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sabato 2 Ottobre 2010, 13:33

Il diritto di sparare stronzate

Giovedì sera, a Londra, salendo sull’aereo per ritornare a casa, sono ritornato a contatto delle vicende italiane: mi han dato in mano il Corriere. Apro, sfoglio, a un certo punto trovo un titolone su “il professore che vorrebbe uccidere i disabili alla nascita”. Guardo a fianco, e mi trovo una grossa foto a colori di Joanne Maria Pini con dietro una bandiera della Lega

Ho conosciuto Joanne circa un anno fa, all’IGF Italia di Pisa; all’epoca era nel direttivo del Partito Pirata italiano e abbiamo chiacchierato a lungo dei nostri temi, dai diritti digitali alla decrescita felice, trovandoci d’accordo su tutto (no, non abbiamo parlato di disabili). Ci siamo rivisti altre due o tre volte negli scorsi mesi, e fu lui ad avvertirmi quando prima delle scorse regionali Renzo Rabellino (sì, proprio il signor Lista Grilli Parlanti No Euro) contattò il Partito Pirata per aggiungere anche quel simbolino alla sua collezione di liste (ma pensate un po’…). So che è uscito dal Partito Pirata in mezzo a un flammone gigantesco; non sapevo che adesso bazzicasse la Lega, né riesco a capire bene come una persona pro diritti digitali e decrescita possa finire a farsi le foto con i padani, anche se devo ammettere che ieri sera in TV ho visto Gomorra e pure a me è venuta la voglia di correre immediatamente ad abbracciare Calderoli.

Che sia un intellettuale eccentrico è dir poco; che, come molti intellettuali, abbia il gusto per la provocazione è altrettanto vero; ciò nonostante non mi sembra in grado di far male a una mosca. Ho scoperto che la discussione è avvenuta sulla bacheca Facebook di amici e ha coinvolto vari altri amici (il più furioso con Joanne è il mio collega Roberto Dadda), il che mi ha permesso di leggerla tutta. La frase come descritta dai giornali è ovviamente una disgustosa stronzata, ma se leggete l’intera chiacchierata non trovate proprio quello; trovate le affermazioni “prima della didattica viene la genetica” e “Tornare indietro di 40 anni? Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare!”, nell’ambito di una discussione piuttosto accesa.

Per quel po’ che lo conosco, non mi stupisce che Joanne possa aver tirato fuori un’iperbole del genere, insieme alla preoccupazione sul degrado genetico dovuto alla fine della selezione naturale della razza umana, con i rischi evolutivi che ciò comporta; una cosa scientificamente fondata che pensano in molti, ma che non dicono proprio per non essere subito etichettati come razzisti. Si tratta comunque di una opinione personale che si può non condividere ma che rimane legittima fin che non si trasforma in apologia di reato (diverso sarebbe se Joanne avesse aperto un gruppo “organizziamoci per uccidere i disabili alla nascita”). E’ una opinione che vale come quella di qualsiasi altro privato cittadino, dato che Joanne non ricopre alcuna carica di responsabilità pubblica, che non insegna educazione civica ma armonia al Conservatorio e che non risulta che abbia mai discriminato alcun allievo disabile. Il discorso, peraltro, verteva sulla domanda se sia meglio dare ai disabili una istruzione separata o integrarli nelle classi e francamente, pur non avendo le competenze pedagogiche per esprimermi, non credo che sia una domanda dalla risposta così chiara, né che prevedere corsi speciali per chi ha diversi ritmi di apprendimento sia per forza una discriminazione, se no sarebbero razzismo anche le scuole speciali per ciechi o i corsi di recupero per chi è stato rimandato a settembre.

Io credo che ognuno di noi sia libero di cazzeggiare e anche di provocare; abbia, insomma, il diritto di sparare stronzate, specie in un ambiente molto informale come Facebook. Mi disgustano dunque piuttosto le reazioni trombone e paracule di quelli che stanno gerarchicamente sopra a Pini, fino alla Gelmini, a cui di sicuro dei disabili non frega alcunché, visto come ha massacrato i fondi per le attività di sostegno in tutta Italia. Nessuno di questi signori si è peraltro indignato per le sparate ben più gravi di molti ministri della Repubblica, che, avendo una posizione pubblica, hanno anche responsabilità pubbliche su ciò che dicono – ma che, a differenza di Pini, hanno la possibilità di segargli la carriera.

Comunque, anche in questo post ci sono sicuramente delle frasi su cui, dopo averle estratte dal contesto, un giornalista in cerca di audience può costruire un caso. Quella su Calderoli, per esempio, è ottima per fare un bel titolo tipo “I grillini torinesi confessano: in realtà sono leghisti”, magari aggiungendoci che “Vittorio Bertola ha persino un sito in piemontese” (vero), “scoprendo” che tra i miei contatti Facebook c’è un ex consigliere comunale della Lega (vero: è il padre della persona che ha girato molti video del Movimento piemontese), e aggiungendo una mia bella foto davanti alla statua di Alberto da Giussano a Legnano (qualche mese fa son stato lì sotto per un po’ ad attendere Elena: e se per ridere ci fossimo fatti una foto sotto la statua e l’avessimo messa in rete?).

La mia frase in questione è evidentemente una iperbole per strapparvi un sorriso; avessi voluto essere serio avrei scritto “ieri sera in TV ho visto Gomorra e mi sono venuti molti dubbi sulla possibilità di integrare me e quella gente nello stesso Stato”, ma non sarebbe stato divertente. Credo che tutti voi siate abbastanza intelligenti da capire che il contesto e il tono con cui si dicono le cose è rilevante, abbastanza scafati da non fidarvi più di quel che scrive un giornale, e (anche se questo ormai in Italia è sempre più difficile) abbastanza tolleranti da rispettare l’opinione dell’altro anche quando vi disgusta. So che molti italiani non sono così, ma non mi importa: se vogliamo migliorare questo Paese, dobbiamo cominciare a trattarci da persone intelligenti.

[tags]giornali, informazione, discriminazione, disabili, corriere della sera, joanne maria pini, conservatorio, milano, calderoli, lega, retorica[/tags]

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venerdì 1 Ottobre 2010, 15:31

Simpaticamente Milano

Milano è una città che sa come farsi odiare.

Lo pensavo proprio ieri, a mezzanotte e mezza, nella Stazione Centrale completamente deserta, con un unico treno ancora da partire – la S11 delle 0:38 per Chiasso (nel dubbio i monitor la riportavano una decina di volte, per far sembrare che il traffico fosse molto di più). Ero appena sceso dal bus da Malpensa ed ero passato per la stazione per fare il biglietto del treno per Torino di oggi, dato che prendendolo dal passante non ci sono biglietterie né macchinette automatiche e dunque bisogna assolutamente farlo prima.

Nel corridoio sotterraneo davanti alle macchinette, oltre a me, c’erano due tizi: una era chiaramente una barbona o drogata, sui trent’anni (ne dimostrava cinquanta), e l’altro aveva l’aria straniera ed era pieno di valigie. Mi fermo davanti a una macchinetta; il tizio straniero, vedendomi in giacca e cravatta, viene da me con aria disperata e mi chiede “do you speak English?”. Alla fine mi racconta che è americano, è arrivato da Malpensa pure lui e che sta cercando di capire come andare al suo albergo, lì in zona, ma trova soltanto barboni e gente poco raccomandabile (una esperienza aliena per lui, dato che negli Stati Uniti se vedono un barbone per strada, che non stia accucciato nel suo angolino e che approcci la gente, spesso lo prendono e lo sbattono in galera).

Mi fa vedere l’indirizzo, io tiro fuori il cellulare col navigatore e controllo: è a una decina di minuti a piedi. Lui mi ringrazia, mi dice “I’ve been here for one hour and a half and you’re the first Italian that I like”, e mi chiede se secondo me è sicuro andarci a piedi, che non si fida. Io spiego che non sono di Milano ma di Torino, dunque non saprei: di giorno il quartiere è tranquillo ma comunque non è dei migliori, essendo vicino alla stazione, e non so come sia di notte. Lui mi dice “I should have come to Turin rather than to Milan, people here are horrible”, e conclude che nel dubbio prenderà un taxi.

A quel punto ci salutiamo, gli auguro buon giro, ed esco dall’ingresso principale per dirigermi verso la fermata del 5, per andare a casa. Sono stanco morto e ho solo voglia di andare a dormire, e che succede? Me lo vedo arrivare lì, dal lato della piazza, che scorre sui binari e si ferma al primo semaforo. Comincio a correre per il piazzale, penso che non ho voglia di aspettare altri venti minuti, che già mi sono dovuto puppare (oltre a tutto il viaggio da Londra) un’ora su un bus Autostradale ammuffito e strapieno, che doveva partire alle 23:15 e invece è partito alle 23:29 perché quello della concorrenza partiva alle 23:30 e facendo così gli ha portato via un bel po’ di passeggeri (ah, il mercato regolamentato all’italiana); e che domani devo comunque alzarmi alle 7 per andare presto da un cliente che poi a metà mattinata deve andare via.

Il tram riparte, si avvicina alla fermata, io accelero, corro ancora più veloce… finché d’improvviso mi ritrovo per terra di faccia, con la mia borsa di libri che volano per aria e lo zaino pesantissimo (con dentro portatile, macchina fotografica, lettore MP3…) che dalle spalle mi capitombola addosso alla testa.

E’ successo che qualche genio del male, nel ristrutturare per l’ennesima volta piazza Duca d’Aosta per farla sembrare più figa in cartolina (cioé senza gli spacciatori e le gang di etnia varia), ha messo nella parte centrale delle leggerissime rampe in discesa che improvvisamente e senza alcuna segnalazione visibile si separano dal piano della piazza creando un gradino sempre più alto. In pratica, o uno corre guardando per terra o il gradino è totalmente invisibile; io ci ho messo il piede per storto e la caviglia si è girata in qualche modo.

Ero lì per terra con un male cane, e ovviamente l’unico che è venuto ad aiutarmi è stato un ragazzo di colore (c’erano due tizie italiane poco pi in là che hanno cambiato rotta per far finta di niente). Io ho ringraziato, mi sono alzato, ho verificato che la caviglia comunque funzionava ancora, ho ringraziato la solidità del vestito grigio cinese e ho zoppicato fino alla fermata, vedendo il tram andarsene in lontananza. Ho deciso che qualunque cosa fosse successa alla mia caviglia io avevo sonno, ero stanco e volevo solo andare a casa; e allora ho aspettato il successivo 5, mi ci sono issato sopra a braccia e mi sono subito tutti gli scossoni delle meravigliose “vetture storiche del 1927”, una roba che se girasse per le strade di Abidjan gli ivoriani protesterebbero subito che sono vecchie, ma che ATM furbescamente ti vende come “recupero del patrimonio storico di Milano”.

Sono sceso in via Aselli e ho zoppicato fino all’adiacente fermata della 93, sperando di trovarne ancora una; infatti da lì a casa c’è una piacevole passeggiata di dieci minuti, che però con una gamba sola è meno piacevole, per non parlare del fatto che poi avrei dovuto anche inerpicarmi su per tre piani di scale. E invece no, ormai era l’una e l’ultima 93 passava a mezzanotte e quarantotto, e allora mi sono dovuto rassegnare e cominciare a zoppicare verso casa bestemmiando in undici lingue.

E’ stato in quel momento che ha cominciato a piovere.

[tags]milano, turisti, stranieri, stazione centrale, tram, atm, infortuni[/tags]

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giovedì 30 Settembre 2010, 09:52

Cosa vuol dire “ognuno vale uno”?

Un paio di giorni fa ho inviato a coloro che si sono registrati sulla mia piattaforma di partecipazione (che al momento, in attesa di quella promessa da Grillo, non è più stata sviluppata) una serie di domande relative al “tema caldo” nel Movimento torinese in questi giorni: la definizione di candidati e programmi per le prossime elezioni comunali.

Ho ricevuto una dozzina di risposte, tutte ben argomentate e interessanti, e allora mi sembra utile aprire il dibattito anche qui e riceverne altre. L’argomento sarà discusso in una riunione lunedì prossimo; nel frattempo, aspetto di sapere cosa ne pensate.

Ecco il testo del messaggio con le domande; aspetto risposte nei commenti.

Vorrei ora consultarti su una questione che verrà discussa nelle prossime settimane: il metodo di definizione di candidati e programmi per le elezioni comunali torinesi del prossimo anno.

E’ in corso infatti una discussione tra diversi punti di vista: c’è chi sostiene che la sovranità sul Movimento è dei cittadini e dunque che almeno le candidature e i punti chiave del programma vanno decisi in votazioni primarie aperte a tutti, svolte nelle piazze e tramite la rete, e chi sostiene che è meglio, per evitare infiltrazioni e per garantire una decisione più esperta, affidare tali scelte soltanto agli “attivi” del Movimento, ovvero a chi partecipa regolarmente alle riunioni fisiche. Sono poi naturalmente possibili anche le vie di mezzo, come ad esempio che soltanto chi è stato attivo nel Movimento per un certo periodo possa candidarsi, ma che siano comunque i cittadini a scegliere tra i vari possibili candidati.

Io vorrei capire dunque la tua opinione: come la pensi?

Cosa vuol dire per te “ognuno vale uno”? Ritieni che questo sia un principio fondamentale, o tutto sommato la partecipazione dal basso non è così importante purché il Movimento resti fedele ai suoi principi?

Pensi che la scelta dei candidati tocchi a tutti i cittadini, o solo agli attivisti del Movimento?

Ritieni giusto che qualsiasi torinese possa candidarsi nelle nostre liste o vorresti liste composte soltanto da persone che già hanno partecipato negli scorsi anni?

Sarebbe giusto accogliere anche candidati espressi da comitati e gruppi spontanei, magari sollecitati dal Movimento stesso tra persone che non sono mai state attive ma che hanno raggiunto posizioni di rilievo nella “società civile” senza mai schierarsi coi partiti, o meglio di no?

Secondo te, la scelta dei candidati (specie del candidato sindaco, che sarà la voce del Movimento durante la campagna elettorale) è importante oppure più o meno chiunque può andare bene purché rispetti i requisiti? In altre parole, cosa caratterizza secondo te un buon candidato?

In generale, tu personalmente riterresti giusto essere coinvolto almeno sulle grandi scelte (candidato sindaco, temi forti del programma) o vorresti delegare anche queste scelte a chi è più attivo? E in questo caso, che genere di attivismo “conta” per avere diritto a dire la propria? La partecipazione alle attività sul campo, quella alle riunioni organizzative, la diffusione delle idee del Movimento su Facebook o via Internet…?

[tags]movimento 5 stelle, beppe grillo, torino, elezioni comunali, democrazia partecipativa, ognuno vale uno[/tags]

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mercoledì 29 Settembre 2010, 11:30

Noi italiani e gli altri italiani

Ieri mattina, sul mio volo Ryanair per Londra, ho incontrato il mio ex capo dei tempi di Vitaminic, Adriano Marconetto, attualmente amministratore delegato di Electro Power Systems. Sul treno da Stansted a Londra abbiamo chiacchierato – oltre che del suo mestiere, ovvero l’energia – dello stato dell’Italia e del mondo; alle volte eravamo d’accordo e altre no, ma abbiamo concluso che l’Italia ha grandi potenzialità che sono però bloccate dalla mentalità furbetta di una parte del Paese, quella che vive a sbafo grazie alla politica, ai suoi sprechi e ai posti di lavoro farlocchi che essa crea per gli amici, drenando soldi a tutti gli altri.

Alla stazione di Liverpool Street ci salutiamo, e io prendo la metro. Salgo sul treno pieno di inglesi, e dopo pochi metri dalla partenza vedo una signora sui quarant’anni, dall’aria molto latina, precipitarsi verso l’unico posto a sedere rimasto libero nel vagone. Nonostante lo scatto, davanti al sedile c’è un altro signore che si siede prima di lei. La signora sbuffa, poi nota in un angolo, sopra un altro posto a sedere occupato da un ragazzo, un adesivo che dice “Priority seat for elderly and disabled people”.

Allora si avvicina con un altro scatto, apre la borsetta, ed estrae un pezzo di cartone arancione con un grosso disegno di una sedia a rotelle. Lo agita davanti al ragazzo e lo invita ad alzarsi per farla sedere; il ragazzo, contrito, subito si alza e la signora si spaparanza sul posto. Mentre mette via nella borsetta il pezzo di cartone, riesco a vederlo meglio; c’è scritto, in italiano, “PERMESSO DI CIRCOLAZIONE”. Non era la tessera dei disabili di qualche istituzione inglese, bensì il permesso emesso da qualche città italiana per la circolazione delle auto dei disabili nelle zone a traffico limitato, anche se la signora era chiaramente in perfetta salute e camminava senza il minimo problema.

Ora, di gente che parcheggia abusivamente per l’Italia con il contrassegno disabili del nonno che non ha nemmeno più la macchina ne ho vista parecchia, ma che adesso questi abusino pure del suddetto contrassegno per sedersi a sbafo sulla metropolitana di Londra è davvero pazzesco. Se non li prendiamo a calci nel sedere noi altri italiani, che li manteniamo e li subiamo, prima o poi il mondo prenderà a calci nel sedere tutta l’Italia, e a buona ragione.

[tags]londra, stansted, ryanair, vitaminic, marconetto, italia, italiani, disabili, sbafo, parassiti, calci nel sedere[/tags]

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lunedì 27 Settembre 2010, 19:17

Dopo Cesena, il sole

L’evento di Cesena è andato oltre le mie aspettative, lo dico subito: come sapete temevo di finire sotto la pioggia nel pantano a sorbirmi musica poco interessante, e invece… invece sono stati davvero due giorni indimenticabili, baciati dal sole e dall’energia naturale e rinnovabile delle persone. Aveva ragione Beppe: per un Movimento fuori dagli schemi è stato davvero meglio fare una festa così, con una marea di gente contenta solo per essere lì con altra gente che condivide la stessa visione del mondo e la stessa voglia di cambiamento, piuttosto che organizzare una serie di incontri e dibattiti nello stile della politica tradizionale.

Che poi, come saprete, gli incontri li abbiamo organizzati, e sono andati bene, e sono stati interessanti, e però… a un certo punto, di fronte all’ennesima discussione sulla teoria della politica partecipativa, credo di aver visto la luce… e sono tornato sotto il palco ad ascoltare la musica in mezzo a decine di migliaia di persone. Perché sì, le teorie sono importanti, le idee sono importanti, l’organizzazione è importante; ma prima ancora è importante l’empatia, il sentirsi parte del tutto, un pezzo di una armonia. Sì, è importante la politica, entrare nelle istituzioni per cambiarle, ma prima ancora è importante non perdere il contatto tra noi, non isolarci, non venire così presi dalle discussioni politiche da perdere di vista che il cambiamento più importante è quello culturale, è lo stare insieme con un sorriso – un atto assolutamente rivoluzionario, in una società che ci vuole soli e inermi di fronte al controllo e alla schiavitù morbida del consumo.

A Cesena si è ricreata per due giorni quell’atmosfera magica che già ci aveva avvolto verso la fine della campagna per le elezioni regionali; quella in cui tutti condividono l’obiettivo, in cui non esiste io che non sia parte del noi, del grande flusso delle cose. Spero che quella atmosfera possa arrivare un po’ anche qui a Torino, dove il clima, a livello di Movimento cittadino, è alle volte tutt’altro. Spero che, se proveremo a cimentarci con il cambiare la città, lo faremo sul serio: portando migliaia di persone in piazza per un mondo nuovo, invece di chiuderci in una stanza a parlare di politica litigando pure tra di noi; perché davvero ho la sensazione che la politica, senza l’energia del sogno, potrà soltanto farci marcire.

Volevo comunque ringraziare tutti quelli che ho conosciuto o ritrovato e con cui ho scambiato due chiacchiere, e perdonatemi se in certi momenti ero fuso dalla stanchezza, se magari non vi riconosco al volo, se non sento bene cosa dite. Vorrei applaudire vari artisti, alcuni hanno davvero spaccato (cito i Linea 77 e il Teatro degli Orrori, ma ce ne sarebbero tantissimi, e non li ho nemmeno sentiti tutti, anzi non perdonerò la discussione che mi ha fatto perdere l’esibizione di The Niro). Mi piacerebbe montare un filmato del dietro le quinte, per farvi vedere cosa è stato davvero – dall’incontro di wrestling con la bici del consigliere Bono da mettere sulla cappelliera del treno, fino alla cura maniacale della raccolta differenziata (però dalle nostre tende non c’erano i bidoni, maledetti! ho dovuto trasportare tutto per un pezzo).

Intanto, comincio con questo: i primi dieci minuti del concerto “after hours” organizzato dal Movimento 5 Stelle Piemonte (cioè da Paolo Vinci, l’unica persona veramente indispensabile senza cui il Movimento piemontese non sarebbe mai esistito). A forza di portarsi a spalle casse e mixer, Paolo è riuscito a far esibire a Woodstock 5 Stelle nientepopodimeno che Tony Troja (che poi, partecipando alle nostre discussioni e girando per la festa, si è rivelato davvero un grande). E’ stato un momento di felicità condivisa; e in fondo è noto da tempo che solo una risata li potrà seppellire.

[tags]woodstock 5 stelle, w5s, cesena, beppe grillo, movimento 5 stelle, tony troja, linea 77, teatro degli orrori, politica, energia[/tags]

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venerdì 24 Settembre 2010, 16:51

Verso Cesena, in un pomeriggio di pioggia

Domani mattina, allora, si va a Cesena. Si va per divertirsi, si va per stare insieme, si va per parlare (e ricordo qui una lista di incontri dedicati a tutti gli attivisti del Movimento d’Italia, per discutere dal basso i problemi del Movimento). Domani si va, e oggi piove. E’ appena iniziato l’autunno e ci aspetta l’inverno: probabilmente uno degli inverni più difficili della storia d’Italia.

Vorrei dunque sottoscrivere le parole di speranza di Roberto Fico, che sono vere, ma sono soltanto mezza parte della verità. Ha fatto scalpore qualche tempo fa un libro che analizzava la geopolitica delle emozioni, concludendo che il continente della speranza è l’Asia, mentre l’Occidente è pervaso di paura e il mondo islamico di umiliazione e sete di vendetta; e, secondo me, non è che ci volesse uno studio scientifico per saperlo. L’Occidente sta elaborando il lutto per la fine del proprio modello socioeconomico; e in questo forse l’Italia è pure più avanti, e mentre gli americani sono ancora allo stadio della negazione o della rabbia, noi siamo già in piena depressione.

Oddio, anche tra noi ci sono ancora molti che negano; la tristezza di ieri si è estesa vedendo il video di Noemi Letizia un anno dopo, gonfiata come un canotto da un chirurgo estetico di quarta mano, mostruosa a nemmeno vent’anni, a sparare cazzate sulla donna “chic ma casual” e a sognare di “sicuramente diventare una donna in carriera, avere un bel futuro”, senza avere la minima capacità di concepirlo in pratica; a restare aggrappata a un’ombra di futuro da velina che le è già svanita tra le dita.

A Cesena penseremo anche a lei, a tutti gli italiani come lei, che prima o poi scopriranno la verità, quando questo Paese marcio crollerà loro in testa. Ma loro sono il simbolo di quanto le cose siano messe male, di quanto sia difficile la nostra missione.

Ormai sono quasi tre anni che dedico buona parte della mia vita al Movimento, o meglio alla speranza di poter costruire un’Italia migliore. Mi avete preso in mezzo: è stato bello, bellissimo, ma anche devastantemente pesante. Spesso noi, quelli che sono visti un po’ (e immeritatamente) come un riferimento, ci sentiamo deboli, soli. Facciamo tutto il possibile, ma non siamo capaci di fermare la valanga. Chiediamo partecipazione e otteniamo consenso: vi ringraziamo, ma non avete capito la domanda.

Siamo qui, a sparare con una pistola ad acqua contro i carri armati della vecchia modernità, contro la televisione, contro il capitale, contro centocinquant’anni di ideologie. Ci chiediamo chi ce l’ha fatto fare, per poi risponderci che qualcuno lo dovrà pur fare, e stringere i denti. Siamo assediati anche in casa nostra, attorno a noi ci sono legioni di invecisti (come da geniale definizione di Beppe), di persone che si lamentano perché non hai ancora risolto il loro problema personale su cui peraltro non hanno mai mosso un dito; di complottisti, quelli che siccome non parli di signoraggio sei al soldo della CIA; di generali senza esercito, quelli che il Movimento non va bene per questo e quest’altro motivo e allora bisogna fondare un altro movimentino con le stesse idee ma con loro a capo; di pavidi, quelli che ti aiutano ma solo a metà perché sono d’accordo con te però, nel dubbio, è meglio non esporsi troppo; e di Savonarola a comando, quelli che sono in grado di attaccarti un pippone infinito contro il “leaderismo” di Bono & Bertola & chiunque si sia sbattuto in passato, per poi organizzarsi con gli amici e candidarsi a leader.

Se siete tra questi, non vi offendete; siamo sicuramente noialtri che non siamo degni (o meglio: io non sono degno, tutte queste persone che pensano di essere gli statisti del futuro lo saranno senz’altro, non mi permetto di giudicare). In fondo, io mi ero soltanto rotto le scatole di prendere la mia bici, imboccare la pista ciclabile di corso Vittorio e schiantarmi contro l’edicola o i SUV parcheggiati in divieto; ho provato a fare qualcosa, ma ogni passo avanti è una fatica, perché attorno a me è pieno di gente che magari non è nemmeno in cattiva fede, però è distintamente italiana. Tutto lì.

Vi ringrazio dunque per il giro di questi anni, e impacchetto le mie cose verso Cesena. Sono curioso di capire dove andrà questo Movimento da grande; spero di tornare con risposte positive, e in una giornata di sole.

[tags]movimento 5 stelle, beppe grillo, italia, noemi letizia, woodstock 5 stelle, cesena[/tags]

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giovedì 23 Settembre 2010, 16:58

I nuovi mostri

Mi ha fatto molta tristezza, una tristezza infinita, leggere l’articoletto che Però Torino dedica alle abitudini culinarie dei nostri due consiglieri regionali, Bono e Biolé.

L’articolo – che prende per il culo i due in quanto avrebbero rifiutato le “veterofasciste” ricette della mensa della Regione, pretendendo e ottenendo l’inserimento nel menu della pasta integrale – è, ovviamente, una montatura: tale richiesta non è mai stata fatta. La richiesta è stata quella di poter avere l’acqua del rubinetto in caraffa invece che quella in bottiglia di plastica, e in generale di evitare l’utilizzo di contenitori usa e getta: calcolando che gli utenti della mensa sono alcune centinaia al giorno, l’impatto ambientale di una azione piccola ma semplice come questa è comunque non trascurabile, né si capisce perché le istituzioni si debbano riempire la bocca di inviti alla “sostenibilità ambientale” senza mai praticarla per prime.

Le voci dicono che la mensa abbia accettato di servire l’acqua in caraffa gratuitamente solo per loro, dato che dire di no a un consigliere regionale (persino se di opposizione all’opposizione) non rientra nelle abitudini di un dipendente pubblico, e che questo abbia provocato mugugni in tutti gli altri dipendenti, costretti invece a pagare le bottigliette; al che si sarebbe giustificata la cosa dicendo che “sono vegani”. Cosa c’entri l’essere vegani con la bottiglietta non si sa, e anzi fa un po’ specie l’ignoranza totale che sottende alla cosa; ma fa capire bene come in questi ambienti siano loro, i grillini, ad essere visti come i nuovi mostri – vegani perché, chissà, verranno da Vega.

Bestie strane, che praticano riti incomprensibili, azioni inspiegabili (solo perché non ci si preoccupa di cercarne una spiegazione sensata), e che non si confondono con la folla: questo è appunto il ritratto che ne fa il giornalista di Però. E dunque il problema non è l’ironia, che spesso pratichiamo da soli abbondantemente; è la tristezza di una informazione che non si preoccupa di chiamare e chiedere, di capire il problema di cui dovrebbe parlare, ma è soltanto diretta a prendere in giro i “mostri” in quanto tali, in quanto diversi dagli altri.

Fa specie che questo avvenga nell’Italia di oggi. I mostri, i diversi, non sono gli imprenditori che licenziano, i mafiosi che ammazzano, i difensori della famiglia con tre amanti e così via. I mostri non sono un Presidente del Consiglio e un Presidente della Camera che litigano come due ex coniugi isterici e che usano qualsiasi tipo di istituzione, dal Parlamento ai servizi segreti, come un oggetto contundente da tirarsi addosso nella rissa; i mostri sono gli altri, quelli che non si comportano così.

Rischiamo ancora che, la prossima settimana, il governo Berlusconi cada non per la furia indignata degli italiani, in gran parte impegnati a prendere per il culo i diversi e prendersela nel culo da chi comanda, ma per le manovre di palazzo di gente come il leggendario Deodato Scanderebech: eletto all’opposizione nell’UDC, entrato alla Camera a inizio agosto in subentro a Vietti si è direttamente iscritto al gruppo del PDL, battendo ogni record di incoerenza; dopodiché, dopo meno di due mesi, oggi ha annunciato il suo ritorno all’UDC, abbandonando la nave di Berlusconi forse diretta verso gli scogli e sottraendo uno al famoso conto dei 316. Come diceva solo sei mesi fa nello spettacolare inno del suo partito-persona Al centro con Scanderebech, che riportiamo più sotto, “i valori lo sai non sono in vendita, servono fatti e pura lealtà”.

Io credo che le cose da sbeffeggiare sarebbero queste; e allora viene sempre tristezza, quando ci si rende conto di come moltissimi italiani siano perfettamente abituati all’Italia in cui vivono, e trovino risibile l’idea di concepirne una diversa.

[tags]politica, regione piemonte, però torino, informazione, bono, biolè, berlusconi, scanderebech, movimento 5 stelle, pdl, udc[/tags]

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mercoledì 22 Settembre 2010, 17:28

Un disastro chiamato Caselle

Da un po’ di tempo mi capitava di prendere l’aereo da Malpensa, per un motivo o per l’altro. Per quest’ultimo viaggio ho invece insistito per viaggiare da Caselle; bene, è successa una tale serie di cose che me ne sono dovuto pentire. L’aeroporto dovrebbe essere una risorsa per la città, e invece pare essere soprattutto una palla al piede…

All’andata, ho provato ad andare a Caselle con i mezzi pubblici (in tutto il mondo si va all’aeroporto coi mezzi pubblici; il collegamento aeroportuale è in genere la prima preoccupazione dell’azienda di trasporti). La situazione di Caselle è notoriamente infelice: si può scegliere tra un treno-lumaca ogni mezz’ora e non collegato con niente – per cui ora hanno aggiunto una navetta di collegamento tra Porta Susa e Torino Dora, ma a forza di salire e scendere i tempi sono lunghissimi – e un bus carissimo (6,50 euro), ancora meno frequente del treno e nemmeno diretto, che attraversa i paesi raccogliendo casalinghe e studenti.

Io sono fortunato, perché da casa mia col 2 posso arrivare direttamente alla stazione Madonna di Campagna, da cui passa il treno. Esiste un biglietto integrato da 3,80 euro, nel quale è compresa anche la tratta in bus; peccato che sia venduto soltanto all’aeroporto, nelle stazioni della Torino-Ceres e in un paio di uffici GTT in centro. In pratica, sono stato costretto a pagare un euro extra per il biglietto del 2, e poi a comprare il biglietto a Madonna di Campagna.

In tale stazione, peraltro, vi è una piccola biglietteria messa dalla parte opposta rispetto all’ingresso di chi arriva fin lì col pullman, presidiata da una signora che, quando sono arrivato, stava tranquillamente leggendosi le sue carte seduta a un tavolo – nonostante il treno fosse proprio in arrivo. Ovviamente l’operazione è stata svolta con tutta calma e ovviamente ho perso il treno; per fortuna ero molto in anticipo e ho potuto prendere il successivo, e con me altre 4-5 persone che hanno perso il treno per lo stesso motivo.

Mi era già successo una volta anni fa: arrivando, la biglietteria era deserta, e solo dopo che il treno era passato lasciandomi lì la bigliettaia si era palesata: era al bar. Inutile dire che, in una stazione in cui passa un treno ogni mezz’ora e dunque la biglietteria serve per cinque minuti ogni trenta, uno potrebbe anche andare al bar in un altro momento; per non parlare del fatto che, in una linea così lenta, la bigliettaia potrebbe anche avvertire il treno fermo al piano di sotto che ci sono ancora persone in coda che devono prenderlo. Comunque, non ci sarebbe stato problema se, semplicemente, io avessi potuto comprare il biglietto del treno in anticipo da qualche parte.

Arrivati all’aeroporto, altra scenetta non da poco. Ai controlli di sicurezza metto la mia roba sul nastro, passo una volta, suona. Mi tolgo la cintura, ripasso, suona di nuovo. Non ho più niente di metallico addosso, pazienza, sarà regolato sul minimo: l’addetto allora prende e… mi aspetto che, come in tutti gli aeroporti del mondo, mi perquisisca con il metal detector portatile; invece no, comincia a palparmi direttamente con le mani, perché evidentemente non è dotato della macchinetta. Dietro di me un gruppo di fiamminghi anche loro diretti a Bruxelles, stessa scena; in più, l’addetto non parla mezza parola di inglese. Alla fine, sbuffando, questi gli dicono “airport language is English, not Italian”. Ma l’addetto non ha capito nemmeno quello.

Tralasciamo la successiva scoperta per cui la lounge per i clienti di Brussels Airlines si trova prima dei controlli di sicurezza e non vicino ai gate (anche questo non è esattamente uno standard internazionale) e veniamo al ritorno: atterro domenica sera alle 20. L’aereo non viene attaccato ai “finger” del terminale (costeranno troppo?) ma viene parcheggiato sul piazzale: lo sbarco avverrà col bus. Peccato che il bus non ci sia: per qualche minuto, con tutti i passeggeri già in piedi e pronti a scendere, il comandante è costretto a ripetere che “we are waiting for the bus to arrive”.

Alla fine il bus (marcato Aviapartner) arriva, ma sull’aereo c’è una persona che cammina con difficoltà e ha bisogno di assistenza; l’assistenza non c’è. La signora scende a fatica dalla scala appoggiandosi su un bastone con l’aiuto di un altro passeggero e si pigia col bus in mezzo agli altri. Arrivati nel terminal, mentre attendiamo i bagagli, arriva un ragazzo di corsa: comincia a dire all’anziana signora che “c’è stato un casino” (testuale) e, con molta gentilezza ma un linguaggio non proprio formale, racconta che loro sono arrivati ancora dopo e che non hanno trovato più nessuno, perché lo sbarco era già avvenuto.

Nel frattempo attendiamo i bagagli, chi con il treno da prendere, chi con amici e parenti fuori ad aspettare. Aspettiamo, riaspettiamo, aspettiamo ancora… alla fine l’attesa da quando siamo arrivati davanti al nastro a quando esso ha cominciato a girare è stata di 19 (diciannove) minuti. Nel gruppo c’erano due signore africane che commentavano che il loro aeroporto di provenienza nell’Africa nera era stato molto più efficiente. Non so se questi siano i colleghi dei famosi lavoratori cassintegrati della vertenza in atto, ma se lavorano così, è facile prevedere ulteriori licenziamenti.

Prendo il bagaglio, esco, mia mamma è venuta a prendermi, arriviamo all’auto parcheggiata nella zona “i primi 30 minuti sono gratis ma poi ti saccagniamo”, istituita dopo anni di proteste popolari perché la cifra richiesta a chi parcheggiava per aspettare e prendere qualcuno arrivava anche a 6-7 euro. Mi viene il dubbio che l’attesa dei bagagli sia concepita per farti superare i 30 minuti di sosta e saccagnarti. Comunque, non solo l’area è piena, ma di fronte alla sbarra di ingresso c’è una lunga coda di auto ferme in attesa che si liberi un posto, in modo da poter entrare. La coda intasa il passaggio; d’altra parte non ci sono alternative, e l’area è ridicolmente piccola (saranno una trentina di posti in tutto). Dietro di essa c’è un’altra area parcheggio, credo per dipendenti, praticamente vuota. Dall’altro lato, nel multipiano, c’è una nuova area parcheggio riservata ai possessori di una misteriosa tessera – completamente vuota pure quella. Ma la strada è intasata di gente che non trova parcheggio. Geniale.

Sarebbe bello poter dire “cambiate quel dirigente, cambiate quel fornitore e tutto si risolverà”. Qui il problema è alla radice: è un intero sistema cittadino, dal Comune a GTT, da Sagat alle aziende private, che funziona al peggio; che con l’obiettivo di fare soldi a breve distrugge le prospettive future e spinge i torinesi a usare gli aeroporti di Milano – o anche, specie per le aziende, a trasferircisi direttamente. Certo che la situazione di Caselle è davvero disperante.

[tags]torino, aeroporto, caselle, gtt, sagat, aviapartner, sicurezza, bagagli, parcheggio[/tags]

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martedì 21 Settembre 2010, 16:21

Brutti e cattivi

Nonostante le due vittorie consecutive, la contestazione a Urbano Cairo non si placa e anzi aumenta. Allo stadio sono sempre di più i tifosi che espongono sciarpe e bandiere color nero-oro, in ricordo dei primissimi colori sociali del Toro, come segno di attaccamento alle radici e disconoscimento dell’attuale gestione della società, e come invito a Cairo ad andarsene. E poi, dopo che qualche settimana fa un atto simile era avvenuto davanti alla sede sociale di via Arcivescovado, nella notte di domenica ignoti hanno imbrattato il portone e fatto esplodere un petardo davanti alla sede della Cairo Communications di corso Magenta 55 a Milano.

Vi è, in un certo senso, una coincidenza e insieme una concorrenza di azione tra due gruppi diversi: gli ultras con i petardi, i tifosi organizzati con i colori allo stadio. Non si sa dunque se l’atto di domenica sia stato un complemento o piuttosto una risposta alla crescente riuscita della protesta nero-oro, che viene da quei forum verso cui gli ultrà hanno sempre avuto un rapporto di scarsa fiducia, perché visti come ricettacolo di “leoni da tastiera” e di moralisti da strapazzo.

Anche ieri, comunque, i moralisti si sono fatti vivi, specialmente sul forum più favorevole a Cairo (per qualche forma di autoselezione, i forum si sono col tempo divisi; a grandi linee, su Forzatoro i tifosi più indipendenti e critici, su Toronews i residui adoratori di Urbano). E anche ieri sono partiti i pipponi, le dissociazioni, le critiche. Bisogna dire che sono partiti da una minoranza – anzi c’erano tanti tifosi che si lamentavano “tutto qui?” – ma sono partiti.

So che tirare un paragone tra questa vicenda e le contestazioni a Schifani non piacerà a molti: perché sono molti che criticano quelli che “scendono in piazza solo per una squadra di calcio” (ma ognuno sarà libero di scegliersi le proprie cause?). In realtà, la contestazione a Cairo è anche, esplicitamente, una contestazione al sistema (indipendente dai risultati calcistici, come dimostra la scelta dei tempi).

Cairo è il tipico presidente da pay-tv; un fenomeno mediatico basato sulle promesse mai mantenute e sulla manipolazione attenta della comunicazione. Cairo è il calcio moderno, quello in cui i conti sono finanziari prima che sportivi, quello in cui i campionati sono asserviti alle televisioni, dominati dalle stesse tre squadre e completati sempre più spesso da squadre-carneadi di ultraprovincia, inconsistenti e prive di tifosi, che hanno il solo merito di avere un patron dalle tasche profonde e con un paio d’anni di consenso pubblico da comprarsi. E’ il calcio sfibrato e virtualizzato da anni di politiche apparentemente assurde e invece mirate proprio a questo.

Capirete che sentire dunque parlare in questo caso degli ultrà “violenti, brutti e cattivi” lascia perplessi… intanto perché violenza non è stata, dato che al massimo si è scheggiato un portone. E poi, perché sembra che l’unico ruolo concesso al cittadino italiano pare essere quello di chinarsi e subire all’infinito, senza mai alzare la voce, limitandosi al massimo a qualche sfilata di piazza subito e completamente ignorata. E’ un messaggio che i tromboni di regime ripetono all’infinito e non per caso, ed è triste vedere quanti gli vadano dietro, confondendo la non-violenza con la mancanza di dignità e di coraggio nell’affermare le proprie idee, anche a costo di pagarne conseguenze economiche, legali e sociali in termini di ritorsioni (che da noi non mancano mai).

Che ciò avvenga per il calcio può far deprimere, e anche giustamente, chi si sbatte spesso da solo per cause più meritorie; ma preferisco comunque chi va a lasciare la sua scritta sul portone, anche per il pallone, a chi non solo subisce, ma critica pure chi ha il coraggio di contestare.

[tags]toro, ultras, cairo, contestazioni, proteste, moralismo[/tags]

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lunedì 20 Settembre 2010, 22:27

Spinoffiamo la città

Ha fatto rumore in tutto il mondo, nei giorni scorsi, la decisione degli azionisti della Fiat di separare le attività automobilistiche da tutto il resto. I giornali, obbedienti, hanno presentato l’operazione come un grande successo manageriale; tempistiche perfette, esecuzione precisa, evviva Marchionne. “Più libertà”, parola magica, da cui dovrebbe derivare uno sviluppo migliore di entrambe le attività. Ma sarà vero?

Uno spinoff, come l’hanno chiamato i media, avviene di solito quando una azienda prende un pezzo delle proprie attività e le trasforma in una nuova azienda, che però resta controllata almeno in parte dalla prima. Quel che è avvenuto in Fiat invece è più insolito, e, più precisamente, si chiamerebbe spinout: l’azienda è stata spezzata in due, e (semplificando per farvi capire) chi prima aveva in mano due azioni Fiat ora si ritroverà in mano una azione di Fiat Auto e una azione di Fiat Industrial, che saranno dunque due aziende completamente separate e indipendenti; solo per caso e solo all’inizio avranno gli stessi padroni, che poi via via si diversificheranno.

Esistono dei precedenti? Ma certo che sì: uno dei più famosi è quello del gigante del tabacco e dell’alimentare Philip Morris, che all’inizio del nuovo millennio era un conglomerato con dentro non solo il business del tabacco (Marlboro, Benson & Hedges e così via) ma anche quello del cibo (Kraft, Nabisco). Tramite una serie di spinout, gli azionisti si sono alla fine trovati a possedere azioni di tre aziende diverse: Kraft per la parte alimentare, Philip Morris International per il tabacco fuori dagli Stati Uniti e Altria Group (classico nome da conglomerato anonimo) per il tabacco negli Stati Uniti e poco altro.

Qual è il senso di una mossa di questo genere? Lo trovate descritto in questo articolo finanziario; in pratica, è una mossa che si fa quando una grossa parte del tuo business è considerata “tossica”, ovvero pericolosa e potenzialmente disastrosa, dagli investitori. In questo caso, l’elemento tossico è il tabacco, anche in senso finanziario: i continui maxi-risarcimenti decisi dai tribunali e le crescenti restrizioni al consumo fanno pensare che, nel lungo termine, quello del tabacco sia un business morente. Il valore di Borsa del conglomerato era basso perché tutti avevano paura di comprare le azioni del tabacco, anche se in realtà dentro c’era una gigantesca e preziosa industria alimentare come la Kraft.

A questo punto, spezzando completamente le aziende, si è permesso a ogni azionista e investitore di fare le proprie scelte; chi non voleva più investire nel tabacco ha potuto vendere le azioni di Philip Morris / Altria e tenersi quelle di Kraft, azioni che non avendo più nulla a che fare con i rischi del tabacco hanno potuto salire di valore. Anche l’ulteriore suddivisione tra tabacco americano e tabacco “internazionale” ha lo scopo di isolare i rischi: se negli Stati Uniti i tribunali tengono sotto scacco la Philip Morris, in molte nazioni più piccole è la Philip Morris a tenere sotto scacco i tribunali e le istituzioni.

Capite quindi subito cosa voglia dire, sotto questa luce, lo spinout di Fiat Auto dal gruppo. Vuol dire che per l’auto è il bacio della morte; adesso, avendola separata da tutto il resto, può andare verso il proprio destino senza che ciò vada più a toccare il ben più lucrativo business dei veicoli industriali e del movimento terra e di quant’altro Marchionne vorrà mettere in piedi. E’ segno che Marchionne pensa che l’auto farà la fine del tabacco: un business progressivamente eroso in quanto sempre più maturo, sempre meno redditizio e sempre più soggetto a restrizioni legali (in questo caso, contro i danni da traffico privato). Il messaggio insomma è chiaro: nonostante tutte le rassicurazioni, Fiat si è messa nelle condizioni tecniche e operative di potersi liberare definitivamente del settore auto in qualsiasi momento.

In quest’ottica, le prospettive sono particolarmente nere per gli operai di Torino e degli altri stabilimenti italiani. Infatti, fin che la testa delle nostre fabbriche di auto stava in città, si poteva sperare in un po’ di buon cuore, un po’ di voglia di puntare su Mirafiori, un po’ di orgoglio italiano. Una Fiat Auto separata dal resto, invece, se la crisi perdura non potrà che fare la fine di tutte le altre piccole industrie automobilistiche sparite in questi anni; gli investitori poco fiduciosi scapperanno appena possibile, erodendo il valore dei titoli, fino a che l’azienda, non più in condizioni di tirare avanti da sola, sarà venduta a qualche grande gruppo straniero (oggi c’era già chi parlava di Volkswagen). In quest’ottica, nessuno avrà più alcun riguardo per le fabbriche torinesi (ammesso che qualcuno l’abbia mai veramente avuto, s’intende).

D’altra parte, è interessante scoprire che anche Philip Morris International si è trovata davanti a un problema del genere; e, per mantenere la redditività della propria produzione europea al riparo da alti costi e troppi impicci legali, ha passato gli ultimi anni a investire per sviluppare impianti in un posto a caso: in Serbia. Un paese perfetto: fuori dall’Unione Europea ma circondato da essa, con costi pari a un terzo di quelli italiani, sufficientemente piccolo da far sì che uno straniero che investe centinaia di milioni di euro possa fare più o meno ciò che vuole, e casualmente fiaccato dieci anni fa da tante belle bombe NATO, in quella logica di distruzione e ricostruzione di cui parlava Grillo l’altro giorno.

A questo punto l’idea che la Fiat si sia ispirata direttamente alle strategie di Philip Morris è piuttosto plausibile; ma se ancora non ci credete, basta prendere l’elenco dei consiglieri di amministrazione della Philip Morris, scorrere fino alla lettera M e… scoprire che c’è anche un certo Sergio Marchionne.

Dal suo punto di vista, Marchionne fa bene ad essere euforico; ha preso un bollito italiano come era la Fiat nel 2004, l’ha riportato a livelli di decenza, l’ha impacchettato insieme a un bollito americano come è la Chrysler oggi, e ora è pronto a vendere il pacchetto bello infiocchettato. I suoi azionisti internazionali, i suoi banchieri di New York e di Londra, saranno contenti; faranno probabilmente ancora dei soldi con un business che rischiava di esplodergli in mano. Chiaramente, Marchionne lavora per loro, non per noi.

Ma se Marchionne lavora per loro, chi lavora per noi? La città dipende tuttora da Fiat Auto per la sua sopravvivenza economica: chi si è preoccupato di che fine farà?

[tags]economia, fiat, marchionne, auto, philip morris, strategie, spinoff, serbia[/tags]

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