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mercoledì 4 Giugno 2008, 11:17

Nati stanchi

È sicuramente interessante leggere questo articolo sul karoshi, il fenomeno tutto giapponese dei morti da iperlavoro: ragazzi di vent’anni che si suicidano o muoiono d’infarto per lo stress, dopo aver lavorato stabilmente sessanta o settanta ore la settimana per anni. La cultura giapponese è anche questa; potete chiedere a qualche giapponese che ricordo ha di suo padre, e spesso otterrete risposte come “sì ce l’ho presente, lo vedevamo ogni tanto a cena” e “era gentile, alle volte la domenica non andava a lavorare per stare con noi”. Non tutte le posizioni lavorative sono così impegnative, ma certamente per i giapponesi il lavoro è un dovere quasi mistico, lo sforzo con cui ripagano la collettività per il piacere di farne parte.

Già so come reagiranno molti italiani stamattina, leggendo quell’articolo su Repubblica: “anch’io, anch’io!”. Esiste in Italia una categoria che non si lamenti di lavorare troppo? Lo fanno molti insegnanti, diciotto ore in classe la settimana “ma abbiamo anche i compiti da correggere e le attività integrative” (quelli che lo fanno seriamente; esiste tutta una categoria di insegnanti che svolte le diciotto ore se ne va a casa). Lo fanno i dipendenti delle Poste, cinque ore e mezza di sportello al giorno. Lo fanno anche quegli impiegati del privato che stanno in ufficio dalle nove alle sei, ma facendo una pausa caffé ogni ora, inframmezzata a pause giornale e a pause telefonata; e si stupiscono quando apprendono che all’estero il lavoro è lavoro, e l’idea di una pausa ogni ora è vista come insensata.

E’ indubbio che nella società moderna esista un problema di iperlavoro, che è collegato al più generale problema di una società orientata a produrre di più invece che a vivere meglio. In Italia, però, questo problema riguarda una minoranza di lavoratori, ancora più piccola che altrove: lo stesso articolo di cui sopra dice che i lavoratori che lavorano troppo, svolgendo in media più di cinquanta ore a settimana, sono il 28% in Giappone, circa il 10% nei maggiori paesi europei, ma solo il 4% in Italia. Non ci sono invece i dati a proposito della percentuale di lavoratori che si lamenta di lavorare troppo, ma scommetterei che i valori sono rovesciati.

Quel 4%, in Italia, è spesso ben pagato; si tratta di persone che per le loro aziende sono difficilmente sostituibili, perché più bravi della media, e perché disposti a tappare anche i buchi lasciati dai loro colleghi. Non si tratta insomma necessariamente di sfruttamento, ma piuttosto di una libera scelta: tu mi paghi di più perché io rinunci al mio tempo libero; io faccio carriera e mi costruisco una esperienza di valore, magari sapendo che tra qualche anno mi chiamerò fuori e capitalizzerò il sacrificio. Finché è fatto liberamente e non arriva a minare la salute, mi sembra uno scambio più che legittimo.

In Italia però non piace, perché dimostrare che lavorare meglio e di più è possibile implica evidenziare quanto male e pigramente lavorino tanti colleghi; e allora arriva l’invidia, l’accusa di essere crumiri, o anche solo il perverso ragionamento cartaceo, “visto che il nostro livello e le nostre mansioni sulla carta sono le stesse, dovrei guadagnare anch’io come lui”. Perché da noi chi si sbatte più della media, chi non si approfitta di ogni minima opportunità per perdere tempo, è spesso considerato un fesso o un provocatore.

Mi spiace quindi di reagire male quando vedo gli italiani che si lamentano o che si paragonano ai giapponesi, senza avere la minima idea di cosa voglia dire lavorare come in Giappone. Di solito mi danno del fascista o del padrone schiavista. Sarà. Penso però che prima di imbracciare la “decrescita felice” – che pure è l’unico progetto sociale sensato per i prossimi cinquant’anni – dovremmo ogni tanto aver imbracciato la crescita.

[tags]lavoro, giappone, italia, straordinari[/tags]

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25 commenti a “Nati stanchi”

  1. Piero:

    L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma si potrebbe dire anche più coerentemente “fondata sulla religione cristiana cattolica”. Si eviterebbero tante incomprensioni.

    L’invidia sul lavoro di cui parli risale fin dai tempi di Gesù. Se ne parla nel Vangelo nell’episodio di Marta e Maria. Marta è invidiosa di Maria che, invece di lavorare e aiutarla a servire in casa, se ne sta a poltrire ai piedi di Gesù in ascolto del suo insegnamento e va a dire a Gesù di dire a Maria di darsi una mossa. Ma Gesù non è un crumiro e dice a Marta di non preoccuparsi troppo e di seguire l’esempio di Maria che elogia.
    A ben vedere, dai fatti riportati in Giappone, Gesù non aveva poi tanti torti.

  2. Thomas Jefferson:

    Piero: come d’altro canto insegnava Bertinotti con le sue 35 ore, vero?

  3. vb:

    Qui però abbiamo il caso opposto: quando Marta impara a fregarsene di quella scansafatiche di Maria, va per la sua strada e scopre che comincia ad avere più soddisfazioni e un reddito più alto, è Maria che va a lamentarsi da Gesù…

  4. Piero:

    >”tu mi paghi di più perché io rinunci al mio tempo libero; … ”
    Sì, da un punto di vista umano e sindacale, è legittimo. Tuttavia, sempre ritornando a Gesù, la sua logica è diversa, come si racconta nella parabola dei vignaioli, dove il padrone della vigna dà lo stesso stipendio a chi ha lavorato tutto il giorno, come a quello che ha lavorato solo mezza giornata, generando le proteste di chi ha lavorato di più. Da un punto di vista sindacale un simile trattamento non sarebbe accettato, perché ingiusto, tuttavia la logica di Gesù va oltre quella che è la logica del sindacato e si avvicina di più a chi dice:
    >”visto che il nostro livello e le nostre mansioni sulla carta sono le stesse, dovrei guadagnare anch’io come lui”.

    Lui chi? Chi ha lavorato tutto il giorno o chi ha lavorato solo mezza giornata o chi ha lavorato meglio?

  5. Piero:

    Thomas, il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro o le 30, 35 o 40 ore. Questo, Bertinotti forse lo deve ancora capire.

  6. vb:

    Penso che se Gesù fosse tornato in quelle vigne dopo qualche anno, le avrebbe trovate abbandonate e in decadenza… che è ciò chi accade a chi mescola la remunerazione del lavoro secondo merito con la solidarietà (che pure è fondamentale).

  7. Thomas Jefferson:

    Piero: ”visto che il nostro livello e le nostre mansioni sulla carta sono le stesse, dovrei guadagnare anch’io come lui”.
    No.

    Se proprio vogliamo continuare con questa metafora significa solo che non gli piacerebbero i contratti nazionali di lavoro e che ogni lavoratore può indipendentemente contrattare la sua paga.

    Come d’altro canto avverrebbe in un sistema libero – e poi sono fatti del datore di lavoro se è contento di strapagare uno che fa poco.

  8. un_consiglio_piccolo_piccolo:

    Indipendentemente dalla fede di ciascuno, forse sarebbe il caso di approfondire un po’ le Sacre Scritture prima di cercare di piegarle a ragionamenti profani. Magari Gesù si riferiva al regno dei cieli e non ad una trattativa sindacale…

  9. Thomas Jefferson:

    un_consiglio: io sono perfettamente d’accordo con te, sai, a dispetto di quanto può apparire. A me non è piaciuto già il primo commento di carattere “costituzionale” – sul quale però il discorso sarebbe stato troppo lungo.

  10. un_consiglio_piccolo_piccolo:

    :-)

  11. Piero:

    In effetti, come dice un_consiglio, nel regno dei cieli la “moneta di scambio” è la vita eterna. Riceverne poca o riceverne molta non cambia la sostanza delle cose, dal momento che un sottoinsieme infinito di un insieme infinito è sempre un insieme infinito. Dipende se vuoi essere pagato con l’insieme dei numeri pari o con l’insieme dei numeri dispari o se preferisci l’insieme dei numeri irrazionali.

  12. Annarella:

    Mumble. Credo che in Italia abbiamo un problema di orari non di carichi di lavoro.
    Fare lunghi orari viene visto come sintomo di persona-importante mentre può anche solo essere sintomo di “sono lento a fare le cose”.
    Poi, per la carità, conosco anche gente che si tira le 12 ore al giorno ed è bravissima ma sono una minoranza rispetto a quelli che l’orario lungo lo riempiono nelle maniere piu’ bizzarre.

  13. Roldano De Persio:

    Ciao Vittorio, mi permetto di dissentire.

    In Italia è pieno di persone che lavorano duramente e spesso sono sottopagate. In alcuni casi lavorano come se… e invece sono inquadrati come stagisti. In altri casi ci lasciano la pelle e non per troppo lavoro ma perché l’acciaio bollente li brucia vivi o perche sono schiacciati da presse o perché cadono nei cantieri.

    Secondo, alla storiella che arbait macht frei ci potevano credere solo certi crucchi. Il lavoro come dice bene la bibbia, vedi adamo, è una condanna. Un disvalore e NON un valore.

    Viviamo in un mondo dove certi manager guadagnano 100 volte lo stipendio di un impiegato per poi far fallire l’azienda ottenendo pure la liquidazione. Vedi Alitalia.

    Se ti riferisci agli impiegati pubblici quello non è un lavoro è solo uno spreco di tempo e di denaro pubblico visto che esiste una cosa che si chiama informatica.

    Infine solo in Italia si può credere ad uan stupidagine come quella che la produttività si aumenta aumentando gli straordinari.

    Smontiamo questo falso mito distruttivo che la produttività aumenta con il numero delle ore lavorate.

    La produttività aumenta rendendo il lavoro più efficiente: lavorare meno ore, ma produrre di più nell’unità di tempo.

    Questo banale concetto lo sanno pure i felini della savana. Massimo del risultato con il minimo dello sforzo.

    Efficienza non lavoro efficienza.

  14. vb:

    Annarella: Infatti il discorso vale se uno nelle ore lavorative lavora veramente, come dicevo la pausa pausina e pausetta è un’abitudine tutta nostrana, ma certo uno che fa 10 ore al giorno essendo sempre in pausa non è un gran lavoratore, se mai uno che ruba lo straordinario. Peraltro questo è uno dei motivi per cui si tende a non pagare più gli straordinari a tempo, almeno per gli impiegati.

    Roldano: Mi sa che mescoli un po’ troppe cose :-)

    Il guadagno, intanto, non è legato solo alla quantità di tempo, nè tutti i manager sono tali perché lavorano 14 ore al giorno, anzi, un manager deve saper delegare e organizzare, magari gli basta un’ora di buone direttive e poi può anche andarsene a giocare a golf. Il problema dello squilibrio tra stipendi è evidente, ma non è legato né alla quantità né al merito, se mai è legato alla tendenza italiana di approfittarsene.

    Inoltre, per definizione la produttività è indipendente dalla quantità di ore lavorate, essendo una misura di valore prodotto per ora (e sottolineo di valore prodotto: uno può anche produrre il doppio dei bulloni all’ora rispetto a prima, ma se sul mercato il valore del bullone si è diviso per quattro la produttività in realtà si è dimezzata, anche se lui ora fatica il doppio). Ciò non toglie che, a parità di produttività, uno che lavora 10 ore produce il 25% in più di uno che ne lavora 8, e quindi il PIL, a parità di produttività, aumenta; spesso quindi si parla di “produttività del lavoratore” intesa come quantità di prodotto per lavoratore, e lì sì che un aumento delle ore lavorate medie del lavoratore implica un aumento dell’indicatore.

    Si torna però sempre alla stessa questione: l’obiettivo è produrre il più possibile, o produrre il minimo che serve per vivere bene? Il problema di questa seconda teoria è che non si sa come definire questo minimo, e quindi come capire quand’è che il lavoratore può andare a casa :-)

  15. John:

    Mah, il fatto è che il mondo del lavoro è troppo vario per ridurlo a formule: in Italia è cosi’, all’estero è cosà…

    Per quel che può valere, ho avuto occasione di lavorare con gente di svariate nazionalità: escludendo il discorso turni, in Francia alle 5 non trovavo piu’ nessuno in stabilimento, cosa che in Italia soprattutto nelle PMI sarebbe un vero sacrilegio.

    Inglesi? Dopo le 5 in ufficio solo dirigenti e qualche figura di supporto. E al venerdì pomeriggio nemmeno loro. Una manager americana, invece, l’ho trovata al telefono fino a 5 minuti prima di farsi operare (!).

    Potrei insomma figurarmi dei trend (in Europa è così, in USA è cosà), ma esistono sicuramente centinaia di controesempi per smentire o modulare la mia impressione.

    Un collega danese una volta mi disse: “Forse è vero che in Italia molti lavorano poco, ma quelli che lavorano lavorano per quattro” (in realtà parlava benissimo italiano e usò una frase molto più colorita a proposito di una certa parte anatomica).

  16. Mike:

    Il punto è che lavorare troppo riduce la produttività. Se si lavora in catena di montaggio aumentano gli errori e gli incidenti. Per quanto riguarda le professioni intellettuali la produttività si riduce comunque, anche se mentre misurare quanti televisori funzionanti sono stati prodotti in un’ora è molto più facile che misurare se il progetto del televisore sta andando avanti e come. Il padrone italiano magari riesce a contare la produzione oraria, ma non credo che abbia le conoscenze per valutare la bontà di un progetto, né in generale lo voglia sapere e preferisca studiare il metodo migliore per scappare con la cassa.
    Allora decide che la produttività è lineare e quindi uno deve stare in ufficio fino alle sette di sera, anche se alla fine di fatto non ha prodotto nulla.

  17. vb:

    Sì, il discorso è indubbiamente complesso e quelli che citate sono fenomeni veri: del resto in un paese in cui non esiste meritocrazia e non si premiano gli obiettivi, l’unica unità di misura del lavoro è la quantità, e quindi tutti tendono a gonfiare la quantità apparente diminuendo la produttività. Sarebbe molto meglio fare come nel resto d’Europa, cioè uscire dall’ufficio alle cinque, però avendo lavorato senza sosta e senza cinque pause caffè.

  18. freak:

    “una società orientata a produrre di più invece che a vivere meglio” è una sintesi davvero splendida della situazione attuale.

    Per il resto, per quella che è la mia esperienza, confermo quanto detto da John.
    Credo che in Italia ci sia (in alcuni, ma frequenti, casi) una visione un po’ distorta della cultura del lavoro, masochistica e sensocolpistica. Questo poi però porta paradossalmente a cercare una via d’uscita “all’italiana”, come le citate pause caffè ripetute.
    E’ una specie di circolo vizioso: c’è un sacco di lavoro, devo fermarmi fino a tardi, allora mi prendo tutte le pause che voglio, ma ciò alimenta i sensi di colpa, allora mi fermo ancora di più…
    All’estero invece timbrano, lavorano sodo e magari gli piace anche il lavoro, ma alle 17 bòn, si fermano e vanno a farsi la loro vita ( birra ;) ) e al lavoro non ci pensano più fino a quando non ritimbrano alla mattina.
    Ma queste sono tendenze delle società, è difficile per un individuo decidere come vivere la propria vita lavorativa. In Italia va così…

  19. MCP:

    Sulle differenze nell’approccio lavorativo da paese a paese si potrebbero davvero scrivere, oltre che ponderosi saggi sociologici, anche dei romanzi. Volevo solo dormirle addosso, e Io sono tua, di Massimo Lolli, contengono passaggi veramente illuminanti e spietati sui “match” Italia/Francia e Italia/Finlandia.

  20. for those...:

    Secondo me in Volevo solo dormirle addosso si è ispirato alla ditta per cui lavoro. Le caratteristiche dell’azienda sono troppo simili per essere una coincidenza!

  21. D# AKA BlindWolf:

    @for those…: no, tutte le aziende di informatica ed elettronica ispirano e si ispirano a Dilbert. Poi a seconda di chi sei puoi essere l’incarnazione di Alice, di Wally o del Boss dai capelli a punta.

  22. raccoss:

    D’ora in poi, ci metterò 45 ore a fare quello che normalmente riuscirei a fare in 20 ore. Così mi becco pure 5 ore di straordinario ed aumenta pure il PIL.

    Vb ha un concetto sovietico di economia: costruire strade e palazzi anche se non servono, purchè tengano impegnate le persone.
    Già lo dissi in precedenza: sembra rimpiangere i bei tempi in cui tra gli indicatori economici nazioniali si indicavano anche le “tonnellate di acciaio prodotte” (a che scopo, nessuno però l’ha mai detto).

    Mi ricorda mia madre, che mi affibiava compiti poco utili perchè, stupita che io avessi finito i compiti di scuola in fretta, le prudevano le mani a vedermi far nulla.

  23. vb:

    Non so dove hai letto quelle cose ma io di sicuro non le ho scritte: è ovvio che il PIL assoluto aumenta se una persona lavora due ore di più a produttività oraria invariata, non certo se spalma lo stesso lavoro su più ore…

  24. simonecaldana:

    @Racoss: si chiama possibilita’ inespressa. Agevolo un link esemplificativo: http://www.youtube.com/watch?v=fXgV8f-BkSk

  25. for those...:

    @D#: :-)
    Però io mi riferivo proprio a “quella” ditta del film: multinazionale italo-francese, sede in un grigio nord-italia… e altri piccoli particolari che ora non ricordo bene ma che mi avevano fatto pensare alla mia ditta.
    (magari fosse MIA!!)

 
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