Per i miei lettori che ancora non l’avessero vista, segnalo l’intervista fattami venerdì da Il Fatto Quotidiano e pubblicata oggi sul loro sito. E sì, ho lo sguardo stanco e dimostro dieci anni di più… infatti venerdì sera, dopo una puntata a Genova, sono andato a chiudermi tre giorni in montagna!
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È impossibile raccontare per bene una domenica intensa come quella di ieri ad Arcore: bisognava esserci. Sto ancora riflettendo, sto cercando di capire cosa sia veramente successo, ma intanto vorrei condividere alcuni pensieri.
Come Movimento 5 Stelle di Torino e del Piemonte, siamo stati molto incerti sin dal principio se partecipare alla manifestazione per le dimissioni di Berlusconi. Il cosiddetto “popolo viola” è diviso in tante anime, e se quella torinese è ruspante e priva di compromessi, quella nazionale è saldamente in mano all’IDV (l’autoproclamato portavoce Gianfranco Mascia, che peraltro soltanto i media riconoscono come tale, è stipendiato dal partito di Di Pietro). Sapevamo, insomma, che sarebbe stata una manifestazione su cui i partiti dell’opposizione avrebbero cercato di mettere il cappello; e sapevamo anche che Grillo è contrario a queste manifestazioni, vista l’ipocrisia di chi le organizza.
Immaginavamo che non sarebbe stato gradito, ma quel che non avremmo mai immaginato è che i militanti del PD e di IDV sarebbero arrivati direttamente ad aggredirlo, i primi verbalmente, i secondi anche fisicamente. Questo è quel che è successo:
A me ovviamente spiace che si litighi, che ci si divida, che ci siano reazioni così forti a quella che è una posizione, la nostra, più che legittima in democrazia; eppure questa reazione dimostra quanto berlusconiani siano anche i partiti dell’opposizione, coi militanti che adorano il “presidente Di Pietro” come quegli altri adorano Silvio, e con i piddini che si sentono padroni della piazza e danno per scontato di avere un diritto divino di andare al potere dopo Berlusconi. Io penso invece che cacciare Berlusconi per metterci dei berlusconiani meno capaci non serva a nulla; e allora, licenziamoli tutti.
La seconda parte riguarda i famosi “scontri”, di cui tanto avrete sentito parlare. I più cruenti sono avvenuti quando noi eravamo già sull’autobus – immagini qui – e dunque non posso testimoniare, ma dai video sembrano comunque cariche a manganellate contro una dozzina di ragazzi inermi, che si potevano portar via di peso e basta; e infatti oggi i due arrestati sono stati già liberati.
Prima, però, c’è stata la pantomima del corteo-non-corteo. Gli organizzatori hanno insistito che non si doveva andare fino alla villa, ma era ovvio che la maggior parte dei manifestanti fosse lì per quello; e dunque, dal basso, ne è scaturito un corteo pacifico e non violento, cercando di ottenere con la semplice pressione della folla di poter arrivare fino al cancello della villa. Non di rado succede; percorsi e programmi vengono cambiati in corso d’opera accordandosi sul posto tra i rappresentanti della questura e i manifestanti, e nessuno si fa male.
Qui, però, abbiamo avuto a che fare con organizzatori che se va bene erano poco avvezzi, e se va male erano sin dall’inizio intenzionati a far sì che la manifestazione si limitasse a qualche bella foto uso giornali, ma non disturbasse Silvio più di tanto. Fin dal principio hanno cominciato a spaventare la gente, e così la piazza si è divisa, metà ferma lì e l’altra metà in corteo. E quando ci si divide cominciano i guai.
Noi del Movimento, insieme a Resistenza Viola Piemonte, abbiamo scelto la terza via: ci siamo infilati in una strada laterale cercando di arrivare alla villa per un altro percorso, aggirando il corteo già bloccato. I poliziotti erano piazzati talmente male che con due svolte e senza nemmeno volerlo ci siamo trovati oltre il cordone di agenti che bloccava il corteo! A quel punto un po’ di agende rosse e bandiere viola hanno accerchiato da dietro gli agenti, che dopo dieci minuti di tensione sono stati costretti a ritirarsi.
Resta la sensazione che il “popolo viola” – nonostante lo splendido gruppo torinese e nonostante i tantissimi che alla base ancora ci credono – sia ormai nelle mani dei media dei partiti d’opposizione; e che agli stessi partiti interessi soffiare sul fuoco per prendere voti, ma non necessariamente per far cadere Berlusconi. Resta però la sensazione che il clima sia molto teso, e qui mi riprometto anch’io di cercare di non perdere la testa, anche se in quei momenti è difficile, anche se la piazza e la folla sono ambienti che cambiano facilmente la psiche di chi vi si ritrova.
Sicuramente conoscete la vicenda di Raphael Rossi, consigliere di amministrazione dell’Amiat che ha bloccato una delibera di acquisto da quattro milioni di euro rendendosi conto che non serviva a nulla, e a cui i dirigenti Amiat dell’epoca avrebbero offerto una tangente per chiudere un occhio, tangente che lui ha rifiutato chiamando i carabinieri. In queste settimane si è svolta l’udienza preliminare e ieri è arrivata la prima decisione: tutti gli imputati sono stati rinviati a giudizio (uno ha direttamente patteggiato).
Lo scandalo nello scandalo è però avvenuto quando, subito prima di Natale, il Comune di Torino ha deciso di non costituirsi parte civile nel processo. In un processo penale, la costituzione di parte civile serve a dichiararsi parte lesa: nel processo (a differenza del processo civile) è lo Stato ad essere controparte degli imputati, ma chi ha subito danno dal reato può diventare parte civile ed eventualmente ricevere poi un risarcimento. Un gran numero di costituzioni di parte civile, di fatto, dimostra anche l’interesse pubblico nel processo stesso.
Il Comune ha dichiarato che per loro era sufficiente la costituzione della stessa Amiat, ma la sostanza è ben diversa: non costituirsi parte civile è un modo per prendere politicamente le distanze dalla coraggiosa denuncia di Raphael. Non vi sembri strano: persone che partecipano attivamente ai circoli ecologisti della nostra città , ambienti progressisti e di sinistra, hanno riportato che quando si tocca l’argomento scattano gli imbarazzi, e anzi molti dicono esplicitamente che “così non si fa”, che va bene bloccare la delibera ma denunciare no, che non si portano in pubblico i panni sporchi dell’amministrazione cittadina, “che poi se no vincono la Lega e i qualunquisti”.
Comunque, dopo essermi indignato, io ho pensato un’altra cosa: ma il Comune mica è Chiamparino. Il Comune siamo noi, tutti i torinesi; e la corruzione nelle aziende di servizi danneggia tutti noi. Se l’Amiat butta via quattro milioni di euro in modo clientelare, poi la TARSU dovrà aumentare, oppure aumenterà il già enorme buco di bilancio del Comune. Ognuno di noi soffre dalla corruzione un danno economico diretto e ben preciso!
E così, ho tentato l’impossibile: ho tentato di costituirmi personalmente parte civile nel processo. Subito dopo le vacanze sono andato in tribunale, a cercare di parlare con il PM Pellicano: una scena surreale. Sono salito su negli uffici, ho percorso i corridoi fino a trovare la stanza giusta, numero 61401. Lui non c’era, c’era la segretaria; le ho spiegato brevemente cosa volevo fare. Lei mi ha guardato con gli occhi sbarrati e ha detto: “ma scusi, ma allora se è parte lesa lei lo è chiunque, lo sarei anch’io!”. Brava signora, vedo che ha capito.
Alla fine, comunque, non ci sono riuscito. Il PM ha avuto problemi personali, le udienze sono state rinviate – ma (con mia sorpresa, credevo che i processi fossero pubblici – si vede che non sono pratico di processi?) si sono svolte a porte chiuse. Ho chiesto ovviamente a Raphael, anche per assicurarmi che l’iniziativa fosse a lui gradita e non controproducente per l’accusa; lui è stato gentilissimo e ha gradito l’idea, ma mi ha detto che la vedeva difficile. Ho interpellato un’amica avvocato e competente in materia, che mi ha confermato che era praticamente impossibile che un giudice accogliesse la mia richiesta; è già difficile che vengano accettate le costituzioni di parte civile delle associazioni (so che ci stava provando Legambiente ma non so come sia finita), quella di un singolo cittadino è fantascienza.
Chi segue questo blog da lungo tempo ricorderà che sono stato due volte al Cairo, nel 2008; la seconda per uno dei ciclici meeting di ICANN, mentre la prima, più avventurosa, come unico italiano del gruppo e poi da solo, invitato dalla signora Mubarak a parlare di Internet e bambini. Ho girato mezzo mondo, ma di nessun altro posto ho portato via con me una così grande sensazione di inconoscibilità ; una sensazione contemporanea di attrazione e di respingimento, di grande ricchezza e di totale barbarie, di civiltà raffinata e di caos cattivo.
Nel giro di due giorni ero passato da un modernissimo villaggio tecnologico pieno di palazzi di vetro, aiuole, palme e connessioni in fibra (c’è ancora ma è ora presidiato dai carri armati) a una passeggiata a piedi per il centro città (comprese le parti non turistiche) che resta una delle esperienze più memorabili della mia vita, insieme spaventosa e meravigliosa. La volta dopo, mi ero goduto un tour notturno (traffico compreso), una festa con espatriati e il giro tra Museo Egizio e centro commerciale; e altre cose che non avevo raccontato, per esempio un party davanti alle piramidi in cui ci ammannirono lo “spettacolo di luci e suoni” (dei laser verdi che disegnano forme sulle pietre, accompagnati da un pessimo impianto audio sparato al massimo) e l’applauso maggiore venne quando saltò di botto la corrente e dovettero spegnerlo.
Le contraddizioni di un posto del genere sono un paio di ordini di grandezza superiori alle nostre, e per questo non mi stupisce quel che sta succedendo. Ora pare che sia in corso una controrivoluzione, che bande di soldati in borghese abbiano circondato i manifestanti in piazza Tahrir (tra l’altro “piazza” è un concetto che mal si adatta a quel posto, direi piuttosto “una spianata occupata da numerosi incroci e svincoli autostradali”) e che li stiano massacrando. Detto che le dinamiche internazionali della situazione ancora mi sfuggono, e che mi pare strano che una cosa del genere possa succedere senza un ok degli americani e degli israeliani (di cui Mubarak è un garante), il Cairo mi è sempre sembrato un posto sull’orlo dell’abisso, con una densità di persone di livello cinese ma con tutt’altra capacità di garantire l’ordine. In questi casi, Internet – che già allora tentavano invano di bloccare – non può che trasmettere la scintilla.
Ieri all’ora di pranzo ero sul 15, in via Monginevro, poco prima dell’incrocio con corso Trapani, in direzione periferia. La via è stretta, e in larghezza ci stanno quattro macchine e tre spilli per separarle; le due file ai lati sono occupate dalle auto parcheggiate, mentre nelle due centrali passa il traffico, una corsia per senso di marcia, inframmezzato ai tram. E’ una di quelle vie da cui il traffico di scorrimento andrebbe eliminato, rigirandolo sui viali adiacenti; ad esempio si potrebbe pedonalizzare (tram escluso) un isolato ogni tanto, che diventerebbe anche un centro commerciale naturale.
Comunque, in quel punto il 15 fa una fermata; e dunque io ero lì, seduto negli ultimi posti, a tram fermo. Dietro di noi c’era una fila di tre o quattro auto ferme in attesa che il tram ripartisse, visto che non c’è assolutamente spazio per passare. A un certo punto, arriva una utilitaria grigia guidata da una donna di età sui quarant’anni; vede la coda, e come se niente fosse decide di superare in blocco l’intero gruppo. Imbocca dunque con decisione la corsia contromano, senza considerare che il blocco era lungo diverse decine di metri.
E infatti, quando non era ancora giunta nemmeno al retro del tram, dall’altra parte hanno cominciato ad arrivare delle auto, dritte dritte verso lo scontro frontale. A quel punto, che fare: fermarsi e rientrare? Ma no: sfruttando un parcheggio libero sul lato contromano, si è infilata diagonalmente di punta, mettendo una ruota sul marciapiede e rischiando così di investire un paio di pedoni.
Ovviamente, nel frattempo il tram ha finito la fermata ed è ripartito, portandosi dietro le auto diligentemente ferme in coda, mentre l’autista geniale rimaneva bloccata contromano sul marciapiede: allontanandomi col tram, l’ho vista sparire in lontananza bloccata lì, mentre cercava un improbabile momento di calma per mettere la retromarcia e riuscire a uscire. E mi son chiesto cosa possa spingere delle persone a guidare in quel modo.
P.S. Prima che partano i luoghi comuni, segnalo che ho visto abbondanti episodi del genere anche con guidatori uomini…
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Forse avrete sentito al telegiornale che ieri sera a Porta Nuova c’è stato un “flash mob”: un nutrito gruppo di persone vestite di nero, principalmente donne, si è radunato nell’atrio della stazione e, ad un segnale convenuto, ha cominciato a ballare. Poi è stato esposto uno striscione che diceva “L’Italia non è una repubblica basata sulla prostituzione.”: l’obiettivo era contestare la cultura apertamente sessista e squalificante verso le donne che è riemersa in questi ultimi tempi, a partire dagli scandali sessuali del Presidente del Consiglio.
Un “flash mob” è una manifestazione aperta a chiunque e organizzata in un luogo pubblico senza preavviso, semplicemente spargendo la voce, e iniziando di colpo, ad un segnale noto solo ai partecipanti, per cogliere di sorpresa tutti quelli che passano di lì; una volta sarebbe stato impossibile farlo, ma oggi c’è Facebook. Peraltro questo “flash mob” ha avuto poco di “flash”, visto che tutti erano lì già mezz’ora prima esibendo apertamente cartelli e vestiti, che la manifestazione era stata ampiamente annunciata sui media ufficiali – ne aveva parlato persino La Stampa, con tanto di link – e che c’erano più telecamere che nel caveau di una banca. Se la sorpresa è un po’ mancata, l’effetto però è stato ottimo, così come la risonanza della manifestazione stessa.
Il momento migliore, però, è arrivato inatteso: alla fine, quando la musica si è spenta e tutti erano in silenzio non sapendo bene che fare, qualcuno (non so se sincero o provocatorio) ha gridato “Forza Silvio!”. Lì la folla ha reagito fischiando, e poi con un minuto di grida, “dimissioni, dimissioni”, che ha quasi fatto venir giù i muri della stazione.
La rabbia che una parte del Paese ha verso Silvio è ampiamente giustificata, ma spesso dimentica il fatto che il problema è culturale e non politico, e che le cose non sarebbero molto diverse con altri partiti al governo (per quanto quello dell’approccio alle donne sia uno dei campi dove esiste ancora una diversità ). Comunque, l’intensità del sentimento è impressionante; e per domenica 6 febbraio è prevista una grande manifestazione ad Arcore. Vedremo cosa succederà ; nel frattempo, ecco qui sotto il video di ieri sera, mentre su Youtube potete trovare anche una versione integrale senza tagli.
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L’ultima e unica volta che ero stato a Ferrara risaliva addirittura al 1991; facevo quarta liceo e, come avveniva ogni primavera, ero stato spedito a Cesenatico per partecipare alle finali nazionali delle Olimpiadi di Matematica. All’epoca in Piemonte le si faceva per divertimento, e dunque noi torinesi arrivavamo lì senza grande preparazione e le prendevamo come una vacanza. Nei quattro giorni ce n’era uno libero, e noi ne avevamo approfittato per prendere il treno e andare a visitare al mattino Ravenna e al pomeriggio Ferrara; era una fine aprile che sembrava luglio, e il ricordo del nostro treno fermo all’ora di pranzo nella bassa padana alla stazione di Argenta, mentre intorno tutto era verde giallo e silenzioso e si sentiva solo un flebile tremolo di vento, mi è rimasto dentro fino adesso.
Ho avuto dunque l’opportunità di passare a Ferrara un pomeriggio e una mattinata, troppo poco per fermarcisi ma abbastanza per perdercisi dentro. Ferrara è una città eccellente per la sua uniformità ; urbanisticamente, è rimasta praticamente congelata alla fine del Cinquecento, quando perse il ruolo di capitale. Camminare per le vie acciottolate del centro è davvero un piacere, e vi permette davvero di sentirvi come quattro secoli fa; a parte le auto, peraltro discretamente contenute, e l’abbondanza di biciclette, poco è cambiato.
In particolare, ieri pomeriggio – anche per ripararci dal notevole freddo – abbiamo visitato il museo Boldini; e se la sistemazione è davvero triste, in un vecchio palazzo che pare mai più pulito dagli anni ’30, i quadri sono davvero molto belli. E’ impressionante vedere la differenza tra i quadri di Boldini e quelli che dipingevano i suoi maestri anche solo dieci anni prima di lui; la fine dell’Ottocento è un periodo di grande rivoluzione in pittura un po’ ovunque, ma la differenza di vitalità nei risultati è incredibile.
Alla fine ci hanno chiesto di compilare un questionario, e io per un attimo ho pensato di attivare la modalità Sgarbi e di riempirli di insulti per la sistemazione indegna o di sfotterli facendo notare che c’erano più custodi che visitatori, ma mi sono limitato a scrivere che l’illuminazione è terribile: nelle sale c’erano ancora dei vecchi lampadari elettrici a candelabro, vecchi di un secolo, che facevano luce esattamente orizzontale sulle tele, rendendole totalmente coperte dal riflesso se ci si stava davanti.
Stamattina ho visitato la casa Romei, anche questa tutta per me a parte i custodi; ed è stato bello per un’oretta chiedersi come sarebbe stato vivere lì. Stavo già pianificando dove installare il barbecue e la piscinetta dentro il chiostro… E’ un peccato aver dovuto rientrare!
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Stamattina, tra le altre cose, sono andato all’ufficio postale di via Marsigli a pagare i miei 216 euro di TARSU (tre mesi in ritardo sulla prima rata e tutti insieme per via di un lungo incontro con la burocrazia comunale di cui vi racconterò un’altra volta). L’ufficio postale ha un parcheggio che è sempre piuttosto pieno, e soprattutto che pare progettato da Escher: ha una forma piena di curve e slarghi vari.
Le due persone in mezzo alla strada, insomma, non stavano discutendo per chiarire la situazione e nemmeno per sfogare la rabbia verso l’altro; si stavano semplicemente esibendo davanti al pubblico che popolava il parcheggio, con lo scopo di “vincere” il confronto e risultare più simpatici all’audience del momento, riducendo l’altro allo status di perdente.
Temo che questo modo di “discutere”, ripetuto all’infinito dalla televisione, sia penetrato in profondità ; e che siano molto poche le persone che ormai affrontano un dibattito con lo scopo di comprendere le ragioni dell’altro e se possibile trovare una mediazione, avendo allo stesso tempo la sicurezza di credere nelle proprie idee anche quando il pubblico non le applaude. E in una situazione dove i conflitti sono destinati ad aumentare e dove sarà necessario far digerire varie verità impopolari, questo sarà un grosso problema.
Mentre noi arriviamo al massimo a scagliare souvenir, altri popoli più seri del nostro non si fanno problemi a tagliare la testa ai regnanti di turno. Non è dunque particolarmente strano che l’incauto avventurarsi del futuro re d’Inghilterra per la centralissima Regent Street sia stato salutato al grido di “tory scum” e “off with their heads” (che vuol dire proprio “tagliamogli la testa”).
A ben sentire le grida si capisce che il tasso alcoolico dei partecipanti alla protesta era piuttosto elevato, cosa peraltro più che normale per la gioventù britannica. Eppure basta leggere le cronache della storia di Londra per sapere che le folle urlanti e incontrollate ne hanno caratterizzato la vita in ogni epoca; è un suo carattere precipuo.
Insomma, la famosa citazione di Thomas Jefferson“Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli” (sì è di Thomas Jefferson, non di V per Vendetta) non è mai stata così di attualità .
Certo, bisogna che il popolo in questione sappia farsi valere; speriamo tutti che l’attuale crisi della nostra società globale si possa risolvere senza drammi e senza decapitazioni, ma allo stesso tempo non c’è mai stato bisogno di protesta, piazza e indignazione come in questo periodo.
Tanto per cominciare, oggi pomeriggio saremo in giro per la piana di Susa per la parte italiana della giornata europea contro le grandi opere inutili (raduno dalle 14 all’autoporto, all’uscita dell’autostrada). Se questo non vi piace, comunque, ci sono tanti altri motivi per manifestare: dall’acqua pubblica alla corruzione in Parlamento. L’importante è non stare seduti lì a lamentarsi e basta…
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Però i tentativi di cambiare, in passato, sono stati pessimi. Il gommista sotto casa, quando gli ho portato la macchina per montare gomme nuove, me l’ha ridata dicendo che avevo il freno a mano rotto, col cavo tranciato; naturalmente funzionava perfettamente quando gliel’ho portata, ma lui voleva 170 euro per ripararlo. Altri amici hanno avuto esperienze orride con Norauto, talmente orride che non si possono raccontare. Insomma, alla fine, già trovarne uno che non faccia più danni di quelli che ripara è un successo.
Comunque, venerdì sono andato a riprendere la macchina, mettendoci 50 minuti per un percorso che in linea d’aria consta di tre chilometri e che in auto richiede sei o sette minuti (grazie GTT). Il preventivo era di 230 euro per il tagliando (cifra più o meno in linea con quello che si legge nei forum), 55 euro per il cambio gomme (le gomme le avevo io), 130 euro per la riparazione di una maniglia rotta. A questi si sono sommati 100 euro per il cambio delle pastiglie dei freni posteriori: tra una cosa e l’altra, 520 euro per, boh, un paio d’ore di lavoro e un po’ di componentistica varia.
Già dunque mi chiedo che senso e che futuro abbia un Paese dove due ore di lavoro di un meccanico valgono come due settimane di stipendio di un ricercatore; arrivato al momento del pagamento, il meccanico si vanta di avermi anche cambiato gratis una lampadina dello stop. Io lo ringrazio, e chiedo fattura.
Peraltro, bisogna già ringraziare che poi me l’abbia fatta senza fiatare: c’è anche chi ti costringe a pietirla per un quarto d’ora o a dover minacciare la chiamata alla Guardia di Finanza. E poi si torna al punto di partenza: puoi anche litigare con un singolo commerciante o professionista, ma non a tutto c’è un’alternativa; quando è l’unico centro assistenza autorizzato per la tua marca in tutta Torino, che fai? Quando (come successo l’anno scorso) hai la caldaia rotta a dicembre per il gelo e tutti i riparatori sono oberati di lavoro, puoi davvero permetterti di essere selettivo?
Il fisco italiano è in uno stato drammatico; tartassa oltre misura chi già paga o comunque ci si sottomette onestamente, mentre una parte significativa del Paese continua a non pagare una lira; vive ancora di procedure bizantine e balzelli insensati (avete mai provato a registrare un contratto d’affitto di un box? la tassa di registrazione si mangia tre mesi di affitto…) e di metodi da sceriffo di Nottingham (vedi studi di settore) che poi fanno sì che l’intero Paese finisca per disperazione o per errore nel grigio, in modo che la vera evasione possa farla franca in mezzo a tonnellate di piccole scorrettezze.