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domenica 23 Agosto 2009, 20:59

Attraversare la Svizzera per ascoltare male

Attraversare la Svizzera in macchina è un progetto interessante. In primo luogo aiuta a rendersi conto quanto essa sia minuscola; se trascuriamo la metà orientale, occupata dal solo cantone dei Grigioni e da qualche località sciistico-mondane d’alta moda come Davos o St. Moritz, la Svizzera è tutta concentrata in un fazzoletto che si percorre da capo a capo in massimo tre ore d’autostrada. Noi dovevamo partire al mattino dalla Val d’Aosta ed essere a Lucerna per il tardo pomeriggio: per questo abbiamo pensato che fosse buona cosa fare qualche deviazione.

In effetti, la prima deviazione è stata un’ottima idea: invece di fare il tunnel, siamo saliti fino al colle del Gran San Bernardo. Il tunnel, tra l’altro, permette un risparmio di strada abbastanza relativo – non è poi così più in basso rispetto al passo. In compenso è un obbrobrio degno della sopraelevata di Pescara: in puro stile cementista anni ’60, lo stradone d’accesso domina la valle sopra Saint-Oyen con una infilata di pile a mezza costa, per poi attraversare ancora la valle in un unico tubone di cemento grigio sospeso a mezz’aria. Nonostante questo, la strada del passo è bellissima; prima è una specie di viottolo abbandonato in una foresta (ma sono in corso lavori per renderlo più percorribile) e poi sale adagiando i propri tornanti sulla montagna pelata cercando di non disturbare troppo.

In un paesaggio lunare, si arriva infine a un buco nella roccia che si apre sulla conca del laghetto, appena sotto il passo: noi italiani, da bravi sfigati, ci siamo beccati la parte bassa (in compenso le signorine del baretto sul lago erano proprio gentili). Il posto di frontiera svizzero però era totalmente deserto (mai vista una cosa simile) e, dopo una adeguata sosta con breve passeggiata sull’erba, abbiamo potuto imboccare la lunga e filante discesa che porta a Martigny.

Dopo una breve sosta all’autogrill per comprare in francese la vignetta (per fortuna avevo franchi d’avanzo da vecchi giri ginevrini), è iniziato il tratto autostradale: che è una discreta noia, perchè al più piccolo accenno di difficoltà gli svizzeri abbassano il limite. C’è una galleria di cinquanta metri? Limite dei 100. Si stringe un po’ la carreggiata perchè tagliano l’erba sul bordo? Limite degli 80 da cinque chilometri prima a cinque chilometri dopo. E sono limiti seri, a cui mi sono strettamente attenuto, pur aggiungendoci un margine di una decina di chilometri dopo aver visto il comportamento dei locali.

E così, la noia incombeva; certo mi sono potuto assicurare di avere su un disco dei Deep Purple mentre percorrevamo lo spettacolare tratto che sorvola Montreux-on-the-Lake-Geneva-shoreline, ma era tutto lì. E così, mentre galleggiavo a 80 orari sulla tangenziale di Berna, ho avuto un’altra idea brillante e ho deciso per una deviazione: uscire dall’autostrada e fare la strada più breve, ossia la statale della valle dell’Emma.

Ecco, questa per certi versi non è stata una buona idea, perchè se i limiti di velocità svizzeri sono tremendi in autostrada, sono mortali in mezzo ai paesi: 50 nel centro abitato e 60 tra le case sparse ai bordi, rispettati praticamente alla lettera. In pratica, la guida si trasforma in uno smanettamento ossessivo del cruise control per adeguarlo ai limiti man mano che cambiano, dato che un italiano alla guida, senza cruise control, non è in grado di andare stabilmente a 50 orari su una strada dritta e libera, pur se tra le case: ti distrai un attimo e sei già a 70. E poi ogni cento metri c’era un cartello che pregava gentilmente di andare piano per non investire i bambini; e non fosse mai che la guida disattenta di uno straniero possa privare gli svizzeri di un qualsiasi futuro campioncino, un purosangue elvetico tipo Dzemaili o Turkyilmaz.

In compenso, però, la valle dell’Emma è davvero bellissima. Posso innanzi tutto smentire un mito: no, le case non sono fatte di formaggio. Però hanno una forma stranissima, che pare pensata da un matematico per definire un solido di nuovo tipo. Il tetto in cima è piatto, poi ha un tratto poco inclinato e infine, raggiunti i bordi della casa, spiove proteggendo i balconi, in una specie di grande fungo regolare. La valle, poi, è in realtà una serie di prati in mezzo a colline ondulate, coperte di prati tutti perfettamente rasati e puliti. La strada è affiancata dalla regolamentare ferrovia svizzera, su cui circolano sia treni passeggeri (pieni) che treni merci (credo che trasportino i buchi del formaggio fino alla fabbrica dove vengono inseriti dentro la forma). In uno dei paesi, poi, era tutto mezzo bloccato: si svolgeva una delle tradizionali feste in costume da fesso che si usano da queste parti, con cuffiette, corni, pizzi, corpetti e così via.

Alla fine siamo arrivati a Lucerna. E’ una città minuscola ma ciò non vi tragga in inganno, ci vogliono comunque venti minuti per attraversare i dieci isolati dalla periferia alla piazza della stazione. E’ noto che quando le nazioni del mondo hanno firmato la convenzione di Ginevra per vietare la tortura, hanno aggiunto una postilla che dice “comunque i semafori svizzeri sono ammessi”. Anche i semafori svizzeri sono pensati da un matematico: il traffico è gestito in maniera ossessiva, e lo spazio disponibile viene suddiviso in una corsia per le auto che svoltano a sinistra, una per quelle che vanno dritto, una per quelle che vanno a destra, una per il bus che va dritto, una per il bus che deve girare, una per i taxi, una per le bici, una per i cani, una per i passeggini e una per il signore anziano del palazzo a fianco che ha la porta del garage vicino all’incrocio e si troverebbe altrimenti a doversi infilare in mezzo alle auto in coda quando esce la domenica mattina per andare a messa. Se non vi è spazio per tutte queste corsie, o si vieta il transito ad alcune categorie o si vieta la svolta, in quanto l’idea di stare fermi sul bordo sinistro della corsia aspettando che non arrivi nessuno dall’altra parte per girare è considerata una forma di pericolosissima anarchia.

Infatti, a ognuna di queste corsie – che vengono tracciate con strisce tratteggiate di vario colore per tutta l’estensione dell’incrocio, creando un allegro reticolo di linee colorate che rende impossibile capire dove si debba andare e scatena anche qualche crisi di panico nell’automobilista non abituato – corrisponde una fase semaforica separata, giacchè sarebbe pericoloso che due categorie o due direzioni diverse passassero contemporaneamente. Ogni semaforo ha dunque da dieci a venti fasi separate, il che rende la durata media del ciclo pari a circa cinque minuti; naturalmente però, per evitare il collasso completo, il semaforo viene sincronizzato con quello prima e quello dopo.

Tuttavia, date le diverse configurazioni degli incroci, spesso le sincronizzazioni vengono realizzate a cicli multipli: che so, ogni cinque cicli interi il semaforo della piazza della stazione si trova sincronizzato con quello del viale a monte, mentre ogni tre cicli è sincronizzato con quello dall’altro lato del ponte, dunque ogni quindici cicli (75 minuti) si realizza la configurazione magica per cui puoi passarli tutti e tre insieme senza aspettare cinque minuti per incrocio, e questo è il caso in cui il raggio di luce proiettato dall’ultimo semaforo in fondo colpisce direttamente la lanterna rossa del primo semaforo facendo apparire al centro dell’incrocio il Sacro Graal.

Tutte le altre volte, invece, ci metterete dieci minuti buoni per attraversare la piazza.

E non è finita qui: perché alla fine arrivate al parcheggio sotterraneo. Ogni città svizzera è organizzata così: ovunque la sosta è vietata oppure riservata ai residenti; tutti gli altri devono recarsi in una delle piazze principali, ognuna delle quali è dotata di un apposito parcheggio sotterraneo a pagamento. E’ un ottimo sistema, e insieme ai semafori contribuisce molto a scoraggiare l’uso inutile dell’auto privata. Quando però arrivi al parcheggio e vuoi capire quanto ti peleranno, ti trovi di fronte a un cartello anch’esso progettato da un matematico, che dice la cosa seguente: “Il costo di base è di 1,50 franchi per i primi 15 minuti. Successivamente il costo è di 0,10 franchi ogni tre minuti.”

Matematicamente è perfetto: p = 1,50+0,10*(t-15)/3. Ti dice esattamente qual è l’unità di arrotondamento del tempo, che viene calcolato con una precisione tale che non ti capiterà mai di pagare una botta extra solo perchè sei arrivato un minuto in ritardo sullo scoccare dell’ora. C’è un piccolo problema: tu sei lì alla sbarra e vuoi decidere se entrare o no, e vorresti capire quanto ti costerà una sosta di circa quattro ore, anche a spanne ma in fretta, che dietro si sta formando la coda. Ecco, in questo caso o sei svizzero oppure ti capiterà quel che ho visto io, cioè auto da mezza Europa accostate con le quattro frecce mentre il guidatore, contando sulle dita con aria perplessa o talvolta aiutandosi col cellulare, cerca di capire quanti blocchi di tre minuti ci sono in quattro ore.

Capirete quindi perché al ritorno serale, passato il Gottardo e riapparse le scritte in italiano, mi è sembrato di tornare a casa; e a Como, poi, finalmente la liberazione di poter accelerare e cominciare a interpretare i limiti di velocità anziché rispettarli…

P.S. Non vi ho detto nulla del concerto: a Lucerna siamo andati a sentire Abbado che dirigeva un’orchestra che suonava una roba che non avevo mai sentito. Devo premettere che io ho bazzicato molto la musica classica dai quattro ai quattordici anni, poi mi fecero ascoltare gli Iron Maiden e lì capii che ogni arte ha il suo momento storico. Comunque, questa nuovissima e lussuosissima sala da concerti svizzera era piena di gente in gran spolvero, chi da Monaco chi da Milano, tutti in abito da sera e alcune signore anche chiaramente imbalsamate subito prima di uscire perché stessero in piedi, che veniva ad ascoltare il maestro suonare male… almeno così ho capito, gli italiani dicevano che stasera suonava male, che è da un po’ che vuole suonare male, e che finalmente esegue la quarta sinfonia di male.

Secondo me invece suonavano bene; l’orchestra dal vivo fa sempre impressione, questa poi era enorme (ho contato fino a trentanove solo con i violinisti). Peccato che codesta quarta sinfonia di male – che non avevo mai sentito se non per cinque secondi che ho riconosciuto perché li usavano per la pubblicità dell’elettricità l’anno scorso su Radio Popolare – fosse una lagna assurda, una accozzaglia di pezzetti di trenta secondi che presi singolarmente sarebbero stati tutti molto belli, ma che venivano buttati lì senza una logica, in un ammasso di musica senza capo né coda che pareva generato con un procedimento casuale. All’inizio ero sveglio perché il mio posto era su un cornicione largo un metro posto a circa trenta metri d’altezza (non sto esagerando) sul muro laterale della sala, proprio sopra le teste degli orchestrali, separato dal vuoto solo da una bassa balaustra; è stato faticosissimo non svenire per le vertigini. Poi però mi sarei bellamente addormentato; e invece non riuscivo nemmeno a dormire, perché ogni tanto l’algoritmo di generazione casuale della musica buttava fuori un fortissimo e lì facevano veramente fortissimo, sembrava quasi che se l’avessero avuto avrebbero buttato in scena anche un elefante a barrire per fare più fortissimo.

Insomma non è che si può dire che fosse brutto, ogni tanto c’erano dei pezzi carini, però due palle così, davvero: in termini di teoria musicale, questa cosa per poter essere una sinfonia mancava di alcune cose fondamentali, tipo, che so, un tema melodico che si ripete variato, dei movimenti distinguibili l’uno dall’altro non solo in base all’ora che s’è fatta, e così via. Invece qui c’era un remix di pezzetti di valzer viennese e pezzetti di colonna sonora da film, e insomma ci avessero messo sullo schermo Titanic con Leonardo Di Caprio codesta musica ci sarebbe andata a fagiuolo e almeno sarebbe servita a qualcosa, ma senza immagini era noiosa come un qualsiasi disco della colonna sonora di un film, che infatti hanno smesso di pubblicarli e hanno cominciato a fare le compilation con le canzoni, anche quelle che nel film si sentono per tre secondi, perché di ascoltare un’ora di violini ora crescenti ora pianissimi ora drammatici ora estasiati non c’ha più voglia nessuno.

Magari se uno lo sente un po’ di volte poi gli piace, come i dischi del periodo minimalista dei Radiohead; tuttavia mi sa che la prossima volta vado a sentire Beethoven o qualcuno che componga una sinfonia con tutti i crismi.

[tags]svizzera, traffico, semafori, torture, parcheggi, matematica, lucerna, musica classica, abbado, male[/tags]

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venerdì 21 Agosto 2009, 16:20

Turismo sparso

Per prima cosa volevo lamentarmi del fatto che stamattina a Champoluc ho fatto venti minuti buoni di coda a passo d’uomo, attraverso l’unica via del paese, per arrivare fino al mercato settimanale. Il mercato occupa l’unico parcheggio del paese, per cui il giorno di mercato è normalmente affollato; di solito si parcheggia lungo la strada principale una volta usciti dal paese, in mezzo ai prati. Oggi però no: trattandosi del giorno più trafficato dell’anno, l’unico vigile si era appostato proprio accanto al mercato con l’unico scopo di multare senza pietà chiunque osasse cercare di lasciare l’auto da qualche parte. Il fatto che non esistessero altre possibilità di parcheggio pareva essere irrilevante: l’obiettivo non era organizzare meglio le cose – difatti il risultato era una fila di tre chilometri di auto ferme a sgasare in mezzo al paese, perchè chi arrivava là non sapeva bene che fare e rimaneva fermo in mezzo – ma semplicemente fare un po’ di cassa sulla pelle dei turisti.

Alla fine abbiamo lasciato l’auto sempre sul bordo della strada, ma qualche centinaio di metri più in là, fuori dalla portata del vigile: certo che dopo un trattamento del genere, unito al piacere di una lunga coda che neanche sullo svincolo di viale Certosa alle 9 di un lunedì mattina, e all’aria resa irrespirabile dai gas di scarico, non penso che tornerò tanto presto a Champoluc.

Comunque, stasera alla Sagra del Cinghiale di Pontey inizia il nostro tour, che prevede le seguenti tappe:

Ven 21 Pontey
Sab 22 (pom) Lucerna
Sab 22 (notte) Milano
Dom 23 Stoccolma
Lun 24 Stoccolma
Mar 25 Stoccolma
Mer 26 Turku
Gio 27 Helsinki
Ven 28 Helsinki
Sab 29 Tallinn
Dom 30 Helsinki
Lun 31 Toro-Empoli

Ho superato alcune difficoltà tecniche, come prenotare un traghetto finlandese da una compagnia che non accetta le carte di credito italiane per “problemi tecnici e di sicurezza”. Ora vediamo se riusciamo a fare l’intero giro senza intoppi: prometto di bloggare se e come si riesce…

[tags]turismo, val d’aosta, champoluc, traffico, pontey, giri strani[/tags]

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giovedì 20 Agosto 2009, 14:10

Sofferenze

Arriva dal San Giovanni Bosco l’ennesimo caso etico dell’estate: l’infermiera che avrebbe somministrato una dose extra di calmante a un paziente morente e in coma, accelerandone di qualche ora la morte, e venendo poi denunciata da uno dei medici del reparto.

E’ molto difficile fare considerazioni dall’esterno, senza conoscere esattamente le cartelle cliniche e le situazioni specifiche. E’ facile prevedere che l’indagine si concentrerà su cavilli: se l’infermiera era autorizzata o no a decidere di fare una iniezione aggiuntiva (comunque, pare, di entità minima: un quarto della dose oraria), se è vero che tale operazione è di routine in casi come quello ed era già stata praticata dai medici, se – dato che tutti concordano sul fatto che il paziente sarebbe morto comunque entro poche ore – si possa tracciare dal punto di vista tecnico un nesso di causalità diretta tra l’iniezione e la morte.

Io preferisco esaminare la questione dal punto di vista umano: non vi è alcun dubbio che l’intenzione dell’infermiera fosse quella di diminuire la sofferenza di un paziente comunque spacciato (se vi fosse l’esplicita intenzione di accelerare la morte, naturalmente, non lo sapremo mai). Nonostante i titoli dei giornali, non si tratta di una eutanasia in senso proprio – ossia dell’uccisione artificiosa di un paziente in condizioni devastate ma stabili, che senza tale atto sarebbe sopravvissuto indefinitamente nel tempo – ma di un caso complesso di terapia del dolore. Da una parte è dovere del medico alleviare le sofferenze del paziente, somministrandogli medicine per ridurre il dolore; dall’altra è possibile che queste medicine ne accelerino la fine, e a questo punto come si può definire il bene del paziente?

Non si può: se il paziente fosse cosciente potrebbe valutare da solo se sia meglio vivere più a lungo soffrendo di più o vivere di meno soffrendo di meno, ma se non lo è, in assenza di un testamento biologico, qualsiasi scelta del personale medico o dei familiari (il cui eventuale potere di vita o di morte sul congiunto è anch’esso molto discutibile) può essere giusta o sbagliata senza che esista la possibilità di saperlo, visto che, oltretutto, nessuno può sapere dall’esterno quanto stia effettivamente soffrendo una persona morente che non è in grado di comunicare le proprie sensazioni.

Non può essere lo Stato a decidere della vita delle persone; la stessa legge che vieta di uccidere non ha un valore etico, dato che l’etica è personale e diversa per ognuno di noi, ma soltanto un valore sociale, vietando l’uccisione in quanto dannosa per gli altri e per la società. Dunque, se non può essere lo Stato, può essere soltanto ognuno di noi a decidere per se stesso in piena libertà, attraverso una certificazione inequivocabile della propria volontà per il futuro: appunto il testamento biologico.

In questo caso, però, il testamento biologico non c’era, e allora come poteva l’infermiera scegliere? Avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte, evitare di curare il dolore del morente, lasciarlo al suo destino; ma non sarebbe anche in questo caso venuta meno al proprio dovere di cura del paziente? Alla fine, io credo che abbia preso la decisione giusta: dato che non era comunque possibile evitare la morte del paziente a breve, nel dubbio ha errato dal lato di diminuirne la sofferenza.

Per quanto i processi alle intenzioni siano difficili, dunque, da quel che si è saputo mi sembra che non si possa imputare niente all’infermiera; anzi, il rischio (purtroppo già vivo in molti ospedali) derivante da queste campagne mediatiche è che poi il personale medico non osi più curare le sofferenze dei pazienti in fase terminale, e non ti dia nemmeno una bustina per il mal di denti per paura che poi, per qualche complicazione, sia proprio quella bustina ad accelerare la morte e a portare ad accuse di eutanasia. Ma c’è una persona che secondo me invece va censurata: il suo collega che l’ha denunciata.

E’ evidente che, in una situazione senza uscita e senza risposte giuste, ogni persona – persona prima ancora che medico o infermiere – si comporterà in modo diverso a seconda delle proprie personali convinzioni. Dunque non c’è spazio per censurare le azioni altrui, a meno che non si pensi che la propria etica sia assoluta e obbligatoria per tutti, una convinzione che però in una società civile, multireligiosa, multietnica e profondamente diversificata non può trovare posto.

Dunque a me questo medico che ha denunciato la collega pare proprio senza cuore, al punto da anteporre le proprie personali convinzioni etiche e religiose a tutto il resto, mettendo nell’occhio del ciclone una collega che comunque aveva la sola intenzione di alleviare le sofferenze del paziente, e costringendo la famiglia del paziente a vedere il proprio lutto trascinato sui giornali per giorni, assediato da taccuini e telecamere, condannato a una trafila di indagini e autopsie e funerali rimandati; causando insomma molta altra sofferenza.

Certo sarebbe diverso se si fosse trattato di una vera eutanasia, dell’uccisione di una persona che altrimenti non sarebbe morta se non mesi o anni dopo. Ma in questo caso, le poche ore di sofferenza risparmiate al paziente valgono i giorni di sofferenza inflitti alla famiglia, ai colleghi, a chiunque abbia un minimo di sensibilità per le vicende altrui? Dal punto di vista medico-legale non lo so, ma, dal punto di vista umano, questa sì che mi pare una violazione dei principi etici di un medico.

[tags]eutanasia, ospedale, medicina, vita, san giovanni bosco, etica[/tags]

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mercoledì 19 Agosto 2009, 14:29

Un paese serio

Trovo molto interessante questa storia riportata ieri da La Stampa: parla di una ragazzina olandese di tredici anni che ha un sogno, quello di essere la più giovane persona della storia a circumnavigare il globo in solitaria. In barca ci è nata e cresciuta, figlia di due genitori appassionatissimi che hanno impegnato ben cinquantamila euro per comprarle una imbarcazione adatta alla sua impresa e permetterle di realizzare il suo sogno: ora è pronta a partire, ma si scontra con la burocrazia ministeriale che non vuole darle il permesso di assentarsi per un anno da scuola.

Quale sarebbe la nostra reazione se un caso del genere avvenisse in Italia? Beh, è facile immaginarlo. Innanzi tutto, fiorirebbero i fan club e le raccolte di fondi per avvicinare la ragazza al suo sogno; lei e i suoi genitori sarebbero invitati ad almeno mezza dozzina di trasmissioni televisive per raccontare la loro storia. Probabilmente qualche azienda sponsorizzerebbe il viaggio, provvedendo alle riprese e trasformandolo poi in un documentario, uno spot, un tormentone. Quanto al ministero dell’Istruzione, probabilmente non si sarebbe nemmeno accorto dell’assenza della ragazza da scuola – in fondo esistono intere parti del Paese dove un buon numero di tredicenni passano le mattinate a fare da palo per le rapine invece che a scuola – ma se anche avesse provato a sollevare il problema, subito almeno venti parlamentari di ogni colore avrebbero provveduto con interpellanze e pubbliche interrogazioni a combattere la scandalosa ottusità nel voler applicare le regole alla lettera, senza nemmeno quel po’ di buon senso che serve ad ammettere l’eccezione per “tentato record del mondo”.

L’Olanda, invece, è un paese serio: dunque il ministero ha fatto notare ai genitori che, dato che la scuola è un obbligo fino a sedici anni, la ragazza non può assentarsi per un anno senza un giustificato motivo – e un tentativo di entrare nel Guinness dei Primati non è considerato un giustificato motivo. Quando i genitori hanno suggerito che la ragazza poteva studiare mentre navigava e comunicare con gli insegnanti via Internet, il ministero ha risposto che certamente sono state concesse eccezioni e possibilità di insegnamento a distanza in passato, ma che pare un po’ difficile che una ragazza che debba guidare da sola una barca attraverso gli oceani del mondo abbia il tempo e la voglia di studiare seriamente. Dunque, concludono le autorità, o la ragazza rinuncia e frequenta la scuola oppure loro spediranno gli assistenti sociali a occuparsi di due genitori talmente irresponsabili da pensare di far saltare un intero anno di scuola dell’obbligo alla loro figlia.

E non finisce qui: stando alle notizie, non solo non ci sono state raccolte di firme e manifestazioni contro le ingiuste leggi e pro libertà di navigare, ma quasi l’80% degli olandesi è d’accordo con la posizione del ministero. Davvero un altro pianeta…

[tags]italia, olanda, istruzione, record, barca[/tags]

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martedì 18 Agosto 2009, 10:54

Qualità italiana

Nella quiete di Ferragosto, probabilmente vi siete persi un’altra chicca relativa ai grandi successi dell’industria italiana nel mondo. Dopo le carrozze della metro di Los Angeles rifiutate all’Ansaldo, il Wall Street Journal ha rivelato che già da un paio di mesi la Boeing ha fermato l’ordine delle fusoliere del nuovo 787, ordinate all’Alenia e prodotte nello stabilimento di Grottaglie (TA). Pare infatti che le fusoliere prodotte in Italia avessero delle grinze: un problemino da nulla per la struttura di un aereo di linea di lungo raggio.

Mentre la notizia fa il giro del mondo (la riporta anche il New York Times e persino Slashdot), in Italia ovviamente non ne parla quasi nessuno, un po’ perché la notizia non coinvolge culi, tette e presidenti del Consiglio e un po’ perché parlar male di una qualsiasi azienda è vietato dalle regole del giornalismo italiano. A parte qualche agenzia e qualche breve nelle sezioni di Borsa, le reazioni giornalistiche che ho trovato sono essenzialmente due: la Gazzetta del Mezzogiorno dice che è tutto un complotto dei cattivi americani e dei loro giornalisti talmente scorretti da riportare una notizia del genere pur di danneggiare l’immagine di eccellenza dello stabilimento di Grottaglie, mentre Grottaglie In Rete Magazine (mica cazzi) dice che è tutto un complotto di cattivi nordisti per lasciare a casa i lavoratori e comunque per danneggiare l’immagine di eccellenza dello stabilimento di Grottaglie riportando la testa dell’Alenia al nord, cioè a Napoli. L’idea che possa esserci effettivamente qualche problema nella qualità del lavoro italiano non è ovviamente contemplata.

Sperando che questa apparente figuraccia venga ridimensionata, dobbiamo anche dire che il 787 è l’aereo più sfigato del momento, che è in ritardo di anni sulla tabella di produzione e che la Boeing rischia il fallimento: l’aereo doveva essere pronto due anni fa e invece non si sa nemmeno ancora quando potranno iniziare a farne volare qualcuno per i test. Anche l’Airbus A380 è stato un delirio, ma intanto era qualcosa di sostanzialmente nuovo, e alla fine sta già volando da un po’: 1-0 per l’Europa.

Potete quindi capire quale sia stata la reazione delle linee aeree che hanno puntato sul 787, attendendone febbrilmente la consegna per poter far partire nuove rotte e nuovi servizi, alla notizia di questo nuovo inconveniente: in rete è uscito addirittura il filmato segreto della prima reazione di Adolf Hitler

P.S. Qui invece è quando dicono a Hitler che gli hanno chiuso l’account per giocare in rete con la Xbox.

[tags]italia, qualità, industria, alenia, boeing, 787, linee aeree, airbus, hitler[/tags]

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domenica 16 Agosto 2009, 17:17

Scioglievolezze

Fa caldo, in questa domenica di Ferragosto. Fa talmente caldo che non c’è più niente da fare; l’idea di una qualsiasi attività – intellettuale, ludica, sportiva, lavorativa, organizzativa – si scioglie immediatamente nel cervello.

Si può ancora accettare solo il minimo per far passare il tempo – dormire, per esempio, o far partire un annoso backup che attendeva lì da sempre, o guardare quel contadino di Jorge Lorenzo che va a zappare la terra per l’ennesima volta.

Ho la sensazione che ci sarebbe di meglio a cui pensare, di meglio da fare. Ci si potrebbe occupare di vari generi di cose più importanti – lavoro, amicizie, ricerca, riflessione, politica… Ma gli è che in questi giorni ovunque ti giri ti accorgi che non c’è più niente; in Italia si è sciolto proprio tutto.

[tags]ferragosto italiano[/tags]

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sabato 15 Agosto 2009, 09:27

Commento tecnico

Volete un commento tecnico sulla partita di Coppa Italia di ieri sera, Livorno-Toro 2-0? Beh, le costine erano ottime e gli agnolotti squisiti come tutti gli anni, e andando un po’ sul tardi non abbiamo nemmeno fatto coda, alla Sagra dell’Agnolotto e della Grigliata di Cortanze (AT).

Venerdì prossimo c’è la prima di campionato, Grosseto-Toro: ci vediamo alla Sagra del Cinghiale di Pontey (AO).

[tags]toro, serie b, sagre, cortanze, pontey, agnolotti, cinghiale[/tags]

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giovedì 13 Agosto 2009, 23:35

Riusciti male

Stasera, con amici, zappavamo in tivvù e su Retequattro è spuntato nientemeno che Rimini Rimini, un classico del filmaggio italiano anni ’80, pieno delle regolamentari tette al vento e battute squallide.

Poi zappavamo ancora e su Raisat Gulp c’erano i cartoni animati di Ratman. Sono un appassionato lettore del fumetto da quando ha cominciato ad esistere, a metà anni ’90, e lo trovo meraviglioso. Non avevo mai visto i cartoni animati, ma sapevo che Ortolani li ha rinnegati in tutti i modi, addirittura dedicando vari numeri del fumetto a una storia che li denigrava in modo ben chiaro ad ogni occasione. Così ne ho visto due minuti con curiosità.

Facevano talmente cagare che abbiamo passato il resto della serata a vedere Rimini Rimini.

[tags]fumetti, ratman, ortolani, rimini rimini, cinema, zapping[/tags]

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martedì 11 Agosto 2009, 18:30

Superclassici del cinema educativo

L’estate televisiva non regala solo cartoni: ieri sera, su quel fantastico canale Sky che si chiama AXN, è apparso uno dei film superclassici e negletti degli anni ’80.

Erano gli anni in cui Reagan definiva il mondo, e la musica era dominata dalle tastierine di plastica, dalle drum machine e da chitarre molto distorte. Erano gli anni in cui Arnold Schwarzenegger preparò la stagione del proprio successo; ma film come Commando e Terminator erano comunque intellettuali, colti, pieni di trame elaborate, complotti robotici, servizi segreti, viaggi nel futuro e nel passato. Per questo Arnie si è poi dato alle commedie e alla politica; ma non era quello il vero film d’azione americano degli anni ’80.

Il vero film d’azione americano degli anni ’80 in parte nasce in Australia, con i primi due mitici film di Mel Gibson; in parte nasce nell’Israele vero e immaginato americano di Golan-Globus e del loro eroe principale, il Chuck Norris di Delta Force; e in parte, ovviamente, nasce con Rambo. Ma pochi film rappresentano così bene lo spirito indomito dell’America degli anni ’80 come le avventure dell’investigatore Marion Cobretti, in arte Cobra.

E’ lui: Stallone, nu jeans e na maglietta, ma soprattutto un paio di Ray-Ban patacconi che oscurano l’intera inquadratura; una macchina tamarrissima, una moto tamarrissima, una modella tamarrissima a cavalcioni, naturalmente da salvare. E il mondo contro: dai cattivi ai buoni, tutti ce l’hanno con Cobra.

Cobra dice poche parole; quelle che dice servono a lamentarsi di “tutte quelle stupide regole”, tipo leggi, giudici e avvocati. Cobra spara, accoltella, spranga, spaccalafaccia a tutti per tutto il film. Ma soprattutto, in questo stereotipo di ultraviolenza, Cobra elimina anche le regole formali. Il film, in realtà, non ha una trama; nessuno si preoccuperà mai di spiegarci chi siano i cattivi, perché vogliano uccidere la modella tamarra, quale sia la loro attività criminale, come sia possibile che orde di decine e decine di nuovi villani offrano continuamente il petto e la ruota della moto ai proiettili di Cobra. Non c’è un motivo per cui Cobra uccide: è obbligato dal suo destino cinematografico, ed esegue il proprio dovere con dedizione e capacità, due termini ormai sconosciuti ai giovani d’oggi.

Dev’essere per questo che da lustri non trasmettono più Cobra in televisione fuori dai canali minori: è un film troppo educativo.

[tags]cinema, stati uniti, hollywood, schwarzenegger, norris, gibson, stallone, cobra[/tags]

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lunedì 10 Agosto 2009, 20:01

Canali che amano i bambini

Volevo approfittare di un post per una lamentela contro una azienda americana, tale Walt Disney Incorporated con sede in California.

Infatti, mentre gli altri canali di cartoni di Sky trasmettono cartoni che talvolta non sono eccelsi ma almeno hanno meno di dieci anni di vita e uno stile vagamente moderno, se accendi Disney Channel a qualsiasi ora hai ottime probabilità di trovare vecchiume. Metà del palinsesto infatti è occupato da orride sitcom, e la parte di cartoni verte principalmente attorno a robe degli anni ’80 ritrasmesse usando come sorgente un vecchio videoregistratore Betamax.

Intanto c’è la saga dei Pippi: l’orrido cartone prodotto tra gli ’80 e i ’90 in cui, per modernizzare un po’ la scena, mettono Pippo insieme a un suo improbabile figlio (figlio?? avuto con chi????) a vivere nell’obbligatoria casetta americana col vialetto e il praticello, a fianco di un’altra obbligatoria casetta americana col vialetto e il praticello in cui vive… Gambadilegno. Ma non da solo: sposato! Con un nuovo personaggio, la moglie di Gambadilegno, che ovviamente porta con sé il figlio e la figlia di Gambadilegno, che devono fare amicizia con quelli di Pippo e… ecco… immaginate che porcata di storie può nascere da una roba del genere!

Devono essere gli stessi sceneggiatori che più o meno nello stesso periodo misero a scrivere le avventure di Darkwing Duck (un riuscitissimo incrocio tra Zio Paperone e Batman) e quelle di Cip e Ciop esploratori volanti, ovviamente con l’invenzione di fantastici personaggi di contorno come uno scoiattolone buono, una zanzara divertente e una scoiattola fatale vestita in una tuta viola aderente! Il tutto animato con tre colori e mezzo fotogramma al secondo da uno stuolo di bambini pakistani. Verso metà degli anni ’90 irruppe negli studi Schwarzenegger e fece piazza pulita di questa gente, così finalmente smisero di produrre stupidaggini, eppure le hanno ritirate fuori tutte vent’anni dopo per Disney Channel, e te le presentano pure come fossero dei grandi eventi multimediali!

E poi, tra un vecchio cartone e l’altro, partono i promo e gli spot. Quasi sempre, si parla di High School Musical, un film per adolescenti in cui tutti gli studenti di una scuola lavorano tutta l’estate per guadagnare i cento euro necessari a comprarsi lo zaino firmato Disney per il successivo anno scolastico. A ogni blocco pubblicitario c’è lo spot dello zaino in versione italiana, in cui una giovane cubista brianzola, pittata come una sciantosa, finge di non sapere ballare per i primi tre secondi e inciampa, ma allora la giuria del premio la invita a rialzarsi e lei magicamente continua a non saper ballare, ma ora tutti applaudono e le tirano in testa uno zaino firmato Disney, e lei sembra contenta, mentre la musichina dice che grazie allo zaino finalmente ogni ragazzo d’Italia sarà “protagonista”, capito? Al centro dell’attenzione senza più studiare, basta lo zaino firmato per sfondare nella vita. Se non si parla di High School Musical, allora compare o lo spot di un altro programma Disney, o un qualche riferimento a Hannah Montana, ai Jonas Brothers o a uno degli altri giovani talenti musicali internazionali di proprietà (intellettuale, fisica e carnale) della Walt Disney Inc.

Se poi vi va proprio di sfiga, potete vedere Topolino(R) che presenta La Sirenetta(R) che balla con Liloestic(R) che cantano una canzone idiota tratta da Mulan(R) perché tutti i brand vanno sfruttati insieme, martellati sempre e monetizzati il più possibile… sempre all’interno dell’unico stile di vita possibile, quello in cui lo scopo della vita è andare al centro commerciale a far spese per poi parcheggiare l’auto nel vialetto accanto al praticello.

Fate una buona cosa, piazzate i bimbi davanti ai cartoni, ma davanti a Disney Channel no: è un canale che ama i bambini come li amerebbe un belga!

[tags]disney, televisione, cartoni[/tags]

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