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martedì 18 Marzo 2008, 14:27

Tibet, le molte facce della verità

Per approfondire la discussione sul Tibet, ho cercato di procurarmi altre informazioni dalla rete. I blog italiani confermano quanto ho scritto; non vi ho trovato null’altro che luoghi comuni e opinioni preconcette, fino ad un tizio – no, non lo linko – che pubblica dettagliatissime foto di cadaveri (ovviamente solo quelli tibetani), una cosa veramente disgustosa che dimostra che, pur di sostenere le proprie posizioni ideologiche e nel frattempo magari aumentare pure gli accessi al proprio blog, non ci si ferma di fronte a nessun tipo di basilare rispetto per la morte e la sofferenza umana.

In compenso, ho trovato un gran bel post di un turista francese a Lhasa, risalente a sabato; egli parla con i tibetani e simpatizza per la loro causa, ma racconta anche, con l’occhio imparziale dell’osservatore, cose che i nostri blog tutti “free tibet” si guardano bene dallo scrivere.

Per iniziare, comincia con il racconto dei cinesi linciati dai tibetani con le pietre e con le mattonelle del marciapiede, per poi raccontare che “ho assistito in un’ora a una decina di linciaggi e di risse, talvolta da parte di un gruppo di venti tibetani che inseguono e pestano a sangue un cinese”, e concludere che “viene il momento di attaccare i negozi cinesi: pochi minuti sono sufficienti per sfondare le loro serrande e bruciare il loro contenuto in mezzo alla strada”.

Poi i tibetani spiegano che stanno reagendo a tutto quel che sappiamo, che “non è nella nostra cultura di essere violenti, ma non c’è stata scelta, è a causa dei monaci”; che la loro cultura è trasmessa oralmente, e saccheggiando i monasteri i cinesi la distruggono; che i cinesi gli insegnano come diventare ricchi, ma “noi non vogliamo essere ricchi, vogliamo essere liberi”.

Racconta poi che Lhasa è una città moderna, “high tech”, in gran parte ricostruita dai cinesi negli ultimi dieci anni, ma che i tibetani si lamentano che i cinesi incassano tutti i proventi delle nuove attività e del turismo; che di colpo, migliaia di tibetani hanno dovuto imparare il cinese per trovare lavoro, e che i cinesi guardano male quelli che, venendo dall’India, sanno anche l’inglese; che “Già adesso, a Lhasa, la maggioranza degli abitanti sono cinesi. Ovunque non ci sono che cinesi. E con il controllo delle nascite, noi non possiamo avere che uno o due bambini al massimo, altrimenti tocca pagare il governo. Loro, arrivano ogni anno a decine di migliaia. Abbiamo la sensazione di esserne sepolti.”

Il turista chiede a cinque ragazze tibetane se hanno degli amici cinesi: nessuna ne ha. “I tibetani e i cinesi non si mescolano. I cinesi si riconoscono dalla faccia e dal loro modo di vestire.” Poi continua a raccontare: “Ieri, per la strada, i cinesi individuati in questo modo hanno passato un brutto quarto d’ora. Ci sono stati dei morti, ma è difficile dire quanti. I moti hanno fatto più di 100 morti secondo alcune fonti.”

I tibetani raccontano anche le torture subite dai dissidenti: “In un ristorante per la strada, se vedi un tibetano diresti che è stupido. Ma prima, quando era giovane, era molto brillante, molto colto, e molto dotato per la pittura. Un giorno si è fatto prendere dalla polizia perché sventolava una bandiera tibetana. E’ stato in prigione per 13 anni. Ha subito un lavaggio del cervello, è stato torturato con l’elettricità. Ne è uscito completamente abbrutito, e non si ricorda più niente.”

Il turista francese, prima di lasciare la città, trae queste conclusioni: “La volontà dei tibetani di essere liberi è dunque ancora così forte, forse ancora di più dopo l’accelerazione della colonizzazione cinese in questi ultimi anni. Nello stesso paese, nella stessa città, ci sono chiaramente due categorie di persone che convivono ma non si mescolano. La diffidenza e la collera soffocata dominano le relazioni sociali. Il governo cinese denuncia la morte di cinesi innocenti. Ed è vero: i cinesi linciati e quelli i cui negozi sono stati saccheggiati sono persone degne di considerazione. Ma assistendo a questo scatenamento popolare, ho capito che in questo genere di situazioni non ci sono più né onesti né malfattori. Si è tibetani contro cinesi. Questi cinesi vittime dei tibetani sono vittime anche della politica del loro stesso governo. I tibetani sperano proprio che i cinesi avranno d’ora in poi paura di venire a insediarsi in Tibet.”

Questa è la prima testimonianza di prima mano che leggo, e che non venga da un sito di propaganda di una o dell’altra parte o da qualche media occidentale con chissà quale agenda. Mi sembra che, pur confermando le atrocità che vengono commesse dal governo cinese, il racconto dimostri come la situazione sia molto più complessa, ben lontana dalla visione preconcetta e semplificata del monaco inerme davanti a un carro armato che ne danno quasi tutti i blog e i media italiani. Si tratta di uno scontro etnico tra due popoli, uno autoctono e uno emigrante, che lottano con violenza per lo stesso territorio, con i fucili, con le pietre, con le attività economiche, con l’evoluzione demografica.

Purtroppo, di questo genere di scontri è piena la storia. Di solito, nonostante gli sforzi, essi non si concludono fino a che uno dei due popoli non viene sterminato o cacciato completamente; perché purtroppo la via per la convivenza, quella che richiede la tolleranza, l’accettazione della differenza, la costruzione di una fiducia reciproca, è sempre la più difficile.

[tags]tibet, cina, politica, notizie, economia, blog[/tags]

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lunedì 17 Marzo 2008, 16:17

Riso in bianco

Oggi ho un gran mal di stomaco e sto poco bene, per cui ho pranzato con il classico riso in bianco, appena condito con un filo d’olio e accompagnato con un po’ di pane.

Mentre mangiavo, pensavo a come sia insensato che il riso in bianco, che per millenni ha costituito una parte fondamentale dell’alimentazione del mondo e che tuttora lo è in interi continenti, da noi sia considerato soltanto un alimento per malati, o al massimo un contorno; per il resto è un cibo da sfigati, visto che se proprio hai voglia di riso ci si aspetta che tu faccia perlomeno un risotto, e comunque i nostri pranzi e le nostre cene sono ben altra cosa, anche quando non sono particolarmente elaborate.

La stessa cosa inizia a valere anche per il pane; il mio era fatto da me, ed era del pane bianco normalissimo, anche se cotto partendo dal preparato invece che mescolando farina e lievito. Certo, ci ho aggiunto l’energia per cuocerlo, ma anche così il mio chilo di pane non solo costa la metà di quello del supermercato, ma è anche molto migliore.

Pensando che in fondo anche la mia pagnotta era stata realizzata con metodi appena meno industriali del solito, ho capito che la domanda giusta non è come faccia quel pane lì a conservarsi una settimana e ad avere quel gusto comunque buono, ma come faccia il pane del supermercato a non sapere di niente e a diventare gomma o roccia entro la sera stessa. Io forse non l’avrei mai scoperto, ma ora lo so: è difficile fare del pane cattivo. E allora, che cavolo ci mettono per fare il pane così male?

Sarà per questo o forse perché ci sentiamo troppo soli, che negli ultimi anni il concetto di pane è molto cambiato, e quasi nessuno esce da una panetteria o da un banco pane del supermercato senza almeno un pane alle olive, un grissino al sesamo, un pezzo di pizza o una tortina, naturalmente a prezzi per chilo tre o cinque volte superiori. Sarà per questo che anche oggi su La Stampa esce un articolo che parla di “settimana del disastro” perché, una settimana al mese, c’è gente che deve rinunciare al resto e comprare “solo” il pane, mentre “pizza e dolci calano di oltre il 50 per cento” (cioè, metà della gente li compra per quattro settimane su quattro, gli altri solo per tre su quattro). Per poi concludere che “già imperversa un nuovo allarme: il mercato delle uova di cioccolato e dei dolci pasquali viaggia su ritmi del 10-15 per cento inferiori rispetto al 2007”!

Se parliamo del problema contingente di chi vive di commercio al dettaglio posso anche capire, ma proprio non riesco a vedere un calo del dieci per cento nel consumo di uova di Pasqua come un “disastro” e un “allarme”. Vedo se mai un “disastro” e un “allarme” in una società che prende un calo del dieci per cento nel consumo di uova di Pasqua come un problema drammatico, al punto da abbandonarsi a scene isteriche o proteste di massa.

Ci aspettano tempi in cui potremmo dover rinunciare ad altro che le uova di Pasqua; per esempio all’auto personale, ai viaggi aerei superscontati, ai vestiti da buttare dopo mezza stagione, e probabilmente anche ai grissini al sesamo, visto il trend del prezzo dei cereali. Forse torneremo anche noi, come ha sempre fatto mezzo mondo, a mangiare stabilmente pane e riso in bianco, con la carne solo nelle feste grosse.

Grandi o piccoli, alcuni sacrifici andranno fatti; ed è l’evidente impreparazione della nostra società ad accettarli che mette in pericolo il futuro pacifico del pianeta, più ancora che i sacrifici stessi.

[tags]la stampa, società, economia, salari, povertà, recessione, crisi, cibo, pane, riso[/tags]

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domenica 16 Marzo 2008, 13:32

Linee guida ai compagni blogger sull’autodeterminazione dei popoli

Compagni blogger!

L’emergenza relativa alla rivolta indipendentista in Tibet richiede lo sforzo congiunto dell’intera blogosfera, con il fine di sostenere mediaticamente la lotta dei fratelli tibetani, che da cinque giorni tengono in scacco i carri armati cinesi con la sola forza del proprio sorriso!

Vittime dell’oppressione e della censura cinese, tanto dura da impedire la circolazione di qualsiasi notizia sul Tibet – infatti i nostri giornali stanno riempiendo dieci pagine al giorno solo con il testo di “Fra Martino” -, i tibetani hanno bisogno di tutto l’appoggio dei blogger occidentali!

Allo scopo di evitare gli errori, tuttavia, riteniamo opportuno pubblicare un vademecum su come il blogger intelligente deve commentare le varie lotte secessioniste in giro per il mondo. Siamo lieti di notare che esso viene già ora seguito alla lettera su tutti i principali blog italiani, ma ribadire le direttive non fa mai male.

Cecenia: Da quelle parti è un casino, è difficile trovare una vittima di cui prendere le parti, e poi tanto è tutto scritto in cirillico. Criticare comunque Putin, che è amico di Berlusconi. Per il resto, lamentarsi che “è tutta colpa del petrolio”.

Kosovo: Da quelle parti è un casino, perché i kosovari sarebbero vittime degli odiati serbi criminali di guerra che ammazzavano i bosniaci e i croati quando questi non erano intenti ad ammazzarsi tra loro, però poi i serbi furono bombardati dalla NATO mentre i kosovari sono alleati americani, quindi questi ultimi qualcosa di male avranno fatto. Criticare comunque Bush, che è amico di Berlusconi. Linkare LigaJovaPelù che cantano Il mio nome è mai più, fare faccia compunta e schierarsi contro tutte le guerre.

Darfur: Boh, so’ negri, si sa che si squartano tra loro, e tanto non li distinguiamo l’uno dall’altro. Ignorare, a meno che non ne parli Bono o che non ci siano delle belle foto di bimbi denutriti e deserto. Magari, se va di culo, si riesce a tirare in ballo anche il riscaldamento globale.

Val Brembana: Leghisti di merda! Ignoranti! Cambiatevi la canottiera! Lavatevi!

Paesi Baschi: Evviva i compagni dell’ETA! A morte il prete Aznar! Adesso che c’è Zapatero, però, ricordarsi di auspicare la fine della lotta armata e l’unità della sinistra.

Kurdistan: Schierarsi rigorosamente a favore del popolo curdo oppresso e contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Ricordare che la Turchia sta in Asia e non ha nulla a che vedere con la cultura europea. Se vi fanno vedere le foto dei templi romani di Efeso o di quelli greci di Pergamo, negare o sostenere che trattasi di terre irredente successivamente devastate dall’Islam. E comunque, abbiamo tutti visto Fuga di mezzanotte e ciò è prova sufficiente per concludere che la Turchia è una dittatura assassina.

Tibet: Prima di cominciare, assumete una sufficiente quantità di caramelle balsamiche per raggiungere la pace interiore. Iniziate con una netta condanna della Cina e di qualsiasi cosa essa faccia o produca (vi diamo un aiuto: “il mio cellulare si è rotto subito perché era fatto in Cina” o “gli involtini primavera fanno schifo”). Accusatela di essere una dittatura; se siete di centrodestra criticatela perché comunista, mentre se siete di centrosinistra non dimenticate di aggiungere che “quello non è il vero comunismo” e che si tratta invece di “capitalismo selvaggio”. Già che ci siete, lamentatevi anche della corrotta monarchia nepalese, della corrotta democrazia indiana e della corruzione di chiunque non dia subito ragione alla causa tibetana; in questi casi è opportuno suggerire che egli certamente ha degli interessi economici in ballo. In caso di contestazione, ricordate che il Dalai Lama vive d’aria e che le spese delle continue proteste pro-Tibet in giro per il mondo sono coperte dalla Provvidenza. Qualsiasi fatto contrario alle vostre tesi va etichettato come una allucinazione ottica oppure una menzogna abilmente diretta dalla propaganda cinese. Proponete azioni misurate e tolleranti come il boicottaggio delle Olimpiadi o la chiusura dei commerci con la Cina; inoltre sputate in testa ai tre compagni di scuola cinesi di vostra figlia, e spargete nel quartiere la voce che il proprietario del negozio cinese all’angolo conserva il cadavere del nonno in cantina e in più ha il cazzo piccolo. Chiudete con note di grande tristezza; cercate di stimolare il senso di colpa dei lettori, affermando implicitamente che chi non è con voi è una merda. Se vi sentite potete anche chiudere il blog, basta riaprirlo il giorno dopo. State però attenti a non farvi prendere la mano: poi dovreste darvi fuoco.

P.S. Certo, se poi questo dovesse portare alla tipica reazione durissima dei regimi autoritari in crisi, al fallimento delle Olimpiadi, a un embargo economico e a un regresso di dieci anni nell’evoluzione dei diritti umani in Cina, non c’è problema! Mentre il miliardo di cinesi sarà privato grazie a voi di quel po’ di libertà conquistata in questi anni, le multinazionali occidentali – quelle che controllano sia i nostri media che le nostre imprese manifatturiere in difficoltà per la concorrenza cinese – saranno pronte ad attutire per noi l’embargo rifornendoci di ottimi prodotti nostrani a prezzo quintuplo di quelli cinesi, dopo averli importati di contrabbando, aggirando l’embargo, dalla Cina stessa.

E poi noi da domani, seduti sul nostro sofà, bloggheremo a sproposito di qualcos’altro.

[tags]tibet, cina, autodeterminazione, diritti umani, blogger, blogosfera, quanto è facile pilotare la blogosfera, attualità, media, economia, follow the money, cinismo storico[/tags]

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sabato 15 Marzo 2008, 09:58

Inciviltà ecologica

A me è capitato decine di volte di attraversare piazza Statuto a piedi o in bicicletta; si finisce invariabilmente sulla terribile passerella centrale, un attraversamento pedonale (diventato anche ciclabile per un semplice motivo, non c’è alcun altro passaggio praticabile per le bici) che collega la piazza con l’inizio di via Cibrario. E’ solitamente una brutta esperienza; non c’è un semaforo, ma solo un segnale di dare la precedenza ai tram, che attraversano parallelamente ai pedoni; quello è uno dei punti più trafficati di Torino, ed è costantemente pieno di auto che arrivano a discreta velocità, già impegnate ad evitarsi a vicenda, visto che in quell’esatto punto, sempre senza semaforo, si aggrovigliano le auto provenienti da cinque diverse strade e dirette a quattro altri corsi; figurarsi se queste auto si fermano per far passare i pedoni.

Bene, come segnalato ieri da una lettera su Specchio dei Tempi, un manipolo di estremisti anti-automobili si è divertito qualche giorno fa ad intasare il traffico, attraversando ripetutamente il passaggio pedonale per dieci minuti. Non paghi della bravata, hanno anche pubblicato il video su un blog, facendosi pure i complimenti a vicenda.

Io giro spesso per la città in bici, più di chiunque altro conosca, e posso testimoniare di come sia difficile muoversi in mezzo al traffico. Tuttavia, il responsabile primo di queste situazioni è chi progetta una sistemazione viabile come quella di piazza Statuto, senza prevedere né un semaforo, né un dosso, né un passaggio rialzato, né banchine intermedie, né una distribuzione più razionale degli inserimenti nella rotonda, né tantomeno un percorso ciclabile ben identificato che unisca la pista di corso Francia con l’area pedonale di via Garibaldi. Tutti, sia automobilisti che altri, sono abbandonati all’anarchia.

In questo contesto, va certamente bene protestare per chiedere più attenzione nel disegnare gli attraversamenti pedonali, o la messa in sicurezza di un punto pericoloso; va meno bene, anzi è decisamente inaccettabile, una iniziativa che ha il solo risultato di creare un enorme ingorgo, nel quale tra l’altro sono rimasti coinvolti anche i mezzi pubblici, scaricando nell’aria ulteriore rumore e ulteriore inquinamento. E’ un tentativo di rispondere all’arroganza con altra arroganza, all’inciviltà con altra inciviltà. Se è vero che nel traffico ci sarà certamente stato qualche suvvista dalla sgasata facile, prevalentemente i danneggiati saranno stati dei poveracci che si spostavano per lavoro o per tornare a casa, magari su percorsi dove l’uso dei mezzi pubblici è impraticabile.

Le città sono luoghi dove la convivenza è naturalmente difficile, vista la densità di persone; è necessaria molta tolleranza e reciproca comprensione. Spero che chi ha organizzato questa stupidata ci rifletta su.

[tags]traffico, ecologia, piazza statuto, torino[/tags]

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venerdì 14 Marzo 2008, 15:19

Domani tutti a Milano

Domani, a partire dalle 9,30, sarò a Milano per partecipare insieme a tanti altri alla nuova edizione di Condividi la conoscenza, il convegno che Fiorello Cortiana organizza ogni anno, quest’anno dentro l’Innovation Forum di IDC. E’ sempre un evento molto interessante, soprattutto per la sua caratteristica di mescolare insieme non solo tecnici, politici e imprenditori, ma anche artisti, medici, scrittori e ogni altro genere di persona. Alle volte è un po’ dispersivo, ma alla fine si scopre sempre un punto di vista a cui non si aveva ancora pensato.

Per cui, se siete dei bauscia col sabato libero, vi aspettiamo tutti a braccia aperte.

[tags]milano, condividi la conoscenza, cortiana, internet, società[/tags]

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venerdì 14 Marzo 2008, 14:11

Matematica bancaria

Stamattina sono andato in banca per fare una normale operazione; mentre attendevo, l’occhio è stato catturato da una pila di volantini messa in bella vista davanti allo sportello, pubblicizzanti una nuova polizza-investimento. Si tratta di quei prodotti finanziari che hanno la forma di una polizza vita, per beneficiare di tutta una serie di facilitazioni fiscali e protezioni legali, ma sono in realtà un investimento, che il cliente fa essenzialmente a fine di guadagno. Così mi sono messo a leggere, ed ecco cosa ho trovato scritto (in corsivo il testo del volantino, in tondo i miei commenti).

Caratteristiche principali

Polizza index linked a premio unico;

Si mangia?

Decorrenza 17 aprile 2008 – Scadenza 17 aprile 2014 – Versamento minimo: 2500 Euro;

Indici azionari di riferimento: Dow Jones EUROSTOXX 50, S&P 500 e NIKKEI 225;

Si mangiano pure questi? Secondo voi la signora Maria sa cosa sono?

Rimborso del premio a scadenza, legato al rimborso dell’obbligazione sottostante.

Buono, quindi il capitale è garantito: 2500 verso, 2500 riprendo, comunque vada!

Due cedole fisse del 4,45% lordo annuo in caso di vita dell’Assicurato alle prime due ricorrenze annuali del contratto (aprile 2009 e 2010).

Beh, 4,45%, interessante: decisamente di più del Conto Arancio (il riferimento solitamente inarrivabile per i prodotti obbligazionari delle banche italiane).

Quattro eventuali cedole annue lorde – alle successive ricorrenze annuali del contratto (aprile di ciascun anno dal 2011 al 2014) – corrisposte in caso di vita dell’Assicurato e pari, in ciascun anno, alla somma delle performance trimestrali del paniere degli indici di riferimento;

Ok, quindi dopo i primi due anni mi date il corrispondente di come va la Borsa a livello internazionale, giusto?

Ogni performance trimestrale del paniere è pari al minor valore tra la media aritmetica delle variazioni fatte registrare nel trimestre dai 3 indici di riferimento ed il 3%;

Come come? Aspetta che rileggo… In pratica, se in un trimestre la Borsa (e quindi i titoli che voi comprerete coi soldi che vi do) sale del 20%, voi mi date il 3%; però se scende del 20%, la performance è -20%!

Ehi ma… aspetta un attimo; e poi, la cedola che mi date è annua, ma dipende dalla somma dei quattro trimestri calcolati in questo modo… Per cui se nel primo trimestre la borsa sale del 20%, e poi perde l’1% in ciascuno dei trimestri successivi, a fine anno voi avete guadagnato il 17%, ma la mia cedola è zero! E se invece guadagna il 9% per tre trimestri successivi e poi perde il 9% nell’ultimo, a fine anno voi avete guadagnato il 18%, ma la mia cedola è di nuovo zero! E se la Borsa fa su e giù, quando sale voi guadagnate più di me, ma quando scende perdiamo uguale, quindi a ogni su e giù voi vi avvantaggiate! Certo se crolla la Borsa io non prendo la cedola ma voi perdete… ma voglio proprio vedere se la Borsa crolla per 24 trimestri di fila senza mai risalire e senza che voi facciate altro che star lì a guardare con le azioni in mano…

Caricamenti: 1,15% per ciascun anno di durata comprensivo della garanzia minusvalenza caso morte;

Caricamento… caricamento… devo premere play? Che sarà? Aspetta che cerco su Internet… Toh, guarda: i caricamenti sono “una parte del premio pagato che la Compagnia utilizza per coprire tutti i costi connessi alla raccolta e alla gestione delle polizze emesse”. In pratica sono spese che mi ricaricate! Quindi il 4,45% è al lordo delle spese? Vuol dire che devo togliere l’1,15% dal rendimento… o cosa? E le spese possono mangiarmi il capitale? Ma insomma, sarà conveniente ‘sta roba? Continuiamo a leggere:

La probabilità che il rendimento atteso a scadenza sia in linea o superiore a quello di titoli obbligazionari privi di rischio con durata analoga a quella del prodotto è pari al 15,54% (Fonte: Elaborazione interna – per maggiori informazioni consulta il Prospetto Informativo).

Ok, l’ho copiata proprio come è scritta: allora, com’è la cifra, buona o cattiva? Non sapete? Non vi è rimasta impressa? Eh, peccato che ci sia un grassetto strategico (l’unico di tutto il documento) che “casualmente”, man mano che ti avvicini alla cifra, attrae la tua attenzione, cercando di non farti leggere il numero con cura, e poi ti fa anche pensare “ok questa è la solita clausola legalese, posso anche saltarla”. Purtroppo per loro, anche se in fondo in fondo, sono obbligati a dirtelo: nell’85% dei casi, investendo gli stessi soldi per lo stesso tempo in qualcos’altro e senza alcun rischio, guadagni di più. Ma quanti lo capiranno?

Alla fine, mi sono anche cercato la scheda sintetica, giusto per sicurezza. Credo di aver capito che i “Caricamenti: 1,15% per ciascun anno” vogliono dire che quando gli dai i soldi in mano loro si intascano subito il 6,9% (1,15% * 6), e investono solo il 93,1%, il che vorrebbe dire che la cedola lorda effettiva dei primi due anni è il 3,72445%, e non quasi il quattro e mezzo per cento. Ma la cosa più interessante è la tabellina a pagina 2:

Scenari di rendimento atteso: probabilità dell’evento
Il rendimento atteso è negativo: 0,00%
Il rendimento atteso è positivo, ma inferiore a quello di titoli obbligazionari privi di rischio con durata analoga a quella del prodotto: 84,46%
Il rendimento atteso è positivo e in linea con quello di titoli… : 13,77%
Il rendimento atteso è positivo e superiore a quello di titoli… : 1,77%

Credo che si commenti da sola. E meno male che dopo gli scandali degli anni scorsi ci avevano promesso protezioni adeguate: ma allora, perché una banca può tuttora pubblicizzare in modo vistoso ma confuso un “investimento” che solo nell’1,77% dei casi è più conveniente rispetto ad obbligazioni analoghe e prive di rischio?

[tags]banche, finanza, trasparenza bancaria, parmalat e argentina sono già finite in cantina[/tags]

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giovedì 13 Marzo 2008, 11:38

E’ pur sempre l’Inter

Non sono rimasto per nulla sorpreso, leggendo stamattina sui giornali del dietrofront tra Moratti e Mancini, con il primo che annuncia che Mancini resterà ancora un anno, e il secondo che ringrazia il presidente per “aver capito il mio sfogo”. Anzi, quando ieri invece avevo letto dell’annuncio improvviso dell’allenatore, “me ne vado a fine stagione e magari anche prima”, avrei scommesso proprio su un pronto rimasticamento.

Naturalmente non si sa se alla fine Mancini resterà davvero; almeno però l’Inter è tornata a fare l’Inter. Dove altro trovi un allenatore che dopo aver perso per 3-0 una doppia sfida di Champions League va in televisione a piangere, scaricando la colpa sull’arbitro, anzi su due arbitri diversi evidentemente d’accordo nel danneggiare lo squadrone milanese? E che poi annuncia l’addio ma, si badi bene, solo ai giornalisti della carta stampata e solo alla fine della conferenza stampa, per evitare che qualcuno possa alzarsi e fare l’unica domanda ovvia, ossia “Scusi, ha bevuto?” ?

Dall’altra parte peraltro abbiamo il solito Moratti, quello a cui puoi dare in mano la miglior azienda del mondo e la trasformerà invariabilmente in una polveriera di bambini isterici. Soltanto negli ultimi due mesi è riuscito a promettere un rinnovo di contratto a Figo, che Mancini proprio non vuole, con il risultato che martedì sera Mancini ha chiamato Figo e questo gli ha riso in faccia e si è rifiutato di giocare; a ricoccolarsi Adriano, uno che a Milano negli ultimi anni faceva il professionista solo dentro le discoteche, mandando così il segnale che i giocatori possono fare quello che vogliono; a dimenticarsi di far chiamare Mancini sul prato durante la festa del centenario; ad andare a dire in pubblico che lui avrebbe preso Capello se avesse potuto, e comunque che gli piace moltissimo Mourinho, un po’ come un marito che dichiara ai giornali che se avesse potuto avrebbe sposato un’altra invece di sua moglie: bella idea, Max!

Ma in fondo, l’Inter ci piace così: pur avendo in rosa non una ma due squadre che potrebbero vincere 4-0 tutte le partite del campionato, ancora ancora riuscirà a finire la stagione con i vari pezzi dell’organico che si tirano i pesci in faccia invece di pensare a giocare, con risultati immaginabili.

Grazie Inter, continua a farci ridere! Il problema è che ci ride dietro mezza Europa…

[tags]inter, mancini, moratti, perdenti si nasce e comunque con molta applicazione ci si può diventare benissimo[/tags]

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mercoledì 12 Marzo 2008, 18:24

Un cielo su Torino

Oggi è una giornata bellissima, con un cielo terso spazzato dal vento, una luce abbagliante e le montagne sullo sfondo, immerse però in nuvole lontane. E’ in queste situazioni che a Torino si respira il gelo che scende dalle Alpi, e si vive una strana contraddizione tra il sole che splende e l’odore di freddo che incombe. Anche se c’erano venti gradi, erano venti gradi freddi: come a suggerire che sì, oggi fa caldo, ma domani tornerà la coda dell’inverno.

Dal balcone di casa mia si vede tutto insieme: la città che prosegue ordinatamente e a lungo, ma che finisce per sbattere contro la corona insormontabile delle montagne.

DSC02427.JPG

E’ dalle montagne che il freddo si dilata in spire invisibili, e nasconde già il sole. Cosa ci sia dietro la coltre nuvolosa, non è certo: potrebbe esserci la Valle di Susa, ma anche la Nuova Zelanda o l’intera Terra di Mezzo.

E’ per questo che Torino, apparentemente chiara e di immediata comprensione, nasconde in realtà ogni genere di magia: perché è proprio quando la figura è semplice, come un cerchio su un piano cartesiano, che può nascondere le maggiori complessità.

[tags]torino, nuvole, montagne, piano cartesiano, magia[/tags]

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martedì 11 Marzo 2008, 17:33

Frozen

Avete mai pensato a cosa succederebbe se il mondo si rifiutasse di girare? Un magnifico assaggio l’ho scoperto oggi, trovando le immagini del congelamento del pubblico alla Grand Central Station di New York:

L’azione non è stata fatta né per protestare, né per spaventare la gente; è, più semplicemente, una forma d’arte. Il gruppo che l’ha ideata e organizzata si chiama ImprovEverywhere, e ha come obiettivo quello di “causare scene”: abbellire la nostra vita con qualche momento di assurdo, dimostrandoci quanto sia arbitrario il nostro ordinato comportamento quotidiano.

Naturalmente l’evento ha già fatto scuola, ed è stato ripetuto, in modo del tutto autonomo e localmente organizzato, un mese fa a Trafalgar Square, e anche a Roma alla Stazione Termini.

E’ questa pratica una goliardata, oppure è una forma muta ma potente di resistenza al sistema? Giudicatelo voi; io so che immagini come queste sono davvero affascinanti.

[tags]frozen, grand central, trafalgar, termini, performance art, improveverywhere[/tags]

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lunedì 10 Marzo 2008, 10:49

Di cosa scrivono i giornali

Ero già rimasto colpito ieri, aprendo la prima pagina dell’edizione online della cronaca di Torino de La Stampa, e trovando come seconda e terza voce due articoli sulle donne: prima una intervista al cardinale Poletto centrata sull’ineffabile esortazione “Chiamatele mogli, non compagne”; e soltanto dopo il reportage su migliaia di donne e uomini in corteo per l’otto marzo, per i diritti e per la parità. In questo momento l’intervista al cardinale è ancora lì nei titoli di testa, mentre il reportage è già scivolato nelle notiziole di fondo pagina; e continuo a restare perplesso all’idea che all’opinione di uno, su un giornale teoricamente imparziale, venga data più evidenza che a quella di ottomila, solo perché questo uno è un cardinale di Santa Romana Chiesa.

Stamattina sono rimasto altrettanto perplesso da un’altra osservazione: La Stampa, in home page, apre i rimandi della sezione economica con una intervista a Fabrizio Palenzona, già presidente della provincia di Alessandria per il centrosinistra, poi consigliere di Mediobanca, vicepresidente di Unicredit e tante altre cariche, e anche presidente dell’Aiscat, l’associazione delle società autostradali, di cui fa parte il suo grande amico e conterraneo Marcellino Gavio, quello dei lavori infiniti sulla Torino-Milano; infatti, quando Di Pietro litigò con Palenzona, lui rassegnò le dimissioni e poi, tra le lacrime e in mezzo agli applausi dei soci dell’associazione capitanati da Gavio, accettò con riluttanza di ritirarle.

Bene, Palenzona si lamenta: dice che così, cioè con la riforma dei contratti autostradali realizzata da Di Pietro, non si può andare avanti; che nessuno investirà più nella costruzione di autostrade se c’è il pericolo che lo Stato ci metta troppo il becco, e che anzi ci sono trenta miliardi di euro che i privati sarebbero pronti ad investire, creando zilioni di posti di lavoro e nuove opportunità di sviluppo, ma che Di Pietro glieli blocca; in sintesi, come dice il titolo, “ci rivolgeremo al prossimo governo”. Senza dubbio Palenzona pregusta il momento in cui a fare il sottosegretario ai Trasporti tornerà un altro suo grande amico, Ugo Martinat; a scanso di equivoci, però, gli risponde comunque anche D’Alema, per precisare che anche se vincessero loro Palenzona riceverebbe la giusta attenzione, creando “una autorità terza per ricostruire un quadro di regole sicure”, ossia sottraendo a Di Pietro il potere di rompere i coglioni.

E’ comunque legittimo che Palenzona utilizzi i propri ganci con la Busiarda per difendere i propri interessi; eppure, completamente per caso, poco dopo ho trovato questo articolo, sull’edizione locale fiorentina di Repubblica. Sapete quanto poco mi piacciano i protestatari anti-sviluppo, ma è indubbio che certe scelte progettuali appaiano scriteriate, quando non proprio in cattiva fede, e che si dovrebbe trovare il modo per costruire le infrastrutture impattando il meno possibile sul territorio.

Anche questo è un punto di vista legittimo; peccato che i giornali lo releghino nelle edizioni locali, e quando ne parlano i titoli principali è sempre e soltanto per raccontare scontri o per criticare l’irritante riluttanza della gente a farsi costruire un’autostrada, una discarica, una ferrovia al posto del bosco davanti a casa.

Probabilmente questo modo di trattare le notizie è funzionale a una casta giornalistica – non tanto a livello del povero cronista medio, che infatti nella settima di cronaca scrive ciò che vuole, ma piuttosto a livello di direttori e grandi firme – che sopravvive lautamente grazie alle connessioni con il potere. E’ però triste che anche i grandi giornali si siano ormai trasformati in tifoserie affaristico-politiche, perdendo in buona parte la capacità di essere obiettivi e disinteressati. Peggio, è uno degli elementi che aumentano la frustrazione tra la gente, e i conseguenti rischi di esplosione sociale.

Per fortuna, per capire veramente le cose, ci resta Internet, ed è una grande differenza rispetto anche solo a dieci anni fa; almeno finché il Gentiloni di turno non riuscirà ad imbavagliare anche quella.

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