E se di Giuseppe Gatì già vi ho parlato, mi viene il dubbio che non conosciate affatto la vicenda di Pino Maniaci di Telejato, aggredito fisicamente e legalmente per le denunce fatte nel suo telegiornale, e condannato per esercizio abusivo della professione di giornalista (che nessuno ci si permetta di fare informazione senza sfoggiare l’imparzialità dei giornalisti professionisti italiani…)
Oppure di quella di Pino Masciari, imprenditore da lungo tempo “adottato” dal meetup di Torino, che dopo aver cominciato a denunciare chi gli chiedeva il pizzo si vide far fallire l’azienda da un giudice più tardi indagato per corruzione, e ha dovuto lasciare la sua terra e vivere altrove senza protezione sperando di non essere ammazzato.
Oppure, tornando indietro nel tempo, la storia di Rita Atria, morta suicida a diciott’anni dopo l’uccisione di Borsellino. Rita aveva otto giorni più di me, e ha avuto solo la sfortuna di nascere in un ambiente diverso.
Ecco, forse ogni tanto, tra una velina e un divorzio, i nostri mezzi di comunicazione dovrebbero avere il tempo di ricordare anche queste persone; una volta ogni tanto, almeno lo può fare un blog.
Presentare una lista civica alle elezioni provinciali non è un lavoro facile; dopo aver raccolto le firme e aver recuperato tutti i certificati elettorali nei vari Comuni della provincia, è necessario riordinare e controllare tutte le carte e tutti i timbri, assicurarsi firma per firma della corrispondenza perfetta tra elettore e certificato, contare le firme valide e impacchettare il tutto, facendosi al contempo una fotocopia di tutto, da utilizzare in caso di contestazioni.
Abbiamo iniziato alle 18 di venerdì (e vario lavoro era già stato fatto prima) e solo qualche minuto dopo le tre di notte abbiamo completato tutto, infilandolo in un borsone per la consegna. Ecco quindi alcuni dei candidati al lavoro presso la sede centrale del movimento, temporaneamente stabilita nel salotto di casa mia:
Naturalmente siamo stati ingenui: al nostro arrivo c’erano già lì varie liste, ognuna rappresentata da un nutrito gruppo di persone a garanzia della posizione in coda, di fronte ai metal detector ancora chiusi. In particolare, i primi ad arrivare erano stati tutti i gruppi della sinistra (nell’ordine Comunisti Italiani, Sinistra Critica e Sinistra e Libertà , mentre Rifondazione era poco dopo di noi) per un motivo molto semplice: oltre ad avere simboli relativamente simili, contano su basi di militanti significativamente sovrapposte, per cui hanno problemi di doppie firme in quantità rilevante; la legge impedisce di presentare più di 1500 firme e dopo lo scarto dei doppioni ne devono avanzare almeno 1000, per cui chi arriva per ultimo rischia l’esclusione.
L’ufficio elettorale apriva alle 8, e man mano che l’ora si avvicinava l’assembramento si infittiva. Il sottoscritto, allenato da anni di stadi aeroporti e concerti, è riuscito a spogliarsi di ogni oggetto metallico e pertanto ad entrare tra i primissimi, non venendo fermato dalle guardie; avrei potuto prendere il numero 2, ma nel rispetto dell’ordine di arrivo all’esterno mi sono accontentato del numero 5.
In più noi non abbiamo il nome di Grillo nel nostro simbolo in alcuna maniera, per via della sua richiesta di lasciarlo fuori per coerenza con la sua posizione sull’abolizione delle province (che condividiamo, ma che per noi non è un motivo sufficiente per lasciare la Provincia nelle mani dei partiti fino a che esiste). E quindi… beh, la forma è salva, la democrazia boh: dato che ci sono persone che da dieci o vent’anni presentano a ogni elezione liste civetta di vario genere, ci devono essere sotto delle motivazioni che mi sfuggono.
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Il motivo per cui andavo lì è che quando abbiamo ripreso il modulo con le due firme non ci hanno dato anche gli altri certificati che avevamo chiesto per fax; chiedo spiegazioni alla signora e mi mostra il fax dicendo “vede, è illeggibile!”. Effettivamente il fax era illeggibile, ma dato che io ho inviato direttamente il PDF via Internet la cosa dipende dal fatto che ogni tanto dovrebbero cambiare il toner al loro fax…
Il giro di ieri mi ha portato a Venaria, Robassomero, Cafasse, Lanzo, Villanova Canavese, Nole, San Carlo Canavese, Ciriè, e poi una puntata a Settimo.
A Cafasse il navigatore mi ha fatto percorrere altri sterrati e altre strade impossibili (lo odio già ), ma non è solo colpa sua: hanno chiuso la principale strada di accesso al paese e hanno gestito la cosa con cartelli scritti a pennarello associati a dei segnali di direzione obbligatoria da cantiere (i normali segnali tondi blu con la freccia bianca) usati però per indicare “di là ” invece che per obbligare alla svolta. C’era quindi questa scena surreale di un pezzo di recinzione piazzato in mezzo a un quadrivio, con sopra un foglio recante scritto “CAFASSE CENTRO” con l’uniposca e sotto un cartello di svolta obbligatoria che però non voleva obbligare nessuno, ma solo informare.
Bene, anche ieri il tour è stato interessante, toccando nell’ordine Collegno, Grugliasco, Rivalta, Rivoli, Rosta, Buttigliera Alta, Avigliana, Almese, Rubiana, Valdellatorre, San Gillio, Druento, Pianezza e infine di nuovo Rivoli.
E la notizia principale è che il tizio che ci aveva detto di abitare a Moncalieri, dove però ci avevano dato notizia del suo trasferimento a Villastellone, da cui però ci avevano segnalato il trasloco a Rivoli, all’ufficio di Rivoli risulta essersi trasferito due anni fa a Bruino. Lo ammetto, ho desistito!
Rinnovo la sensazione che la provincia di Torino sia davvero interessante; ogni paese ha una sua identità e una sua armonia, spesso con monumenti misconosciuti (per esempio, ho frequentato Collegno per trent’anni e non avevo mai notato la chiesa romanica che sta subito a destra di corso Francia dopo il cavalcavia).
Certo, per vederli devi pagare lo scotto di una viabilità improbabile, infilandoti in stradine impossibili: e qui la palma va al municipio di Avigliana, situato nella piazza centrale del borgo medioevale (davvero bellissimo e da poco restaurato) nella quale ci sono una ventina di posti auto che sono gli unici parcheggi nel raggio di centinaia di metri; avendo incautamente superato la piazza per carenza di parcheggio, mi sono ritrovato a salire su strade pavimentate di pietre in direzione cielo, senza manco poter fare inversione.
Ieri però la giornata era bellissima e quindi anche salire a Rubiana o a Valdellatorre (quest’ultimo pure un giro a vuoto, dato che l’unico firmatario in realtà era residente a Corio Canavese: ho desistito anche lì) è stato davvero un piacere. Tra l’altro andavo spesso in bici a Valdellatorre quando stavo a Rivoli; se vi capita l’occasione, è un giro piacevole anche da Torino (per quanto non brevissimo), andata via Collegno – Bruere – Alpignano, ritorno via San Gillio – Druento – Savonera. E la torre di Valdellatorre merita un book fotografico.
Poi ci sono anche i lati negativi: per esempio, shame on il municipio di Rosta, dove, nonostante l’ordine prefettizio di tenere aperto l’ufficio elettorale anche al pomeriggio martedì, ieri e oggi, in modo che noi poveri cercatori di certificati potessimo reperire qualcosa, hanno sbarrato tutto e alla mia scrollata di campanello hanno risposto che “la signora c’è solo al mattino, è part time”.
Infine, ieri ho visto anche i lati negativi del navigatore: ero in piazza ad Almese e dovevo andare a Rubiana, e sapevo già dove andare, ma avevo il navigatore acceso e mi ha detto “ma no, passa di là ”. Io ho commesso l’errore di fidarmi, e il navigatore mi ha fatto fare un giro impossibile per salite e stradine per cinque minuti, per poi riportarmi venti metri prima del punto in cui ero, in modo da poter prendere la strada giusta senza fare inversione. Aoh, ma chi ti scrive gli algoritmi?
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In questi giorni sono in giro dal mattino alla sera per visitare i municipi di buona parte dei Comuni della provincia di Torino, per ritirare i certificati elettorali delle persone che ci hanno dato la firma.
Abbiamo circa 400 firme da fuori Torino, sparse in 86 comuni, per ognuno dei quali bisogna mandare un fax in anticipo con i dati personali dei firmatari – precedentemente trascritti dai moduli firma dentro un foglio Excel, con inevitabili errori di trascrizione e di copia e incolla – per poi passare personalmente a ritirare i certificati. Dato che purtroppo soltanto io e un altro ci siamo dati disponibili per questo lavoro, e che tutto deve essere fatto in tre giorni (ieri, oggi e domani), capirete che non è un lavoro semplice: un’altra simpatica mina piazzata sulla via di chi volesse fare una lista civica dal basso.
In più, le cose si complicano continuamente; per esempio capita di andare a Moncalieri e di scoprire che una delle persone che ti ha detto di abitare lì, mostrandoti una carta d’identità di Moncalieri, in realtà si è già trasferito a Villastellone. Allora vai a Villastellone, e ti dicono che nel frattempo è già andato ad abitare a Rivoli… e così via. Naturalmente, a un certo punto smetti di inseguire e depenni la firma, ma in teoria non basta nemmeno un giro solo: dovresti farne uno per verificare i dati, e un secondo per chiedere i certificati ai Comuni giusti.
Comunque – oltre ad aver finalmente scoperto l’uso del navigatore: ehi, è comodo, gli dici “municipio di Bruino” e fa tutto lui – è stato davvero interessante vedere un po’ di persone e di posti in provincia.
Nel pomeriggio poi ho infilato nell’ordine Nichelino, La Loggia (bello, c’era un bel sole e sembrava davvero estate), Vinovo (paese antico e molto bello, con uno splendido castello, però con una pianta progettata da M. C. Escher: complice la chiusura per lavori dell’unica via in direzione Torino, ci ho messo mezz’ora e almeno tre giri in tondo per capire come uscire dal paese), Candiolo (efficientissimi, ritiro in dieci secondi), Orbassano (in pieno centro, ma mi han fatto una copia sola dei certificati…), Bruino (ne avevamo ben quattro) e infine, dato che c’era ancora tempo, Sangano, dove l’aria è già decisamente montana.
La val Sangone, circondata da montagne e piena di prati e boschi, è sempre bellissima: dev’essere per questo che vogliono farci passare in mezzo la TAV.
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La vera notizia, oggi, è che non solo non pioveva, ma c’era un sole che spaccava le pietre. C’è chi ha attribuito la cosa al fatto che la tradizione del quattro maggio prevede la pioggia solo se esso cade in prossimità di una partita casalinga del Torino, e invece stavolta si è giocato in trasferta.
Dev’essere però che Firenze per il granata è quasi una seconda patria, e quindi è successa l’ennesima magia: all’avvicinarsi dell’ora fatidica, improvvisamente dal nulla sono spuntate le nubi. Per qualche minuto, solo qualche minuto, è stato di nuovo il quattro maggio: una pioggia sporca e cattiva sputava giù dal Paradiso la rabbia del destino, ora e per sempre cinico e baro. Era quasi grandine, una grandine di frammenti e meteore e briciole di aereo e di vite – chi ha visto le foto della tragedia sa, un calzino qui, una maniglia là , una ruota strappata dal nulla.
Il cielo, insomma, ha onorato la ricorrenza con una breve e intensissima cerimonia, tanta acqua come nel fondo di un oceano, come nel mare di Lisbona. E poi ci ha lasciati liberi nel ricordo: il tempo di arrivare al Fila ed era già di nuovo una giornata estiva.
Visitare il Fila fa bene e male insieme; è come andare a visitare un vecchio nonno a cui tieni moltissimo ed essere contento di rivederlo, ma allo stesso tempo accorgerti con dolore di come ogni volta la sua salute sia peggiore, e abbia qualche acciacco in più, e sembri più anziano e malridotto, e si avvii inesorabilmente verso la sua fine. I poveri monconi che si sono salvati dallo scempio delle speculazioni politiche e di quelle edilizie sono sempre più sbriciolati e traballanti, e sempre più presi d’assalto dalla vegetazione.
Grazie agli sforzi immensi ed encomiabili di tanti tifosi, che hanno passato settimane a falciare l’erba e rimuovere l’immondizia, oggi l’area era pulita e piena di gente; eppure mi ricordo che anche solo tre anni fa (quando pure io, insieme alla mitica Lorena – una tifosa granata di Santiago del Cile che si era pagata sei mesi in Italia per vedere il Toro – e a tanta altra gente avevo passato giorni sotto la pioggia, a rimuovere macerie, tagliare arbusti e passare la candeggina nelle stanze scoperchiate, e poi, dopo la festa, a togliere frammenti di vetro dal terreno con un cucchiaio) il Fila sembrava più in salute.
Dev’essere l’effetto delle tremende barriere di lamiera volute dal Comune: che insiste con questa stupida idea che qualcuno possa farsi male sulle gradinate pericolanti. Che poi sono pericolanti per scelta e volontà del Comune stesso e dei suoi amici palazzinari di ogni ordine e grado, che in questi dieci anni di Fila a monconi hanno già tentato di costruirci sopra qualsiasi cosa, supermercati, parcheggi, case di lusso a quindici minuti dal centro, e poi certo anche un campo di calcetto, però sintetico e che costi tantissimo; meglio ancora un campo di subbuteo, che toglie meno spazio ai negozi.
E così, ogni qualche mese il potere piazza un nuovo giro di barriere, una nuova staccionata, un nuovo muro; e tempo qualche settimana magicamente ci si apre un varco, e i bambini tornano a correre sul prato dietro un pallone, e gli adulti a chiacchierare guardando i bambini, e i vecchi a sedersi sulle gradinate, taluni anche ricordando le partite viste là da ragazzi.
Non mi illudo che capiscano in tanti; moltissimi, a Torino, il Fila non sanno nemmeno dove sia (e mi dispiace per loro). Il Fila, a Torino, è una delle ultime zone di libertà ; invisibile agli assimilati, impenetrabile per l’ordine nuovo, scandalosa per gli sdegnati a comando, concupiscibile per il potere, invincibile fin che la forza tranquilla del suo popolo non la abbandonerà .
Sarà quando ci porteranno via il Fila del tutto, infatti, che Torino chinerà la testa.
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Belin, che sfigati che siamo. Quando a febbraio sono andato a depositare l’atto costitutivo dell’associazione & lista civica, mi si è rotta la macchina fotografica. Riparata quella, mi si è fusa la motherboard del server casalingo; sono rimasto dieci giorni senza poter accedere ai miei dischi condivisi, dove avevo tutti i documenti. Comprata una nuova scheda, rimontato tutto, bestemmiato per qualche giorno per ricompilare il kernel di Linux in modo che funzionasse tutto con il nuovo hardware, proprio mentre cominciavo a stampare il materiale per raccogliere le firme si è scassata la stampante.
Comunque, alla fine la stampante ha ripreso a funzionare, dopo vari smontaggi e un paio di pugni, e a quel punto… mi si è rotta la macchina: ha cominciato a fare uno “gnignignignigni” altissimo e fortissimo, e poi ha smesso di funzionare il servosterzo e si è accesa la spia della batteria.
Riparata quella (ma si sono rifiutati di mettermi le gomme estive causa dissidi contrattuali con la ditta di noleggio: cavoli di lorsignori, io spalmerò le invernali sulle rive del Mar Ligure) sembrava tutto pronto; e invece, ieri mattina si è rotto il sito.
Il mio server virtuale, con tutti i siti da esso ospitati, è sparito dal radar alle 8:30 di ieri mattina; e nonostante i ticket, le mail, gli sms e le bestemmie di ogni genere, la prima reazione del mio fornitore di hosting è stata alle 13:45 (una riga per dire che “i tecnici sono stati informati”), e il sito è tornato su a mezzanotte e mezza… e può essere che vi sia stato nel loro data centre di Pianezza un guasto così grave da mantenerli febbrilmente occupati per sedici ore di down, oppure può essere che il “reperibile” fosse in realtà a fare il ponte su qualche spiaggia. Non lo so, domani come promesso vado a prenderli per il collo: voi avete qualche consiglio?
Resta la considerazione che, indubbiamente, Beppe Grillo porta un po’ di sfiga (seriamente, a causa della candidatura sono stato già depennato da un paio di convegni in queste settimane, ma questo era da mettere in conto). Ma io ci sono abituato, non sono mica un tifoso del Toro per caso. La sfiga non si arrenderà mai (ma le conviene?). Noi neppure.
Forse avrete letto l’intervista di oggi su La Stampa a Chiamparino, in cui spara a zero su coloro che si sono opposti alla fusione tra Iride ed Enìa.
La materia del contendere era chiara: alcuni partiti della maggioranza di Chiamparino concordavano con la posizione storica di Grillo e dei comitati del settore, cioè che le aziende municipalizzate devono restare sotto il controllo pubblico, tanto più se gestiscono la distribuzione di un bene vitale come l’acqua (a Torino SMAT“per il momento” è fuori dalla fusione; “per il momento” l’ha dichiarato in consiglio comunale l’altro giorno un esponente della giunta del Chiampa).
Per questo motivo, la maggioranza si è spaccata, con i gruppi della sinistra (ad eccezione dei Comunisti Italiani) e l’Italia dei Valori che hanno votato contro la fusione dato che la clausola sul controllo pubblico non era stata inserita. Ma non è solo questo ciò che fa incazzare Chiamparino: egli dice nell’intervista che «In consiglio c’è stato un episodio significativo: i simpatizzanti di Attac, un gruppo di sinistra vicino a Grillo, hanno applaudito i discorsi del rappresentante di An, Ravello e dei leghisti. Questo vuol dire che la vera discriminante, il vero avversario, ormai, è il populismo che riguarda un pezzo della sinistra, Di Pietro e buona parte della destra. Se si vuole fare davvero un nuovo progetto per l’Italia è da lì che bisogna prendere le distanze. Dal populismo, sia che si ammanti di sinistrismo sia che si ammanti di perbenismo, al centro o a destra. Questo è il nemico del Paese che vuole affrontare la sfida della modernità ».
Stavolta, però, si parlava di soldi, tantissimi soldi: e quindi, in sala, ecco la sorpresa.
Capito? Questi sono i nuovi ordini: il cittadino può ascoltare, ma non può muoversi, e nemmeno fare fotografie, a meno di chiedere una autorizzazione preliminare, cosa che peraltro, per un consiglio straordinario convocato il martedì sera per il mercoledì pomeriggio, mi pare un pelino difficile da fare.
Non posso quindi farvi vedere il cazzeggio continuo di questa gente (un po’ lo vedete all’inizio: nei primi dieci secondi c’è addirittura una votazione in corso, ma sentite il brusio e notate la gente che vaga per la sala) e nemmeno ascoltare le parole di Chiamparino che fa il bullo vantandosi in anticipo che la mozione sarà approvata, con totale disprezzo per il consiglio comunale e per la libertà di pensiero dei suoi consiglieri. Ci sarà prima o poi sul sito un video ripreso da una telecamera fissa, accuratamente pianificato in modo che sembri una cosa seria: anche voi, cliccate e adorate – è tutto quel che potete fare.
Ma io vi invito ad andare, una volta nella vostra vita, a vedere in azione quelli che governano la nostra città : tornerete anche voi con la rabbia.
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Le immagini dell’incidente di oggi in Olanda – un’auto che cerca di investire l’autobus scoperto su cui sfila la Regina e si schianta contro un monumento dopo aver investito e ucciso almeno quattro persone – sono effettivamente impressionanti:
Soprattutto, sono un segnale di quanto sia fragile la nostra apparente stabile normalità – nelle immagini scontate e patinate delle telecamere fisse spunta all’improvviso un elemento estraneo e incontrollabile – e aprono il dubbio di cosa potrebbe accadere se il malcontento generale, la frustrazione, la follia dovessero diffondersi ancor di più tra gli uomini dei paesi sviluppati.
Certo che poi ci si fanno delle domande strane: per esempio, che cosa avrà pensato esattamente in quel momento il ciclista che passa davanti al monumento una frazione di secondo prima dell’auto, visibile nel filmato circa a 3:10 dall’inizio?
Sono appena tornato a casa, dopo aver passato la mattina a raccogliere firme e il pomeriggio a osservare il consiglio comunale in cui Chiamparino ha usato tutte le pressioni possibili per far approvare la fusione tra Iride e Enìa.
Per stasera mi limito a farvi notare l’ennesimo piccolo capolavoro di disinformazione de La Stampa: questo articolo trionfalmente intitolato “Intesa Sanpaolo, Torino sale al 9,9%”. Orgogliosi? Non è mica vero, come dicono tutti, che Torino ha svenduto il Sanpaolo e ora conta come il due di picche; ma se anche fosse, da domani le cose cambieranno, visto che Torino “sale al 9,9%”. E il sottotitolo spiega a grandi lettere: “La Compagnia “prenota” l’1,93% di Barclays e si consolida come primo azionista”! Capite, siamo anche previdenti: sapendo che la banca inglese venderà , noi ci siamo prenotati, muovendoci prima degli altri, per fare il colpaccio e diventare più potenti!
Se siete come la maggior parte dei lettori, che di finanza capiscono poco o nulla, andrete avanti con la rassicurante sensazione che Chiamparino e Benessia abbiano fatto l’ennesima grande impresa a favore della città . Se però leggete l’articolo, scoprirete che le cose sono un po’ diverse: ossia che nel marzo 2008 la Compagnia di San Paolo ha stipulato con Barclays un accordo che prevede per gli inglesi a giugno 2009 una opzione “put”, ossia il diritto di vendere, con relativo obbligo per la Compagnia di San Paolo di comprare. L’articolo spiega che il prezzo pattuito è di 3,20 euro, mentre l’attuale valore delle azioni è 2,32 euro.
In altre parole, la realtà è che Torino non “prenota” niente, ma è obbligata da un geniale contratto stipulato un anno fa a comprare a 3,20 euro delle azioni che ne valgono 2,32, ossia a regalare circa il 40% per cento di guadagno secco agli inglesi: che grandi finanzieri che abbiamo!
Insomma, la sostanza è che stiamo strapagando le azioni degli inglesi e comunque conteremo poco lo stesso: peccato che il giornale dica un’altra cosa…