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Archivio per la categoria 'StillLife'


martedì 20 Gennaio 2009, 16:21

Un martedì no grat

Ieri avevo ricevuto un invito per il presidio contro il grattacielo di Banca Intesa, che si sarebbe tenuto oggi in pausa pranzo nei giardinetti lì accanto; e oggi a pranzo, essendo in giro in bici, sono andato a vedere.

Sono arrivato lì circa all’una e un quarto; c’erano una dozzina di persone, nessuno che conoscessi di persona. C’era però Paolo Hutter – ex Lotta Continua, ex o forse ancora Verdi, ex assessore all’Ambiente – incatenato a un albero; nonché un altro paio di persone che conoscevo di vista dai tempi del Poli, ricercatori o docenti.

C’è fermento perché stamattina, senza preavviso, il cantiere è stato espanso: è stata posta una serie di grate in mezzo ai giardinetti, e le ruspe hanno cominciato a spostare più in là i jersey di cemento su cui è posata la recinzione metallica. Tra i jersey e le grate sono rimasti chiusi una presa d’aria del parcheggio sotterraneo e soprattutto un albero. Non si capisce se l’operazione sia autorizzata o no, né quale sarebbe il destino dell’albero, per cui Hutter si è incatenato in attesa di spiegazioni da parte del dirigente del cantiere.

La cosa più importante per me, però, è quello che apprendo dal ricercatore di Architettura: infatti, vedendo l’area recintata rasa al suolo per cominciare lo scavo, avrete sicuramente pensato che il grattacielo sia ormai cosa fatta e pronta all’ultimazione. In realtà pare non essere così, perché del grattacielo non esiste ancora nemmeno il progetto definitivo – e quindi nemmeno le relative valutazioni!

Sembra che il Comune abbia concesso in fretta e furia un permesso provvisorio per cominciare a fare qualcosa, tipo un po’ di pulizia e un po’ di scavo, proprio per battere sul tempo le opposizioni al grattacielo prima che si organizzino; tanto è vero che è stata richiesta una fidejussione perché, se il progetto non dovesse venire infine approvato, ci siano i soldi per riempire il buco che stanno facendo.

Il motivo è prettamente politico: l’operazione grattacielo, infatti, è stata concepita per due motivi. Da parte del Comune, c’è l’esigenza di incassare decine di milioni di euro in oneri di urbanizzazione, per salvare le proprie casse sull’orlo della bancarotta; da parte di Banca Intesa, c’era l’interesse di assicurarsi una gigantesca speculazione immobiliare, che avrebbe portato la banca a possedere una enorme cubatura in un punto strategico, proprio sopra la nuova stazione, quindi con valore notevole. Certo, oggi ti dicono che ci metteranno gli uffici della banca e che questo porterà occupazione a Torino (come se nel frattempo non avessero dato un calcio nel sedere a tutti i maggiori dirigenti ex Sanpaolo, e come se le banche non fossero tutte piene di dipendenti che, nell’era della finanza automatizzata e dell’online banking, non servono più a niente…); in realtà, nel medio-lungo termine, è facile prevedere che gli uffici possano venire rivenduti o addirittura trasformati in alloggi di lusso.

Lasciamo perdere l’insensatezza urbanistica di attirare ulteriore traffico in quel punto e quella ambientale di deturpare il paesaggio di una città che punta sul turismo e che si è finora salvata dalle americanate; ma, in tempi di crisi e di mercato immobiliare a rischio crollo, che una banca spenda 400 milioni di euro per costruire un grattacielo pare insostenibile anche economicamente. Paradossalmente, ciò che non ha potuto impedire la contrarietà della cittadinanza potrebbe essere impedito dal mercato.

Nel frattempo, però, si è scatenata la gara per raggiungere il presidio: arrivano primi i dighi, uno dopo l’altro, seconda Torino Cronaca, gli altri quotidiani non sono pervenuti dato che per loro il problema non esiste. Per una dozzina di persone ci sono cinque agenti della Digos, che cercano di mimetizzarsi, ma senza speranza: da una parte ci sono persone di una certa età e un po’ di giovanotti smilzi, dall’altra cinque tizi belli grossi con accento del profondo Meridione…

Partono book fotografici in abbondanza: noi fotografiamo il cantiere, gli operai fotografano noi, i giornalisti fotografano gli operai che fotografano noi, la Digos fotografa i giornalisti che fotografano gli operai che fotografano noi che fotografiamo il cantiere. Nell’era dell’abbondanza mediatica, sappiate che Torino Cronaca ora ha una foto di me abbracciato a Paolo Hutter, ma non ho da temere perché c’era l’albero in mezzo – e poi non mi sono presentato, né gli ho lasciato il numero. Quanto ai dighi, sai chemmefrega: io ormai sono schedato per almeno cinque diversi tipi di sedizione…

Verso le due arriva infine il capocantiere, un tizio alto alto dall’accento fortemente veneto, accompagnato da qualche operaio e da un negrone di due metri della sua security. Parte una civile chiacchierata, loro spiegano che le grate sono provvisorie e servono solo per il lavoro di spostamento della recinzione, il quale è stato regolarmente autorizzato dal Comune con tanto di pagamento della tassa di occupazione del suolo pubblico; e che l’albero non sarà toccato in alcun modo. Tanto basta: Hutter si scatena e ce ne andiamo tutti a casa.

I dighi confabulano per capire se qualcuno deve essere denunciato e per cosa (forse c’è un reato per Hutter nell’aver aggirato la grata, che peraltro era aperta da un lato; comunque nessuno è mai entrato nel cantiere); concludono che in assenza di querele non si può far niente, e un digo basso e grosso si scusa per aver preso a male parole il cane di un manifestante. Gli operai ritornano ad operare. Anche oggi, una dozzina di persone hanno rivendicato il diritto ad avere un’opinione dissenziente. Non sarà abbastanza, ma è meglio che niente.

[tags]torino, grattacielo, banca intesa, sanpaolo, comune, hutter, digos[/tags]

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venerdì 16 Gennaio 2009, 15:48

Il viaggiatore razionale

Ieri ho preso il treno da Milano a Torino – peraltro partito già con venti minuti di ritardo – e ho avuto occasione di fare esercizi di logica.

Cominciamo dalla fine: arriviamo a Porta Susa e c’è la folla assiepata in attesa che il treno fermi e si possa scendere (tra l’altro, a Porta Susa la gente si affretta perché le scale verso il sottopasso si intasano subito in un gigantesco grumo di gente, e se scendi per ultimo aspetti dieci minuti prima di poter uscire). Davanti alla porta ci sono due anziani; mentre il treno sta ancora finendo di fermarsi la signora preme il pulsante della porta. Ovviamente non succede niente. Due secondi dopo, non di più, il treno è fermo e il pulsante si accende. La signora sta lì e non fa niente. Tutti gli altri idem. La porta non si apre e alcuni cominciano a bestemmiare contro le porte sempre rotte. Lascio passare una decina di secondi poi, da dietro, grido alla signora che deve schiacciare di nuovo: schiaccia e usciamo, ma lei ribadisce ad alta voce che “la porta è rotta, io avevo già schiacciato”.

Voi potete prendervela con la signora, dato che la logica dell’ingegnere prevede che l’umano si accorga che il pulsante non è ancora acceso, e aspetti a premerlo; peccato che tale pratica sia tutto meno che uno standard, visto che tra tram e treni ci sono pulsanti che si accendono solo quando sono attivi, pulsanti che all’attivazione cambiano colore, pulsanti che sono sempre accesi e pulsanti che non si accendono mai, nonché porte la cui apertura è prenotabile e porte la cui apertura non è prenotabile. Insomma, lamentarsi sul fatto che i viaggiatori non conoscano gli standard mi sembra ingeneroso, visto che l’industria del ferro non è stata in grado di adottarne uno.

Piuttosto, è così difficile programmare questo pulsante in modo che se viene schiacciato nei dieci-quindici secondi precedenti allo sblocco delle porte la porta si apra automaticamente al momento dello sblocco? Non so se sia gestito via hardware o via software, ma è una di quelle modifiche da cinque minuti di lavoro che eviterebbe furie e ritardi.

L’ultima cosa riguarda me: sono arrivato in stazione, nella nuova Milano Centrale appena restaurata dove l’architetto imbecille è riuscito a triplicare la lunghezza del percorso metropolitana -> biglietteria -> treno (complimenti davvero). Ero in giro da un po’ e dovevo far pipì, così salendo dalla biglietteria ai binari vedo l’indicazione delle toilette: vado lì e scopro che far pipì a Milano Centrale costa un euro. Non 10, 20 e nemmeno 50 centesimi: un euro! Allora, essendo una persona razionale, cosa faccio?

La soluzione razionale, elaborati gli incentivi e le necessità prospettatemi, è la seguente: proseguo, arrivo al treno, salgo, me ne frego della lucetta che dice “fuori servizio”, prendo un bel respiro perché dentro il WC c’era una pozza di liquido colore del té che non era té e non veniva scaricato da ore, e faccio pipì gratis nel treno, in stazione. Non scarico, perché tanto non scarica: era tutto rotto e intasato (comunque i Vivalto hanno gli scarichi a circuito chiuso, non sui binari). Ma ammetto che se anche avesse scaricato sui binari l’avrei fatto ugualmente.

D’altra parte, a fronte degli incentivi economici introdotti nel sistema-stazione da Trenitalia, la mia non è forse la scelta più razionale?

[tags]ferrovie, trenitalia, logica, standard, interfacce, pipì[/tags]

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giovedì 15 Gennaio 2009, 19:09

Bus a Milano

Stamattina ero a Milano e avevo un appuntamento alle 10:30 in piazza Duse: da viale Argonne ci si arriva dritti in dieci minuti con il bus 54, che stando all’orario ATM passa ogni sette minuti.

Così verso le dieci e un quarto, già un po’ in ritardo, sono arrivato alla fermata: e il pannello luminoso – una sciccheria, che a Torino c’è solo su poche fermate – annunciava che il 54 sarebbe passato in tre minuti. Poi in due. Poi il numero è sparito, il che vuol dire che il pullman sta per arrivare. Peccato che non si sia visto niente.

A quel punto, il pannello luminoso ha indicato di nuovo: “54 in 8 min”. Poi in cinque. Poi in quattro. Poi in due. Poi di nuovo niente. E poi di nuovo otto minuti. E poi, quando indicava che ne mancavano cinque, il 54 è arrivato: alle 10:32. E che cavolo, noi non avremo i pannelli, ma almeno non li usano per prenderci per i fondelli!

In compenso, a pranzo mi hanno portato in un locale che poteva esistere solo a Milano: un posto denominato Panino giusto che in pratica è arredato come un ristorante elegante pieno di camerieri in tiro, ma fa panini e piatti da pranzo al bar. Il panino era ottimo, il prezzo era esagerato (ma non pagavo io); l’esperienza di mangiare un panino per pranzo come se fossi al Cambio però è stata piuttosto surreale.

[tags]milano, atm, pranzo[/tags]

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domenica 11 Gennaio 2009, 11:38

Genova per noi (e anche De André)

Ieri, approfittando del fatto che io avevo un appuntamento là nel tardo pomeriggio, siamo andati a visitare Genova.

Paradossalmente, è una delle città italiane che conosco di meno; a parte le stazioni, il mio unico giro risaliva a un tour notturno sulla macchina di .mau. oltre dieci anni fa, oltre a una toccata e fuga per l’Hackmeeting 2004. Ieri ho comunque avuto conferma della mia prima impressione, cioè che Genova è, urbanisticamente parlando, costruita con gli scarti di Torino: noi abbiamo tolto dai nostri progetti tutta l’irrazionalità e tutti gli angoli non retti e li abbiamo scaricati laggiù, dove tra Ottocento e Novecento hanno costruito una città in stile sabaudo – a parte le imposte verdi – però disponendo vie e palazzi nei modi e con le forme più assurde. In un certo senso, Genova è Torino vista attraverso uno specchio deformante che trasforma i rettilinei in curve e la pianura in pareti vertiginose; è come sarebbe Torino se l’avesse progettata Escher invece di Lagrange.

Per noi, l’effetto è preoccupante: in una città così, proprio non ci si raccapezza. Il percorso da Principe a piazza De Ferrari non ha né capo né coda: una strada stretta in discesa, un pezzo di stradone ingrigito, l’imbocco di una galleria da camionale, una via mezza curva, un rettilineo con dei palazzi tutti uguali, un’altra salita verso destra… non è certo come un bel viale dagli alberi maestosi che ti accoglie e ti indica chiaramente la via. Le cose sono leggermente migliorate quando, già avanti nel nostro giro, siamo risaliti da piazza Caricamento verso il centro: ecco, allora lì le cose cominciano ad avere un pelino più di logica, ad esempio ti trovi davanti il Duomo dalla facciata invece che dal retro.

Probabilmente se Genova avesse solo il porto e la parte antica sarebbe più bella, invece così è come se dietro la parte antica avessero costruito uno spazioporto pieno di astronavi ottocentesche, culminato da quel capolavoro dell’orrore che è la torre quadrata del teatro Carlo Felice, una specie di enorme autosilo di cemento che sarebbe deturpante persino a Los Angeles. Peraltro anche la parte antica è davvero inquietante: a Lisbona o a Barcellona le vie sono almeno un po’ più larghe, ma a Genova c’è una costante, orribile sensazione di soffocamento, di bassifondi e di marciume eterno da luoghi in cui non batte mai il sole, oltre al problema che disegnare il percorso ottimale dal punto A al punto B è praticamente impossibile; a un certo punto mi è venuta voglia di farmi largo tra le case con un bazooka.

Siamo anche andati a visitare la tanto pubblicizzata mostra su De André a Palazzo Ducale. In termini tecnici, la mostra è una fregatura, visto che per otto euro (sei esibendo un biglietto del treno) gli unici reperti esibiti sono una decina di foglietti autografi, il suo pianoforte, vecchie fotografie e un po’ dei vinili dei suoi dischi, per un totale di tre sale. Tuttavia, la mostra è molto coinvolgente dal punto di vista emotivo, e permette efficacemente di capire di più sulla storia personale e sul pensiero a tutto campo dell’artista.

Anche De André – che, ricordiamolo, era di genitori piemontesi, ed aveva passato l’infanzia per le colline di Asti – rappresenta uno dei vari elementi della tensione costante tra Torino e Genova; naturalmente De André ne costituisce l’orgoglio genovese, tanto che in uno dei pannelli gli si attribuisce come merito artistico quello di “aver dato finalmente una visione di Genova diversa da quella di fantasia per i contadini del basso Piemonte”, con tanti saluti al “contadino” Paolo Conte. In realtà, l’impegno sociale e politico di De André – che non a caso è sostanzialmente assente nei vari brunilauzi e ginipaoli – è tema tipicamente da intellettuale sabaudo, ma lo specchio deformante di Genova trasforma lo scritto in cantato, e l’ortodossia marxista delle fabbriche torinesi nell’anarchia cangiante dei vicoli e del mare.

Personalmente, di De André ho da tempo eliminato tutti i grandi classici, i vari La guerra di Piero e Bocca di rosa, che pur se ricoperte di talento sono composizioni abbastanza banali e anche un po’ infantili nella loro semplificazione del mondo, cosa peraltro inevitabile visto che furono scritte a vent’anni o poco più. La parte veramente eccezionale della produzione di De André è quella adulta, quella che davvero riesce a cogliere la meraviglia e la povertà della vita e delle vite senza voler esprimere giudizi; inizia probabilmente con Rimini nel 1978 e passa attraverso canzoni meravigliose come Princesa o La domenica delle salme. Credo che la cosa migliore che si possa dire di De André è che c’è una sua canzone per ogni carattere e per ogni caso della vita, ed è sempre una bella canzone.

Per il resto, abbiamo soddisfacentemente mangiato alla Trattoria Vegia Zena, in un vicolo praticamente di fronte all’Acquario: 55 euro in tutto per due primi semplici ma ottimi (viva il sugo di noci ma peccato per il pesto microemulsionato, una scuola di pensiero che aborro), due secondi davvero buoni (seppie in umido e stoccafisso accomodato), un dolce e un caffé. E abbiamo visto il museo Chiossone, in un posto bellissimo ma che vi dovrete sudare per scale e salite varie, che contiene una selezione di oggetti antichi giapponesi non enorme ma davvero molto molto bella: vale sicuramente la pena.

E’ stata, insomma, una bella gita, nonostante il freddo assurdo portato dal vento: alla faccia del posto di mare!

[tags]viaggi, genova, de andré, museo chiossone, torino[/tags]

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sabato 10 Gennaio 2009, 09:14

MondoConi

Ieri ho approfittato del mio ennesimo viaggio verso la Liguria per fermarmi a metà strada e soddisfare le mie necessità di consumatore in saldo – un paio di scarpe da ginnastica nuove, di quelle travestite da scarpe da città che vanno di moda adesso – presso l’outlet Mondovicino di Mondovì (ammirate il sagace gioco di parole).

Non ero mai stato in un outlet e l’esperienza è stata interessante, non solo per il mezzo metro di neve che ricopriva ogni cosa e rendeva inagibili metà dei parcheggi. Non che servissero, perché l’outlet era praticamente deserto: anzi, mi ha stretto il cuore fare il giro davanti a queste decine e decine di negozi completamente vuoti, a parte la commessa che giocava a tris contro se stessa. Il luogo è davvero enorme, anche se poi, se siete maschi, si gira in un quarto d’ora: mancavano solo i clienti. Immagino (anzi, spero per loro) che nel weekend sia diverso…

Effettivamente, se uno ci capita davanti e ha bisogno, è un posto interessante: solo per la mia necessità avevo a disposizione un grosso negozio Nike e uno piccolo Puma nell’outlet, un mega-magazzino Cisalfa nella zona intermedia, e un negozio Adidas e uno Athletes World nel centro commerciale, davanti alle casse dell’Ipercoop. Io sono un fedele dei prodotti nostrani, quindi preferisco la marca a tre strisce – anche se poi si sa che tutte le scarpe da ginnastica del pianeta sono prodotte dai bambini thailandesi nelle pause tra una prostituzione e l’altra, o almeno così si dice tra i no global.

Il mercato delle scarpe da ginnastica, peraltro, per fuffosità e instabilità è praticamente ai livelli di quello dei derivati finanziari: ogni marca ha circa cento milioni di modelli che sono ciascuno disponibile solo in una specifica catena di negozi, grazie ad accordi di marketing planetario. Se ne vedete una che vi piace (e io l’avevo vista da Decathlon, ma non avevano più il 43) sappiate che è inutile cercarla altrove, perché in altri negozi troverete modelli simili ma leggermente diversi.

Alla fine, il negozio Adidas (l’unico del Piemonte) si è rivelato piccolo e centrato solo sulle robe ipercolorate-troppo-cool, ma da Cisalfa ho trovato un paio di Adidas cittadine a 40 euro e me ne sono andato soddisfatto, non prima però – dato che siamo in provincia di Cuneo, e mio nonno buonanima mi ha insegnato sin da bambino che la provincia di Cuneo è come l’Africa a parte il fatto che tutti portano il cappello – di aver controllato che la commessa avesse effettivamente inserito nella scatola una scarpa destra e una sinistra e fossero entrambe del numero giusto.

Mentre tutti si preparavano all’assalto del weekend – il che significava sostituire i cartellini col prezzo con altri un po’ più costosi, come ho visto fare in un negozio, o cercare di spalare la residua neve tirandosela addosso tra operai – io ho raggiunto nuovamente la mia auto e sono ripartito verso il mare, meravigliandomi che fosse andato tutto liscio. Però ho pensato di fare benzina (il distributore è, dicono, il più conveniente d’Italia: ieri gasolio a 0,949).

E lì, ho trovato un simpatico signore di mezza età, col regolamentare cappello e la parlata del posto, che aveva inserito venti euro nella macchinetta ma non riusciva a fare benzina. Infatti prendeva la pompa, la infilava, premeva, e non veniva giù niente! Dopo avergli consigliato di contattare la cassa e aver fatto la benzina, sono andato a vedere: la macchinetta era ferma sulla schermata con scritto “SELEZIONARE IL TIPO DI BENZINA” e le due caselle “DIESEL” e “VERDE” da selezionare col dito. Il tizio, evidentemente, non aveva mai visto un touchscreen in vita sua. E così, ho potuto ringraziare mio nonno e andar via soddisfatto.

[tags]outlet, mondovicino, mondovì, cuneo, adidas, scarpe da ginnastica, saldi[/tags]

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mercoledì 7 Gennaio 2009, 19:54

Nevica, usate l’auto

Entro stasera dovevo tornare a Torino, causa un impegno di lavoro domani mattina.

Il mio piano originale era di tornare in auto, per poi tornare a Diano Marina in treno per il weekend. Tuttavia, vista la situazione meteo, ho pensato che fosse più comodo e sicuro fare l’opposto: lasciare l’auto in Liguria fino a domenica, e fare il giro a Torino in treno.

Non l’avessi mai pensato! Innanzi tutto, i collegamenti offerti da Trenitalia tra Diano Marina e Torino (circa duecento chilometri che, in condizioni normali, in auto si percorrono in meno di due ore) richiedono da orario tra le quattro e le sei ore. C’è un solo treno diretto al giorno, che ci mette quattro ore e quattro minuti. Negli altri casi, la scelta è tra usare una coppia di Intercity cambiando a Genova e passando da Alessandria (!), oppure andare fino a Taggia per prendere la storica linea del Tenda via Cuneo, mettendoci generalmente tra quattro ore e mezza e cinque ore e un quarto.

Sono andato stamattina in biglietteria a Diano Marina, e il ragazzo allo sportello, con un bell’accento ligure, mi ha totalmente dissuaso dal pensare a prendere il treno: persino i regionali che percorrono solo la costa avevano da una a due ore di ritardo.

Da sempre, uno dei vantaggi competitivi del treno è quello di essere poco ostacolato dal cattivo tempo: il traffico è già regolato, il treno non può scivolare e sbandare, per pulire i binari se la neve è alta ci sono gli spazzaneve su rotaia, e bisogna al massimo controllare che non gelino gli scambi. Da sempre, tutte le volte che c’è maltempo, si susseguono gli appelli ad usare il mezzo pubblico.

Eppure, alla fine io mi sono preso la mia macchinina e, facendo un bel po’ di bolina sui viadotti dell’Autofiori, e subendomi la solita bagarre dietro gli spazzaneve sull’Appennino, sono arrivato tranquillamente a Torino in due ore e mezza; avessi preso il treno, probabilmente avrei dormito sul Tenda. Ma non è deprimente?

[tags]treno, auto, traffico, trasporti, neve, maltempo, trenitalia[/tags]

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mercoledì 31 Dicembre 2008, 14:19

Capodanno

Vi state preparando a festeggiare il Capodanno? Naturalmente sì: è una di quelle feste comandate in cui bisogna per forza fare qualcosa. Non è necessariamente un caso negativo; in genere è l’occasione per farsi una bella mangiata con un po’ di amici (so che c’è anche gente che festeggia andando a dimenarsi in locali e capannoni vari, ma da quello mi sono sempre tenuto ben lontano).

La situazione può diventare pesante solo se si finisce nell’inevitabile festa degli avanzati: quelli che al 29 dicembre non hanno ancora combinato niente e si fanno però prendere dalla frenesia del non restare soli con la donna di picche in mano. A quel punto tutti gli avanzati si mettono insieme, e nascono incroci improbabili tra gente che non si vede da mesi, talvolta da anni; in quel caso la serata può anche virare verso la malinconia che inevitabilmente tutte le feste forzose generano in noi.

Quest’anno, comunque, io ho optato per qualcosa di diverso: dieci giorni di ritiro di coppia a Diano Marina. All’inizio avevo un po’ di timore, visto che è da quando ho compiuto diciott’anni che non trascorro una serata di Capodanno con meno di otto persone; anzi, il mio primo Capodanno di gruppo fuori dalla famiglia – a Bardonecchia con la classe del liceo – fu uno dei momenti che segnarono la mia transizione verso l’età quasi-adulta. Invece sono proprio contento, perché il mare ispira (specie quando si hanno tutta una serie di articoli arretrati da scrivere) e il riposo è assicurato, così come una controllata enfasi mangiatoria.

Effettivamente, questo è l’unico periodo dell’anno in cui la Liguria recupera un po’ della sua originaria bellezza; non oserei mai avvicinarmi alla Riviera di Ponente in agosto, pur avendoci trascorso buona parte dele mie estati da bambino. Dal balcone del monolocale in cui stiamo – in un ex albergo anni ’50 ristrutturato in appartamentini, con quel magico sapore di cemento invecchiato e di fasti trascorsi che caratterizza sempre la Liguria – c’è una vista spettacolare; e anche la passeggiata fino in centro, per i rifornimenti di focaccia, è della lunghezza giusta.

Diano Marina è piuttosto piena di gente, anche se spesso ti trovi in mezzo a decine di persone e realizzi improvvisamente che siete gli unici sotto i cinquant’anni… ma questo ha anche i suoi vantaggi, per esempio nelle lunghe code alla focacceria ogni tanto si guadagna qualche posizione perché a qualcuno dei vecchietti prima di te cede la prostata. C’è comunque anche qualche famigliola con bimbi piccoli, anche se dall’accento sembrano quasi tutti locali. L’unità economica di Diano è il diecieuro, non esiste niente che costi di meno; ma basta prendere la macchina e andare nei discount della vicina Oneglia.

Insomma, le cose procedono bene, ragion per cui metto in frigo il mezzo chilo di paste in due (da unirsi a un pandolce e un panettone) e vi auguro buon anno.

[tags]auguri, capodanno, feste, liguria, diano marina[/tags]

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martedì 30 Dicembre 2008, 09:45

A proposito di scienza

Sempre a proposito di scienza, sapete che io sono una persona razionale, che si affida con convinzione ai dati e alle osservazioni concrete, non credendo affatto alle leggende, alle immaginazioni, alle credenze e alle affermazioni totalmente implausibili che riempiono i giornali e persino i blog.

Però l’esosità dei prezzi nei negozi della riviera ligure, pur essendo reale, supera anche la fantasia!

[tags]prezzi, liguria, negozianti liguri razza dannata[/tags]

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lunedì 29 Dicembre 2008, 15:44

Furbate autostradali (2)

Sicuramente è un bene che alla società Autostrade lavorino anche persone dalla mentalità matematica, in grado di valutare ed esprimere con precisione scientifica le varie situazioni. Talvolta, però, sarebbe opportuno accorgersi che i termini del linguaggio matematico, pur se tecnicamente corretti, risultano fuori luogo e perlomeno buffi, se non poco comprensibili, all’utente della strada; per questo sono rimasto un po’ perplesso, ripercorrendo per la terza volta la Torino-Savona in tempi di ghiaccio e neve, a trovarmi di fronte poco dopo Mondovì un gigantesco pannello recante la scritta “TEMPERATURE NEGATIVE – GUIDATE CON PRUDENZA”.

E se per me, invece, le temperature sotto lo zero fossero un accadimento positivo?

[tags]autostrade, matematica, temperature, linguaggio[/tags]

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sabato 27 Dicembre 2008, 13:00

Fessbook (2)

Alla fine, ho ceduto e stamattina mi sono iscritto a Facebook. Non è che siano cambiati i giudizi già espressi qui sopra tre mesi fa; semplicemente, durante tutta l’infilata di cene natalizie ho assistito a gente che si ritrovava con Facebook, si dava appuntamento su Facebook, scherzava su Facebook e così via. Fin qui, comunque, era ancora tollerabile, ma le cose che mi hanno fatto seriamente capire che era ora di agire sono state le seguenti:

1) Un cliente che mi ha chiesto se poteva farmi amico su Facebook, e alla risposta “non lo uso” mi ha guardato come un povero vecchio, peggio che se avessi detto che usavo ancora la macchina da scrivere o che andavo in banca di persona per fare un bonifico, e per uno che di mestiere realizza infrastrutture tecnologiche non è il massimo;

2) Un amico che, di fronte alle resistenze mie e di altri, ha risposto “Beh ma non c’è problema, vi apro l’account io, metto la vostra foto e ve lo gestisco, così non dovete nemmeno faticare!” – e all’idea che altri possano prendere in gestione il mio nome su Internet (sia pure amici, ma c’è il rischio che lo faccia un qualsiasi sconosciuto) mi sono venuti i brividi.

Così, almeno ora esisto, pur avendo disabilitato tutto il disabilitabile; la prima impressione è che l’interfaccia sia carina ma che potessero spendere due lire per tradurlo in un italiano decente. I suggerimenti di amici forniti dal sistema sono stati completamente sballati, ma non avendo particolare voglia penso che aspetterò che mi aggiungano gli altri.

[tags]facebook, privacy, social network[/tags]

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