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giovedì 24 Luglio 2008, 13:57

Cara Università

Cari sindacati dei docenti universitari, dei ricercatori, del personale tecnico e amministrativo, dei dottorandi e financo degli studenti di sinistra, scusate se commento il vostro documento relativo agli ultimi provvedimenti governativi in materia di Università e alla vostra reazione totalmente contraria.

Il commento non vi piacerà molto, ma forse vi può essere utile la reazione di un esterno che però segue l’università da vicino, vuoi per averla fatta non solo da studente ma anche da amministratore, vuoi per conoscere direttamente varie persone rimaste nelle pieghe della precarietà universitaria.

Molte delle rivendicazioni sono sacrosante e assolutamente sottoscrivibili; quello che però colpisce leggendo un documento come questo è la totale mancanza di autocritica. Parte dei problemi dell’università sono indubbiamente riconducibili a responsabilità del governo, alla mancanza di fondi e investimenti, a riforme un po’ dissennate tipo il 3+2 e così via; molti altri però dipendono direttamente dalla classe docente, dal personale tecnico, anche dagli stessi studenti.

Per esempio: in molte università si convive ancora con docenti che non si presentano a lezioni ed esami e non ne rispondono a nessuno; con insegnamenti obsoleti tenuti in vita solo per non eliminare i relativi posti di lavoro; con soldi spesi malissimo e servizi scadenti non per via della mancanza di fondi ma per via di incapacità organizzative, rigidità sindacali, malcostume vario; con concorsi che sono tutti truccati dall’inizio alla fine per volere preciso della docenza; con la moltiplicazione di cattedre, istituti, atenei semplicemente per moltiplicare stipendi e prebende. In questo documento non si menziona nulla di tutto questo, si dice solo “non toccate una lira dei nostri fondi e delle nostre prerogative altrimenti faremo le barricate”; una posizione totalmente conservatrice.

In una situazione dei conti pubblici che è quella che è, è indubbio che l’università possa trovare risorse soltanto eliminando i propri sprechi, spendendo meglio ciò che c’è e alleandosi con il privato; non ci si può aspettare che lo Stato, che pure nell’Università investe poco, possa allargare la borsa in questo momento storico, tanto più a fronte di risultati che accanto a punte di eccellenza vedono situazioni totalmente scadenti. Negli ultimi decenni sono stati creati Atenei in qualsiasi angolo del Paese, alcuni utili, molti però ridicoli, pieni di “figli di” e di raccomandati, di docenti i cui curriculum scientifici fanno ridere: tagliargli i fondi è un dovere, non certo un delitto.

E che “trasmissione della conoscenza” fa una Università quando non produce ricerca di livello internazionale, sforna laureati ignoranti che vanno a fare i disoccupati, non collabora con il sistema economico, non produce innovazione e si limita a vivacchiare a spese dello Stato? Siamo sicuri che tutte queste frasi non siano formule che vengono ripetute all’infinito soltanto per giustificare l’afflusso di soldi?

E come si fa a restare seri leggendo che gli aspiranti ricercatori emigrerebbero all’estero per mancanza di fondi e concorsi in Italia, quando sappiamo tutti perfettamente che quelli bravi emigrano all’estero perchè qui non trovano spazio dovendo lasciare la precedenza e le già scarse risorse ai raccomandati di turno, e comunque in molti casi finirebbero in un ambiente di basso livello scientifico che tira a campare e certo non favorisce la loro crescita professionale, anzi alle volte sega i più bravi perchè se no si vede troppo che ci sono anche i mediocri?

Io vorrei una Università che innovi, che si metta in gioco, dove chi lavora bene sia premiato e possa avere molte più risorse di oggi, ma dove chi lavora male o non lavora proprio vada a casa alla velocità della luce. Credo che o l’Università stessa si mette in questa ottica – protestando giustamente contro il disinvestimento e il disinteresse, ma anche proponendo qualcosa di nuovo, passando a logiche di spietata selezione meritocratica, cercando di affrontare dall’interno i propri problemi, puntando a fare meno cose ma più utili, meglio pagate e di livello più alto – oppure finirà comunque per affondare e per trascinare con se stessa il Paese, perchè sul fatto che l’Università sia centrale per la crescita di un paese sviluppato non ci piove.

Dov’è che sbaglio? Forse le carenze di cui sopra le vedo solo io? Perché nessuna di queste decine di organizzazioni sindacali sembra avere alcun problema con lo stato attuale dell’università, ma solo con i tagli di fondi? Qualcuno mi spiega o vivo in un mondo parallelo?

Mi scuso ancora per la passione, sono solo i miei due cent e non intendo offendere nessuno, se mai suscitare qualche riflessione.

[tags]università, ricerca, riforme[/tags]

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mercoledì 23 Luglio 2008, 09:43

Racconto di via Cuneo

All’imbocco di via Cuneo sembra quasi un quartiere per bene, con un fiume per bene e dei palazzi che lo guardano attraverso gli alberi, cercando di non diventare abbastanza alti da vedere gli spacciatori dall’altra parte del fiume.

All’incrocio di via Cuneo con via Cecchi bisogna schivare le macchine abbandonate ovunque, ferme di fronte a un phone center qualsiasi, cercando di non ostruire troppo il passaggio dell’11.

Poi via Cuneo sfocia in una piazza rotonda in salita che sembrerebbe un angolo remoto di Parigi, se non fosse che il suo solo scopo è coprire una ferrovia che non esiste più, il cui trincerone però resiste cocciuto per testimoniare che, sì, una volta si usavano i treni.

Di lì, prosegui per via Cuneo e ti sembra di esserti sbagliato un attimo, perché improvvisamente compaiono un rialzo nuovo, un vialetto nuovo, un giardino nuovo che sembra preso di peso dalla periferia dell’estrema cintura, teletrasportato fino lì dagli ultimi suburbi di Settimo o di Nichelino; ed è l’unica cosa nuova che sia stata fatta a via Cuneo negli ultimi cento anni.

Poi in via Cuneo inizia una maestosa alberata, una striscia di Champs-Élysées che messa lì in una viuzza qualsiasi non ha veramente alcun senso, se non quello di ricordarci che una volta chi costruiva le fabbriche aveva anche l’orgoglio di metterci una alberata davanti. Le fabbriche sono andate da tempo, e guardando attraverso un cancello arrugginito si vede un enorme cortile di cemento bordato di arbusti fioriti, con un unico prepotente cespuglio che ha spaccato il cemento e svetta solitario proprio al centro; un unico fiore su una gigantesca lapide all’industria che fu. Vorresti fermarti e fargli una foto, ma non puoi, perché seduti tra gli alberi ci sono due messicani stanchi che parlano di gringos e ti guardano storto, o forse sono solo due pusher appartati.

Di lì a poco via Cuneo attraversa corso Vercelli, una specie di Valle della Morte larghissima e fatta solo d’asfalto e macchine che sfrecciano da nulla a nulla, senza neanche un filo d’erba; per un corso torinese è un evento troppo raro per non essere voluto.

E’ solo dopo corso Vercelli che inizia via Cuneo, quella vera: un solo isolato di antiche case basse, in pratica cascine il cui progetto fu a malapena ritoccato per trasformarle in case di ringhiera, uso operai con tanta prole e pochi soldi. Ora sono anonime e silenziose, al momento è giorno e nessuno sta ancora litigando, ma per l’epoca dovevano essere palazzoni traboccanti di vita.

Nell’unico isolato di via Cuneo, fai lo slalom tra i neri; se vedi qualche italiano è lì che corre via, per non farsi pisciare addosso. Tre neri di un paese africano qualsiasi sono addossati a una vecchia Ritmo; schiamazzano, e si vede benissimo che per loro il primo Novecento non è mai esistito. Proprio lì, al numero sei di via Cuneo, è nato Gipo Farassino; dev’essere per quello che, praticamente di fronte, gli resiste un insensato negozietto di chitarre elettriche.

Via Cuneo finisce contro un passaggio pedonale, un modesto tentativo di buco nella corsia muragliata a centro strada che permette al 4 di scorrere per corso Giulio. Anche il 4 scorre piano, non solo perché è il tram più lento della storia della tramvieria, ma perché cerca di non farsi troppo notare dagli extracomunitari della zona, per non essere preso a bottigliate. Prima o poi, come nel terzo mondo, tireranno su delle pareti di cemento e faranno scorrere il tram in un tunnel, per evitare anche solo l’affaccio su via Cuneo, il nuovo Bronx di Torino.

Eppure, vista così, via Cuneo è una meraviglia, un liofilizzato di storia umana 1900-2008, dove i poveri di ogni epoca e di ogni generazione hanno preso il posto dei poveri dell’epoca e della generazione precedente, partendo dal piemontese stretto e arrivando all’igbo e allo yoruba.

Ma è più facile dirlo quando uno non ci deve abitare.

[tags]torino, via cuneo, immigrazione, storia, farassino[/tags]

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martedì 22 Luglio 2008, 15:11

Tiscali!

Ero qui tranquillo che smazzavo la mia posta guardando la fuga di Cunego al Tour, quando nel mio Thunderbird è apparsa una mail da Tiscali, il mio fornitore di ADSL. Curioso, l’ho aperta: mi comunicavano che la mia richiesta di modifica dei dati personali – cambiando il numero di conto in banca e l’indirizzo, che loro avevano originariamente caricato in modo errato – era stata accolta e processata, e si scusavano perché “la mancata modifica dei dati di pagamento è dovuta al processo di migrazione dei sistemi, verso una nuova piattaforma di gestione.”.

Io mi ricordavo di avere inviato questa richiesta tramite il loro sito Web “130 fai da te”, ricevendo in cambio un sacco di errori; ma era molto tempo fa, in una delle prime fasi di tutte le mie peripezie con Tiscali (risolte con il pagamento di una fattura via carta di credito per telefono, dopo il primo post sul blog; per la seconda dovrebbe partire il RID, ma a questo punto non sono più sicuro di niente). Ma era proprio molto tempo fa, parecchie puntate prima di quella.

Così ho controllato, anzi, nella mail stessa c’era scritto quando avevo inviato la richiesta di assistenza a cui loro stavano ora per la prima volta rispondendo: esattamente lunedì 11 febbraio 2008 alle ore 11:33:26.

Beh, come tempo di risposta a una richiesta di assistenza online, cinque mesi e mezzo non è male: ammiro comunque la perseveranza!

[tags]tiscali, assistenza, customer care, piani di migrazione ben studiati, le meraviglie delle corporation moderne[/tags]

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martedì 22 Luglio 2008, 10:16

A dieta di pere cotte

La nuova stagione calcistica è iniziata già da una decina di giorni, e il Toro era l’unica squadra a non avere ancora aperto la propria campagna abbonamenti. Dopo due stagioni buone rispetto alla storia recente del Toro, ma deludenti rispetto alle aspettative incautamente generate da Cairo, la piazza è abbastanza in fermento; e una campagna acquisti all’insegna della rivendita di pera cotta – in cui il Toro è stato schifato pure da un croato del Livorno, e non è riuscito a comprare nulla se non un ulteriore vecchio e costosissimo attaccante da aggiungere alla collezione geriatrica – non ha affatto aiutato le cose.

Da alcune indiscrezioni, dopo lo iellatissimo slogan dell’anno scorso “Quest’anno ci divertiamo”, la locandina di quest’anno doveva essere così:

cairo20082ae7inflated.jpg

Invece, è stato svelato il mistero, ed ecco il manifesto vero:

abbonamenti2008.jpg

Per la prima volta in quattro anni, Cairo non ci ha messo la sua faccia sopra (chissà quanto ci hanno messo a convincerlo), e ha invece lanciato un messaggio chiaro: io me ne lavo le mani, mo’ so’ tutti cacchi vostri. A tale scopo, ha prodotto un mostro di photoshoppatura che in confronto quelli di Maxim sono dei dilettanti, montando insieme una coreografia notturna, un cielo azzurro artificiale e un bandierone in primo piano appiccicato col copia e incolla. E nel frattempo, anche quest’anno si è “dimenticato” di praticare un qualsiasi sconto ai ragazzi nelle curve, una strategia suicida per il futuro (per dire, la Lazio gli abbonamenti ridotti di curva li regala).

Insomma, butta male; del resto, di Cairo ormai conosciamo sia le qualità – è un buon manager, sa comunicare, parla italiano – che i difetti – è accentratore, banfa a mille, fatica a riconoscere i propri limiti e, nella scala di misura del calcio, non ha una lira. Il risultato è una società che non sta in piedi, che ha cambiato allenatore cinque volte e direttore sportivo quattro volte in tre anni, che ha una struttura organizzativa che fa ridere di gusto chiunque la guardi e che dipende ancora completamente dalle paturnie del presidente, con i giocatori che fanno quello che vogliono ma che si sentono abbandonati (dopo venti giorni il nuovo DS non aveva ancora parlato con la squadra, nemmeno per telefono…).

Il risultato sono perle amare, una dietro l’altra; in soli dieci giorni ne abbiamo già viste due eccezionali.

La prima è quando Di Michele, già in polemica prima ancora di cominciare, è andato a dichiarare ai giornali che non si sentiva abbastanza considerato dall’allenatore De Biasi. La risposta di De Biasi è stata una lunga arringa in cui dichiarava che i veri uomini le cose se le dicono in faccia, pubblicata tramite il suo sito Web.

L’altra è stata ieri, quando sempre De Biasi ha rivelato ai giornalisti di aver richiesto l’acquisto del laziale Mauri, suo vecchio pallino, che ritiene fondamentale per il suo modulo di gioco. La risposta di Cairo, sempre ai giornalisti, è stata: ma no, Mauri non è adatto al modulo di De Biasi, piuttosto voglio comprare una mezzala. A parte il fatto che di mezzali il Toro ne ha una decina, e quel che manca è una punta centrale, dove si è mai visto il presidente che spiega all’allenatore quali sono i giocatori adatti al suo modulo di gioco?

E però, siamo al terzo anno consecutivo di A e ciò non succedeva da quindici anni; speriamo bene che ce ne sia un quarto.

[tags]toro, cairo, abbonamenti, pere cotte[/tags]

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lunedì 21 Luglio 2008, 14:50

Il bruto pieno della vita

Ci sono poche cose che, nella nostra società, ti qualificano come un bruto. Puoi fare ministro le tue amanti o possedere tutta la discografia di Franco Califano, e nessuno solleverà un sopracciglio; ma non parlare male degli animali, specie quelli domestici, o finirai coperto di pece nella pubblica piazza.

Questo, comunque, non vale per tutti gli animali. Certo, cani e gatti sono sacri; per mucche e galline vale una certa ipocrisia, nel senso che fa tanto piacere vederli pascolare o razzolare nell’aia, ma fa anche tanto piacere mangiarli. Altri animali, invece, non godono degli stessi diritti civili; fino a giungere alle zanzare e ai ragni, per i quali invece si ritiene giusto il genocidio a priori.

Alle persone sensibili, la sofferenza animale fa effetto; e così, mentre l’altra sera maneggiavo un pollo senza testa per ungerlo ben bene in mezzo alle patate, provavo comunque una sensazione di sottile ma evidente disagio. Le persone sensibili, però, hanno già capito il punto fondamentale: la nascita, la vita e la morte sono tutte parti ugualmente degne e necessarie del ciclo vitale del mondo. Un mondo senza morte non avrebbe senso; vale per gli uomini e vale per gli animali. Ogni essere vivente ha quindi un ruolo di collegamento tra una nascita e una morte, la quale è necessaria per permettere lo sviluppo di ulteriore vita; ad esempio, la digestione di un bel pollo arrosto.

Purtroppo, sempre meno persone sembrano capire questo semplice fatto. Probabilmente, noi umani postmoderni e urbanizzati siamo talmente alienati, lontani dalla semplicità delle basi esistenziali della natura, da finire per attaccarci a suoi brandelli in modo ossessivo, credendo che chiudere un alano in 60 metri quadri significhi volergli molto bene, e sentendoci tutti parte di un grande spot dell’Amaro Montenegro. E così, un cane o un gatto diventano intoccabili; non un altro essere con cui avere un rapporto – pur nella propria diversità di ruoli – volontario e alla pari, ma un feticcio di qualche proprio distorto bisogno psicologico.

Oddio, ad alcuni succede persino coi topi: in questi giorni su Radio Flash circola uno spot antivivisezione che sembra una caricatura del peggior animalismo, ma è tristemente vero. In un crescendo di motivazioni contro la vivisezione (che è ovviamente una pratica barbarica, ma che talvolta può pur essere il male minore) si arriva a una perla di logica secondo cui all’immaginaria obiezione “Meglio sperimentare sui topi che sui bambini!” la risposta era “Dillo alle mamme i cui bambini si sono ammalati per via dei farmaci sperimentati sui topi!”. Ora, ci ho pensato un po’, ma la conseguenza non regge, a meno che ciò che la LAV intenda dire è che i farmaci, invece che sui topi, andrebbero piuttosto sperimentati sui bambini (aspettiamo chiarimenti).

Ecco, proprio questo viene spesso dibattuto come il punto chiave: esiste o no un diritto di supremazia dell’uomo rispetto all’animale, che giustifica l’uccidere migliaia di topi per trovare un farmaco che potrebbe salvare la vita a un uomo? (O peggio ancora per testare profumi e creme solari: ecco, quello sì che lo trovo barbaro.) Questo principio di supremazia è scritto più o meno chiaramente nella dottrina della Chiesa; da decenni è contestato insieme a tutto il resto delle nostre “radici cattoliche”.

Il dubbio viene anche in altri casi: per esempio, leggendo questo articolo sulla drammatica situazione del canile di Moncalieri, invaso dagli animali abbandonati per le vacanze. Ora, io continuo a pensare che basterebbe tatuare i cani alla nascita o alla prima visita da un veterinario e denunciarne i passaggi di possesso, perché chi prende un cane deve risponderne; l’abbandono è una pratica che va combattuta. Però alla fine si legge un appello disperato: i fondi (per metà da donazioni private, per metà da fondi pubblici) non bastano perché le cure sono costose; per esempio, hanno dovuto spendere un sacco di soldi per operare di cancro un barboncino di 13 anni.

E io mi chiedo: ma – senza scomodare l’Africa – in una società in cui tuttora molte persone vivono in baracche e faticano a mangiare, ha senso che collettività e privati spendano denaro per operare di cancro un barboncino? E anzi, che questa cosa ti venga presentata come una necessità urgente e pressante, un appello alla bontà umana contro la brutalità, invece che come un caso di lucida follia, che di naturale non ha proprio niente?

Io non credo che l’uomo sia superiore agli animali, e non sono nemmeno contento, in linea di principio, di farmeli uccidere per mangiarne i cadaveri. Credo però che non si debba perdere la misura rispetto al principio fondamentale della natura, che, piaccia o no, è “mors tua vita mea”; il che comprende anche lo sfruttare gli altri esseri dell’ecosistema per nutrirci e sopravvivere, con rispetto e dispiacere per la loro sofferenza, ma sapendo che così è l’ordine delle cose. Può darsi che questo faccia di me un bruto; eppure, saper accettare il fatto che la nostra vita non solo prevede la sofferenza, ma inevitabilmente finisce talvolta per causarne agli altri e per trarne giovamento, permette di rapportarsi con la morte in modo molto più sano.

[tags]natura, animali, vivisezione, canile, cibo, sofferenza, morte, amaro montenegro[/tags]

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domenica 20 Luglio 2008, 10:10

Stai a Napoli e poi muori

No, nonostante il titolo non voglio parlare del crollo del palazzo nei Quartieri Spagnoli avvenuto qualche giorno fa. E’ che sono rimasto stupito da un fatto che ho osservato negli ultimi due o tre mesi: apparentemente, a Roma sono comparse legioni di napoletani (almeno, a me paiono tali dall’accento) che cercano di arrangiarsi per vivere. Prima non c’erano; d’improvviso, mi è capitato di incontrarne tre in due fuggevoli visite.

Uno era pure divertente, anzi gli darei l’oscar dell’arrangiamento in almeno due sensi diversi: difatti, si era messo nel lungo corridoio sotterraneo che collega Roma Ostiense alla metro Piramide – uno dei maggiori esempi italiani di pessima pianificazione trasportistica – e cantava, accompagnandosi con una base registrata, Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley (che poi, come già dissi tempo fa, è una romanza settecentesca di Jean-Paul Martini). Ma il punto è che non la cantava mica: faceva il playback. La voce era quella di Elvis, e usciva dalla scatola; lui faceva soltanto le facce, abbrancato ad un microfono che non portava a niente.

Gli altri erano più normali; alla Stazione Termini, tu sei seduto sul treno in attesa di partire – una volta per Fiumicino, un’altra per Torino Porta Nuova – e sale un ragazzo che cerca di venderti qualcosa.

Quello di due mesi fa era simpatico, e siccome io ho sorriso e ho detto “No grazie” guardandolo negli occhi si è subito creata simpatia; così mi ha attaccato un bottone pluriparte – a un certo punto ha comunicato “vado a cercare un altro pol… cliente ma poi torno da te” – che è durato fino a Parco Leonardo. Cercava di vendermi un pacchetto di calzini e altra paccottiglia cinese, utilizzando qualsiasi mezzo, comprese le foto della (presunta) figlia piccola, mostrate peraltro su un Nokia rosso fiammante nuovo di pacca. Una volta mi sarei alterato, ma ora, avendo visto Marrakech e Pechino, riconosco il pattern comportamentale: è semplicemente un gioco, il gioco della vendita. Tu devi restare sulle tue (specie se non hai intenzione di comprare; non è bello promettere e non mantenere) e sapere che ciò che sta facendo lui è una sceneggiata ben studiata; e godere dello spettacolo apprezzandone la professionalità.

A un certo punto gli ho offerto un euro in cambio di niente, come premio di prestazione, e lui ha risposto alla grande: ha finto di offendersi mortalmente e iniziato un lungo pippone sulla dignità che mi stava strappando un applauso, ribadendo che lui non avrebbe mai potuto accettare l’elemosina, perchè lui voleva solo lavorare e vendermi i suoi calzini. Ovviamente, venti minuti dopo ha preso l’euro – ma solo dopo che io sono stato al gioco a mia volta e ho insistito che non era una elemosina ma semplicemente un caffè, e solo dopo avermi chiesto se per caso potevo offrirgli anche ‘o cornetto – e se n’è andato. Purtroppo questo ragazzo parlava un dialetto strettissimo, che facevo molta molta fatica a capire; ma è stata una grande esperienza.

Quello di ieri era meno bravo e meno disposto a spendere tempo, anche perché il treno andava lontano e non poteva rischiare di restarci sopra; ha semplicemente blaterato che l’oggetto che voleva vendere c’aveva scritto “canalecinquo” sulla confezione, quindi era sicuramente di ottima fattura; è bastato un no per farlo andare via.

Stavo per concludere che probabilmente la crisi si fa sentire, e che da Napoli hanno individuato Roma come una possibile fonte di denaro. Purtroppo, è anche possibile – vista la sistematicità – che si tratti di un racket, e che questa gente sia organizzata e caporalata dalla camorra. E’ comunque una forma di degrado, ma d’altra parte si deve pure tirare a campare.

[tags]roma, napoli, venditori ambulanti[/tags]

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sabato 19 Luglio 2008, 10:05

Grom

Il mio esperto personale di gelato comunica che secondo lei anche da Grom hanno ceduto, e hanno cominciato a usare il latte condensato; sarà perché hanno appena aperto il terzo punto vendita in via Garibaldi?

Effettivamente era un po’ di tempo che non ci andavo; ci siamo andati ieri sera ed è stato un po’ deludente. Il gelato è comunque molto buono, per carità; è tutto il contorno che sta diventando un po’ troppo stucchevole.

Tu arrivi lì e ti metti in coda. Intanto, devi essere fortunato, perché c’è spesso una lunga coda; in più, da Grom non è ancora arrivata la magica invenzione del distributore di numerini, che ormai ha pure il panettiere sotto casa. E così, sei costretto a stare in piedi e fermo lì per dieci o venti minuti, a presidiare il tuo posto. Ora, se ci pensate, c’è un solo motivo per cui possono non aver messo i numerini: per costringere la gente a stare in piedi in fila, e fare in modo che ci sia sempre la coda fuori ben visibile, trasmettendo a chiunque passi di lì l’idea che quello sia un negozio molto richiesto e quindi valga la pena di provarlo. Tutto questo al costo di far stare scomodi i propri clienti, con evidente disprezzo nei loro confronti (e non solo nei loro: la coda, quando è lunga, ostacola anche il passaggio nella via, e provate a passare di lì in bici…).

La coda è artificialmente lunga: infatti ci mettono una vita a servirti, facendo mille mossettine che non ho mai visto fare in altre gelaterie, ma che dubito contribuiscano al gusto del gelato; in più, sempre per fare i fighi, ti chiedono se vuoi il cono di wafer o di biscotto, creando nelle persone dilemmi esistenziali che bloccano tutto per ore, anche se poi i due coni hanno esattamente lo stesso gusto. Ieri avevamo due persone davanti a noi, ma ci abbiamo lo stesso messo un quarto d’ora…

In compenso, è interessante il tipo di frequentazione: buona parte della clientela è infatti costituita da quelli che devono assolutamente andare in un posto carissimo e alla moda (e Grom è entrambe le cose) per sentirsi fighi. Questa parte di mondo è a sua volta divisibile in due sottocategorie: quelli che hanno i soldi e quelli che non hanno i soldi.

Quelli che hanno i soldi si presentano normalmente con un macchinone, che abbandonano in mezzo alla strada proprio davanti al portone, anche se c’è un posto meno problematico tre metri più in là. Spesso il macchinone è un SUV o un monovolume di quelli enormi, anche se sono in due. Tutti i componenti del gruppo sono firmatissimi; in genere cercano di passare davanti, e comunque prendono come un insulto personale il fatto di dover fare la coda come gli altri. Il peggio capita con i bambini: non solo vedi creature di tre o quattro anni con vestiti firmati dalla testa ai piedi, ma in genere tali creature sono prive di qualsiasi educazione e cominciano a correre qua e là, a saltare addosso al bancone e a fare i capricci sul gusto del gelato.

Quelli che non hanno i soldi sarebbero più normali, anche se poi arrivano al bancone in cinque e ordinano due coppette piccole (comunque due euro l’una per un’oncia di gelato); però ogni tanto cominciano a fare i capricci anche loro, per sentirsi più ricchi.

Io ci torno ogni tanto, perché il gusto al cioccolato extra è proprio buono; ma alla fin fine preferisco il caos allegro, popolare, ben organizzato e a prezzi ragionevoli del Siculo di via San Quintino.

[tags]torino, gelaterie, grom, negozi[/tags]

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venerdì 18 Luglio 2008, 13:28

Proud to be fancazzist

Raramente ho visto qualcosa che faccia venire voglia di emigrare quanto i risultati di questo sondaggio di Repubblica, secondo cui – al momento in cui scrivo – il 51% dei lettori del giornale sarebbe contrario all’effettuare controlli medici più stringenti sui dipendenti pubblici che si mettono in mutua, anche se per un solo giorno, come proposto dal ministro Brunetta.

Ci ho pensato un po’, ma non sono riuscito a vedere alcun argomento anche solo vagamente potabile a sostegno del no a questo progetto. L’unica cosa che posso pensare è che questo 51% di italiani (meglio, 51% di elettori del centrosinistra, visto il pubblico di Repubblica) rivendichi il proprio “diritto” di poter rubare in santa pace un giorno di stipendio alla collettività ogni volta che si vuole.

Comincio a sviluppare il sospetto che cambiare l’Italia sia un’idea futile. Quel che mi sfugge è solo come questo 51% abituato ad arrangiarsi rubacchiando pensi di sopravvivere alla crisi economica strutturale di questi anni; probabilmente non si è mai posto il problema.

[tags]pubblica amministrazione, lavoro, brunetta, assenze, fancazzismo[/tags]

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venerdì 18 Luglio 2008, 07:11

Dormire dentro

Ieri sono andato a Roma in giornata; come spesso accade, per ottenere la migliore combinazione di orari e prezzi, ho fatto l’andata in aereo – uscita di casa ore 6:20, volo Blu-Express a 70 euro, arrivo in centro a Roma alle 10:50 – e il ritorno in treno – partenza da Termini ore 15:05, Eurostar a 60 euro, arrivo previsto a casa alle 21:10, arrivo effettivo alle 21:45 (grazie Trenitalia, e grazie anche per i dieci minuti di attesa nel tossico tunnel in discesa che porta alla stazione di Milano Porta Mai Pulita Da Quando Ci Passò Garibaldi).

Ho passato praticamente tutto il viaggio di ritorno a guardare il paesaggio dal finestrino, in parte lavorando al computer o ascoltando musica, ma senza mai perdere di vista l’esterno; è uno dei motivi per cui adoro il treno. Ho potuto così ancora una volta constatare come l’Italia sia davvero bellissima, tutta, dall’inizio alla fine. A patto naturalmente di addormentarsi per mezz’oretta mentre si attraversa Milano: ma quanto staranno bestemmiando gli abitanti della casa verdina a cui stanno costruendo a mezzo metro dal balcone un mega-cavalcavia ferroviario per l’ormai inutilissimo collegamento diretto Centrale-Malpensa?

Comunque, il resto è meraviglioso: si comincia con un pomeriggio dorato sui prati e sui campi della direttissima per Firenze, che si snodano tra le colline fino a giungere alla zona di piccoli calanchi che segna l’ingresso nella valle dell’Arno. Poi si vede Firenze, e di lì le montagne in cui la ferrovia si inserisce senza tanti complimenti, con tutta la supponenza dell’epoca fascista, fino al tragico tunnel sotto l’Appennino (cento morti sul lavoro tra incidenti e silicosi, ma un’opera che per l’epoca era fantascientifica). Poi c’è la pianura padana, un susseguirsi di campi che profumano d’estate e di aria immobile, fino a un fantastico tramonto dal ponte sul Po. Poi, dopo la mezz’oretta di dormita, ci si sveglia in mezzo ai boschi della riva del Ticino e di lì alle risaie, e infine alla corona delle Alpi.

Ebbene, con tutto questo popò di meraviglia, io ero l’unico di tutto il vagone che guardava fuori. Il signore davanti a me leggeva un romanzo giallo di Franco Cardini (per la serie “anche gli insigni storici vanno in cerca di celebrità”). I due al mio lato leggevano Il Sole 24 Ore e Inmoto (sì, esiste una roba che si chiama così, e non ha lo spazio in mezzo al nome). La signora dall’altra parte ha telefoninato per tre quarti del tempo, e nel resto si è guardata le unghie; il ragazzo di fronte ha passato tutto il tempo a giocare col cellulare.

Non sono ben sicuro di cosa sia andato perso; se la capacità di meravigliarsi, il senso del bello, la comunione con la natura, oppure la voglia di vivere e di conseguenza la possibilità di accorgersi della vita che scorre fuori dal treno. C’è però qualcosa di molto sbagliato in tutto questo.

[tags]treno, paesaggio, italia, natura, vita[/tags]

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giovedì 17 Luglio 2008, 09:36

Un parere spassionato su iPhone e simili

Non si dovrebbe mai parlare di cellulari con un grande blogger come Fabbrone e un grande non-blogger come Simone C.: non appena ho scritto questo, il mio venerato Nokia 6620 del Natale 2002 è morto sul colpo (o meglio, è morta la sua colonna sonora, e tutte le suonerie sono diventate mute, impedendomi di accorgermi delle chiamate).

La buona notizia però è che questo mi ha permesso finalmente di farmi una opinione di prima mano sui cellulari dell’evo moderno; non sull’iPhone di cui tutti parlano, ma su un suo concorrente piuttosto simile. Infatti, in azienda avevamo un residuo di smart phone di fascia alta dello scorso anno, comprati per un progetto a termine e poi rimasti lì; e così, nella necessità, ho rimediato al volo un HTC P3600.

Stando al duo di two non-blogs di cui sopra, si tratta di un telefono fichissimo: ha uno schermo enorme, due fotocamere da due megapixel, il bluetooth, il wi-fi, l’UMTS, sopra ci gira Windows e può farti anche la pasta in PDF. Così mi sono messo di buzzo buono e ho provato ad adottarlo come cellulare.

La batteria era a terra, e ci ho messo venti minuti per trovare il buco dove infilare la presa del caricatore, o meglio per scoprire che si infila nel buco dell’USB, anche se sull’oggetto, vicino al buco, non c’è alcun simbolo che indichi “corrente” ma solo quello che indica “segnale”; e il buon Beccari, mitico professore al Politecnico, m’insegnò che dove va il segnale non va la corrente, pena il crollo del cielo sulla testa.

In compenso, ci ho messo un’ora (ma veramente!) per riuscire ad aprirlo e metterci la SIM; alla fine, ho chiesto a un collega il quale mi ha descritto via chat una specie di manovra di Heimlich, tipo “metti il palmo di una mano sullo schermo e l’altro palmo sul retro, poi schiaccia con forza e spingi in due direzioni contrapposte”. E dire che avevo cercato il manuale; nella confezione c’era sì un volumetto di 80 pagine, ma erano le condizioni di licenza di Windows e annessi; il manuale, quello che serve a qualcosa, non te lo danno, ed esiste solo online; lo cerchi, lo trovi, lo scarichi, lo apri, e dopo scartabellamento ti dicono che le istruzioni per aprire il retro sono in un altro manuale, quello di “avvio rapido”; trovi pure quello, e finalmente arrivi alla fatidica istruzione, che dice testualmente: “1. Aprire il coperchio.” Ah, grazie!!!

Perlomeno, durante l’ora di ispezione ho scoperto un fenomeno strano; anche se questo oggetto è un mattone, è grosso e pesante il doppio del mio vecchio Nokia e sembra di portarsi dietro un panetto di piombo, ha degli angolini progettati da un coreano con le manine da puffo. Da uno di questi angolini, infilando l’angolo di un’unghia, esce fuori un cottonfioc di metallo, che ho guardato con stupore; poi mi hanno spiegato che esso serve a battere sullo schermo per selezionare le opzioni.

E così, l’ho caricato, l’ho acceso, e mi sono trovato a battere sullo schermo come Woody Woodpecker, quindici volte di fila per settare l’orologio a ore tre, e poi quarantasette per i minuti. Comodo!

Essendo che il cellulare era stato già usato, per prima cosa ho cercato di cancellare la rubrica; non si può. Puoi fare milioni di fantasmagoriche operazioni usando Windows, ma svuotare la rubrica no; ho dovuto fare un reset hardware e reimpostare tutto da capo. E poi, la mia prima telefonata.

E’ lì che ho realizzato un aspetto che mi era sfuggito, ma che è piuttosto basilare: questo coso non ha i tasti coi numeri.

Cioè, signori, lo passano per un cellulare fichissimo, ma non c’è modo di comporre un numero di telefono. A meno naturalmente di: bootare Windows, estrarre il pennino, battere qua e là alla maniera di Woody, far venir fuori un tastierone numerico sullo schermo, e ribattere sui numeri di telefono. Oppure battere qua e là per far venir fuori la rubrica… e poi, visto che non ci sono i tasti coi numeri, non puoi arrivare alla lettera che ti serve semplicemente premendo un tasto; di nuovo, devi battacchiare qua e là.

Ora, un cellulare serve a fare tre cose: telefonare, scambiare SMS e svegliarmi al mattino quando devo prendere l’aereo. Queste tre cose, in codesto oggetto, richiedono dieci volte lo sforzo del mio Nokia di dieci anni fa. Per esempio, immaginate di stare arrivando sotto casa della vostra metà e di volerle fare uno squillo per invitarla a scendere: non mi sembra una esigenza strana, anzi lo fa metà della popolazione terracquea tutte le sere. Con il cellulare precedente, potevo schiacciare tre tasti tre per arrivare a selezionare il numero; al momento buono, bastava schiacciare il pulsante verde. Si poteva fare senza problemi nei venti secondi di attesa all’ultimo rosso, o persino guidando. Si poteva addirittura semplificare facendo in modo che bastasse tenere schiacciato un solo tasto numerico per far partire la chiamata.

Con questo nuovo oggetto, io, mentre guido, dovrei estrarre un cottonfioc di metallo, fare Woody Woodpecker per trenta secondi in mezzo a una interfaccia con decine di icone e voci di menu di 3×3 millimetri l’una – il tutto in equilibrio precario e mentre tengo il volante coi denti – e poi tenere premuto il cottonfioc per un secondo contro lo schermo, mi raccomando senza lasciarlo mai. E badate bene di non preselezionare il numero quando uscite di casa, perchè entro un minuto, per risparmiare la sua batteria che dura più o meno un quarto d’ora, l’oggetto si spegne da solo!

Non ho peraltro dubbi che con qualche centinaio di dollari di costi di licenza io possa sviluppare una meravigliosa applicazione custom per Windows Mobile, che mi permetterà di fare la stessa cosa che fa un Nokia da 30 euro, cioè squillare la mia fidanzata in un secondo senza slogarmi il becco a forza di picchiare…

E dire che mi avevano avvertito: tutti gli altri colleghi che avevano già provato questo coso, passati i primi tre minuti di orgasmo tecnofiliaco, erano tornati di corsa ai loro vecchi cellulari. Ma dopo questa esperienza non ho dubbi: se uno vuole usare un PC, guardare le mail, navigare su Internet, si porta il portatile, magari comprandosene uno leggero e non un padellone da 19″; quanto al telefono, mi cercherò quanto prima un Nokia da 30 euro che faccia le cose che deve fare un cellulare, invece di costringermi a litigare con una interfaccia grafica pure per mandare un SMS alla mamma.

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