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sabato 11 Novembre 2006, 16:40

Elogio della censura consapevole

Sono sicuro che il film di Borat, appena uscito con gran successo nei paesi anglosassoni, è divertentissimo. Seguo gli sketch di Baron Cohen da tempo, tramite amici che vivono in Inghilterra, o tramite la rete. Avevo visto in diretta l’apparizione di Borat agli MTV EuroAwards di un anno fa, spanciandomi dalle risate. (Per i pochi che non lo conoscono, Baron Cohen è un comico inglese di grande successo, in particolare con i personaggi di Ali G, un rapper nero e coatto, e appunto di Borat Sagdiyev, un ingenuo e volgare giornalista del Kazakistan alla scoperta dell’Occidente.)

Il film è basato su una serie di “candid camera” in cui Borat raggira americani di ogni genere, da politici e star televisive fino all’uomo della strada, con una serie di comportamenti provocatori, battute razziste, sessiste e omofobe, volgarità di ogni genere, presentate come il normale comportamento dei kazaki. Per questo le esibizioni di Borat provocano regolari proteste diplomatiche del governo di Astana; difatti i kazaki – che sono, tra l’altro, uno dei popoli più variegati dell’ex Urss – vengono rappresentati come una schiatta di bifolchi ignoranti, arretrati e maschilisti, che vivono come bestie, e i cui vanti secondo Borat sarebbero “le prostitute più pulite di tutta l’Asia Centrale” e la bevanda nazionale a base di piscio di cavallo (vedi il trailer). Eppure, in Occidente Borat è un idolo dei giovani.

Bene, dunque? Voi sapete che io ho sempre un’opinione su tutto, ma questo film mi ha spiazzato. Non riesco a capire se è una intelligente provocazione contro l’ignoranza degli americani, o una squallida operazione commerciale per fare dei soldi schernendo un popolo remoto e rinforzando pregiudizi di vario genere. Non riesco a capire se farà del bene al Kazakistan, costringendolo a confrontarsi con la propria immagine internazionale e insieme promuovendolo agli occhi del mondo, o se diventerà un tormento decennale per qualsiasi kazako all’estero. E così, mi sono chiesto se dovremmo esaltarlo, o censurarlo del tutto, come si apprestano a fare la Russia e tutti i paesi dell’Asia Centrale.

Il confine tra libertà di espressione e licenza socialmente inaccettabile è sempre molto difficile da tracciare, perchè si sposta con l’evoluzione della cultura di ciascuna società; è sempre successo e sempre succederà che vi siano individui che rompono le regole e spostano i confini, ma anche che pagano questa scelta con l’ostracismo, magari per essere rivalutati a posteriori. L’errore sta nel pensare che tutto questo sia ingiusto, anzichè naturale, e che possa non esserci un confine, insomma che libertà di espressione significhi che qualsiasi espressione è lecita.

Si tratta di una questione di principio piuttosto seria, perchè rappresenta forse il principale elemento di incomprensione tra la cultura occidentale e quei due mondi, quello islamico e quello asiatico centrale e orientale, che sono i soli nella storia a non essere stati culturalmente colonizzati a forza dagli europei, e che includono però quattro dei sei miliardi di esseri umani.

Solo nella nostra cultura, e solo negli ultimi quarant’anni, è stato progressivamente abolito il cosiddetto senso del pudore collettivo, ossia l’idea che esistano argomenti, comportamenti ed opinioni che deve essere vietato esporre in pubblico. La facilità con cui si parla e si mostra il sesso in pubblico, che per la nostra società occidentale è una conquista libertaria di cui andare fieri, per il resto del mondo è una barbarie cruda e offensiva. La volgarità, la blasfemia – intesa non come offesa a un dio, ma come mancanza di rispetto per le convinzioni religiose di altre persone -, l’aggressività diretta a chi la pensa diversamente – con tanto di risse – che occupano in permanenza la nostra TV, che noi magari deploriamo ma che poi guardiamo con divertimento o comunque come una libertà tollerabile, ci rendono lascivi, perversi e depravati agli occhi di altre culture, che non hanno nessuna intenzione di adeguarsi.

Questo genere di comportamenti è tutto intorno a noi. In alcuni casi scatta ancora un po’ di deplorazione, come nel caso del videogioco in cui bambine di pochi anni seppelliscono viva una coetanea, recentemente assurto all’onore delle cronache; in altri, non è ammesso nemmeno porre il problema.

L’altra sera, ad esempio, ho assistito a uno spettacolo teatrale (peraltro molto bello) intitolato Elogio della sbronza consapevole, in cui per novanta minuti si spiegava quant’è bello e poetico ubriacarsi volontariamente; la semplice espressione di un dubbio sul fatto che fosse giusto proporre un messaggio del genere (perdipiù finanziato con soldi pubblici) ha provocato imbarazzo, risate di scherno, accuse di bigottismo o tout court di fascismo. Come se l’artista, pur di fare uno spettacolo di successo, avesse il diritto di fregarsene delle conseguenze sociali ed umane del proprio lavoro; come se si potesse assumere che tutti gli spettatori siano in grado di elaborare criticamente il messaggio, in una società di bambini precocemente esposti ai media e di adulti ignoranti ed eternamente immaturi.

Nel caso di Borat, vediamo alcune di queste conseguenze. Gli zingari in Germania hanno protestato per le battute razziste nei propri confronti e hanno ricevuto indietro sonore pernacchie. Alcune delle persone raggirate nel film hanno perso il lavoro e talvolta la fiducia in se stessi. Una bambina kazaka di sette anni, adottata in America, è scoppiata in lacrime sentendo Borat definire il Kazakistan in TV come “un paese da cui nessuno vorrebbe adottare un bambino”.

Tutto questo, a che pro? Borat non fa scherno dei razzisti per contestare il loro razzismo, come sosterrebbero i cultori della “libera espressione”: Borat dileggia chiunque, sia i razzisti che le vittime del loro razzismo, dall’americano medio al kazako medio passando per donne ed ebrei. Egli è un antisociale che se la prende con tutti, probabilmente per sentirsi superiore: un perfetto esempio di persona priva di empatia e di rispetto per gli altri, in un mondo che ha un disperato bisogno di costruire una cultura di rispetto reciproco della diversità, per riuscire a sopravvivere tutti insieme senza spararsi addosso. Una persona del genere andrebbe curata, non certo messa sugli schermi di tutto il mondo come modello di comportamento.

Il problema fondamentale è che in una cultura priva di valori etici e in cui lo scopo della vita di molte persone è più o meno esplicitamente l’arricchimento economico, qualsiasi cosa diviene lecita pur di fare soldi: anche il cosiddetto principio di Paris Hilton, per cui, dato che l’importante per vendere è che se ne parli, e che la violazione del senso del pudore fa sicuramente parlare la gente, si può costruire una fortuna economica sulla violazione del senso del pudore: sulla volgarità, sul sesso esibito, sulla blasfemia, sul razzismo, sull’aggressione verbale verso gli altri, sul prendere in giro i più deboli.

So di dire una cosa che va profondamente contro la nostra cultura, ma del fatto che questo comportamento debba essere permesso dalla legge, o che questo renda arretrate e bigotte le società che invece lo puniscono duramente, non sono affatto convinto. Sono invece sicuro che Voltaire, quando disse di essere disposto a morire per permettere l’espressione delle idee altrui, non si riferiva affatto a tutto questo.

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venerdì 10 Novembre 2006, 18:54

Post scriptum

Non voglio esimermi dall’aggiungere che questa sera c’è stato un tramonto eccezionale; si sono viste nel cielo tutte le sfumature dell’arcobaleno, partendo dal giallo per virare poi all’arancione, quindi al rosa, e poi a un viola sempre più intenso e luminoso, che è sfumato nel blu sopra il nero dei tetti. Ed è stato magnifico anche il ritorno a casa, con la bici nel buio del parco della Pellerina, e la fioca luce della mia dinamo che illuminava una fitta ed incredibile pioggia di foglie gialle e lievi ad annunciare l’inverno nei capannelli di alberi, in una muta sospensione del reale che avrebbe potuto essere la scena di un film.

Temo comunque di non essere riuscito a comunicare perfettamente il perché io sia felice ed i relativi viluppi filosofici; ne parleremo con calma di persona, o anche qui, se avrete delle domande da fare; tipo chi sono, che cosa ci faccio qui, che cosa potrei fare, o anche, è nato prima l’uovo o la gallina.

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venerdì 10 Novembre 2006, 14:25

Giorni di gloria

Sono giorni di gloria, questi, perché è da molto tempo, forse da sempre, che le mie giornate non erano così luminose.

Oggi a pranzo, per esempio, ero in giro con la mia bicicletta per le vie del centro di Torino, allagate di una luce fredda e abbagliante, riflessa giù dalle montagne lontane. In teoria dovevo soltanto mangiare e poi andare in ufficio, ma è stato bello scegliere di perdersi per qualche minuto nel giallo divino che colorava le strade e i palazzi, e nella folla che, come formiche uscite al sole per un prematuro disgelo, si spandeva disordinatamente per le piazze.

E’ una di quelle giornate in cui più che mai il centro di Torino è enigmatico e metafisico, con le sue prospettive infinite come un gioco di Escher, e la sua uniformità barocca che agisce da specchio. Arricchito da provocazioni postmoderne, che vanno dalle installazioni fintamente commerciali in via Buozzi fino alle linee d’acqua fumante di piazza Carlo Alberto, passando per le finestre fotografiche sull’umanità esposte in piazza San Carlo, il centro di Torino abbracciato dalle Alpi diventa una sfera sezionata da un reticolo, il simbolo stesso dell’umanità distesa al sole e in rapporto con il divino che illumina dall’alto.

E’ per questo che io e la mia bicicletta oggi eravamo come un punto che si sposta su un piano cartesiano, l’essenza nuda del moto della vita; proiezione strettamente purificata del significato dell’esistere, in un rapporto concettuale ma concreto con tutte le altre esistenze contemporanee, e con tutte le esistenze possibili. E’ uno di quei casi in cui si prova tristezza (tristezza, non pietà, perchè non vi è superiorità in questa sensazione) per quei troppi esseri umani persi nel freddo scientismo delle cose, nell’assenza di valori, progetti e significati superiori, e nel conseguente pessimismo cosmico che deriva dalla perdita collettiva del concetto di Dio.

Non è cambiato nulla, nella mia vita, per rendermi improvvisamente felice; nulla se non la constatazione che se gli oggetti e gli eventi sono sempre gli stessi, ciò che fa la differenza sono gli occhi con cui li guardiamo. Nella continua lotta tra il bene ed il male che tutti noi portiamo dentro, sono lieto della scoperta e della rivelazione di questa luce, che d’improvviso significa tutti i Corani e le Bibbie e le filosofie e le religioni del mondo, tutte in fondo equivalenti, tutte infine comprensibili persino quando non condivisibili. C’è ancora molto da scoprire in noi stessi, ma è più facile farlo dopo aver trovato la forza, quella che fa cadere ogni arma e ogni paura, quella di sorridere sempre e riconoscere in ogni altro un simile a sè, quindi degno di dare e ricevere amore, se soltanto liberato dalle catene del dolore e dell’insicurezza.

Spero che la forza non mi abbandoni più, anche se so che, talvolta, potrà succedere; ma ho fiducia nel fatto che saranno cedimenti occasionali. In fondo, credo che questi giorni di gloria derivino dalla Scelta infine raggiunta, quella di avere il coraggio di agire per essere nè meglio nè peggio, ma semplicemente e finalmente se stessi.

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venerdì 10 Novembre 2006, 09:01

Annozero (2)

Bisogna ammettere che, con tutto il fatto che Santoro ormai cita se stesso, i servizi filmati delle sue trasmissioni sono eccezionali.

Ieri sera si sono viste le solite palazzine di via Anelli a Padova; ormai, a forza di vederle in TV, le conosco meglio di quelle in cui vivo io. Eppure, le immagini dei pusher neri che si pestano violentemente sotto i portici devastati delle palazzine, o che pisciano con l’uccello di fuori nel cortile, sono eccezionali, nella loro testimonianza di come non ci sia nulla di umano in quel luogo, solo un grande zoo pieno di ex esseri umani degradati alla condizione di bestie. E quelle dello spacciatore nero che senza nemmeno sapere di essere ripreso dice ridendo, con aria soddisfatta, “prima ero in carcere, ringrazio Prodi che ha fatto l’indulto”, se usate come spot elettorale, devasterebbero il consenso del centrosinistra.

Sarebbe meglio se, come Report, anche Annozero si concentrasse sulle immagini filmate, ed evitasse il teatrino delle bellezze al bagn- pardon, in studio, che fanno domande ai politici; in particolare la bionda principessa Borromeo, che rappresenta i giovani italiani come Kate Moss rappresenta i tossici inglesi, e che, come da nuovo tormentone, pare davvero una “gnocca senza testa”. D’altra parte, a ben pensarci, forse l’ideale del giovane italiano medio è veramente quello di essere bello, firmato e stupido, come dai modelli di successo proposti dalla televisione, ma anche come dalle immagini dei tremendi giovanotti del Nordest italiano; o della maestra elementare quarantenne, truccatissima e con magliettina di Fendi che si vanta di avere in classe “un crocifisso grosso così” e di imporre ai bambini musulmani che ha in classe di non digiunare a scuola durante il Ramadan.

A margine, continua la mia attesa: chissà se prima o poi Santoro si accorgerà che esiste in Italia qualcosa di diverso dai due clichè “meridionali in lotta contro la mafia” e “settentrionali arricchiti e razzisti contro l’Islam”

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giovedì 9 Novembre 2006, 19:27

[[The Kooks – Naive]]

Il trend del 2006 è che un gruppo, per avere successo, deve chiamarsi The Qualcosa. Non fanno eccezione i The Kooks; questo singolo a metà tra il rock e il funk però è carinissimo, e da qualche giorno non riesco a togliermelo dalla testa. (Il testo non c’entra molto con la calma piatta che regna nella mia vita privata, ma si può anche non starlo a sentire…)

I’m not saying it was your fault
Although you could have done more
Oh you’re so naive yet so
How could this be done
You’re such a smiling sweetheart
Oh and your sweet and pretty face
In such an ugly way
Something so beautiful
Oh that everytime I look inside

I know she knows that I’m not fond of asking
True or false it may be she’s still out to get me
And I know she knows that I’m not fond of asking
True or false it may be she’s still out to get me

I may say it was your fault
Cause I know you could have done more
Oh you’re so naive yet so
How could this be done
By such a smiling sweetheart
Oh and your sweet and pretty face
In such an ugly way
Something so beautiful
But everytime I look inside

I know she knows that I’m not fond of asking
True or false it may be she’s still out to get me
And I know she knows that I’m not fond of asking
True or false it may be she’s still out to get me

So how could this be done
By such a smiling sweetheart
Oh you’re so naive yet so
You’re such an ugly thing
Someone so beautiful
And everytime you’re on his side

I know she knows that I’m not fond of asking
True or false it may be she’s still out to get me
And I know she knows that I’m not fond of asking
True or false it may be she’s still out to get me

Just don’t let me down
Just don’t let me down
Hold on to your kite
Just don’t let me down
Just don’t let me down
Hold on to your kite
Just don’t let me down
Just don’t let me down
Hold on to this kite
Just don’t let me down

Just don’t let me down

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giovedì 9 Novembre 2006, 15:21

Offerta belga

La derelitta aerolinea nazionale belga SN Brussels Airlines – ciò che rimane della storica Sabena dopo il crack del gruppo Swissair post-11 settembre – mi comunica per mail la sua grande rivoluzione commerciale: dal prossimo marzo incorporerà Virgin Express per diventare Brussels Airlines (senza il SN). Ma soprattutto, introdurrà sul mercato aereo una innovazione storica: la prima tariffa “lowest cost” al mondo. In pratica, acquistando online, Brussels Airlines ti garantirà la tariffa più bassa del mondo, e se troverai un’altra linea aerea che pratica un prezzo inferiore, ti rimborserà la differenza!

Peccato che ci sia l’asterisco con la scritta in piccolo, dove ti spiegano che loro ti rimborseranno la differenza solo se tu troverai un volo di un’altra linea aerea che parte dallo stesso aeroporto, arriva nello stesso aeroporto, e il cui orario di partenza è previsto non più di mezz’ora prima o dopo di quello del volo belga. Eh beh, sarà facile…

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mercoledì 8 Novembre 2006, 12:15

Filmoni

Ieri sera ero a casa mia con un amico, e dopo cena, tra una chiacchiera e l’altra, abbiamo fatto un sottofondo di zapping su Sky; e dopo un po’ di tempo siamo stati inesorabilmente attratti dall’imperdibile canale 132, denominato Fantasy. Partito a maggio con grandi annunci, questo canale è già assurto a stato di culto in modo involontario, per la sua capacità di imbastire una programmazione fatta solo ed esclusivamente di film di serie C.

Ieri sera, difatti, siamo stati inizialmente attratti da The Sculptress, un film che vorrebbe raccontare dell’interazione tra una giovane scultrice smodatamente gnocca e un pazzo demoniaco che parla con il parrucchino della mamma. Già qui, le premesse sono ottime, e il film le conferma ampiamente: trama inesistente, recitazione inesistente, dialoghi insensati, e ogni volta che ti stai per addormentare il regista ti fa vedere la tipa seminuda per motivarti a rimanere (niente nudo però, acc…).

Incuriositi, ci siamo messi con IMDB ad esaminare il curriculum degli altri film che venivano pubblicizzati come di prossima programmazione sul canale. Spicca tra questi la saga di Howling, un ottimo film dell’orrore (di lupi mannari, per la precisione) diretto da Joe Dante all’inizio degli anni ’80. Il problema è che dopo qualche anno decisero a tutti i costi che dovevano farne dei sequel, e quindi nacquero una serie di capolavori imperdibili, naturalmente in programmazione su Fantasy, che vi vado a elencare con una fredda serie di dati: Howling II – La lupa mannara puttana, voto 2.3/10, 33° posto nella classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi; Howling III – I marsupiali assassini, voto 2.4/10, 47° posto nella classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi; Howling IV – L’incubo originale, voto 2.7/10; Howling V – La rinascita, voto 4.1/10 (un capolavoro, rispetto agli altri); Howling VI – I mostriciattoli, voto 3.7/10 (già l’ispirazione è andata via); e infine, il mito assoluto: Howling VII – Luna nascente, voto 1.5/10, escluso dalla classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi perchè “c’è un limite anche a ciò che può essere considerato un film”.

Naturalmente io non ho mai visto Howling VII, ma ci sono sette pagine di recensioni utente una più bella dell’altra, che parlano da sole. Pare che uno degli attori minori del V e del VI – nonchè produttore esecutivo di altri filmoni come Il tagliaerbe (miracolo di realtà virtuale il cui protagonista è lo stesso di The Sculptress, perchè nel trash tout se tient) e soprattutto Il tagliaerbe II, voto 2.1/10, 26° posto nella classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi – abbia avuto non si sa come l’opportunità di scrivere, produrre, dirigere e interpretare il numero sette, e abbia scelto di stupire il mondo con una idea geniale: realizzare un film horror che fosse anche un musical country.

Pare insomma che Howling VII consista di 90 minuti di paesani ubriachi della provincia americana, attori non professionisti, che interpretano se stessi passando il tempo a raccontarsi barzellette vecchissime e a ruttarsi in faccia, e prorompendo ripetutamente in dieci insopportabili minuti di noiosissimi balli country; intercalati ogni tanto da una sequenza in cui una immagine confusa e virata in rosso rappresenta il lupo mannaro che ne ammazza qualcuno. Anche dialoghi e trama sono leggendari, culminando nel momento in cui, per motivare il fatto che lo sceriffo si allontana lasciando inspiegabilmente sola una futura vittima, egli deve recitare la seguente battuta: “Possiamo continuare domani? Mi stai fornendo troppe informazioni rispetto a quante io ne posso assorbire in un giorno.”

E poi, dopo novanta minuti di attesa danzereccia senza nè mostri nè horror, compare infine il lupo mannaro. Nell’ultima sequenza. Per sette secondi. Ed è realizzato con un effetto ottico da filmino di casa, che prende la faccia di un tizio e la allarga un po’.

Non so se Fantasy manderà tutti gli Howling o soltanto i primi, ma quello che so è che, dopo che il mio amico è andato via e che The Sculptress è finito, ha trasmesso Un poliziotto sull’isola, titolo originale Beretta’s Island, film americano “con Arnold Schwarzenegger“, ma scritto, prodotto e interpretato da Franco Columbu, lo Stallone di Ollolai (NU). Per chi non lo conoscesse, è anche lui un ex Mr. Universo: insomma un tizio col fisico di Schwarzenegger, ma alto un metro e mezzo.

Dunque, veniamo ai fatti: Schwarzenegger compare solo nei primi tre minuti del film, in una scena in palestra in cui lui e Columbu si passano bilancieri e manubri come fossero patatine, girata come una televendita di fitness di quelle sulle TV locali. Le battute clou di Arnold sono “è bello allenarsi insieme”, “uno, due, tre…” (contando i sollevamenti a Columbu) e “Sai, mi piace il tuo vino della Sardegna, ma non sopporto il fatto che tu lo schiacci coi piedi: ogni volta che bevo il tuo vino sento puzza di piedi, per questo preferisco il mio vino austriaco, o quello tedesco.” (Schwarzenegger ci ha messo due giorni per memorizzarla tutta.)

Dopodichè, senza nessun collegamento credibile, Columbu – che sui titoli di testa cavalca una Harley Davidson per le strade della California – si trova a cavalcare una Harley Davidson per le strade di Ollolai (NU), in compagnia di una presunta poliziotta dell’FBI (tette grosse e cervello fino), inseguendo dei teorici trafficanti di droga che minacciano i poveri giovani di Ollolai (NU), aiutato da amici locali tra cui spicca la divina Jo Champa, in seguito luminosa stella del Festival di Sanremo sezione Giovani.

Il film, privo di una qualsiasi forma di trama, prevede quindi una serie di inseguimenti tra una potente Fiat Uno del 1983 targata SS, o in alternativa una Seat Regata altrettanto vecchia (erano i tempi in cui la Seat era Fiat) che ha la ripresa di un camion, e la Harley Davidson di Columbu lanciata a dieci all’ora in folle giù da una discesa. In alternativa, si vedono i banditi che scappano a piedi dopo vari ammazzamenti sanguinosissimi (era ancora l’epoca di Commando) inseguiti a due all’ora da Columbu, anche lui dotato della ripresa di un camion. E vi ho omesso l’effetto straniante di un bodybuilder alto un metro e sessanta, lampadato, ingioiellato e vestito Armani che corre per i terreni polverosi e scoscesi di Ollolai (NU).

Il film ce la mette tutta per arrivare al suo originale e importante messaggio conclusivo, “la droga fa male”. A un certo punto si vedono persino i giovani dell’Ollolai (NU) che giocano a pallone sul campetto della parrocchia, finchè uno d’improvviso si butta clamorosamente in area. Simulazione? No, è morto per droga, colpito dai morsi della droga che uccidono i giovani per colpa della droga. Così, a cinque minuti dalla fine, e con le tre sostituzioni già effettuate.

Insomma, ho spento a metà film, eppure Franco Columbu è uno dei miei nuovi miti: pare che abbia fatto altri due o tre film, sempre con la stessa “trama” del poliziotto che porta le cineprese in Sardegna, prima che lo abbattessero per pietà come con i cavalli, e che un giudice gli ingiungesse di restare ad almeno cento metri di distanza da qualsiasi set cinematografico.

Ma non temete, continuerò fiducioso ad aspettare i filmoni di Fantasy.

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martedì 7 Novembre 2006, 09:21

Italiani ad ICANN

Per completare il quadro delle buone notizie dopo Atene, segnalo la nomina di un italiano, Roberto Gaetano, nel Board di ICANN (vedi annuncio). Per chi non lo conoscesse, Roberto (oltre che mio collega di comitato At Large sin dal 2003) ha partecipato a ICANN sin dalla fondazione; vive all’estero da molti anni e attualmente lavora a Vienna all’Agenzia Atomica dell’ONU (IAEA).

Separatamente, va rilevato come Roberto sia l’unico europeo tra i 15 membri votanti del prossimo Board di ICANN, visto che uno dei due europei uscenti è stato sostituito dall’ennesimo americano: certamente per l’Europa, dal punto di vista del peso politico su Internet, non è un complimento. Forse le dichiarazioni della commissaria Reding (il “ministro” europeo per l’ICT) sul nuovo accordo tra ICANN e governo americano erano un po’ troppo ottimiste.

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lunedì 6 Novembre 2006, 21:32

Un resoconto di Atene

Chiudo le cronache dell’Internet Governance Forum di Atene con un piccolo resoconto serio di quello che è successo.

La formula dell’IGF, in ambito di Nazioni Unite, è totalmente innovativa: prevede di trattare tutti alla pari e in quanto individui, indipendentemente dal fatto che rappresentino un governo, una azienda, una associazione o semplicemente se stessi. Si è partiti con il grande dubbio che non potesse funzionare, e invece è stato un buon successo: la partecipazione è stata elevata, e la maggior parte dei presenti ha capito lo spirito, dando luogo ad alcune scene piuttosto inconsuete – ad esempio il rappresentante del governo tedesco che arriva a un workshop, non trova posto e si siede per terra.

Certo, ci sono stati governi che hanno insistito per arrivare lì col discorso precotto da leggere a tutti i costi; soprattutto, si ha la sensazione che i rappresentanti di molti governi siano venuti a vedere cosa succedeva, ma senza sbilanciarsi troppo, contribuendo quindi piuttosto poco al dibattito. Il problema è che i governi non possono assumere posizioni ufficiali come faremmo noi, rispondendo agli input in maniera immediata. Trovare un modo che permetta a loro di partecipare senza sbilanciarsi in modo ufficiale – e senza nascondersi dietro a questo problema per rifiutare il dialogo – è una delle prime questioni da affrontare.

I quattro giorni del forum sono volati, organizzati in due filoni paralleli: da una parte sessioni plenarie sui temi principali e sulle questioni generali, e dall’altra una stringa di workshop (tre per volta) per approfondire i singoli temi.

Le sessioni plenarie sono state organizzate come dei panel, con un infinito elenco di relatori (scelti col bilancino per rappresentare tutti) e con possibilità di prendere la parola dalla platea importanti ma limitate, e soprattutto “spettacolarizzate”. In altre parole, i moderatori (degli ottimi giornalisti di testate come Economist e BBC) ricevevano foglietti con nome, qualifica e argomento dell’intervento, e poi sceglievano quelli che gli parevano più in linea.

Il risultato, ad esempio, è stato che il giornalista della BBC che moderava la sessione sulle libertà in rete ha concentrato la discussione, per due ore e mezza delle tre a disposizione, sulle violazioni dei diritti civili in Cina, relegando in dieci minuti tutti i temi relativi alla proprietà intellettuale, e in altri dieci la vicenda del blogger greco arrestato pochi giorni prima del Forum. Ora, è sicuramente interessante insistere sulle responsablità di Cisco e di Google (in realtà era Yahoo!, ma quel che conta è lo spettacolo) e sulla cattiveria dei cinesi, ed è certamente “di rottura” vedere un giornalista battere ancora e ancora su questo tema in un forum delle Nazioni Unite, ma allo stesso tempo nulla mi toglierà la sensazione che la seduta sia stata orientata su un comodo capro espiatorio proprio per evitare di toccare temi come il Patriot Act o i DRM.

Tuttavia, in questa sessione è emersa con chiarezza una delle grandi tensioni del prossimo futuro: dove si colloca il confine giusto tra libertà d’espressione e licenza inaccettabile? Tutti concordano che esistono contenuti che è corretto censurare, dalla pedopornografia agli inni al nazismo, ma come ci si accorda su cosa sia corretto censurare? E se è corretto censurare la pedopornografia, perchè non è corretto censurare le vignette danesi, che per una parte del miliardo di musulmani sono altrettanto rivoltanti?

I workshop sono stati piuttosto interessanti, anche se il primo problema era scegliere quali vedere: io ho visto quello sullo spam (pienissimo), quelli sui diritti umani, pezzi di altri qua e là. In generale, ho trovato eccessivo il tempo allocato alle presentazioni: il workshop medio, di durata prefissata a 90 minuti, era fatto da 85 minuti di presentazioni (spesso sbrodolate e noiose, oppure autocelebrative) dopo le quali si chiedeva, “Chi vuole intervenire in sala?”, si alzavano 25 mani, e c’era tempo per un solo intervento. Per il futuro, dovrebbe essere garantito spazio sufficiente per il dibattito.

Inoltre, molti workshop erano multistakeholder solo in teoria – ad esempio si sono viste parecchie presentazioni, da parte delle associazioni del business e dei governi dei paesi anglosassoni, di quanto sia importante la “partnership pubblico-privata” nello sviluppo dell’ICT nei paesi in via di sviluppo, dove la “partnership pubblico-privata” vuol dire naturalmente che il governo locale deve lasciare mano libera alle multinazionali americane nel fare ciò che vogliono, e magari sussidiarle pure. Forse sarebbe il caso di assicurare la presenza di tutti i punti di vista in tutti i workshop…

Veniamo ora alla partecipazione italiana: degli aspetti personali ho già parlato, per cui mi limiterò a una valutazione oggettiva. Io sono molto soddisfatto di essere riuscito a coinvolgere un po’ di più alcuni circoli nazionali in queste discussioni; allo stesso tempo, trovo significativo il fatto che, di ventiquattro italiani che in tutto o in parte hanno seguito l’IGF, io fossi l’unico che girava per le riunioni con un portatile. (Però c’era anche Arturo con la sua inseparabile videocamera digitale…) Ma il tempo risolverà anche questo, insieme all’annoso problema della scarsa familiarità con l’inglese dell’italiano medio.

E’ molto positivo il fatto che sia venuto da Roma il sottosegretario Magnolfi, e abbia diligentemente seguito e ascoltato i primi due giorni del Forum; siamo anche riusciti a farla intervenire nella prima sessione plenaria (dovrò pagare delle cene per questo…). Il nostro workshop, da me moderato, è stato molto ben seguito: la stanza era piena, e abbiamo fatto secondo me la scelta giusta nell’orientarlo più come una discussione che come una presentazione. I quattro panelist (Rodotà, Cortiana, Robin Gross di IP Justice, e Jose Murilo Junior in rappresentanza del governo brasiliano) hanno lasciato spazio agli interventi già dopo i primi 40 minuti; e abbiamo riscosso molti consensi. Quando io, nella plenaria conclusiva di giovedì mattina, ho ribadito l’idea e le motivazioni invero nobili che ci spingono a portarla avanti, sono arrivati persino degli applausi.

Il termine “Internet Bill of Rights“, insomma, è diventato già di uso comune nell’ambito del Forum, e il nostro annuncio sul lancio di una “coalizione dinamica” che ci lavorerà sopra, così come dell’impegno del governo italiano (che ora va rispettato…) nell’ospitare una conferenza internazionale sul tema in primavera, è stato ben ricevuto. Allo stesso tempo, ho visto anche qualche diffidenza da parte di chi si occupa di diritti della comunicazione da anni, sia per la paura che, di questi tempi, il bilanciamento tra libertà e sicurezza in un nuovo documento si sposti troppo dal lato della sicurezza, sia per la naturale diffidenza nei confronti dei “nuovi arrivati”. Ci sarà molto da lavorare, e non sarà facile.

Dei problemi pratici e organizzativi ho già accennato nei giorni scorsi; nulla che non si possa risolvere. La grande sfida per il futuro, invece, è stata sollevata da molti – me compreso – nell’ultima riunione: come evitiamo che l’IGF sia soltanto un bell’incontro di chiacchiere, e arriviamo a soddisfare anche quelle parti del mandato che prevedono che esso debba proporre soluzioni concrete, per quanto non vincolanti, ai problemi della rete?

La nostra risposta iniziale, come società civile, è stato il lancio delle “coalizioni dinamiche”, termine che indica un gruppo di persone e entità che vogliono lavorare insieme su un determinato tema; oltre alla nostra, ne è nata una sulla privacy, una sugli standard aperti, una sulla “convenzione quadro” (concetto non troppo diverso dal nostro), una sui problemi di genere, una per il finanziamento della partecipazione dei paesi in via di sviluppo. Le prime due sono serie (nella prima c’è il jet set del settore, nella seconda c’è Sun), le altre per ora sono solo sulla carta.

Ammesso però che in questi gruppi si riesca a lavorare e ad arrivare veramente a, che so, una proposta largamente condivisa di policy globale per l’adozione di standard aperti, il problema è: che se ne fa? Detto che su Internet una proposta di policy ha peso se è intelligente e non se è imposta dall’alto, chi la riconosce, la approva, le dà uno status formale che la sollevi all’attenzione di tutti?

Esiste un nocciolo duro di entità che vogliono evitare che l’IGF possa fare altro che chiacchierare: il governo americano, la “comunità tecnica di Internet” (ICANN, ISOC “centrale”…), le grandi corporation dell’ICT. Sono quelli che già ora, di fatto, controllano Internet, fanno il bello e il cattivo tempo, e non hanno certo voglia di doversi mettere a discutere con qualcun altro. Eppure, spero che prima o poi capiranno che un accordo generale conviene anche a loro: meglio condizioni ambientali certe e condivise, supportate da tutti, che la logorante guerra di posizione a cui assistiamo da anni ad esempio sulla proprietà intellettuale. Meglio una crescita condivisa e rispettosa di tutti, che il rischio della frammentazione incontrollata o degli sforzi concorrenti.

Certo, è difficile immaginare come un forum a “porta aperta” – in cui chiunque può iscriversi ed entrare – possa prendere decisioni formali. Eppure, qualcosa possiamo immaginare. Mi ha fatto piacere sentire Nitin Desai – l’ex vicesegretario dell’ONU che presiede l’IGF – proporre nel discorso conclusivo il modello dell’IETF, che è quello secondo cui io e altri della società civile abbiamo sviluppato negli anni l’idea del Forum. Ovviamente è tutto da inventare, e qualsiasi meccanismo, giudicato secondo i paludati e formalissimi meccanismi del ventesimo secolo, risulterà illegittimo e attaccabile.

Eppure, la IETF, con i suoi gruppi di lavoro aperti e basati sul consenso di massima, e con il suo Board che verifica e approva formalmente, funziona; riuscire a portare un modello del genere dentro le Nazioni Unite vorrebbe dire non solo renderle compatibili ad avere un ruolo nel futuro di Internet, ma anche porre un seme per trasformare la maggiore istituzione politica mondiale in qualcosa di veramente moderno e partecipato.

Non sono l’unico a pensarla così: molti di noi sono consci che quello che stiamo facendo in questo esperimento potrebbe gettare le basi di nuovi modelli per la governance del mondo globalizzato. Forse è una ambizione eccessiva, ma è anche una delle ragioni che ci spinge a provare.

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domenica 5 Novembre 2006, 13:29

Saddamorì

La notizia del giorno è ovviamente la pena di morte sentenziata per Saddam Hussein dal suo tribunale iracheno.

Chi ha seguito le notizie a intermittenza di questo processo sa che, come sempre in questi casi, ci sono dubbi sulla sua serietà dal punto di vista legale; Saddam è rimasto senza avvocato per un anno e tre avvocati della difesa sono stati assassinati via via. Ci sono invece pochi dubbi sul fatto che il regime di Saddam fosse sanguinoso e autoritario, e che abbia commesso crimini di massa; crimini che, peraltro, hanno platealmente commesso anche i nuovi potenti di Baghdad e le stesse truppe occidentali di occupazione.

E’ difficile dall’Occidente capire la mentalità dei paesi arabi; sono paesi in cui sia la repressione violenta, sia la censura, sia il conformismo verso una rigida morale collettiva fanno parte della cultura generale, ed è sottile, spesso impalpabile, il confine tra le nostre pretese di un maggior rispetto dei diritti umani e il puro e semplice colonialismo culturale. Proprio come successe in Europa dopo la seconda guerra mondiale, solo una maturazione complessiva della popolazione locale può produrre un progresso stabile verso una cultura di pace e di tolleranza.

In quest’ottica, se è positivo il fatto che il processo sia avvenuto localmente, resta da capire a cosa servirà questa pena, ammesso che resti dopo i vari appelli e che si riesca a farla applicare: anche perchè tutti sanno che il vero motivo per cui Saddam deve morire è appagare la mentalità pistolera dei telespettatori texani, e risollevare i dubbi destini politici dei neoconservatori americani. Il problema vero è tutto lì: nel fatto che, a differenza dell’olocausto europeo, Pearl Harbor prima e le Twin Towers poi non sono state devastazioni sufficienti per impregnare la cultura americana dell’idea che la violenza legale e militare, pur necessaria in situazioni contingenti, non porta mai ad alcun progresso nella pacificazione e nella crescita del mondo.

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