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venerdì 28 Marzo 2008, 14:09

Il Cairo a piedi

Non so se sono contento di aver speso una paccata di soldi – quasi duecento euro, tra tutto – per concedermi una giornata extra al Cairo; comunque, i soldi spesi in visitare posti nuovi non sono mai sprecati, e quindi pubblicherò ancora qualche appunto preso sul posto.

La città, come ogni altro posto, è interessante; certo io l’ho presa di punta, e ho rischiato di esserne travolto. Difatti, invece di lasciarmi spaventare dalle storie di turisti rapinati o minacciati, mi sono lasciato convincere dall’allegro entusiasmo della mia Lonely Planet, e da buon ingegnere ho pianificato un giro a piedi che toccasse tutti i punti principali.

Peccato che abbia capito soltanto dopo che il motivo per cui la Lonely Planet insisteva sul prendere spesso il taxi non era soltanto la fatica; questa, oggi, non è una città turistica, e anzi in certi tratti ero totalmente perso nel magma di quartieri che potevano tranquillamente (anche in termini di distruzione e sporcizia) essere a Baghdad o a Kabul. Non credo di essere mai stato veramente in pericolo, ma in certi punti ero chiaramente l’unico occidentale nel raggio di un paio di chilometri, e il modo con cui sono stato guardato – pur avendo una faccia che da queste parti non dà troppo nell’occhio, e pur essendo abituato a scivolar via con lo sguardo basso, la macchina foto ben chiusa e ben stretta, e l’autocontrollo sufficiente per non reagire assolutamente a niente – mi è piaciuto poco.

Il mio giro è iniziato da Garden City, il quartiere coloniale dei grandi alberghi, seguendo la passeggiata sulle rive del Nilo. Il fiume è uno spettacolo, sa già di mare anche se siamo a duecento chilometri dalla foce, ed è coperto dal vento, tanto da esser pieno di barche a vela. La passeggiata quindi non è male, ci sono le panchine e le piante e le coppiette locali che si scambiano effusioni sconce in maniera disgustosa – voglio dire, due si tenevano addirittura per mano! Sembra molto Borghetto Santo Spirito, però a Borghetto non ci sono quattro corsie di traffico impazzito e strombazzante subito a fianco della fila di magnolie, perciò alla fine Borghetto S.S. 1 – Il Cairo 0.

Il problema è quando poi lasci la riva del fiume e ti addentri nelle case, cercando di risalire verso la collina della Cittadella. Non solo l’orientamento è complicato, visto che poche vie hanno il nome scritto anche in inglese e che comunque la cartina di quella zona sulla Lonely Planet è molto deficitaria; a un certo punto vai a sbattere contro un cavalcavia. Ora, io in tre giorni ho già acquisito abilità stupefacenti in questo continuo Frogger dal vivo che è attraversare la strada al Cairo; per dire, sono in grado di fermarmi sulla riga tratteggiata tra due file di traffico che sfrecciano a sessanta all’ora a non più di tre centimetri dal mio naso, o di sfruttare lo spazio triangolare dinamico generato temporaneamente da due veicoli che stanno lentamente divergendo, o di attraversare a pancia retrattile, cioè davanti a un veicolo in movimento e ritraendo la pancia sopra il cofano per superare gli ultimi venti centimetri con un salto proprio quando già esso pare avere le ruote sopra di me. In generale, comunque, mi metto a valle di un locale usandolo come scudo umano e stando però attento a calcolare bene il parallasse, che se no dove passa lui poi non ci passo più io.

Comunque, tutto questo va bene, ma a percorrere a piedi un cavalcavia largo come una macchina più una zanzara non ci penso proprio; e così ho dovuto tuffarmi nelle viscere del quartiere, trovare la stazione della metro, usarla come scavalco, attraversare il mercatino di carabattole (tutte made in China) che occupava la stazione degli autobus iniziata e mai finita che stava dall’altro lato, e poi trovare un vialone che risaliva verso nord, in un quartiere popolare, fino a una grande piazza occupata da una moschea dove si intravedevano torme di donne velate, e non son certo andato ad indagare. Ecco, questo pezzo qui è stato uno dei più inquietanti, anche perché ho dovuto interpretare la mappa sempre un po’ di soppiatto e senza fermarmi in mezzo alla strada con il libro bene in mano (il che equivale a “ehi, sono qui, sono straniero e mi sono perso, fate di me ciò che volete”).

La salita verso la Cittadella però è interessante, perché si svolge per una strada tranquilla piena di ruderi che si rivelano essere pezzi di chiese copte del nono secolo abbandonati lì e usati come discarica di letame, oppure come motoofficina o come stalla per gli asini che tirano i carretti, sempre abbondanti per queste vie. A metà salita, però, c’è la Moschea di ibn-Tulun ed ecco, questa è la cosa che valeva il viaggio: un gigantesco quadrato circondato da un porticato, il più antico edificio ad archi a sesto acuto che si conosca. Al centro del grande cortile, a rompere la luce del mezzogiorno, c’è una cupola che copre una fontana, o un altare, o chissà cosa.

Mi siedo lì sotto e mi godo il vento e la bellezza mozzafiato del luogo. Ignoro le mezze richieste di mancia dei custodi – che svolgono anche il lavoro di fornirti i copriscarpe di tela – e percorro il cortile esterno fino al minareto; salgo proprio in cima, e c’è una vista mozzafiato su tutta la città, con la Cittadella da un lato, e dall’altro una distesa di case tutte coperte di parabole satellitari; la più vicina ha anche un attico al quarto piano sul cui terrazzo c’è una capra che fa la cacca.

Il resto della giornata, invece, è snervante; alla Cittadella nemmeno entro, ho letto che non vale la pena, ma proprio lì davanti vengo abbordato. E’ normalissimo venire abbordati nei paesi arabi, di solito è qualcuno che in inglese ti chiede da dove vieni, e poi si offre di farti da guida, e alla fine ti porterà in un negozio di un amico da cui prende commissioni, oppure ti chiederà soldi lui, o entrambe le cose.

Qui hanno una tecnica più raffinata; basta un attimo di esitazione per offrirsi di aiutarti, e poi la seconda battuta è “oh lì dove vuoi andare è chiuso, ma vieni con me, ti porto in un altro bellissimo posto”. Io sapevo benissimo che la Cittadella era aperta, ma ciò è irrilevante: questi sono capaci di dirti “vedi quel bar lì dove c’è una folla che prende il gelato? quel bar lì è chiuso, ma vieni con me”. L’unica soluzione è sorridere, dire no grazie, e partire con decisione nella direzione opposta, non importa quale sia e dove porti (potete sempre fermarvi dietro il primo angolo).

Dalla Cittadella poi vi è una lunga discesa in un altro quartiere simil-Baghdad (ho incrociato una vecchia 131 che aveva ancora la targa di Milano, vecchio sistema arancio su nero, sopra cui avevano direttamente incollato quella egiziana…), dove l’asfalto finisce e si scende una via stretta piena di ogni cosa, auto, moto, bici, persone, animali, vecchiette sedute, cumuli di monnezza, scavi di non si sa bene cosa e altro ancora.

Ogni tanto sul lato si vede qualche edificio medievale davvero bello, alcuni restaurati, altri meno. La sporcizia è davvero pesante: qui è proprio pieno Terzo Mondo, c’è un livello di schifo elevato persino per l’Africa, sembra quasi Napoli. I bambinetti però sono simpatici, e dopo un po’ ti abitui a schivare con le orecchie le auto e i pick-up che scendono per la via a velocità folle. Qui vedo anche il mio primo incidente: da una via secondaria arriva a tutta velocità un ragazzino più piccolo su una bici, che viene centrato in pieno da un ragazzino più grande su una moto che percorreva la via principale. Il colpo è secco e il più piccolo vola per almeno un paio di metri sulla sabbia, ma i due mica litigano; semplicemente il più grande dà un bacio in fronte al più piccolo e poi ognuno riparte.

Arrivo alla fine a Bab Zuweila, la porta con i due minareti, un altro edificio molto bello e suggestivo: dalla porta si entra nella città vecchia, lasciando fuori questo borgo di case affastellate e piene di bambini (un paio provano anche ad attaccar briga, ma io li ignoro decisamente). Dentro comincia il mercato, e mano a mano la via si riempie di bancarelle di jeans e borse cinesi; non c’è assolutamente niente di interessante se non vestiti e zainetti delle tre marche che vanno fortissimo tra i giovani egiziani, cioè Diesel, Diessil e Dolce (non ho capito che ne abbiano fatto di Gabbana). Non ho nemmeno capito se quelli che hanno scritto Diesel facciano i bulli con quelli che hanno scritto Diessil o viceversa. Lungo questo percorso però ci sono edifici ancora più belli, tra cui la grande fontana di Pasha che purtroppo non ho potuto fotografare a causa dei banchetti del mercato.

Giungo infine al famoso Cairo Islamico, pensando chissà che, visto quanto era islamico tutto il resto. Invece si rivela una mezza delusione; l’antica università è piena di gente che prega e batto in ritirata; oltre la piazza Hussein, superati i caffè pieni di turisti e di acchiappaturisti, comincia un altro quartiere piuttosto degradato; c’è qualche altro bell’edificio medievale, ma la zona del mercato (Khan Al-Khalili) è sostanzialmente una grossa carta moschicida per mosche da torpedone (e qui, dopo tre ore di cammino, vedo i primi occidentali, ad eccezione forse di un paio incontrati dentro ibn-Tulun).

Qui è dove scoppio: c’è semplicemente troppa gente, troppo rumore, troppe cose strane e troppa sensazione di essere un alieno in un mondo forse non proprio ostile, ma certamente non amichevole; raramente mi sono sentito così rigettato come qui.

Faccio per ritornare, e mi tocca percorrere una infinita via di mercato, dove nel mezzo metro libero dalle bancarelle turisti e locali si superano a varie andature. Il mercato è infinito, arriva fino in piazza dell’Opera, interrotto solo da corso Porto Said, che si supera con un sovrappasso pedonale perché lì nemmeno un locale ce la farebbe ad attraversare. Mi chiedo cosa vendessero queste bancarelle prima che arrivassero le importazioni cinesi.

Alla fine scopro ancora un’altra anima del Cairo, il cosiddetto Downtown: una zona di vie dritte e palazzoni all’europea, mal tenuti ma comunque imponenti, e parecchio estesi. Qui il traffico è ancora peggio, e compaiono pure alcuni semafori, anche se sono del tutto inutili perché non li guarda nessuno, e parecchie volte trovo le auto col verde diligentemente ferme in attesa che le altre auto col rosso rallentino, per potersi infilare. Trovo però anche parecchi giovani in giro per shopping con un gelato in mano, e una timida rivendita di panini e bevande dove con circa un euro e venti centesimi pranzo (alle quattro passate) con un paninone di shawarma e una Pepsi Light.

Devo ancora laurearmi in attraversamento, per riuscire a superare piazza Tahrir, e poi arrivo al mio albergo; l’ultimo attraversamento è proprio sulla curva di un vialone a tre corsie dove le auto sfrecciano, eppure lo faccio in souplesse, calcolando in automatico che le auto si sposteranno leggermente più all’interno o più all’esterno a seconda della posizione del pedone che attraversa tre metri più a monte di me, e quindi sfruttando i coni di spazio che egli crea. Arrivo in albergo dopo cinque ore di giro, e ovviamente l’idea di andare ancora al Museo Egizio è passata da parecchio; anzi crollo sul letto a guardare i cartoni animati, finché non arriva un bellissimo tramonto sul Nilo.

Credo di aver capito che pochi percorrono il Cairo a piedi, senza guida e senza un veicolo. Sono contento di averlo fatto, però che stanchezza!

[tags]cairo[/tags]

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giovedì 27 Marzo 2008, 23:36

Alitaglia ancora

Sono arrivato or ora a casa, e come sessione di rilassamento mi sono seduto in ufficio e ho deciso di parlare ancora una volta male di Alitaglia, che però se lo merita proprio.

L’unica nota positiva è il cibo – è migliorato ed era anzi buono, devono essersi conto che il panino di pane era troppo. Però… ecco, passi per il check-in del Cairo, disorganizzatissimo, dove fanno mettere tutti in coda per 30 minuti in una fila, e poi aprono quella a fianco, e poi ci mettono una tipa che pareva non aver mai visto un computer in vita sua. Passi per il fatto che gli aerei sono vecchi scassoni oltre il limite della decenza, e anzi l’aereo che mi ha riportato a Torino aveva la cornicetta di metallo del finestrino del pilota vistosamente piegata e penzolante nel vuoto. Passi che la sporcizia a bordo è allucinante, e se apri il tavolinetto ti volano addosso briciole e resti dei voli precedenti.

Passi che il personale è sempre più scortese – oggi la hostess ha cazziato violentemente il tizio accanto a me, che si era osato unificare il proprio vassoio con quello della figlia seienne per permetterle di riprendere a giocare, dicendo qualcosa come “ma vede che cazino m’ha combinato, mo’ nuncentrappiù ner cazzetto”, e costringendo il tizio a riseparare i rifiuti in due vassoi separati.

Passi anche per le figure di m… che ci fanno fare con gli stranieri, non solo con le leggendarie fascette da bagaglio per le coincidenze a Fiumicino – sui bagagli che vanno in Italia c’è scritto “in Italy”, su quelli che vanno all’estero c’è scritto “out Italy”: nunzedicecossì? – ma con un fantastico documentario sulla storia bio-geologica del Mediterraneo, fatto evidentemente dal cugino di un amico, le cui didascalie in inglese cominciavano testualmente così: “15 miliards years ago…”.

La cosa che proprio non passa è che due giorni prima del mio ritorno hanno contattato l’agenzia egiziana, che ha contattato me, per dirmi che il mio volo per Torino era cancellato e che mi riprogrammavano su quello dopo. Io ho passato un’ora e mezza in più a grattarmi a Fiumicino, e alla fine ci avrei messo meno tempo a passare da Francoforte o da Parigi; ma non è solo questo, è proprio che, essendo stata fatta con due giorni di anticipo, è una chiara manovra per tagliare i costi a spese del servizio, dopo aver già venduto il suddetto. Nessuna linea aerea cancella un volo già ad orario, indipendentemente da quanto è pieno; è questione di rispetto verso i clienti, e lo vidi fare solo a Swissair sul fu Zurigo-Torino due mesi prima di fallire. Se si riducono a tagliar voli per risparmiare, anche a costo di rendere il volo successivo una stalla e di lasciare a terra qualcuno (come certamente è successo), vuol dire che sono veramente ben oltre la frutta.

[tags]alitalia[/tags]

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martedì 25 Marzo 2008, 11:13

Conferenze d’Egitto

Non ho ancora deciso cosa pensare di questa conferenza: per certi versi e’ molto interessante, per altri e’ piena di banalita’ (si parla di rischi di Internet per i minori, e non vi dico il profluvio di filmatini con bambole abbandonate nel fango – questo presentato da poliziotto inglese – o con personaggini carini carini che spiegano ai bambini di prendere a calci nelle palle qualsiasi estraneo gli si avvicini).

Comunque, e’ la prima conferenza internettiana a cui vado in cui e’ strettamente vietato entrare con un portatile, e non solo, anche con una macchina fotografica, e non solo, anche con un cellulare. Oggi la sicurezza in realta’ e’ lasca, ma ieri c’era la regina e quindi il controllo era ferreo. Il momento piu’ kitsch e’ stato quando, concludendo il proprio discorso, il ministro delle Comunicazioni, a nome del Movimento Internazionale Femminile per la Pace “Suzanne Mubarak”, ha insistito nel conferire un dono a Suzanne Mubarak per premiarla del suo impegno nell’organizzare l’evento. Ed e’ buffo quando nel bel mezzo della conferenza un cameriere in giacca e cravatta attraversa tutta la sala per portare alla signora Mubarak, sul tavolino di marmo personale che le hanno messo davanti, un nuovo bicchiere d’acqua fresca, rigorosamente in cristallo lavorato a mano.

Ci sono pero’ allo stesso tempo anche elementi di modernita’ che in Italia sarebbero incredibili: ve la vedete una nostra first lady organizzare una conferenza su Internet e i minori invitando trenta esperti internazionali di sicurezza e di Internet – mica preti e presentatori TV – e facendogli fare le domande direttamente da un gruppo di ventenni? E la sala sara’ anche piena di madri di famiglia a testa coperta, pero’ parlano tutte inglese meglio della media dei nostri ministri e dirigenti d’azienda, tanto e’ vero che a parte i discorsi ufficiali la conferenza e’ tutta soltanto in inglese, senza alcun tipo di traduzione in arabo.

Io parlero’ oggi pomeriggio, e avendo dimenticato la chiavetta con le slide finiro’ per parlare a braccio, seguendo la traccia. C’e’ ovviamente un webcast qui. Sono curioso di vedere che ne verra’ fuori!

[tags]cairo, internet, minori, conferenze, egitto[/tags]

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lunedì 24 Marzo 2008, 09:08

Cairo (la città, non la persona)

Tutte le mie idee precedenti su questo posto sono state spazzate via prima ancora di atterrare, mentre lo scassone Alitaglia (ma fatela fallire, dai, è triste vederla soffrire così) si avvitava come un cavaturaccioli cercando di infilare la pista dell’aeroporto. Ho capito che c’era un vento della forca, visto che la manica a vento accanto alla pista non solo stava permanentemente orizzontale, ma aveva l’aria del naufrago che cerca con tutte le sue forze di restare aggrappato ad un pezzo di legno per non venire trascinato via dalla corrente. Eppure, Cairo si riassume con una sola parola: caldo. Voglio dire, è il 23 marzo, a Roma piove, e qui ci sono 37 gradi: quando il pilota l’ha annunciato ho pensato a uno scherzo.

Scrivo quando sono in Egitto da circa tre ore; per la precisione, sono sul terrazzo della mia stanza d’albergo, e sto resistendo alla voglia di farmi un bagno in piscina, non tanto perché ieri avevo ancora 38 di febbre, quanto perché sto indossando i miei pantaloni da bagno e devo purtroppo dire che ci entro dentro soltanto in modo nominale, e che se provassi veramente a usarli per dimenarmi nell’acqua esploderebbero come uno pneumatico troppo gonfio. Quindi mi son messo qui, per godermi il vento e il profumo d’acqua e di erba, naturalmente entrambe artificiali, visto che siamo in mezzo al deserto; e anzi mi chiedo come facciano gli inappuntabili camerieri di questo posto ad aggirarsi a bordo vasca in gilè, pantaloni e camicia a maniche lunghe.

Prima di rientrare al fresco dell’aria condizionata, però, ho già da raccontare il mio primo impatto con l’Egitto, maturato durante un’ora di guida tranquillamente allucinata per le tangenziali del Cairo. Già, perchè dall’aeroporto a qui devono esserci una cinquantina di chilometri, tutti attraverso le infinite propaggini di questa città che ha probabilmente tra i dieci e i venti milioni di abitanti. Le tangenziali sono larghe e autostradali, ma il paragone con le altre città del genere finisce qui; in questo posto, le tangenziali e le strade in genere sono teatro di un continuo videogioco che mi ha lasciato ammirato.

Solo qui, per dire, ho visto una superstrada a quattro corsie per senso di marcia in cui viaggiano in parallelo a ottanta all’ora sette auto, quattro sulle corsie e tre sulle righe tratteggiate tra le corsie, in un miracolo di gomito a gomito che non lascia mai più di cinque centimetri a fianco o davanti o dietro a ciascuna auto, costantemente bordeggiando e beccheggiando e superando e controsuperando e oscillando verso destra e verso sinistra. Le macchine non scorrono, si incastrano dinamicamente; proprio come in Out Run, arrivano i momenti complicati in cui hai un camion lento a sinistra, un furgone carico di ceste di vimini sulla destra che lentamente si sta spostando in mezzo, due macchine che si sorpassano subito più avanti, e tu calcoli che l’unica traiettoria possibile per non schiantarti è sorpassare a destra il camion, accelerando per passare davanti al rientro del furgone, ma poi scartando ancora a destra per usare la banchina sterrata e schizzare davanti a tutti; e poi, come se tutti telepaticamente si fossero parlati e senza la necessità nemmeno di un colpetto di clacson, questo è esattamente ciò che accade. In confronto, i zig-zag che faccio io su corso Peschiera quando sono di fretta sono delle innocenti evasioni; credo che guidare qui mi darebbe tutto un altro sprint.

Tutto questo avviene su strade pari a quelle televiste in Iraq: vero, ci sono i segnali e le corsie tracciate, ma sono più che altro di bellezza. Per esempio, qui ho scoperto l’esistenza della mezza corsia: la corsia di sinistra che però a un certo punto, causa restringimento della strada, si riduce a 80 o 50 centimetri, epperò continua ad essere tracciata con la sua brava riga bianca tratteggiata, e ovviamente viene occupata sbordando a portellate in quella a fianco. E poi, ogni tanto c’è l’ostacolo traditore: improvvisamente in mezzo alla strada compaiono un carretto a cavalli, un camion in panne, una voragine, persino un blocco di cemento (mille punti). Nel frattempo, siccome la superficie è irregolare e gli ammortizzatori sono cadaveri di Tiramolla, dopo cinque minuti di viaggio hai già il mal di mare.

Così ho attraversato per quasi un’ora un infinito mare di casupole dallo scheletro di cemento e dai mattoni rossi, tutte col tetto piatto (o più facilmente un altro piano non finito in cima), tutte impolverate dalla sabbia e dal vento, tutte inframmezzate da stretti vicoli e da qualche via sterrata, tutte abitate da un mare di umanità poverissima, con torme di bambini scalzi che giocano a calcio con qualcosa che visto bene non è certamente un pallone, e sembrava più un grosso melone o un globo di creta, non so. E’ una skyline infinita di lineette orizzontali ad altezze irregolari ma più o meno costanti, una specie di segnale discreto che mura l’orizzonte, stipando il terreno di case comunque alte e comunque densissime, perché qui la terra buona è solo a raggio d’innaffio dal fiume, e gli egizi moderni sono troppi.

La cosa però strana da intuire è che la terra qui sarebbe verde e ridente di suo, coperta d’erba che cresce nel limo rigoglioso del fiume; infatti il ponte sul Nilo è uno spettacolo magnifico, una lenta e infinita quantità d’acqua che scivola piano in mezzo a una selva verdissima di piante che sprizzano dure verso il cielo, e sembrano palme più piccole. E’ invece l’uomo che desertifica il limo, costruendoci sopra case su case, strade sterrate e spiazzi da mercato di carabattole e verdure, e premendoci sopra in maniera insopportabile. Ho subito associato questa città a Pechino, ma come suo totale opposto: tanto fredda, ordinata e fiorente quella, quanto caotica, calda e decadente questa. Forse così è come finirebbe Pechino se vi sostituissimo la cultura cinese con quella arabo-cristiana…

Qui, però, a un certo punto succede l’incredibile: qualcosa che non si spiega. Perchè dopo un’ora di auto, in mezzo all’ennesimo ingorgo, all’improvviso dietro la solita riga piatta e irregolare di casupole si stagliano due punte: le piramidi di Giza. E’ indescrivibile l’effetto che fanno: anche a venti chilometri di distanza, si capisce che non c’entrano niente con questo pianeta. Eppure non si riesce a staccare lo sguardo: in fondo, sono solo due triangolini appena visibili in fondo alla foschia, eppure non si riesce a staccare lo sguardo. Non so che cosa diavolo abbiano di speciale, sarà che sono gli unici due triangoli in un mare di lineette orizzontali, sarà che punte a triangolo di cento metri d’altezza non ce n’è molte al mondo, so solo che davvero, veramente non si riesce a staccare lo sguardo. L’autista del taxi deve esserci abituato, non fa nemmeno caso a me che come un idiota passo dieci minuti buoni con lo sguardo fisso su di un solo punto dell’orizzonte.

Alla fine la superstrada sale sopra ad alcune colline, per cui perdo di vista le piramidi ed entro in un altro mondo: questi devono essere i quartieri dei nuovi ricchi (ammesso che ce ne siano). Cioè, sono densi e sabbiosi come gli altri, ma si vede che sono per ricchi: per prima cosa perché lungo la strada compaiono le pubblicità, essenzialmente di università private oppure di negozi di moda. Poi perché appare un centro commerciale, con un trashissimo carrello di cartapesta alto circa dieci metri come insegna, con tanto di cartone del succo d’arancia formato gigante all’interno. E poi perché questi quartieri sono pretenziosi: immaginate, per dire, un palazzotto mediterraneo, tre piani, cinque o sei finestre per piano, ogni finestra con l’arco e una bifora dentro, però il tutto fatto di cemento prefabbricato, replicato all’infinito, in un quadrato di trenta palazzotti per lato, separati l’uno dall’altro al più da due metri di vuoto; e all’ingresso una specie di arco di trionfo greco-romano-egizio, ampiamente dorato, con scritto il nome del progetto immobiliare.

Sì, lo so, sono tamarri: per quanto la cultura araba possieda grandi sacche di raffinatezza, e per quanto gli arabi non siano certo paragonabili ai popoli che raggiungono le vette della tamarraggine (l’intero Sudamerica in testa), e per quanto noi italiani dovremmo stare zitti quando si parla di tarri (sul mio aereo c’era quella che pareva mezza classe quinta dell’ITIS Chanel Totti di Monterotondo), gli arabi ottengono comunque lo Shakirino d’Oro in alcuni settori ben definiti, come i gioielli, i vestiti e la pomposità architettonica. E però qui è tutto nuovo, tutto in costruzione: cavolo, più che Egitto sembra quasi la Turchia.

Ovviamente il mio albergo è proprio in mezzo a questi nuovi insediamenti, dietro l’angolo della sede della CAF (l’equivalente africano dell’UEFA): l’avrà scelto Cairo-la-persona? Comunque, all’elenco di tamarraggini ho dimenticato di aggiungere la musica: il mio albergo ha appena deciso di contribuire all’atmosfera piazzando quattro enormi casse a bordo vasca che ora sparano un remix techno-trance di What A Feeling. Ecco, ora segue la musica dello spot della TIM. Vabbe’, torno dentro e sbarro le imposte.

[tags]egitto, cairo, alitalia, piramidi, viaggi[/tags]

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lunedì 24 Marzo 2008, 08:50

Dacci oggi il nostro Papa quotidiano

Questo era un post su Magdi Allam e il Papa. Conteneva una battuta che ridicolizzava contemporaneamente Magdi Allam, il Papa, il convertirsi al cristianesimo sui giornali e l’omosessualita’ della chiesa. La battuta era tanto offensiva quanto divertente, pero’ poi ho capito che nell’Italia di oggi, se per caso qualcuno l’avesse linkata, mi sarebbe costata una denuncia per diffamazione. E quindi ho deciso di cancellarla.

[tags]papa, allam, giovani luttazzi[/tags]

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domenica 23 Marzo 2008, 09:01

Aerei

Se leggete questo post, è perché alla fine, nonostante la guarigione ancora decisamente incompleta (ieri mattina avevo ancora oltre 38), ho preso l’aereo che in una mattina qualsiasi (pur se pasquale) mi porterà in [posto qualsiasi del mondo].

In questo caso, il posto è Il Cairo, dove parteciperò a questa conferenza organizzata da questi ragazzi della Fondazione Suzanne Mubarak (la First Lady d’Egitto). Il tema del mio panel è “L’importante ruolo dei tutori dell’ordine nella repressione dei pericoli per i bambini in rete”, e se vi state chiedendo cosa c’entro io, per favore fornitemi la risposta; in realtà, l’idea è di presentare l’approccio alternativo dell’Internet Bill of Rights e, più in generale, il concetto che in rete spesso è molto più opportuno adottare un approccio di “soft enforcement” che di repressione e censura.

Il mio obiettivo è quindi quello di fare queste dichiarazioni senza offendere nessuno, e allo stesso tempo però di mettere in atto il mio diabolico piano: difatti, accanto a me nel panel ci sarà Howard Schmidt, l’ex consigliere per la sicurezza informatica di George W. Bush, una delle persone che hanno avuto per le mani idee come il famoso Total Information Awareness e tante altre. Bene, considerato che in questo momento io sono un ordigno batteriologico che ribolle di micidiali germi dell’influenza, avete idee su come io possa utilizzarmi a vantaggio dell’umanità?

P.S. Dear Department of Homeland Security: it’s a joke.

[tags]cairo, egitto, aerei, conferenze, bambiiiiini[/tags]

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sabato 22 Marzo 2008, 18:37

Allucinazioni

Sono stati due giorni piuttosto pesanti, tanto che a un certo punto il medico della mutua si è deciso a darmi gli antibiotici; sarà stata la combinazione di temperature alte e medicine, ma ho avuto parecchie allucinazioni.

Per esempio, stamattina l’assunzione contemporanea di antibiotico, Tachipirina e Plasil mi ha inchiodato nel letto per quattro ore, con una specie di sonno chimico ad occhi aperti in cui devo aver recuperato una settimana di notti insonni, facendo nel contempo anche qualche sogno veramente allucinato; come quello in cui, dopo aver rifiutato due volte di sposarmi tra grandi lacrime di chiunque, finivo per espellere nella pipì le scorie dell’antico aborto di un mio fratello gemello.

Ma l’allucinazione più strana l’ho avuta ieri: verso l’ora di pranzo, ho sognato di alzarmi e di accendere il televisore. Sullo schermo veniva fuori il primo canale, su cui c’era una trasmissione televisiva che sembrava Il pranzo è servito, e comunque doveva risalire alla mia infanzia, anzi ancora prima: tipo agli anni ’50, perché in questa trasmissione c’erano solo massaie che, in un giorno comunque lavorativo, passavano delle ore a cucinare piatti assurdi, peraltro tutti rigorosamente senza carne perchè “oggi è Venerdì Santo”.

Immersa in questa atmosfera agreste e clericale, c’era una conduttrice che doveva essere tipo Antonella Clerici, però cicciobomba in una maniera pazzesca, e ridotta a tirar fuori le tette per attirare l’attenzione – tra parentesi, ricordo comunque che le tette di Antonella Clerici sono ufficialmente riconosciute come entità indipendente, ed ebbero tempo fa anche una voce su Wikipedia:

screenshot_wikipedia_clerici.png

Bene, fin qui la scena era un po’ inquietante, con questa rappresentazione fintissima dell’Italia che fu – figuratevi che a un certo punto facevano una gara tra lo stoccafisso vicentino e quello calabrese e il televoto finiva accuratamente in parità, che caso – ma nulla di grave.

Tuttavia, l’allucinazione a un certo punto diventava più forte, perché nelle vesti di concorrente alla trasmissione compariva una persona che conosco, una amica – in mezzo al pubblico si vedeva pure il suo fidanzato – che sfidava culinariamente una specie di nerd della val Brembana, con tanto di camicia verde a quadrettoni stile Sette spose per sette fratelli di Bossi, il quale iniziava mostrando per due volte di fila la schiena alla telecamera.

Anche la mia amica era ovviamente tutta tesa, e così le chiedevano di raccontare un po’ della propria vita. All’inizio il racconto era vero, sembrava proprio come nella realtà, ma poi, come spesso accade nei sogni, c’era la svolta improvvisa: siccome raccontava che aveva comprato casa con il suo fidanzato e stavano per andare a vivere insieme, la Clerici improvvisamente sbarrava gli occhi, la interrompeva e strillava una cosa come “QUINDI VI SPOSATE VEEROOO???” e lei, con la telecamera alla tempia, pronunciava il fatidico sì.

Il resto del sogno, a parte i miei lieti messaggi di felicitazioni agli sposini novelli, è piuttosto confuso. Però sono contento che sia stata soltanto una allucinazione dovuta alla febbre alta! Pensate quanto sarebbe deprimente vivere sul serio in un paese dove la televisione di Stato non ammette la carne in trasmissione perché si è in una festività cattolica, e dove non è permesso dire in pubblico che si va a vivere insieme senza subito precisare che naturalmente lo si farà soltanto da sposati.

[tags]allucinazioni, rai, vescovi ovunque, civiltà del vaticano[/tags]

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giovedì 20 Marzo 2008, 14:57

Grandi momenti

Causa febbre, faccio ancora fatica a formulare pensieri coerenti (e quel po’ che riesco a formulare è andato per spiegare ai miei soci che no, non importa quanto sia allettante il business che si discuterà stasera in ufficio e quanto sia significativa la presenza al completo di tutta la compagine sociale, se uno ha 39,5 di febbre non esce di casa). Per questo motivo mi sono dedicato, nelle poche ore in cui sono stato cosciente, a rivedere filmati su Youtube; finché non ho deciso di concedermi un po’ di buona musica, ritrovando una esibizione leggendaria dei primi anni ’90, che ho il piacere di condividere anche con voi.

Eccovi quindi il leggendario conduttore e showman siciliano Alfredo Castro, nella sua esecuzione mozzafiato di Hey Jude. Chissà che McCartney non la offra alla moglie come regalo d’addio.

[tags]alfredo castro, antenna sicilia, hey jude, beatles, musica[/tags]

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mercoledì 19 Marzo 2008, 20:22

Telegiornali marchetta

Essendo bloccato in casa a far niente con quasi 40 di febbre, mi è capitato stasera di vedere dopo tanto tempo il TG3. Mi aspettavo ampio spazio alle notizie sul Tibet, e invece sono rimasto sconvolto: su 30 minuti, qualcosa come 25 sono stati dedicati a interviste ai politici. Non scherzo! Oltre ad un infinito pastone iniziale sulle elezioni, da cui ho scoperto imperdibili partiti di cui ignoravo l’esistenza come la Unione Democratica per i Consumatori, ogni argomento era un buon motivo per far parlare i politici. Alitalia? Guai a dirmi qualcosa sui problemi e sull’evoluzione della trattativa, ma ecco cosa ne pensano tutti gli schieramenti (ovviamente banalità). Economia? Ecco tre minuti di immagini di Napolitano che parla a un convegno. Ambiente? Tre secondi di paesaggi marini, seguiti da tre minuti di Rutelli che illustra le sue grandi idee per la tutela del paesaggio. E così via.

E’ in questo modo che ho scoperto una chicca leggendaria: lo sconto elettorale sulla benzina. In pratica, in un disperato tentativo di conquistare voti, il governo uscente ha approvato, con effetto da domani, una riduzione di due centesimi al litro delle accise sul carburante. Ma attenzione: ammesso che i prezzi calino veramente e che lo sconto non sia direttamente incamerato dai petrolieri, questa è una “misura temporanea” che scadrà, che caso, il 30 aprile. Come a dire: passate le elezioni, gabbato lo elettore…

[tags]politica, elezioni[/tags]

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mercoledì 19 Marzo 2008, 09:35

Mi è sembrato di sentire “cazzo”

Non bisognerebbe infierire sulle vecchie star sul viale del tramonto, ma questo video della Berté che con stile e femminilità scarica le valigie in casa al ritorno da Sanremo merita la visione. A meno naturalmente che vi diano fastidio le bestemmie.

[tags]berté, sanremo, maleducazione, artisti?[/tags]

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