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lunedì 7 Settembre 2009, 11:31

Luce accecante

È bello abitare in una casa da cui si vedono la luna e il sole; l’altro giorno all’alba si vedeva una bellissima luna piena grigia tramontare dalle parti dell’Orsiera, mentre ieri sera un’altrettanto bella luna piena gialla sorgeva da quelle di Superga.

In effetti, ieri pomeriggio sono uscito da una riunione verso le 18:30 e ho imboccato corso Francia per tornare a casa dal centro. La luce del sole al tramonto era splendida, arancione, bassa e dritta e riempiva tutto il cielo. Peccato solo che corso Francia sia diretto esattamente ad ovest, per cui guidare era quasi impossibile: non si vedeva assolutamente niente.

All’altezza di piazza Bernini, uscendo dalla rotonda, il semaforo da sempre giallo lampeggiante del passaggio pedonale è diventato improvvisamente rosso. Mi sono fermato abbastanza bruscamente, sorpreso; ho così scoperto che i semafori dei passaggi pedonali, altrimenti inspiegabili, hanno in realtà una funzione; attivandoli con un pulsante fanno venire rosso per le auto e verde per l’attraversamento pedonale, già rialzato e rallentato in occasione dei lavori della piazza. Peccato che un semaforo lampeggiante che diventa rosso di colpo mandi gli automobilisti nel pallone; in più, il passaggio è troppo vicino alla rotonda e la coda di auto al rosso straborda subito nella stessa, bloccandola. Il tutto poi per niente, perché all’attraversamento non c’era nessuno. Sospetto che il pedone abbia premuto, ma poi non abbia atteso che il semaforo si attivasse, e si sia buttato tra le auto; quando il semaforo è venuto verde, lui era già dall’altra parte.

Questa trovata mi ha lasciato piuttosto perplesso; così, rimuginando un po’ per decidere se fosse utile o dannosa, sono arrivato fino in piazza Rivoli. Anche lì la rotonda era intasata; uscendo verso corso Francia dal lato opposto, a passo d’uomo nella coda, ho scoperto che le auto deviavano sul controviale perché c’era stato un incidente. Non mi sono fermato a guardare, ma mi pare di aver visto due persone, una stesa in terra e una sulla barella dell’ambulanza mentre cercavano di rianimarla. Quasi certamente erano due pedoni investiti sulle strisce all’uscita della rotonda.

Lì non ci sono semafori, dossi, rialzi, cubetti di porfido e nemmeno fioriere e arredo vario; e con quella luce era molto facile non vedere un pedone su quelle strisce. Mi verrebbe da dire che i soldi per sistemare piazza Bernini e il primo tratto elegante di corso Francia dopo i lavori della metro sono stati trovati prima di subito, mentre quelli per risistemare il resto, tre anni e mezzo dopo, ancora latitano; il corso è stato rattoppato alla bell’e meglio, senza nemmeno uno spartitraffico (il che permette manovre assurde, inversioni e soste pericolose) e con i passaggi pedonali abbandonati al proprio destino. Dopo infiniti rinvii, il sito della metro, in fondo alla pagina, dice ora che il tratto tra piazza Bernini e piazza Rivoli è “previsto in appalto nella programmazione 2009” (= “nel 2009 abbiamo scritto che prima o poi lo faremo”) mentre quello tra piazza Rivoli e piazza Massaua non lo citano nemmeno più, resterà così per sempre. Mancano i soldi; o meglio, i soldi per risistemare piazza Vittorio a parcheggio privato del sindaco si sono trovati subito, quelli per le periferie mancano sempre.

Ma sopra tutto questo c’è essenzialmente una grande tristezza: vedere da vicino un incidente con persone coinvolte fa sempre impressione. Non è nemmeno più una notizia, e sui giornali non ne ho trovata traccia; probabilmente accettiamo queste come vittime collaterali dell’esistenza urbana. Ma in una società in cui la sicurezza e la gestione del territorio sono affidate allo Stato, e allo stesso tempo lo Stato ha sempre meno soldi per gestirla e chi lo governa ha sempre meno interesse a spenderli per tale scopo, anche questa situazione non potrà che peggiorare.

[tags]torino, traffico, incidenti stradali, corso francia, metrotorino, sole, luna[/tags]

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venerdì 4 Settembre 2009, 20:44

Per molti, ma non per tutti

Nei paesi autoritari, i governi intervengono per far sparire i dissidenti: non solo fisicamente, ma anche dall’immaginario collettivo, impedendo di inneggiare ai loro nomi e di mostrare i loro volti nei cortei e nelle manifestazioni di piazza.

In Italia, invece, è vietato mostrare in pubblico il volto di Gabriele Sandri; o almeno questo è ciò che è successo domenica scorsa a Verona, dove la polizia ha impedito ai tifosi della Lazio di affiggere questo striscione. Mentre uno striscione più piccolo con il volto di Sandri è stato fatto entrare, quello più grosso è stato bloccato in quanto non sarebbe stata richiesta la necessaria autorizzazione via fax entro le ore 18 del settimo giorno antecedente la partita, come previsto dall’apposito regolamento.

Per esporre striscioni oltre una dimensione minima, infatti, è necessario far esaminare con una settimana d’anticipo il loro contenuto alla locale Questura, che deciderà se ammetterli o meno. Esattamente come in Cina le manifestazioni per i diritti civili finiscono con il sequestro dei cartelloni, in Italia gli striscioni con la scritta “Giustizia per Gabriele” sono stati censurati da varie questure, già ben prima della sentenza-farsa del processo, in quanto chiedere giustizia equivarrebbe ad incitare alla violenza.

Ogni esposizione di striscioni non autorizzata viene naturalmente punita con il famoso Daspo, il divieto di entrare allo stadio per un certo numero di anni. Ma ovviamente non finisce qui; sebbene non ci sia alcuna regola che definisce quali magliette siano ammesse allo stadio o come ci si debba disporre sulle gradinate, anche le soluzioni creative portano alla diffida immediata. In realtà, la diffida viene ammannita un po’ per tutto: l’anno scorso da noi sono stati diffidati due ragazzini che si erano sporti dalle barriere verso il campo per prendere al volo le magliette lanciate dai giocatori. Ci sono più telecamere di sorveglianza negli stadi che nel caveau di una banca; alle volte hai paura anche a scaccolarti, temendo che ciò possa comportare la diffida.

In questi mesi, però, il governo ha deciso di alzare lo scontro introducendo la famosa “tessera del tifoso”. Per chi non ha seguito, spiego cos’è: dovrebbe essere una forma di schedatura di tutti i tifosi di calcio d’Italia, riportante i dati personali e la fotografia. Tale tessera diventerà da gennaio obbligatoria per l’acquisto dei biglietti per le trasferte, e dall’anno prossimo anche per quelli casalinghi: in pratica, sarà impossibile acquistare un biglietto per una partita di calcio senza avere la tessera.

Tralasciando il fatto che così si va esattamente nella direzione opposta a quella che si dice di voler perseguire, rendendo sempre più difficile l’accesso allo stadio a famiglie e spettatori saltuari (per non parlare dei turisti) e riservandolo invece ai tifosi più accaniti, vi è nel decreto istitutivo una clausola che ha lasciato tutti a bocca aperta: l’articolo 9 dice sostanzialmente che è vietato il rilascio della tessera o l’emissione di biglietti a persone che in passato siano state diffidate o condannate per reati da stadio.

L’Italia, il paese dove tutti i reati vanno in prescrizione prima che possano essere puniti e dove un ex assassino uscito di prigione riceve (anche giustamente) assistenza e ricollocamento a spese della collettività, decide dunque che se tu a quattordici anni ti sei sporto dalle barriere per afferrare la maglietta di Gasbarroni (no dico Gasbarroni, avessi detto Kakà…) e ti hanno diffidato, non potrai mai più entrare in uno stadio per tutta la vita.

A questo punto ci vorrebbe coerenza: se vieni pescato oltre i limiti di velocità ti ritiriamo la patente per tutta la vita, e se una domenica ti dimentichi di andare a Messa dovrai leggere l’Osservatore Romano per l’eternità. Mi pare giusto, no? Cosa volete che siano i diritti delle persone, o l’articolo 27 della Costituzione (“le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”)?

Domani a Roma si terrà una grande manifestazione di protesta; una più piccola si terrà anche da noi a Torino, martedì alle 16 sotto il municipio. Si chiede il ritiro di questa schedatura di massa, ma più in generale la fine di questo regno del terrore, completamente anticostituzionale, imposto da qualche anno alle tifoserie di calcio; un regno del terrore che moltiplica la rabbia e la violenza anziché calmarle, tanto che nella storia del calcio italiano non c’erano mai stati così tanti morti come negli ultimi due anni.

E la rabbia spicciola si sente ovunque: lunedì sera per Toro-Empoli hanno provato ad applicare controlli ancora più stretti agli spettatori in attesa di entrare, e in più molti dei mitici tornelli non funzionavano. A cinque minuti dall’inizio della partita, fuori dai vari ingressi c’erano ancora migliaia di persone in coda; davanti alla Primavera erano talmente tante da occupare interamente via Filadelfia. Erano persone normalissime, famiglie con bambini, tanti che non vengono regolarmente allo stadio e approfittavano di una serata ancora estiva. Alla fine, davanti alla prospettiva di perdere buona parte del primo tempo dopo aver pagato il biglietto, la gente ha cominciato a spingere ed è scattata la baraonda; fortunatamente i tornelli sono stati aperti, ma si è rischiata la strage da schiacciamento, dovendo tutti infilarsi in poche aperture larghe mezzo metro. Avendo aperto i tornelli, è entrato chiunque, con o senza biglietto, senza alcun controllo. Questo è il geniale sistema con cui le questure italiane portano pace negli stadi.

Ma naturalmente, ci sarà sempre in giro un intelligentone pronto a sostenere che l’essere tifosi di calcio implica automaticamente la perdita dei diritti civili…

P.S. Naturalmente, non crederete mica che la tessera del tifoso sia stata pensata e imposta per via della sicurezza! Chi vide la puntata di Report in cui la Gabanelli indagava sul perché agli anziani avessero mandato la “social card” invece di aumentargli semplicemente la pensione avrà già capito: perché la tessera del tifoso è in realtà una carta di credito revolving che lo Stato impone a milioni di tifosi italiani (anzi, finché non si metteranno d’accordo chi va in trasferta dovrà collezionarle tutte… l’han già scoperto persino i gobbi!). Quella delle serie minori è gestita da Telecom Italia (un nome a caso) mentre le società di serie A e B si possono scegliere la banca che desiderano, tanto son tutte la stessa cosa.

[tags]calcio, tifosi, ultras, tessera del tifoso, gabriele sandri, violenza, carte di credito, costituzione[/tags]

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giovedì 3 Settembre 2009, 17:27

Non solo lettere

Stamattina mi sono recato nel centro ricreativo per anziani di via Foglizzo, quello con le insegne gialle con scritto Poste Italiane. Dovevo mandare una raccomandata; prima ho provato con il centro di via Stradella, ma ho scoperto che l’hanno chiuso, anche se ho riconosciuto agevolmente le vetrine in cui stava perché erano affollate di anziani che ci giravano attorno maledicendo la novità e non capacitandosi della chiusura, anzi alcuni continuavano a sbattere a ripetizione contro la porta di vetro inopinatamente chiusa, sperando che prima o poi si aprisse.

Anche in via Foglizzo, comunque, entrare non è uno scherzo; ci sono due bussolotti di vetro in parallelo come quelli delle banche, su ognuno dei quali campeggia una lucetta verde e un pulsante. Tuttavia, quello di sinistra è rotto e dunque ne resta in funzione uno solo. Tutti quelli che arrivano, trovandosi di fronte la porta chiusa, premono il pulsante per aprire; e invece no, il pulsante serve per chiedere assistenza ad una impiegata all’interno (comunque non risponde mai nessuno). Sui bussolotti campeggiano dunque due o tre cartelli fotocopiati con scritto “ENTRARE MAX DUE PER VOLTA SENZA PREMERE ALCUN PULSANTE”: bisogna avvicinarsi e attendere qualche secondo perchè una telecamerina noti la tua presenza e ti apra la prima porta, poi entrare, attendere la chiusura e poi l’apertura dell’altra porta, per poi venire travolti da quelli che devono uscire. L’unico bussolotto funzionante serve infatti a doppio senso, e il tutto è talmente lento e macchinoso che si formano code anche di una decina di persone sia all’interno che all’esterno: ottima progettazione, come ha espresso un tizio – grosso, tamarro e sfoggiante portachiavi della Juve – che non solo ha premuto ripetute volte il pulsante senza mai capire, non solo si è infilato nel bussolotto con due vecchietti spiaccicandoli tutti che poi han dovuto pulire, ma giunto all’interno ha fatto partire una sfilza di “minc**a zio fa’” che ha fatto rivoltare tutti i santi.

Ad ogni modo, ho preso il mio bigliettino alle 11:49 e mi sono accomodato davanti all’unico sportello dedicato alla spedizione di missive… in realtà erano due, ma in quello a fianco un’impiegata stava magnificando i pregi di un libro per bambini ad una incantata potenziale cliente; ormai potrebbero tranquillamente cambiare l’insegna in “Non solo lettere”. L’unico sportello era occupato da un tizio alto in polo elegante, che parlottava con l’impiegata sventolando dei fogli. A un certo punto l’impiegata è sparita per un periodo lunghissimo, e poi è tornata con un’altra; ero già lì da un quarto d’ora e così, con la solidarietà tipica dei dannati persi nelle code degli uffici privatopubblici italiani (pubblici come copertura dei costi, privati come distribuzione dei ricavi), mi sono messo a sentire la storia.

In pratica, il tizio era un avvocato che l’8 aprile aveva fatto spedire un qualche documento minatorio alla controparte di un suo cliente; la controparte ora sosteneva di non averlo mai ricevuto, e a lui mancava la prova della ricezione o del mancato recapito. Insomma, alla fine era alla ricerca di una cartolina di ricevuta postale di quattro mesi fa; a nessuna persona normale sarebbe mai venuto in mente che le Poste fossero in grado di collaborare, ma lui no, insisteva che qualcuno doveva avercela e che qualcosa doveva essere successo e che qualcuno doveva pur rispondere di quanto accaduto. Le ora due signorine lo gestivano in coppia (forse una pensava e l’altra parlava), ma rispondevano di aver perquisito l’archivio cartaceo dell’ufficio e di non aver trovato nulla.

Dopo circa venti minuti dall’inizio la coda era ancora bloccata, anche perché l’impiegata al secondo sportello teoricamente riservato alle operazioni postali stava ora magnificando ad un’altra cliente il libro-diario “Io sono nato!”, su cui ogni genitore dall’autostima concentrata sul proprio cucciolo potrà annotare dati imperdibili come l’altezza e il peso giorno per giorno, e incollare le foto del pargolo nonché quelle della mamma e del papà in posizioni buffe, impegnate o anche devastate dalla stanchezza. Il marketing pitch verteva sull’ampia disponibilità di spazio del diario, che conteneva pagine per arrivare fino a sei anni (anche se, per gli standard attuali, dovrebbe arrivare almeno fino a trentasei); comunque, alla fine sono finite a discutere dell’organizzazione dei matrimoni delle rispettive figlie.

A questo punto dunque al mio sportello è arrivato il direttore, che con piglio marziale ha esclamato “Consultiamo ‘o regolamento!”, estraendo da un armadio metallico un grosso faldone contrassegnato dalla scritta “DIRETTIVE POSTALI”. In tre, ignorando completamente la coda di almeno una decina di numeri accumulatasi nel frattempo, hanno cominciato a scartabellare, fino a trovare una procedura grazie alla quale “‘o terminalo” ha scoperto che la notifica in questione era stata respinta al mittente e regolarmente riconsegnata allo studio dell’avvocato in data 12 maggio, con tanto di firma sulla ricevuta in mano alle Poste.

E così, alle 12:15, dopo aver tenuto occupato lo sportello per oltre mezz’ora e dopo vari altri minuti di suo arrampicamento sugli specchi, l’avvocato è stato rispedito indietro a cercarsi le carte sue a casuccia sua, e sono stati chiamati i numeri successivi; e dato che tutti quelli prima di me avevano già desistito, io sono stato il primo.

Poteva finire così? Può forse finire così? Certo che no! Infatti io ho consegnato la busta e i miei moduli debitamente compilati; l’impiegata reduce dall’avvocato la pesa e mi fa “Farebbe 5,35 euro, ma guardi che se vuole con 5 euro può fare la nuova raccomandata uno!”. A questo punto mi sono reso conto di essere caduto nell’orribile trappola, e che anche io sarei stato vittima di un marketing pitch; anzi ho pensato che tutti gli impiegati dell’ufficio si sarebbero fermati e poi all’unisono, allargando le braccia in posa divertente, avrebbero gridato “RACCOMANDATA – UNO!”. Invece no, l’impiegata si è limitata a spiegarmi che Raccomandata Uno è il nuovo prodotto di Poste Italiane grazie al quale le lettere arrivano in tutta sicurezza; in altre parole, la raccomandata normale viene persa o inserita in un girone infernale di avvisi di ritiro presso l’ufficio postale di Timbuctù, mentre questa la consegnano anche. L’unica differenza però è che non c’è la ricevuta di ritorno (che a me stavolta non serviva), a meno di non pagare altri 4 euro “però in offerta 3 euro fino al 31 dicembre”; in compenso c’è la ricevuta fiscale “che può anche scaricare” (occhiolino).

E cosa dobbiamo fare? Facciamo la raccomandata uno: al che la signorina, rallentando ulteriormente l’operazione, si mette a ricopiare i dati di mittente e destinatario dal modulo raccomandata normale al modulo raccomandata uno (mica vorrai digitarli su un computer…). Poi infila un foglio nella stampante per preparare la ricevuta, e lì ovviamente la stampante si inceppa; al che l’impiegata sospira ed estrae un librone di fogli staccabili, con il quale si mette a compilare da perfetta amanuense (cioè con calligrafia illeggibile) una intera fattura ricamata a mano; ce l’ho qui con me e a chi vuole la faccio anche vedere. Per cinque euro, la produttività è assicurata; ma io, dopo soli 38 minuti, sono riuscito a spedire la mia raccomandata.

[tags]poste, pubblici dipendenti nell’animo, avvocati, organizzazione[/tags]

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mercoledì 2 Settembre 2009, 22:30

Non ritorno (2)

Oggi ho passato la giornata a vagliare possibilità di lavoro all’estero, pur se con grande incertezza: ci sono opportunità molto interessanti, ma non è comunque facile ottenerle da straniero, e poi non è facile nemmeno trasferirsi in un’altra parte del mondo.

Stasera però tornavo a casa in auto, dopo una cena in pizzeria, e mentre percorrevo sulla corsia di destra corso Vittorio per immettermi nella rotonda di piazza Rivoli sono stato affiancato a sinistra da un’auto dei carabinieri, senza sirene nè lampeggianti. Ci siamo fermati fianco a fianco per dare la precedenza alla rotonda, poi appena la rotonda si è liberata siamo partiti insieme, io nella corsia esterna e i carabinieri nella corsia interna della rotonda. Eravamo perfettamente paralleli quando l’auto dei carabinieri ha sgasato e mi ha tranquillamente tagliato la strada, attraversando tutta la rotonda senza né frecce né altre segnalazioni, per uscire e immettersi nella corsia riservata ai bus di corso Lecce.

Io ho inchiodato e ho evitato di un pelo l’incidente, ma molti dei miei dubbi sul cercare un lavoro all’estero sono spariti.

[tags]italia, carabinieri[/tags]

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lunedì 31 Agosto 2009, 23:58

Non ritorno

Il punto di non ritorno può essere il più vario. Per esempio, può essere atterrare a Malpensa e trovarti ad aspettare i tuoi bagagli per quasi mezz’ora; a un certo punto ne sono apparsi sul nastro due o tre, poi tutto si è fermato e sei rimasto lì ad attendere all’infinito, con i finnici che scuotono la testa e non capiscono e si lamentano e chiedono disperati informazioni su come mai i bagagli ci mettano così tanto tempo, finché alla fine non arrivano. E’ solo mentre vai via con le tue valigie che noti che sul pannello luminoso – l’unico che dà informazioni in mezzo a tanti altri che sparano a volume fastidioso la pubblicità dell’ennesima puntata di un qualsiasi telefilm o saga sui vampiri – c’è scritto “Ora di atterraggio: 10:24. Ora di consegna primo bagaglio: 10:40”. In altre parole, i sagaci dipendenti di Malpensa mettono subito due o tre bagagli sul nastro in modo che le misurazioni di qualità risultino ottime, poi vanno a farsi i cazzi loro e tutti gli altri li scaricano mezz’ora dopo, quando hanno voglia.

Poi esci e aspetti la navetta per il parcheggio, che ha il suo punto di sosta riservato, che però deve venire costantemente presidiato dagli addetti e marcato coi coni di plastica per evitare che venga occupato abusivamente. Nonostante questo, arriva un fuoristrada targato Varese e tira giù tutti i coni pur di piazzarsi proprio lì con le magiche quattro frecce, per aspettare “un minutino” della gente in arrivo che non ha voglia di fare cinquanta metri a piedi. Ne deriva una epica lite in longobardo stretto, che blocca decine di persone.

Ecco, con tutto che i finnici sono anarchici e un po’ maleducati (ma sempre ad anni luce da noi), tornare in Italia è davvero sconfortante: tanto da farti venire la voglia di non tornarci più.

P.S. Poi però vai allo stadio, in una serata in cui le cose girano bene, e ti ricordi che qualcosa di bello resiste anche in Italia.

[tags]italia[/tags]

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domenica 30 Agosto 2009, 18:29

Il sole di Helsinki

Per cominciare con le note negative, oggi abbiamo avuto conferma che qui sono imparentati coi turchi. Infatti, più volte abbiamo rischiato l’investimento da auto che non si sono fermate alle strisce, nonostante avessimo già iniziato ad attraversare, e persino da ciclisti che correvano a rotta di collo sul marciapiede chiaramente marcato come esclusivamente pedonale; l’autista del bus di linea che abbiamo preso è stato bloccato per varie volte da gente che si immetteva nell’incrocio senza dare la precedenza, e poi si è preso la rivincita passando con il rosso pieno; infine, quando è stato il momento di scendere dalla metro siamo stati investiti da gente che doveva salire e che non ci ha lasciato il passaggio pur di correre a prendersi i posti. Sono comportamenti normali in Italia, ma che non avevo mai visto accadere a nord delle Alpi, se non in casi eccezionali: sono rimasto davvero stupito di quanto siano sregolati gli abitanti di Helsinki.

In compenso però oggi è stata una giornata splendida, col cielo azzurro e un sole discretamente caldo che splendevano sui palazzi e sui parchi di Helsinki (a parte cinque minuti di pioggia battente che è iniziata all’improvviso, è finita all’improvviso e non aveva alcuna fonte apparente nel cielo). Questa città non ha nulla di spettacolare, a parte forse la conformazione geografica del terreno su cui si trova, ma è lo stesso interessante e piacevole da visitare.

Il centro è indiscutibilmente in stile nordico – c’entra poco con i palazzi seicenteschi di Stoccolma e ancora meno con le case tedesche di Tallinn, mentre ricorda l’austerità estrema di Oslo. L’unica concessione alla decorazione sono i palazzi attorno alla piazza del Senato, che però sono piuttosto bassi e sono comunque minuscoli rispetto alla grande cattedrale bianca che caratterizza la città; le sue cupole azzurre sono visibili da qualsiasi punto e anche dal mare, ben prima di arrivare all’attracco. In generale, però, l’architettura è ridotta all’essenziale, in modo che nulla vada sprecato. All’inizio questa austerità può colpire in negativo, ma poi ci si fa l’abitudine ed emergono i lati piacevoli.

Essi non stanno tanto nella parte costruita: di monumenti non ce n’è – forse l’architettura più interessante è quella del Temppeliaukio, una chiesa protestante di fine anni ’60 scavata dentro la cima rocciosa di una collina – e nell’elenco dei musei non abbiamo trovato nulla di così attraente. E’ meglio dedicarsi all’unione di acqua, alberi e presenza umana in parti uguali, che si può trovare appena al di fuori dal centro; dunque visitare le fortificazioni insulari di Suomenlinna, che regalano scorci sul mare di tipo irlandese, oppure l’isola museo di Seurasaari, che al paesaggio aggiunge le riproduzioni di vari edifici in stile finnico antico, oppure la passeggiata attorno al lago di Töölö, punteggiata di musei ed edifici interessanti tra cui la Casa Finlandia di Alvar Aalto. Noi siamo addirittura andati nel parco periferico di Vallila, dove le case di legno dei locali hanno tutte un fazzoletto di orto nel parco, ai margini del bosco, che poi lascia il posto a un orto botanico nuovo di zecca. E poi a ogni pranzo ci si ritrova nella Kauppatori, la piazza del Mercato che unisce il centro al porto, a mangiare salmone alla piastra o pescetti fritti presso le apposite bancarelle.

Certo posso immaginare che dopo un po’ tutto questo possa non bastare e la città possa risultare noiosa. Infatti i locali sono dediti all’alcool; ieri era sabato sera e si sentivano ubriachi un po’ ovunque, tanto che stamattina nella tromba delle scale del condominio, al pianterreno, c’era un bel laghetto di piscio di qualche inquilino che non è riuscito a resistere fino alla meta. Siamo rimasti stupiti fin dal principio, quando a Stoccolma aspettavamo l’imbarco sul traghetto per Turku e abbiamo visto scendere persone con casse e casse di birra e tanto di carrellino per trasportarle. Anche sul traghetto per Tallinn una delle principali attrazioni era la vendita di alcool duty-free; infatti l’alcool qui è molto costoso – la birra più economica costa oltre un euro per 33cl, ma la pinta di Lapin Kulta, il pezzo forte del consumo locale, costa al supermercato quasi tre euro per 57 cl. E non parliamo del vino, che deve essere importato: in bar e ristoranti si vede normalmente a sei-otto euro a bicchiere.

Nonostante questo, quando arrivi a Suomenlinna – che è un gruppo di isole raggiungibile solo col traghetto, è patrimonio mondiale UNESCO e in quanto tale è zona protetta dove è vietato bere in pubblico e accendere fuochi, ma che ci hanno detto essere una delle mete favorite dei barbecue dei finnici – il bar all’attracco non espone le locandine dei gelati e nemmeno la pubblicità di una birra: mostra foto e prezzi delle casse da 8 o 16 lattine delle marche di birra più diffuse. Comprare una lattina sola per volta dev’essere inconcepibile…

[tags]viaggi, finlandia, helsinki, alcool[/tags]

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sabato 29 Agosto 2009, 20:40

Nozze ovunque

Per prima cosa devo mandare un messaggio di servizio, a tutte quelle coppie finniche che oggi si sono sposate nell’antica cattedrale di Porvoo, in cima alla parte vecchia della seconda città più antica della Finlandia. Innanzi tutto vi comunico, non capendo come non ve ne siate accorti da soli, che il prete che stava celebrando il vostro matrimonio aveva due tette così, dunque dubito molto che il vostro sacramento sia accettabile davanti al Signore. Poi vorrei sottolineare che la cattedrale di Porvoo, la principale attrazione della città, è aperta al sabato per sole quattro ore, dalle 10 alle 14; dunque i vostri matrimoni, celebrati a macchinetta da mezzogiorno in poi, hanno reso inaccessibile il luogo a centinaia di turisti, anche se alcuni se ne sono fregati e sono entrati a fotografare l’interno della chiesa in piena marcia nuziale. Costava così tanto aspettare la fine dell’orario di visita per scassare i maroni a parenti, amici e cittadini tutti con l’evidentemente inevitabile set fotografico davanti all’altare? E se pur vi ringrazio per la visione di numerose donzelle finniche in vestito elegante e scollato, vi sembra proprio il caso di invadere tutti gli angolini caratteristici della città con attrezzature di vario genere per fare ulteriori foto? Addirittura in mezzo al ponte, con le auto che mettevano due ruote sul marciapiede per riuscire a passare!

Nonostante questo, la città vecchia di Porvoo è stata una piacevole sorpresa: si tratta di un agglomerato di antiche casette di legno, alcune occupate da negozietti, ristoranti e gallerie d’arte, altre tuttora abitate dai villici. Le strade lastricate di pietre irregolari – in alcuni casi scavate sulla nuda roccia – sono ripide e tortuose, ma offrono un grande numero di scorci spettacolari. A pranzo si può anche andare a mangiare nella città nuova, nei baretti lungo il fiume, dove per dodici euro (che per la Finlandia è un prezzo stracciato) ti danno mezzo chilo di fish & chips, probabimente surgelato ma buono; a quel punto, udite udite, può persino uscire il sole, il primo sole finnico che abbiamo visto, e la Finlandia è sembrata persino un posto normale, dove l’estate è estate, il sole scalda, gli alberi veri e quelle delle barche a vela si riflettono sull’acqua, e la brezza rinfresca piacevolmente invece di portarti via e ricoprirti di pioggia nebulizzata nell’aria; un momento veramente piacevole.

Alla fine, venire in Finlandia d’estate non è tanto diverso dalla canonica vacanza in Irlanda o in Scozia che attira migliaia di italiani ogni anno; il clima è fresco e spesso piove, tuttavia non fa troppo freddo. L’unico problema è che tutto costa molto caro; mangiare anche alla veloce con meno di dieci-quindici euro a testa è praticamente impossibile, ed è normale pagare cinque o sei euro in un bar per un caffè o tè e una brioche; i ristoranti economici o self service stanno sui 20-25 euro e quelli medi sui 50. Insomma, venendo da queste parti bisogna evitare di farsi problemi per le spese correnti (poi noi siamo ospitati e ciò ha abbattuto i costi).

Comunque, la Finlandia è per molti versi ancora incontaminata, e uscendo dalla città ogni centimetro non raggiunto dall’espansione umana è ricoperto di una selva di betulle e di un rigoglioso sottobosco, appena spezzato da qualche raro campo di grano (tuttora da raccogliere) e dagli immancabili laghi. I locali sono strani, quando gli parli sono amichevoli (e poi parlano tutti perfettamente inglese) ma sembrano non abituati al contatto umano, tuttavia l’ospitalità è inappuntabile e l’organizzazione è perfetta… e poi devono avere un cuore caciarone anche loro, tanto che gli svedesi considerano i finlandesi rumorosi e maleducati e si rifiutano di ammetterli nella cerchia degli scandinavi. Ciò è dimostrato dal fatto che il guidatore del nostro bus ha preso un giallo pieno a tutta velocità, e che ho visto varie auto tirare dritto anche a fronte di pedoni in arrivo sulle strisce; probabilmente per questo sono stati capaci di produrre una generazione di piloti quasi passabili, come i vari Ricchionen e Cacchinen.

Sono strani anche per vari altri costumi, tra cui quello di fare pipì allegramente in pubblico senza il minimo pudore e senza distinzioni di sesso (stamattina c’era una ragazza che faceva pipì nel giardinetto sulla riva del fiume di Porvoo, un posto visibile da più o meno qualsiasi punto del circondario, chiacchierando amabilmente con l’amica che le stava a fianco). Tuttavia, l’intero ambiente è scuro e austero e l’impressione che ho avuto è quella di un discreto bigottume, ben diverso da Stoccolma dove tutti si abbordano per strada. Ovviamente l’unica forma di socializzazione è l’ubriachezza totale e molesta, ma di questo parleremo meglio in seguito.

[tags]viaggi, finlandia, porvoo[/tags]

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venerdì 28 Agosto 2009, 22:38

Tallinn o Marte

Ho ancora molte cose da raccontare su questi giorni, ma prima di parlare della Finlandia volevo raccontare la gita di oggi a Tallinn – che, per chi confonde le repubbliche baltiche l’una con l’altra, è la capitale dell’Estonia.

Ho capito che c’era qualcosa di strano in questo posto quando sono sceso dal traghetto e ho dovuto percorrere una strana banchina che disegnava angoli retti sul mare, evitando una serie di scalinate dal senso poco chiaro. Per arrivare in città dall’attracco della Linda Line bisogna attraversare la parte più remota e abbandonata del porto, vicino a una opprimente fabbrica abbandonata la cui ciminiera dialoga con i campanili della città. Dopo cinque minuti, però, si arriva all’inizio del centro e lì si trova la prima sorpresa.

Infatti, basta attraversare il grande vialone e ci si trova davanti a una torre medievale rotonda in pietra, accanto alla quale si apre una porta in stile gotico da cui parte una via di case quattrocentesche perfettamente conservate, pitturate e coperte di fiori. Il centro antico di Tallinn potrebbe essere tranquillamente quello di una qualsiasi città tedesca, ma molto meglio conservato; ed è pieno zeppo di ristoranti, negozietti e alberghi nuovi ed eleganti, con tanto di BMW e Audi parcheggiate davanti in abbondanza.

Arrivare a Tallinn dalla Finlandia fa dunque un po’ l’effetto di arrivare in Sudafrica dal Mozambico… per carità, la Finlandia non è male, ma è grigia e nordica, priva di qualsiasi forma di decorazione (quando i russi se ne sono andati, i finnici hanno rimosso tutte le cupole dorate delle chiese ortodosse perché erano troppo appariscenti e luminose), austera al massimo, totalmente priva di lusso e anche un po’ consunta; Tallinn invece è, un po’ come Dublino fino a pochissimi anni fa, una città ex poverissima in mezzo a un boom economico senza precedenti. Inoltre, Tallinn è una città palesemente mitteleuropea. Mentre Helsinki non potrebbe essere altro che in un angolo remoto della regione nordica, Tallinn potrebbe benissimo essere in Germania, in Olanda o nella Francia orientale, e ha un aspetto accogliente e familiare.

Il centro si sviluppa con una serie di scorci meravigliosi – vicoli, case, chiese gotiche e la grande piazza con il regolamentare municipio tedesco con torre, loggiato e ristorante. Poi si sale sulla collina di Toompea – la collina dei danesi, là dove secondo la leggenda nel 1219 una bandiera rossa con la croce bianca piombò dal cielo e segnò la nascita della bandiera e della nazione danese, in trasferta sul Baltico per motivi bellico-commerciali. La collina ospita il duomo protestante e la cattedrale ortodossa, che si guardano l’una con l’altra come a sfidarsi, e una serie di panorami da fiaba sulla città vecchia, sulle mura e sulle periferie immerse nel verde (pur se con ampi casermoni e fabbriconi sovietici a vista).

Dopo aver fatto il peggior cambio di valuta della mia vita (in genere uso il bancomat e da oggi lo farò ancora più regolarmente) abbiamo mangiato bene in uno dei caffè della piazza principale; io ho assaggiato le salsicce del posto e una torta con salsa di ribes, tutto molto buono. Purtroppo la città era piena zeppa di mandrie di turisti; siamo stati tanto sfortunati da incrociare anche qui (come già a Stoccolma) la maledetta Costa Magica, da noi rinominata Costa Maggica Roma perché sembra ospitare migliaia di turisti romanideroma caciaroni e burinissimi. Una nave da crociera è una iattura vivente per il resto del mondo; sbarca in un porto e scarica migliaia di persone che tutte insieme, divise in gruppetti per lingua guidati da una ragazza con palettina numerata, si affollano presso i vari monumenti rendendoli rumorosi e inaccessibili.

Ma noi eravamo preparati, così abbiamo lasciato la cattedrale e solo un paio di isolati più giù siamo andati al momento della verità: il poco conosciuto ma fondamentale Museo delle Occupazioni. Se leggete un po’ di giornali internazionali, sapete che l’Estonia è il paese più antirusso dell’ex Unione Sovietica; la consistente minoranza russa, immigrata negli ultimi cinquant’anni, è fonte di continui scontri di piazza con i nazionalisti e la polizia. Dopo aver conquistato la sua indipendenza approfittando del caos derivante dalla Rivoluzione d’Ottobre e sconfiggendo i tedeschi pre-Weimar e i sovietici bolscevichi, l’Estonia cadde vittima del patto Molotov-Ribbentrop, in cui fu assegnata ai sovietici: nell’estate 1939 fu riempita di basi russe “in segno di amicizia”, poi occupata ed annessa, e così tutti dovettero imparare il russo e professarsi comunisti. Poi nell’estate 1941 fu occupata dai nazisti, e allora tutti dovettero buttare i libri russi e imparare il tedesco. Poi però nella primavera 1944 stavano tornando i russi, e allora gli estoni, pur di non cambiare di nuovo lingua, smisero la resistenza e si arruolarono in massa nell’esercito nazista, purtroppo per loro con pessimo esito. Dopo la guerra i partigiani estoni continuarono a combattere nel silenzio, alcuni fino agli anni ’70, ma per la maggior parte gli estoni non allineati vennero spediti nei gulag e rimpiazzati da immigranti russi.

Di conseguenza, la teoria storica estone dice che l’Estonia non è mai stata parte dell’Unione Sovietica, ma è soltanto stata occupata con la forza per cinquant’anni; naturalmente la teoria storica russa dice l’opposto, in quanto l’annessione fu formalmente approvata dal parlamento estone in carica all’epoca, anche se gli estoni sostengono che tale parlamento fu eletto in stato di occupazione con elezioni fantoccio. In questo simpatico caos, il principale risultato è che gli estoni portano un odio forte e duraturo ai russi (presumo ricambiato); la libertà venne solo perché Gorbaciov non ebbe la forza di reprimere le crescenti spinte nazionalistiche (comunque durante il colpo di stato fallito dell’agosto 1991 arrivarono lo stesso i carri armati da Mosca).

Il museo, dunque, è un pelino orientato contro il comunismo; a un certo punto si dice chiaramente che i nazisti non erano neanche lontanamente cattivi come i sovietici. Ad essere più impressionanti per noi non sono poi tanto le testimonianze delle occupazioni e delle repressioni, viste un po’ in qualsiasi ex regime autoritario del pianeta, ma gli oggetti della vita quotidiana in un paese sovietico. Per esempio il museo ospita una cabina del telefono degli anni ’70, tutta arrugginita perchè completamente in ferro e legno: la plastica doveva essere quasi sconosciuta. Poi vi è una sedia da parrucchiere degli anni ’80: una seggiolina anni ’50 di quelle che da noi erano di formica, ma lì era tutta di legno, con sopra un mostruoso robo per la messa in piega in cui io non infilerei la testa nemmeno sotto minaccia di morte. Ecco, è questa distanza pratica che impressiona: l’incapacità del comunismo di garantire un minimo di benessere, anche solo una frazione di quello che noi da bambini abbiamo vissuto. Ciò che doveva funzionare meglio in teoria, in pratica era diventato solo un vuoto rito di moduli e burocrazia per qualsiasi cosa – tipo, il “permesso per comprare una bicicletta”, naturalmente da ottenere solo dopo ampi servigi al partito – totalmente senza senso e contatto con la realtà, e come tale destinata a far piantare grano dove crescono solo le patate.

Si capisce bene dunque come per questa città fondata e dominata fino a inizio Novecento da mercanti tedeschi, da sempre piena parte della cultura europea, i cinquant’anni sovietici devono essere stati un trasferimento forzato su Marte; e si capisce anche che gli estoni abbiano sradicato praticamente qualsiasi segno di questo passato, almeno dalla zona centrale. Questo non può che essere un paese schizofrenico, in cui l’identità europea e quella ex sovietica convivono ignorandosi e apparendo soltanto una per volta, e in cui la seconda può soltanto essere rimossa.

Per capire bene mancava però ancora qualcosa, e l’abbiamo trovato proprio alla fine: tornando all’imbarco, abbiamo scoperto cos’erano le scalinate. Venendo dalla città, ci siamo trovati davanti a una gigantesca costruzione di cemento – e quando dico gigantesca intendo gigantesca, immensa, grande come un paio di campi da calcio. Oltre che gigantesca, però, questa costruzione era priva di senso; non aveva alcuna funzione apparente, era vuota, deserta e chiaramente in abbandono. Sembrava una specie di spazioporto, e infatti salendo le prime scalinate di cemento – solo cemento e null’altro, né metallo né vetro né legno – ci siamo trovati davanti a una infinita sequenza di lampioncini corrosi, un palo di ferro dell’età del ferro con sopra una bolla circolare di vetro, disposti in una sequenza perfettamente regolare, come a segnalare una pista di atterraggio sopraelevata di dieci metri sul terreno ma assolutamente piana. Evitando le bottiglie rotte e le piastrelle quadrate spaccate, abbiamo percorso l’infinita distesa e abbiamo scoperto delle vecchie porticine di alluminio, chiuse tra due ulteriori scalinate di puro cemento che andavano fino al cielo. Una insegna semicancellata diceva un qualcosa che sembrava “Sala concerti”, ma tutto era sbarrato e chiuso con nastro bianco e rosso, anche se all’interno si vedevano delle seggiole di plastica che sembravano relativamente recenti. L’esterno, però, sembrava in abbandono da quindici o vent’anni.

Salendo un altro giro di scalinate, evitando un po’ di macerie, si arriva al tetto altrettanto piatto, da cui si domina il paesaggio; da una parte si ridiscende verso il mare e l’attracco, dall’altra si vede il porto (tutto rifatto negli ultimi anni con modernissimi palazzi di vetro, centri commerciali, ristoranti e così via) e poi i campanili della città vecchia. Eppure il cemento del tetto è corroso, e verso il mare una bella parte è chiusa e transennata, mentre sul retro c’è l’ingresso di un ex locale notturno di qualche genere nel cui tetto c’è un buco, da cui spunta un tubo arrugginito che gocciola chissà quale schifezza; tuttavia dentro, anche se è tutto sbarrato, ci sono una luce accesa e un registratore di cassa funzionante con scritto “0.00”. Mi aspettavo solo di vedere arrivare dei fantasmi a chiedere un biglietto per l’opera…

Tornati a casa, abbiamo scoperto cos’è: è la Linnahall, già Palazzo della Cultura e dello Sport V. I. Lenin, costruito nel 1980 per le Olimpiadi di Mosca (Tallinn ospitò la vela). E’ l’esempio perfetto dell’architettura sovietica: enorme, inutile, pensato per impressionare e non per servire a qualcosa, immanutenibile, costruito con materiali pessimi, destinato all’abbandono; in più, costruito in uno stile architettonico totalmente scollegato dalla realtà, perfettamente razionale, aggressivo e brutale come il regime, ma assolutamente affascinante, sconvolgente, bellissimo. Così in abbandono, attraversarlo è stato davvero un viaggio su Marte; una scoperta emozionante e piena di timore. Poi però abbiamo scoperto che è chiuso solo da un anno, e che riapre (schivando le perdite d’acqua e il cemento che crolla) tra poche settimane; uno dei primi eventi è un concerto di Toto Cutugno. Quale migliore occasione per visitare Tallinn?

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mercoledì 26 Agosto 2009, 21:06

Gioiosa Finlandia

Stamattina, la piazza principale di Turku – la piazza del mercato.

La piazza è piena zeppa di centinaia di bancarelle, che vendono i prodotti della rigogliosa agricoltura locale: frutta, verdura, carne, pesce, tutto viene portato al grande mercato cittadino. I finnici, correndo di buon passo per manifestare la propria gioia di vivere, scherzano e chiacchierano amichevolmente in grandi capannelli, riempiendo ogni angolo della piazza. La musica allegra di un suonatore completa un quadro di eccezionale bellezza.

Sul retro della piazza, l’anziano, centro della famiglia, si reca con letizia nel pubblico locale dove condividerà la mattinata con il suo amico di una vita.

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lunedì 24 Agosto 2009, 22:06

Stoccolma

All’inizio non sembrava che Stoccolma ci volesse accogliere bene: quando ho provato a pagare il biglietto del pullman dall’aeroporto al centro con i soldi avanzati dalla mia visita di nove anni fa ho scoperto che erano fuori corso; e non appena abbiamo messo giù il piede dal bus ha cominciato a piovicchiare, al che abbiamo deciso di provare a fare due isolati per vedere se la pioggia era abbastanza leggera da proseguire nel quarto d’ora a piedi che ci separava dall’albergo: lo era, così abbiamo deciso di proseguire e proprio allora ha cominciato a piovere sul serio; ha smesso solo quando siamo entrati nella hall.

Poi però oggi la città ci ha regalato una giornata magnifica; un sole splendente e solo qualche innocua nuvoletta nel pomeriggio. Il paesaggio così è davvero magnifico: questa è una città sull’acqua e la maggior parte delle vedute ti regala viste di golfi, bracci di mare e riflessi sull’acqua; le altre sono costituite da incantevoli scorci di vicoli medievali con chiese in stile nordico-tedesco e/o muri coperti d’edera. Fa bello e il vento è sopportabile, per cui noi terroni (che in questo periodo costituiamo l’80% della popolazione delle strade centrali di Stoccolma) giriamo con qualche timida manica corta, mentre i locali esibiscono canottiere e micro-pantaloni e alcuni si buttano pure nelle acque gelide del golfo; comunque ho visto alcune minigonne ascellari niente male.

Abbiamo così speso la giornata semplicemente camminando per l’isola che costituisce il centro storico, piena di vicoletti e di turisti; i più frequenti in termini di nazionalità sono nell’ordine spagnoli, russi e romani. Abbiamo snobbato il museo Nobel, che sembra una costosa esibizione di filmati e rassegne stampa del premio; siamo invece entrati gratuitamente al museo delle Monete, che nonostante la scarsità di didascalie in inglese offre numerosi reperti interessanti, come le banconote da 1000 miliardi di marchi della repubblica di Weimar e come una moneta seicentesca svedese d’argento del peso di 20 kg (una volta la moneta valeva per il metallo che conteneva, dunque a tagli grossi corrispondevano pesi ingombranti…). Abbiamo ammirato la folla incredibile che si contendeva una foto del cambio della guardia al palazzo reale… altro che operazione militare; c’era pure il commentatore in inglese con tanto di microfoni e impianto audio!

Siamo andati a fare un giretto nei tranquilli e incantevoli quartieri della parte meridionale, per poi riattraversare il dedalo che nel tempo è stato sovrapposto alla chiusa che separa il mare dal lago e che collega l’isola centrale a Södermalm – tipo tre strade, una autostrada, due strade ciclabili, una ferrovia, una fermata della metro e vari passaggi pedonali che si intersecano e si scavalcano in tutti i modi – e siamo poi arrivati all’isola dei Cavalieri e di lì al municipio, dotato di giardinetti sul mare dove i locali erano distesi a prendere il sole.

A cibo ce la caviamo con l’etnico-e-veloce; ieri kebab, oggi indiano, a pranzo pane e salmone comprato al supermercato, poi ci sono dei 7 Eleven dappertutto in caso di voglia di bevande o di gelato; quello dell’isola antica vendeva pure la Ubuntu Cola, mentre a pranzo ho preso una lattina della birra locale, che è buona anche se amara e ovviamente costa meno sia delle bibite che dell’acqua, e ovviamente è venduta solo nel taglio minimo da mezzo litro. Bisogna dire che la città è parecchio cara, ma se uno non ha grandi esigenze se la cava comunque senza svenarsi.

L’albergo poi è un po’ decentrato ma molto bello; la camera è arredata con mobili di legno antico e ha un bagno in pietra scura che ti ci trasferiresti; il buffet della colazione è ampio e abbondante; per tutto il giorno abbiamo té e caffé a libero servizio; la televisione trasmette film in inglese e partite di calcio internazionale; insomma siamo soddisfatti.

Domani ci aspettano i musei e poi il traghetto: a meno che abbiano Internet sulla nave, non credo che potrò bloggare…

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