Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Mer 11 - 12:33
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione
mercoledì 19 Dicembre 2007, 13:42

Ravanello. Collegno.

Che cosa si può dire della Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO)? Beh, per prima cosa che ci sono stato ieri sera per una cena di ex colleghi Vitaminic; per seconda cosa che il responsabile della scelta del posto è Yari Latini Corazzini (il sito è in costruzione da secoli) e quindi io me ne chiamo fuori; per terza cosa questo è un post su commissione da parte di tutto il gruppo che ieri vi si è ritrovato.

Io comunque dissento, e segnalo che alla Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO) le cozze alla tarantina erano davvero buone, anche se la pasta alla tirolese invece non era niente di che. I prezzi non sono particolarmente modici (25 euro a testa prendendo mediamente mezzo antipasto, un primo o pizza e il dolce), ma ormai dov’è che puoi mangiare un pasto completo, anche alla buona, per meno di 30 euro? (A parte il pub-trattoria Manhattan di via Giachino, che invece raccomando spassionatamente, a meno che non vi formalizziate sulla zona simil-Bronx, i tavoli consumati, i graffiti sulle pareti e l’apparente – ma soltanto apparente – situazione di sporcizia.)

Il problema della Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO), invece, è stato che noi avevamo diligentemente prenotato per otto persone alle 20,30, e quando siamo arrivati non c’era nemmeno la più vaga ombra del tavolo; in pratica, hanno accettato la prenotazione pur sapendo di avere un gruppo di trenta mocciosi schedulato per le 19,30. E’ chiaramente impossibile pensare di ricevere un gruppo di trenta persone per le 19,30, aspettare che ci siano tutti, dargli da mangiare, e poi avere i tavoli liberi per le 20,30; difatti, il nostro tavolo è apparso solo alle 21,15, e altri ancora dopo.

Se questo sia un problema tale da tirare una riga sul posto, o sia invece perdonabile, lo deciderete voi; certo è che sono uscito con la sensazione che la Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO) sia un posto progettato da abili marchettari, con una attenzione al cliente soltanto formale. Del resto, è la prima volta che vedo una pizzeria con la pubblicità di un concessionario di automobili stampata sui cartoni delle pizze…

Concludo dicendo che la cameriera era carina, anche se non ha dato segno di volerla rendere disponibile nè a Simone, nè ad Andrea B.; però era un’ottima venditrice, e ci ha piazzato tre terrine di cozze con una abilità disarmante; del resto è noto che un bel faccino può vendere a un nerd qualsiasi cosa – a parte i componenti elettronici, che lì comunque l’attrazione per le specifiche in megahertz prevale persino sull’attrazione per il gentil sesso.

In compenso, la classe di seconda liceo che ha liberato la tavolata è stata allarmante: una sequenza di mostri ambosessi uno dietro l’altro, una sfilata di moda di brufoli, il festival dello sguardo spento e del futuro da disoccupato spettatore di grandi fratelli. Se questo è il nostro futuro, potremmo organizzare uno scambio della nostra generazione di nati negli anni ’90 con quella di un qualsiasi altro paese (io voto per l’Estonia). Ma forse è solo che a quell’età si è tutti dei mostri.

P.S. Per completare l’opera per Google: Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO)! Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO)! Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO)! Pizzeria Trattoria Ravanello di Collegno (TO)!

[tags]pizzeria trattoria ravanello, collegno, pizzeria, trattoria, ravanello, collegno, nerd, vitaminic, cameriere, cozze, liceali senza futuro[/tags]

divider
martedì 18 Dicembre 2007, 18:07

Post

Riguardando gli ultimi post del blog, mi sono reso conto che in questo periodo mi escono soltanto pipponi di una certa lunghezza. Così ho deciso di chiedere un parere ai miei lettori: vorreste che scrivessi articoli più brevi? Qualsiasi suggerimento è ben accetto… tanto poi il blog è uno spazio personale, per cui decido comunque io :-)

divider
martedì 18 Dicembre 2007, 14:56

Il volto del Web 2.0

Se oggi andate sulla home page di Repubblica.it e cliccate sulla tab “Internet” nel box di destra, questo è ciò che vedete (screenshot presa poco fa):

screenshot-repubblicait-20071218-544.jpg

L’articolo e il commento parlano del decennale della creazione dei blog (in qualsiasi modo abbiano determinato che cade oggi). L’immagine scelta per illustrare il tema, però, è la faccia di Joi Ito.

Visto che Joi non è citato da nessuna parte nei testi, viene da chiedersi come abbiano deciso che lui è il volto della blogosfera mondiale; anche se in effetti è una scelta azzeccata. Però vi garantisco che è buffo aprire Repubblica.it e vederci la faccia di uno che conosci personalmente. E poi è decisamente più carino di Padoa Schioppa!
[tags]blog, joi ito, repubblica[/tags]

divider
lunedì 17 Dicembre 2007, 11:35

Grattacieli

Ieri mattina, approfittando della giornata ad ingresso libero per l’anniversario della riapertura, sono andato a visitare Palazzo Madama.

Il museo in sé non ha nulla di particolarmente interessante, a parte forse un po’ di decorazioni lignee subito all’inizio, alcuni bassorilievi in marmo e in avorio, e il famoso (ma microscopico) ritratto di Antonello da Messina; è però veramente bella la vista dalla cima della torre dell’ascensore, una veduta del centro di Torino che non ti aspetti ma che è proprio all’altezza giusta, non così in alto come dalla Mole (dove tutto sembra piccolo e perduto) ma abbastanza in alto da spaziare fino ai confini della città.

Il museo ospita però in queste settimane anche la mostra sui sei progetti per il discusso grattacielo che il fu Sanpaolo dovrebbe costruire sui giardinetti accanto alla futura stazione di Porta Susa 2.0, su quel fazzoletto di terra dove per decenni c’è stata la stazione degli autobus.

Dall’esame della mostra emerge chiaro che non ha vinto il progetto migliore, ma quello più conservatore: un banalissimo parallelepipedo che Renzo Piano deve aver disegnato con la mano sinistra, ma che probabilmente aveva gli appoggi giusti (in senso architettonico, s’intende). Praticamente tutti gli altri progetti – a parte forse quello degli spagnoli – erano più originali, più innovativi, più scenografici, insomma più belli. Due in particolare erano magnifici: quello di Perrault, fatto di sei enormi cubi appoggiati in modo irregolare l’uno sull’altro, e quello di Libeskind, una forma a cristallo fatta di superfici piatte ma sghembe, in relazione con tutti i punti cardinali della città e del circondario, dal Monviso a piazza Castello.

L’impressione è che la banca abbia scelto il progetto che, oltre a minimizzare i costi e massimizzare il valore edilizio dell’opera, potesse sembrare più rassicurante per le vecchiette sabaude, notoriamente critiche a priori di qualsiasi innovazione. Il risultato però è discutibile: perché – anche senza andare a discutere i problemi di traffico, di sostenibilità energetica, di effettiva utilità a fronte di una quantità abnorme di aree industriali da risistemare e di edifici per uffici vuoti e in decadenza, a partire dal grattacielo Rai qualche centinaio di metri più in là – un’opera del genere è innanzi tutto un nuovo monumento, che ridefinisce pesantemente l’immagine della città.

Allora, la Torino del futuro qual è: la città apparentemente provinciale e cullata dalle montagne che vediamo adesso? O la città innovativa e fuori dagli schemi che sceglie per simbolo un grattacielo destrutturato come quello di Perrault o anticonformista come quello di Libeskind? (Ma anche, per dire, come la bellissima biblioteca civica di Bellini, di cui infatti nessuno s’è lamentato.) Oppure la città anonima e grigia che comincia a fare banali parallelepipedi di vetro e cemento cinquant’anni in ritardo su tutti gli altri, senza guardare alla qualità, purché siano firmati?

Io, sul fare grattacieli a Torino, non ho una posizione a prescindere, a differenza del “club no tutto” che è prontamente sorto anche su questo tema. I grattacieli, se fatti bene, sono un investimento per il futuro; ma possono anche diventare errori ingestibili (e tremo all’idea del secondo grattacielo in arrivo, quello di Fuksas: uno che a Porta Palazzo è riuscito a costruire un edificio bellino ma talmente inadatto allo scopo che è ancora lì abbandonato dopo anni, che disastro potrà fare su una scala venti volte maggiore?). Per cui non contesto l’idea in sé, ma il progetto che è stato scelto: ce ne presentino uno più bello, e poi se ne potrà parlare.

[tags]torino, grattacieli, sanpaolo, palazzo madama[/tags]

divider
domenica 16 Dicembre 2007, 20:30

Mascalzone latino

Oggi sono stato allo stadio a vedere una partita magnifica, in cui il Toro ha messo sotto dall’inizio alla fine la seconda squadra più forte d’Italia, e soltanto per un mix di sfiga, imbranataggine e sviste arbitrali (peraltro compensate da un possibile rigore non dato alla Roma) non ha vinto 3-0. Poi sono tornato a casa, ho acceso il televisore e ho messo su Italia 1 per vedere Controcampo, la trasmissione che, in regime di monopolio, trasmette i gol nel tardo pomeriggio.

Peccato che la trasmissione si sia occupata della giornata di campionato per sì e no dieci minuti, per poi trasformarsi in due ore di celebrazione del Milan e di leccata di piedi a Berlusconi, presente in studio in tutto il suo splendore. El presidente ha concluso la performance con un toccante brano, scritto di suo pugno per festeggiare l’odierna vittoria del Milan; per quanto con Google si scopra subito che l’avesse già scritto di suo pugno per Una storia italiana, il libretto autocelebrativo che recapitò a mezzo posta a tutti gli italiani prima delle elezioni del 2001.

E così, siamo in grado di riportare a futura memoria questo pezzo di bravura di marketing politico: leggetelo con attenzione.

A MIO PADRE

Questa immagine del Milan Campione d’Europa e del Mondo allo scoccare dei suoi novant’anni, si fonde e si confonde in me con tanti ricordi della mia infanzia.

Le dispute con i compagni di scuola, le lunghe ore di studio, l’attesa di mio padre che tornava tardi dal lavoro e si affacciava sulla porta col suo sorriso. Era come se in casa fosse entrato il sole. Carissimo, dolcissimo papà.

E con lui, dopo aver parlato dello studio, della scuola, subito a parlare del Milan, quasi l’incarnazione dei nostri sogni, delle nostre utopie. “Vedrai, papà, vinceremo, dobbiamo vincereâ€, come se in campo potessimo andarci noi due. E poi la liturgia della Messa insieme la domenica mattina, i commenti e le riflessioni sulla predica, la puntata a comperare le meringhe per la mamma che ci aspettava a casa, in cucina, a preparare il pranzo della festa, l’unico che si consumava in sala con la tovaglia ricamata e i fiori in mezzo al tavolo. E io sempre a chiedere l’ora, impaziente, timoroso di fare tardi.

E finalmente, la mano nella mano, eccoci là all’entrata dello stadio, l’Arena o San Siro, e io a farmi piccolo piccolo per profittare di un solo biglietto in due. E, poi, il cuore in gola nell’attesa, le braccia al collo per la vittoria, la tristezza per le partite-no. E mio padre a consolarmi: “Vedrai, ci rifaremo!â€. Caro vecchio Milan, il Milan dei Puricelli, dei Carapellese, dei Tosolini, dei Gimona, che non era riuscito a vincere niente di importante. Caro papà, dalle notti in bianco, con il lavoro portato a casa per far quadrare il bilancio di una famiglia del dopoguerra. Com’è dolce, ora, ricordarvi insieme.

Nel momento del trionfo, degli osanna, della notorietà internazionale del Milan di oggi, lasciami, caro vecchio Milan, confondere la mia storia alla tua, lasciami inorgoglire per aver contribuito a farti grande e famoso, lascia che io dedichi questa vittoria, che i campioni rossoneri dal campo hanno voluto dedicarmi, a chi nei momenti più difficili mi consolava e mi incitava: “Chi crede, vince. Vedrai, ce la faremoâ€. Ce l’abbiamo fatta.

Domani sogneremo altri traguardi, inventeremo altre sfide, cercheremo altre vittorie. Che valgano a realizzare ciò che di buono, di forte, di vero c’è in noi, in tutti noi che abbiamo avuto questa avventura di intrecciare la nostra vita a un sogno che si chiama Milan.

Ora, se voi leggendo questa roba avete provato istintivo ribrezzo – per l’uso e la manipolazione della propria storia personale a fini di propaganda politica, per esempio – significa che non avete capito gli italiani. Perché il modello tradizionale di famiglia – papà e figlio maschio allo stadio e la donna in cucina, ma con tutti gli onori – stride certo con la realtà di oggi, ma trovatemi qualcuno, anche tra i giovani, che opporrebbe con orgoglio il racconto di una domenica in cui se lui va allo stadio lei va in palestra e poi la sera non ci si vede nemmeno, che si è tutti e due stanchi e comunque non si sarebbe d’accordo nemmeno su cosa guardare in TV.

Ma il tocco da maestro sta in quell’inciso in cui Berlusconi racconta che andavano allo stadio in due, ma che poi lui bambino si fingeva più piccolo di quel che era, in modo da rubare un ingresso gratis. L’italiano medio qui applaude, e pensa che questo qui è come lui, furbo e ladro se appena può, ma in fondo in fondo un gran simpaticone; e dal cuore d’oro, perché lo fa per sventolare il bandierone e dopo aver onorato i santi. Un vero mascalzone latino.

A forza di sentirmelo dire, sto cominciando a pensare che, nel millennio globalizzato, il “grande posto nel mondo” degli italiani sarà quello che immagina Berlusconi: una nazione di furbi che vivono alle spalle degli altri, arrangiandosi grazie ad un naturale charme. Probabilmente io dovevo nascere in Svizzera.

[tags]toro, milan, berlusconi, italiani, una storia italiana, mascalzone latino[/tags]

divider
sabato 15 Dicembre 2007, 09:34

Cin cin

Ieri sera, infilata tra le varie cene di Natale, si è tenuta la cena annuale dei Geneticamente Granata, in una vecchia bocciofila che sembra un bungalow d’altri tempi, una baracca (del resto così si chiama il posto) sopravvissuta per miracolo in un angolo di periferia operaia torinese, chiusa tra il più antico centro sociale della città, la ferrovia del mare, e un cavalcavia dotato di regolamentari binari del tram di inizio Novecento.

Queste cene sono sempre piacevoli, perché si tratta di persone che conosci da un po’ ma molto più diverse da te di quelle con cui esci di solito, variando dalla liceale di 17 anni all’imprenditore affermato e dall’operaio meccanico a un ex presidente di circoscrizione; tutto ciò accompagnato da una cena piemontese alla buona ma come si deve – tre antipasti, due primi, secondo, dolci, caffé e grappa – e da una abbondante disponibilità di barbera o dolcetto.

E’ quando il tasso alcoolico è salito a sufficienza, i giovani sono stati sfottuti perché causa tarda nascita non sanno chi è Beruatto, i vecchi sono stati sfottuti perché causa arteriosclerosi confondono tra loro Diawara, Angloma e Malonga, e si è cantato tutti insieme più volte il coro regolamentare(*), che saltano fuori gli aneddoti più assurdi.

Il racconto di ieri sera era peraltro più attendibile del solito, visto che sono presto spuntate numerose testimonianze oculari, anche risalenti a non più di un paio di settimane fa. Si parla di un tifosissimo granata, già addentro gli anta, guardia giurata in un centro commerciale della cintura; un vecchia maniera del primo anello della Maratona, noto nell’ambiente come Rik Saltapanza.

Il motivo del nomignolo è presto detto: pare che alla fine di queste gaudenti e alcooliche cene di gruppo il signore si sdrai sul tavolo, scopra la prominente panza, e vi ponga sopra un residuo del pasto, come ad esempio il culetto del salame. A questo punto, mentre l’abbondante folla – talvolta contenente anche la di lui moglie – si assiepa attorno all’evento e intona un “ooooooo…” propiziatorio, il Saltapanza, raggiunta la concentrazione, colpisce con forza ai lati la propria piramide di carne, riuscendo a far saltare il cibo per aria e a farlo poi atterrare esattamente nella propria bocca spalancata. Alle volte, per rinnovare la popolarità del numero, il Saltapanza pare praticare anche una variante; essa consisterebbe nell’incastrare nel proprio ombelico un cucchiaino, sul quale viene poi posta un’oliva o un altro frammento commestibile; a questo punto, è un colpo della sua potente stomacatura a scagliare verso l’alto, subito raccolto dalle fauci, l’oggetto in questione.

Non ho ancora potuto ammirare dal vivo l’esibizione del Saltapanza, essendomi perso la bagna caoda granata intergruppi dello scorso novembre; eppure lo stimo già moltissimo. Perché nella vita ci sta un momento per ogni cosa, compreso quello delle goliardate di gruppo attorno al focolare.

(*)
Cin, cin, pòrtme ‘n quartin
Pòrtme da beive, pòrtme da beive
Cin, cin, pòrtme ‘n quartin
Pòrtme da beive seira e matin
A i-j è chi a dis che ‘l vin a fa mal
Son mac dij aso, son mac dij aso
A i-j è chi a dis che ‘l vin a fa mal
Son mac dij aso, pòrtme ‘n quartin
E ne ho bevuto tanto
E non mi ha fatto maaaaaaaaleeeeeee
E l’acqua sì che fa male, il vino fa cantar!
To-to-toro alè! Forza granata, forza granata
To-to-toro alè! Forza granata, Toro alè!!

[tags]toro, geneticamente granata, cin cin, saltapanza[/tags]

divider
venerdì 14 Dicembre 2007, 14:40

Wikibufale

Oggi, per una volta, parliamo di Internet!

Avrete sentito che il popolo di Luttazzi si rotola sempre più nella cacca: l’ultima l’ha fatta un blogger che, linkato da Repubblica a proposito di Decameron, ha rediretto l’URL del post a un sito porno, per poi fare un filmatino e dimostrare di aver piazzato un porno a un click dalla home page di un quotidiano; dopodiché il blogger e i suoi amichetti hanno cominciato a gridare “cazzi! Repubblica! ah ah ah!” e a scambiarsi figurine per la soddisfazione, mentre gli astanti già puberi sono rimasti basiti.

Io però non volevo parlare di questo, ma del “trionfo di dilettanti in crosta”: Wikipedia. Saprete che io mi pongo rispetto al simbolo dell’user-generated content come un sostenitore critico; la trovo una bellissima iniziativa, purtroppo spesso affollata di persone che, un po’ troppo positivamente, sembrano non vederne né i difetti né i limiti; un po’ come il tipico sostenitore del software libero, per capirci. Dopodiché, Wikipedia è in realtà una somma di fattori ed attori molto diversi, e ne fanno parte sia il wannabe che – pur non avendo la benché minima competenza in termini di storia di Internet – voleva assolutamente cancellare la mia voce su it.arti.cartoni perché gli stava sulle scatole, sia la gentilissima persona che è venuta qualche settimana fa a intervistarmi per Wikinotizie (prima o poi l’intervista uscirà e saprete cosa ho detto).

In tutto questo, arriva via Slashdot la scoperta che sulla Wikipedia inglese la voce “2003 invasion of Iraq”, dedicata allo scoppio della seconda guerra del Golfo, è stata taroccata pesantemente nell’agosto 2005 da qualcuno che lavora presso il Congresso americano, che ha aggiunto varie “weasel word” per trasformare i fatti (“i servizi segreti non avevano trovato tracce di armi di distruzione di massa”) in supposizioni (“alcuni sostengono che i servizi segreti non avevano trovato tracce di armi di distruzione di massa”).

Casi come questo su Wikipedia accadono tutti i giorni, ma qui, per qualche motivo, il magico sistema di revisione democratica di massa delle voci enciclopediche ha fatto cilecca, e la propaganda pro-Bush, pur essendo assolutamente priva di qualsiasi base oggettiva o fatto a supporto, è rimasta nel testo per un bel po’.

Commentando l’episodio, la newsletter The Inquirer definisce Wikipedia “the gospel of truth according to fake penis experts and nerds with chips on their shoulders”. Io non sono così drastico: buona parte di ciò che c’è su Wikipedia è di ottima qualità, uguale o superiore alle enciclopedie tradizionali; un’altra gran parte non è magari altrettanto di qualità in termini editoriali, ma è comunque onesta e informativa, quindi utile. Il problema però è che, crescendo, Wikipedia scopre di trovarsi di fronte a tutti i problemi tradizionali delle enciclopedie, incluso il più pressante: chi garantisce l’imparzialità?

La soluzione tradizionale, oltre ai codici deontologici, è l’accountability dell’editore: si sa chi pubblica qualcosa – non è un caso che la legge italiana obblighi ad indicare committente e stampatore sui volantini politici – e quindi si sa che idee ha e cosa promuove, e si può comunque denunciarlo se diffama o calunnia. Ma in Wikipedia, chi è l’editore? Tutti vuol dire nessuno; e se nessuno è responsabile, Wikipedia diventa un canale aperto e incontrollabile di diffamazione e manipolazione, tanto più pericoloso perché nascosto sotto un manto di pretesa autorevolezza. E si ha un bel dire che anche i droni di Bush (o di Saddam) hanno diritto di modificare Wikipedia: va bene, ma non se il risultato pretende di essere oggettivo e neutrale.

Questa è, secondo me, la vera sfida per Wikipedia: trovare il modo di garantire un editore che risponde di ogni virgola – esercitando un controllo magari basato su norme democratiche ma comunque effettivo – o finire vittima di scandali e casi legali a ripetizione. Senza però dimenticare che la verità non si decide a maggioranza: e che tutte le procedure di votazione avranno il risultato di riflettere in Wikipedia il pensiero della “sciura Maria” internettiana, senza garantire che esso sia anche la verità. Temo però che questo sia il massimo che si può fare.

[tags]internet, luttazzi, decameron, blog, wikipedia, slashdot, iraq, trionfo di dilettanti in crosta[/tags]

divider
giovedì 13 Dicembre 2007, 11:59

Tarallucci e bare

Ci sono molte strade che portano da casa mia al mio ufficio; ma solo quella che ho scelto ieri, in bicicletta dopo l’ora di pranzo, passa davanti all’acciaieria della Thyssen-Krupp. Ieri peraltro era una giornata magnifica; non c’era una nuvola, il cielo era azzurro e le montagne innevate facevano da cornice al silenzio irreale dello stabilimento, che si specchiava nel parco che gli sta di fronte. C’erano solo tre macchine nel parcheggio, e tutto era immobile. Lo spettacolo era magnifico e quindi ancor più straziante, come una celebrazione fredda di una gloria triste.

Oggi è il giorno dei funerali, e Torino si ferma per lutto. Eppure, proprio questa mattina ho sentito da Radio Flash una notizia che mi ha spiazzato. Un giornalista della radio, intervistando un sindacalista, ha chiesto conferma di una voce che gira, e cioè del fatto che i parenti delle vittime abbiano cominciato a chiedere denaro ai giornali e alle televisioni per concedere interviste. Il sindacalista ha confermato la cosa, infilando poi una serie di giustificazioni relative alle spese da sostenere e ai figli da sfamare.

Non so se la notizia sia vera; potrebbe essere il risultato di una frase detta sarcasticamente e male interpretata, o una leggenda metropolitana ingigantitasi fino ad essere raccolta da un giornalista poco attento alle fonti. A ben pensarci, però, la notizia è perlomeno verosimile; perché tutti ormai hanno imparato che le ospitate televisive e le interviste possono essere monetizzate, non solo da personaggi dalla fedina un po’ dubbia come il marocchino di Erba, ma persino da assassini veri e propri come il rom di Appignano del Tronto.

E quindi, devono avere pensato alcuni dei parenti, se i media sono pronti a coprire di denaro gente del genere, perché non dovremmo chiederne un po’ anche noi? In fondo, non riesco a dargli torto: certo, sarebbe stato più bello rifiutare le interviste con un no sdegnato, magari come forma di protesta per il disinteresse precedente (anche se da mesi il problema delle morti bianche appare stabilmente tra i titoli di molti giornali e telegiornali, per cui per una volta non getterei la croce sui media, ma piuttosto sui politici e sugli imprenditori). Certo, per queste famiglie sono già state raccolte centinaia di migliaia di euro, grazie alle donazioni del pubblico, e insomma almeno il problema economico sarà meno pressante, anche se è una magra consolazione. Però, tutto sommato, queste persone hanno semplicemente capito che il proprio dolore ha un valore, e che non riscuoterlo sarebbe stato più che altro un regalo alle aziende della comunicazione, che certo non ne hanno bisogno.

Tuttavia, anche se la razionalità porta ad accettare anche questo comportamento come logico, c’è qualcosa nel profondo che non mi lascia tranquillo. A me hanno insegnato che la vita umana non ha prezzo; in fondo, è quello che tutti ripetiamo quando si parla di sicurezza sul lavoro. La grande tragedia dell’acciaieria ha avuto il merito di sollevare finalmente le coscienze, di spostare il problema della sicurezza sul lavoro da un mero piano economico a quello che gli compete, di potenziale tragedia individuale e collettiva che richiede uno sforzo morale. Grazie a questo, per un paio di giorni si è intravista la vaga possibilità che si faccia veramente qualcosa, che qualche cosa cambi rispetto alla disattenzione e alla corruzione che hanno permesso questa e altre tragedie.

Mescolare tutto ciò con il denaro rischia di sgonfiare in un attimo questo miracolo sociale, e di riportare tutta la faccenda dal piano morale a quello dell’arrangiarsi all’italiana. Di far sì insomma che anche questa tragedia, come troppe altre tragedie nel passato dell’Italia, si chiuda infine nell’oblio e con un nulla di fatto: a tarallucci e bare.

[tags]torino, thyssenkrupp, morti bianche, media, denaro[/tags]

divider
mercoledì 12 Dicembre 2007, 08:45

L’Italia tribale

Della protesta dei camionisti parlano tutti i giornali (e io sono anche rimasto senza benzina). Che cosa ne pensi è ovvio: se è sacrosanto il diritto di sciopero – che pure deve avvenire all’interno di una regolamentazione, per rispettare anche la necessità di non fermare i servizi vitali alla collettività – è inaccettabile che questo venga accompagnato da blocchi stradali, pestaggi di chi non sciopera e danneggiamenti ai camion che tentano di circolare comunque.

In paesi come la Francia e l’Inghilterra, a scioperi ben meno violenti di questo si è opposta una semplice considerazione: non si tratta con chi usa la forza o ricatta la collettività al di fuori delle regole previste per lo sciopero. Ha sempre funzionato; magari dopo una settimana, ma alla fine quella settimana di resistenza ha evitato chissà quante settimane di futuro caos.

In Italia, però, invece di Brown o Sarkozy abbiamo nonno Prodi, uno che si fa prendere equamente a pesci in faccia dai tassisti, dalla Romania e persino dai propri alleati. E quindi, già immagino che il governo calerà le braghe anche stavolta.

La cosa veramente preoccupante, però, è – se vera – quella che emerge da un sondaggio di Repubblica, secondo il quale un italiano su tre approva questa forma di protesta. In parte è il risultato di trent’anni di degrado morale, che porta molti a credere che sia normale usare posizioni di forza per imporre i propri interessi individuali, e chi forza non ha è giusto che subisca e se la prenda in saccoccia. In parte però è il segnale di un malessere profondo, per cui una parte importante della società ha raggiunto un livello tale di sfiducia e disperazione da trovare giusto l’uso di qualsiasi mezzo, compresi il ricatto e la violenza, per portare a casa qualche euro in più per se stessi a danno degli altri. Disgregatosi dal resto, il gruppo a cui si appartiente non è più una componente della società, ma una tribù che vive per sé e lotta contro tutte le altre.

Se così è, ci aspetta a breve una guerra civile fredda, tutti contro tutti a colpi di chi danneggia di più il Paese, per strapparsi di bocca un tozzo di pane qui ed ora, senza preoccuparsi dell’interesse generale e del futuro; e senza rendersi conto che una società è un ecosistema integrato, una unica barca in cui gli squilibri e i privilegi sono certo possibili sul momento, ma alla lunga, nel mare più grande dell’economia globale, si vive o si perisce tutti insieme.

[tags]sciopero, camionisti, prodi, società, italia[/tags]

divider
martedì 11 Dicembre 2007, 16:55

Bluray

Comprando la PS3, Fnac mi ha omaggiato di un buono sconto di 10 euro per l’acquisto di un ulteriore bluray disc – di loro costerebbero soli 29 euro, anche se Fnac li fa a “prezzo verde” a 25. (Ormai da Fnac quasi qualsiasi cosa è a “prezzo verde”, incluse le console, che pure sono vendute allo stesso prezzo che altrove; questo perché i prodotti a “prezzo verde” sono esclusi dallo sconto del 5% a cui ogni nuovo socio Fnac ha diritto per il primo giorno…)

Così oggi, trovandomi in centro con un quarto d’ora di buco tra due appuntamenti, sono entrato nel negozio di via Roma, ho snobbato le pur interessanti offerte nel settore DVD (ad esempio Memories di Otomo a 10 euro: sono molto tentato), e ho guardato uno per uno tutti i bluray disponibili.

Ce n’è già parecchi, almeno tre piani di scaffale: diciamo un centinaio di titoli. Il mio occhio è stato subito attratto dalla collezione di Kubrick: ho già i DVD, ma vuoi non vedere Arancia Meccanica in alta definizione? Eppure, guardo sul retro e scopro il trucco: semicoperta dall’etichetta del prezzo, in carattere corpo otto, la tabellina tecnica dice “video in risoluzione 480p/480i”. In altre parole, hanno preso il bobinone usato vent’anni fa per mandare il film su Retequattro e l’hanno digitalizzato tal quale, a qualità televisiva e con tanto di bande nere sopra e sotto: altro che alta definizione…

I titoli moderni, invece, sono alla risoluzione giusta, ossia 1080p – anche se mi chiedo se non si siano limitati a fare interpolazioni gaussiane senza quindi aumentare la qualità… Però sono uno peggio dell’altro; solo film orèndi o comunque di scarsissimo impatto estetico, dove quindi il bluray è sprecato: che senso ha vedere Rocky in alta definizione?

Il meno peggio che ho trovato è Black Hawk Down; ma non sono ancora convinto. Possibile che non ci sia niente di più spettacolare?

[tags]bluray, bd, alta definizione, kubrick, fnac[/tags]

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2026 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike