Poi vedessi mai che non posso più andare in palestra e al mio uomo tocca rinunciare alla pleistescion! Lui alla pleistescion non rinuncia, io alla palestra nemmeno, e stu figlio poi resta senza pappine!
oppure andare su quel lettino d’ ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà via per sempre!! Non importa se ce ne saranno altri dopo di lui… Il mio bimbo non tornerà più!! Non tornerà mai più!!!! (Qui fare sceneggiata, inventarsi qualcosa di splatter, che Nappy è vecchio e s’impressiona facilmente!)
Ma questa è la vita!! Giusto, Signor Presidente??? Nappy, ma veramente la vita è così? Io non pensavo proprio! Nisciuno me l’aveva detto!
Si, questa è la vita!!! Qui non c’è nessuno che ti tende una mano, nessuno che ti aiuti quando hai veramente bisogno!! E per favore, mi risparmi banalità del tipo: “Dove si mangia in due, si mangia anche in tre!!”. Capisci, mi tocca veramente pensare a me stessa! Io! Com’è possibile che non mi basti sedere lì e chiamare la mamma?
Mi risparmi la retorica, perché è l’ultima cosa di cui ho bisogno. Caccia i soldi, Nappy!
Sa benissimo anche Lei che se ad oggi, ad esempio, decidessi di adottare un figlio, nessun Ente mi accorderebbe mai il suo consenso. Nessun assistente sociale affiderebbe a me e a mio marito un bambino e questo perché i nostri introiti verrebbero considerati insufficienti al sostentamento di un’altra persona. Nessuno si sentirebbe di condannare quell’assistente sociale per una scelta di questo tipo, giusto?? Dunque se un giorno Giorg Cluny venisse a Napule pittato da artista cubano e mi incontrasse per strada, rimarrebbe rapito dalla mia bellezza e quindi mi firmerebbe un assegno da un milione di dollari e io lo incasserei subito e nessuno mi direbbe niente, giusto??
Egli sarebbe considerato un professionista attento ai bisogni del minore. Farebbe solo ciò che dovrebbero fare tutti quando mi vedono.
E allora mi chiedo e chiedo a chiunque sia pronto a dire che non si dovrebbe mai abortire, perché “se c’è l’amore c’è tutto”, io chiedo a queste persone: “Ma hanno forse più necessità i bimbi adottivi rispetto a quelli biologici???” E allora, caro Nappy, caro Ferrara e cari vescovi, forse che un milione di dollari mi farebbe meno comodo solo perché Giorg Cluny oggi non poteva passare?
Credo di no, Signor Presidente!! Credo proprio di no!!!!! Comunque è inutile arrovellarsi su dubbi e domande che non troveranno una risposta e che, già lo so, continueranno a tormentarmi e ad attanagliarmi l’anima per sempre!!! Certo che no, Nappy!! Quindi ho diritto a un milione di dollari, cacciali subito o verrò lì al Viminale per farti venire i sensi di colpa, dei sensi di colpa tremendi, tremendissimi!!
Ma c’è una domanda, mio caro Presidente, a cui vorrei che Lei rispondesse: PERCHE’, per il solo fatto di aver avuto la sfortuna di nascere in questo paese, un Paese che detesta i giovani, che ne ha già ucciso sogni e speranze e che ha già dato in pasto ai ratti le ceneri del loro futuro; Insomma Nappy: vedi come sono BRAVA ad accampare scuse di ogni genere pur di non prendermi la responsabilità della mia vita e delle cazzate che ho fatto imperterrita una dietro l’altra? Come me fanno ogni giorno milioni di giovani italiani!
ebbene perché per il solo fatto di esser nata qui, ho dovuto rinunciare prima alla mia ambizione a crearmi una carriera soddisfacente, Vedi, Biagi fu licenziato ingiustamente per motivi politici, quindi sono stata licenziata ingiustamente anch’io, anche se sono io che me ne sono andata volontariamente!
e cosa infinitamente più drammatica, sono costretta adesso a rinunciare al mio DIRITTO ad essere MADRE????????? Io esisto, quindi ho diritto a casa gratis! cibo gratis! stipendio gratis! pensione gratis! auto gratis! pleistescion gratis! vacanze gratis! tivvù al plasma gratis! e il figlio pure gratis, che tanto a me di lui nun me ne fotte un cazzo, se no non abortirei e comunque non comincerei a strumentalizzarlo prima ancora che nasca! quindi se voi volete stu figlio, pagatemelo voi! Insomma, NDO cazzo STA il mio MILIONE DI DOLLARI??????????????????
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venerdì 11 Aprile 2008, 08:50

Povertà

Martedì sera sono uscito con amici. Siamo andati al pub; niente di che, un comune pub di periferia noto peraltro per essere buono, ma abbastanza caro (cinque euro una birra media, sette euro un piatto di pasta). Siamo arrivati presto, per cenare, ed era vuoto; ma verso le 22 non solo era strapieno di gente, ma fuori c’era un ingorgo di fuoristrada e macchine nuove abbandonate con due ruote sul marciapiede. Ed era martedì sera, in estrema periferia.

Ieri sono uscito di nuovo, in due; siamo andati a mangiare in centro. Camminando per arrivare al ristorante, abbiamo incrociato un grumo di gente, alcune decine di persone, che bloccava la via. Mentre passavamo, ho guardato e ho capito che era l’inaugurazione di una galleria d’arte o esposizione privata; era pieno di venticinquenni e trentenni dall’aria fighetta che si godevano un rinfresco. Mentre camminavo, pensavo che solo nella mia cerchia di amici conosco almeno due persone che negli ultimi anni hanno comprato o affittato un negozio, quindi uno spazio commerciale che ha un costo piuttosto elevato, e l’hanno adibito a studio / esposizione delle proprie opere di artista o professionista in erba. Naturalmente auguro ai miei amici di diventare famosi, ma per il momento non si tratta certo di persone che richiamano un business tale da ripagare queste spese: si tratta piuttosto di un desiderio personale, sovvenzionato dai genitori, che di solito, viste le scarse entrate che questo genere di attività portano finché non ci si fa un nome, sovvenzionano pesantemente anche la vita quotidiana. Ho pensato che se veramente qualcuna di queste famiglie avesse problemi di soldi, il pargolo si sarebbe cercato un lavoro meno eccitante ma con uno stipendio fisso, anche solo da commesso o call-centerista. Eppure i miei amici non sono figli di miliardari, ma di normali famiglie piccolo-borghesi.

Ovviamente, anche il ristorante alla fine era strapieno – ed era un posto dove si spendono dai trenta euro a testa in su, ed era giovedì sera.

Ho concluso che questa povertà di cui tutti parlano, per cui tutti chiedono prezzi calmierati e aumenti di stipendio per bacchetta magica statale, proprio non esiste. O meglio, esiste certamente una fascia di povertà, ma non è certo quella dei trentenni precari e mammoni o dei quarantenni e cinquantenni a stipendio fisso che si lamentano dal mattino alla sera; è quella dei pensionati al minimo che non escono di casa, o quella degli immigrati che vivono in otto in una baracca.

Gli stessi giovani che si lamentano continuamente di essere precari, poi non sono capaci di sacrificarsi e di risparmiare nemmeno mezzo euro; e se è assolutamente vero che la precarietà di oggi una volta non c’era (ma non c’erano nemmeno le opportunità che un sistema flessibile comunque crea), è anche vero che da sempre i giovani, pur di mettere su famiglia, hanno fatto sacrifici e vissuto con i soldi contati. Adesso, sembra che proporre a un trentenne di rinunciare alla Playstation 3, alla macchina fighetta, all’uscire fuori minimo tre sere a settimana, in cambio di metter su casa e famiglia, sia una lesa maestà: se provi a dirlo ti danno del reazionario.

Resta la sgradevole sensazione legata alla consapevolezza che la nostra economia è in crisi anche perché nessuno più considera accettabile sbattersi e sacrificarsi per migliorare la propria condizione sociale, ma ritiene tale miglioramento un diritto acquisito che è compito di qualcun altro garantire; e con queste premesse è facile che, più prima che poi, la dura realtà reclami il suo pegno.

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lunedì 17 Marzo 2008, 16:17

Riso in bianco

Oggi ho un gran mal di stomaco e sto poco bene, per cui ho pranzato con il classico riso in bianco, appena condito con un filo d’olio e accompagnato con un po’ di pane.

Mentre mangiavo, pensavo a come sia insensato che il riso in bianco, che per millenni ha costituito una parte fondamentale dell’alimentazione del mondo e che tuttora lo è in interi continenti, da noi sia considerato soltanto un alimento per malati, o al massimo un contorno; per il resto è un cibo da sfigati, visto che se proprio hai voglia di riso ci si aspetta che tu faccia perlomeno un risotto, e comunque i nostri pranzi e le nostre cene sono ben altra cosa, anche quando non sono particolarmente elaborate.

La stessa cosa inizia a valere anche per il pane; il mio era fatto da me, ed era del pane bianco normalissimo, anche se cotto partendo dal preparato invece che mescolando farina e lievito. Certo, ci ho aggiunto l’energia per cuocerlo, ma anche così il mio chilo di pane non solo costa la metà di quello del supermercato, ma è anche molto migliore.

Pensando che in fondo anche la mia pagnotta era stata realizzata con metodi appena meno industriali del solito, ho capito che la domanda giusta non è come faccia quel pane lì a conservarsi una settimana e ad avere quel gusto comunque buono, ma come faccia il pane del supermercato a non sapere di niente e a diventare gomma o roccia entro la sera stessa. Io forse non l’avrei mai scoperto, ma ora lo so: è difficile fare del pane cattivo. E allora, che cavolo ci mettono per fare il pane così male?

Sarà per questo o forse perché ci sentiamo troppo soli, che negli ultimi anni il concetto di pane è molto cambiato, e quasi nessuno esce da una panetteria o da un banco pane del supermercato senza almeno un pane alle olive, un grissino al sesamo, un pezzo di pizza o una tortina, naturalmente a prezzi per chilo tre o cinque volte superiori. Sarà per questo che anche oggi su La Stampa esce un articolo che parla di “settimana del disastro” perché, una settimana al mese, c’è gente che deve rinunciare al resto e comprare “solo” il pane, mentre “pizza e dolci calano di oltre il 50 per cento” (cioè, metà della gente li compra per quattro settimane su quattro, gli altri solo per tre su quattro). Per poi concludere che “già imperversa un nuovo allarme: il mercato delle uova di cioccolato e dei dolci pasquali viaggia su ritmi del 10-15 per cento inferiori rispetto al 2007”!

Se parliamo del problema contingente di chi vive di commercio al dettaglio posso anche capire, ma proprio non riesco a vedere un calo del dieci per cento nel consumo di uova di Pasqua come un “disastro” e un “allarme”. Vedo se mai un “disastro” e un “allarme” in una società che prende un calo del dieci per cento nel consumo di uova di Pasqua come un problema drammatico, al punto da abbandonarsi a scene isteriche o proteste di massa.

Ci aspettano tempi in cui potremmo dover rinunciare ad altro che le uova di Pasqua; per esempio all’auto personale, ai viaggi aerei superscontati, ai vestiti da buttare dopo mezza stagione, e probabilmente anche ai grissini al sesamo, visto il trend del prezzo dei cereali. Forse torneremo anche noi, come ha sempre fatto mezzo mondo, a mangiare stabilmente pane e riso in bianco, con la carne solo nelle feste grosse.

Grandi o piccoli, alcuni sacrifici andranno fatti; ed è l’evidente impreparazione della nostra società ad accettarli che mette in pericolo il futuro pacifico del pianeta, più ancora che i sacrifici stessi.

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