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giovedì 26 Agosto 2010, 13:14

Come rispondere a chi licenzia un Paese

Mi hanno raccontato la situazione di una persona assunta da sette anni a tempo indeterminato in una multinazionale dell’ICT, una delle poche che hanno ancora una sede qui a Torino. A lei e ai suoi colleghi, l’azienda sta offrendo una buonuscita pari a 44 mensilità del loro stipendio, purché si licenzino. Avete capito bene: sono quasi quattro anni di stipendio. Ma cosa significa il fatto che una azienda sia disposta a pagare quattro anni di lavoro di una persona – dopo averla assunta, formata e specializzata per anni – senza nemmeno usufruirne?

Vuol dire che quell’azienda pensa che non solo non c’è lavoro ora, ma non ci sarà nemmeno tra quattro anni; altrimenti converrebbe comunque mantenere il dipendente in organico a guardare il soffitto, per poi ricominciare a farlo lavorare alla ripresa tra due o tre anni. Vuol dire che quell’azienda pensa che da Torino, dall’Italia è meglio scappare a gambe levate, che la nostra economia continuerà a peggiorare anche nel medio termine, che qualsiasi costo da pagare per poter licenziare i lavoratori e chiudere non è troppo grande rispetto al passivo che accumulerebbe rimanendo qui; che la scelta strategica è licenziare l’Italia.

Non è certo l’unico caso: la Fiat, dopo averci ammannito per anni spot strappalacrime sulla “azienda di tutti gli italiani”, aver incassato lustri di cassa integrazione e di incentivi alla rottamazione, ed essersi vantata di essere l’unica azienda a credere nell’Italia, ha annunciato di voler spostare le future produzioni di Mirafiori in Serbia, dove un operaio guadagna 400 euro al mese. Di fatto, è l’annuncio della futura chiusura di Mirafiori, la fabbrica simbolo dell’Italia. Quale è stata la reazione della politica? Nessuna. Qualcuno, al massimo, ha detto “no, dai, cattivelli, così non si fa, parliamone”. Per tutta risposta la Fiat ha cominciato a licenziare i sindacalisti di Melfi e a rifiutarsi di obbedire alla legge. Stiamo ancora aspettando una qualche reazione dello Stato italiano.

Governanti con un minimo di orgoglio, all’annuncio della Fiat, avrebbero risposto così: “Ah sì, vai in Serbia? Bene, sappi che sulle auto prodotte là ti metterò dei dazi di importazione talmente alti che alla fine in Italia, il tuo principale mercato, non ne venderai più una”. Ma l’argomento “dazi” è tabù: per trent’anni ci hanno inculcato il concetto che la concorrenza globale è sempre e comunque un bene e ci hanno fatto entrare in istituzioni internazionali controllate dalla finanza internazionale, dall’Unione Europea al WTO, dove ci siamo legati le mani e tagliati le palle da soli.

Io ho girato il mondo per conferenze e mi sento europeo e cittadino globale almeno quanto mi sento italiano e piemontese; penso che la globalizzazione non abbia solo aspetti negativi ma anche molti vantaggi, primo tra tutti la speranza di un mondo finalmente unito e pacifico. Non voglio certo tornare all’epoca in cui eravamo divisi in tanti staterelli che si facevano la guerra ogni trent’anni, e nemmeno mi attira la miseria pianificata dallo Stato in stile Nord Corea. Ma non possiamo neanche accettare di rimanere tutti in mezzo a una strada, o di vedere l’Italia divisa tra una cricca di arricchiti (spesso disonestamente) e una ex classe media ridotta in povertà, che si contende briciole di benessere in una continua lotta al ribasso. Non ce l’ha ordinato il medico di far parte del WTO o di accettare passivamente la competizione al ribasso e la delocalizzazione delle nostre produzioni, una operazione in cui la quasi totalità del guadagno viene intascata non dagli operai dei paesi in via di sviluppo, ma da un singolo imprenditore di casa nostra, praticamente senza ricadute sociali né qui né là.

L’obiettivo sociale primario di un’azienda, il motivo per cui scegliamo di organizzare le attività umane in questa forma, è creare lavoro e benessere per tutti, promuovendo il progresso e la sopravvivenza dignitosa dell’intera società. L’arricchimento di chi la possiede e di chi la gestisce è un effetto collaterale, anche giusto quando premia l’innovazione e l’intraprendenza, ma che non può venire prima dell’obiettivo primario; e non esiste, non è un diritto di nessuno, la libertà di arricchire se stessi impoverendo i propri concittadini.

Dunque ci sono nuovi modelli economici da trovare, nuove regole, nuovi principi che vedano l’azienda privata e il mercato come uno strumento da usare quando funziona e da rigettare quando non funziona, e non come un fine in se stesso. Discutiamone, studiamo le cose, facciamo esperimenti, magari anche errori: sarà sempre meglio che star qui ad aspettare passivamente il momento in cui milioni di italiani, per sopravvivere, dovranno assaltare i supermercati – o le ville dei Marchionne.

[tags]lavoro, economia, fiat, mirafiori, marchionne, melfi, torino, sindacato, licenziamenti[/tags]

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mercoledì 25 Agosto 2010, 23:40

Un giro sul Web 0.1

Stamattina, in contemporanea, ho avuto l’ok alla copertura delle spese per la partecipazione a due prossime conferenze riguardanti il futuro di Internet: l’Internet Governance Forum 2010 a Vilnius a metà settembre, e l’INET 2010 a Londra a fine settembre.

E così, dalla montagna, ho dovuto mettermi a prenotare – urgentemente, visto che manca pochissimo tempo e le tariffe sono già alle stelle – quattro voli e due alberghi. In particolare, il viaggio di Vilnius era un po’ complicato da organizzare, dato che la conferenza attira centinaia di persone in una città non particolarmente al centro del mondo, e dunque moltissimi voli in quei giorni sono già pieni; ho dovuto vagliare parecchie opzioni, da Torino e da Milano, partendo un giorno prima o uno dopo, ritornando prima o dopo il weekend, e così via.

Bene, ormai sono piuttosto abituato a questo genere di cose (ogni tanto penso che dovrei fare l’agente di viaggi…), ma non mi era mai capitato di doverlo fare con una connessione lentissima, via cellulare. Ormai tutti i siti di viaggi sono super-interattivi, basati su AJAX, riaggiornati in tempo reale, pieni di opzioni; in pratica, con una connessione lenta e ballerina sono inutilizzabili. Sidestep manco si apre; le cinque o sei finestre in cui Tripadvisor verifica le offerte di prezzo sugli alberghi non si caricano; persino il sito Lufthansa ti lascia lì appeso all’infinito.

Alla fine, dopo aver inutilmente perso mezza giornata, ho fatto così: ho preso la macchina e sono andato fino in paese a Brusson, alla locale biblioteca, dove è possibile usare gratuitamente un PC con Internet per mezz’ora. In quei trenta minuti ho fatto tutte le mie valutazioni e le successive prenotazioni, senza problemi; ma mi son chiesto se tutti questi guru dell’usabilità, portabilità, multicanalità, Internet ubiqua e duepuntozero abbiano mai provato a usare i loro siti con una strumentazione diversa dal loro Macbook ultimo modello collegato ad una ADSL da venti megabit al secondo.

[tags]web, internet, usabilità, connessione, mobile, turismo, prenotazioni[/tags]

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martedì 24 Agosto 2010, 10:15

Tra sogno e realtà

Fa piacere leggere che ieri mattina il presidente della Regione Cota, tornato dalle ferie, si è subito occupato di un problema urgentissimo: visitare la Reggia di Venaria (anche se naturalmente lui precisa che “la conoscevo già”, un po’ come conosceva il monte simbolo del Piemonte, il Cervino) per capire se potrebbe ospitare il G8. Certo, non c’è alcun G8 in vista; il prossimo ci toccherà nel 2017, ammesso che nel 2017 esista ancora l’Italia e che sia ancora tra le otto nazioni più importanti del pianeta, e ammesso che, come tutti danno per scontato a brevissimo, il G8 non venga sostituito dal G20 o comunque da una entità allargata anche alle nuove potenze del pianeta.

Ma Cota, nel dubbio, si porta avanti; e conclude che la carta vincente è la sinergia tra Reggia di Venaria e Parco della Mandria, con la possibilità di ricevere gli ospiti in “un meraviglioso parco che oltre ad avere risorse naturalistiche eccezionali ha anche possibilità di ospitare turisti negli edifici già ristrutturati ad albergo o che lo saranno”.

Allora, glielo dice qualcuno a Cota che soltanto ieri hanno annunciato la chiusura del 90% del parco perché gli alberi secolari non stanno più in piedi e cascano in testa alla gente, e nessuno sa come affrontare il problema?

L’uscita di Cota è chiaramente un espediente per occupare ancora una volta i giornali estivi, e magari, come si legge al fondo dell’articolo, per fare pressione per un riassetto amministrativo dei due enti che premi qualche suo uomo. Ma in fondo è significativa: di una classe politica che vive di sogni o che pensa di mantenere il consenso facendoci vivere di sogni, mentre tutto attorno crollano anche gli alberi che erano in piedi da duecentocinquant’anni.

[tags]torino, piemonte, cota, venaria, reggia, mandria, parchi, g8, politica[/tags]

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lunedì 23 Agosto 2010, 16:24

Il calcio che dice basta

Stasera inizia per il Toro l’ennesima stagione in Serie B, dopo il disastro di quella scorsa, che ha visto il secondo peggior piazzamento di sempre nella storia centenaria del Torino.

Ovviamente io ci sarò, e ovviamente senza abbonamento; con un biglietto comprato l’altro giorno in Val d’Aosta, nell’unico punto vendita di tutta la regione, con due euro di diritto di prevendita da aggiungere ai dieci del biglietto.

Spero che non vi stiate chiedendo perché, dopo molti anni, non ho rinnovato l’abbonamento: dovreste già saperlo. I telegiornali sono pieni dei comunicati trionfali di Maroni sulla nuova “tessera del tifoso”, di cui questo blog ha già parlato sin dallo scorso autunno. Maroni vaneggia di miglior sicurezza e stadi per le famiglie, quando la realtà è che la gestione della sicurezza nel calcio italiano è sempre più approssimativa e improvvisata, e crea più pericoli di quanti ne risolva; vedi i racconti dell’anno scorso qui, qui e qui.

Per andare allo stadio non basta più farsi schedare in tutti i modi (i biglietti sono già nominativi da anni, non è certo la tessera che ci rende più identificabili, e se volevano rifiutarsi di vendere il biglietto ai diffidati potevano farlo già prima), né è sufficiente dover cercare il biglietto come in una caccia al tesoro e sottoporsi a perquisizioni e code sotto il sole; ora bisogna anche, almeno per l’abbonamento e per i biglietti del settore ospiti, sottoscrivere una fidelity card, che per la maggior parte delle società è anche una carta di credito revolving (anche se Cairo, con la sua Cuore Granata, almeno questa ce l’ha risparmiata… per ora), con la quale naturalmente verremo riempiti di monnezza pubblicitaria e spremuti ulteriormente.

Prego ammirare la grande trovata “a vantaggio della sicurezza”: se io non faccio la tessera, posso benissimo andare allo stadio; solo, devo comprare ogni volta il biglietto, pagando dunque nel complesso una cifra superiore. Non solo; se io non faccio la tessera, posso benissimo andare in trasferta; ma non nel settore ospiti. In pratica, grazie a questo provvedimento, da domani vi troverete gli ultrà più accaniti della squadra ospite non nel settore ospiti, dove potrebbero venire separati e controllati, ma in mezzo a voi negli altri settori dello stadio. Geniale vero?

Insomma, la tessera del tifoso è una presa in giro; a me e a tanti altri non sarebbe costato poi molto farla, ma abbiamo deciso di dire di no. Pagheremo il biglietto ogni volta, spenderemo di più, non importa: è un sacrificio concreto per dare un segnale, per indicare il dissenso non certo degli ultrà e dei violenti, ma di tantissime persone perbene che hanno lo stadio come hobby e che sono stufe di venire vessate e criminalizzate.

Dall’estero piovono critiche, ad esempio quelle di Platini; gli abbonamenti sono calati mediamente del 20% rispetto allo scorso anno, nonostante varie curve si siano fatte “comprare” dalle società (per le tifoserie più grandi, fare l’ultrà, controllando la vendita di gadget e magliette, è un mestiere ben retribuito). Maroni sbraita, la tensione è altissima. Speriamo che ritorni in tutti un po’ di buon senso; anche se l’impressione è che pure su questo, come su tante altre cose, la politica sia interessata più agli slogan populisti e alle dimostrazioni di “celodurismo” che a risolvere i problemi.

Nel frattempo, è bene ricordare che da noi è in corso anche una contestazione a Cairo, in modo pacifico e originale: esporremo allo stadio, oltre al granata, anche i colori giallo e nero, i primi adottati dal Toro alla sua fondazione. Per chi ancora non sa cosa viene imputato a Cairo, c’è qui sotto un bel video: guardatelo e leggetelo con calma. Non si tratta certo di lamentarsi per non aver comprato questo o quel giocatore, ma per la gestione approssimativa e minimale della società.

[tags]calcio, serie b, toro, tessera del tifoso, ultras, maroni, viminale, cairo, contestazione[/tags]

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sabato 21 Agosto 2010, 14:32

Un po’ di magia

A ognuno di noi capita ogni tanto un momento magico, e capita sempre quando non te lo aspetti. Io e Elena, per esempio, ieri siamo andati alla Sagra del Cinghiale di Pontey: sia i cavatelli al ragù di cinghiale che il cinghiale al civet con funghi e polenta erano davvero ottimi e abbondanti, e per 18 euro a testa (comprese anche bevande e mezzo dolce) valeva senz’altro la pena; inoltre, forse per il brutto tempo, forse per la data più avanzata dello scorso anno, arrivando alle 18:35 ce la siamo cavata con soli quaranta minuti di coda – rispetto all’abituale ora e mezza è stato un bel passo avanti.

Comunque, non era questo il momento magico di cui volevo parlarvi; è che grazie a questa combinazione di eventi siamo usciti dalla sagra molto prima del solito, verso le otto, quando non era ancora sceso il buio. Abbiamo risalito i tornanti del monte sopra Saint-Vincent, per tornare a casa, proprio mentre la luce si faceva sempre più debole e sempre più rossa; nel frattempo avevo acceso Radio Due e ci è capitato un insospettabile programma di bella musica, che dopo Somebody To Love dei Queen ha mandato addirittura No Quarter dei Led Zeppelin, la quale, ascoltata in un bosco al tramonto, assume una pregnanza direttamente derivante dalle simpatie tolkeniane di Robert Plant (nota su Radio Due: se è per trasmettere questo che hanno cacciato Luca Sofri, allora hanno fatto bene).

In una situazione del genere, persino 29 Palms sembrava un capolavoro; comunque, arrivati quasi in cima, è giunto l’ultimo momento del tramonto. Allora abbiamo spento la radio, abbiamo accostato, ci siamo fermati e nel silenzio abbiamo ammirato il panorama di tutta la Valle d’Aosta ai nostri piedi, dritta fino ad Aosta e poi alle propaggini del Monte Bianco, e dall’altra parte tutte le montagne in direzione del Gran Paradiso. Il cielo era incredibile, fatto di nuvole a fiocchi, dense e raggrumate, che riflettevano la luce in mille modi e dunque creavano chiazze dei colori più diversi, arancio, rosa, blu scuro, giallo, azzurro, grigio, che si spostavano e cambiavano sfumatura in continuazione. Sembrava davvero un dipinto romantico, un Turner di quelli che guardi e dici “ma non è possibile che ci fossero davvero dei colori come questi”, e per i pochi minuti che è durato, prima che scendesse inarrestabile il buio, siamo rimasti lì in silenzio ad ammirare, ed è stato davvero un momento perfetto.

Dato che a parole è comunque difficile spiegarsi, ecco una delle foto:

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Anche stamattina siamo andati a fare una bella passeggiata nel bosco, spingendoci fino all’apertura di Sommarese, un altro posto dove si domina la valle (questa volta il lato verso Verres). Anche stamattina è stato bellissimo, in cielo non c’era una nuvola, la temperatura era perfetta. Peccato che arrivare alla passeggiata sia diventato più difficile: hanno recintato un pezzo di prato per fare un “campo di pratica golf” e un pezzo di bosco proprio sul passaggio è stato delimitato con la corrente per farne un pascolo per le mucche. La piccola radura alla partenza delle piste da sci ormai è diventata una succursale di un luna park cittadino, con musica ad alto volume, giochi per bambini a pagamento ed affitto lettini a prezzi esorbitanti. Però, ho visto, insieme al lettino ti danno anche un lenzuolo, che ad un rapido sguardo mi è sembrato uno di quelli di tessuto non tessuto, usa e getta. Il solito modo di affrontare la natura: negandone la naturalità, usandola un giorno e buttandola via.

[tags]vacanze, montagna, val d’aosta, saint-vincent, pontey, turismo, panorami, tramonto, sagre, rifiuti[/tags]

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venerdì 20 Agosto 2010, 13:23

Vestiti tra i camper

Il dilemma estivo tra andare al mare o andare ai monti popola da sempre gli incubi delle famiglie italiane, nonché le canzoni di Elio e le Storie Tese. Io, comunque, sono decisamente a favore della montagna: meno caldo, meno folla, meno confusione – piuttosto, vado al mare d’inverno.

Purtroppo, però, attorno a Ferragosto anche la montagna si riempie; ottobre o aprile in montagna sono mesi splendidi, ma agosto può porre a dura prova le vostre capacità di resistenza. Per esempio, ieri mattina abbiamo preso la macchina per andare in paese a Brusson a fare la spesa; sui tornanti giù per il bosco verso la valle abbiamo trovato una sequenza di auto foreste dagli stili di guida originali, ma tutti invariabilmente caratterizzati dall’andare tanto lentamente da farti continuamente rischiare il tamponamento. C’è quello che per ammirare il panorama va a trenta all’ora anche sui rettilinei; quello che prima di ogni curva, anche quelle che si farebbero tranquillamente a ottanta all’ora, inchioda di colpo e poi dà un colpo di clacson, anche se la strada è larga più che a sufficienza per ospitare due ampie corsie; c’erano poi due geni che, non si sa per quale motivo, hanno deciso di fermarsi proprio su una curva cieca nell’unica strettoia di tutto il percorso, costringendoti a passarli contromano senza visibilità pregando che non arrivi nessuno. Eh, ma avevano messo le quattro frecce!

E c’è, inevitabilmente, la nemesi di ogni automobilista in viaggio su strade di montagna: il temutissimo camper. Io non ho nulla contro i camper, anzi anni fa sono andato varie volte in giro con uno di essi e l’ho pure guidato, e anche se era un camper minuto, quasi un furgone, mi sono reso conto che ci vuole un po’ di tempo per impratichirsi e sentirsi a proprio agio, a maggior ragione su strade tortuose. Questo non vuol dire però che tu possa impunemente bloccare il traffico all’infinito, o guidare con due ruote nella corsia opposta, come un muro semovente a centro strada, perché non sai valutare la tua larghezza e hai paura di toccare di lato. Almeno in montagna sarebbe gentile accostare ogni tanto e farsi superare dai veicoli più veloci del tuo camper (auto, moto, biciclette, vecchiette a piedi…). In Svizzera lo si fa normalmente, ma siamo in Italia e ciò sarebbe un insulto gravissimo alla virilità del guidatore.

Comunque, noi abbiamo parcheggiato l’auto prima possibile e fatto una bella passeggiata nel bosco vicino al paese, e poi, sbucati sulla strada principale davanti alla Cappella di San Valentino, abbiamo tentato di farle una foto che non comprendesse auto. Ma è stato molto difficile: c’era una colonna unica di auto che risalivano la valle verso Champoluc. In paese, l’attraversamento pedonale del centro provocava centinaia di metri di coda; e comunque i pedoni, spesso costretti sulla strada dall’assenza di marciapiede, erano un po’ ovunque.

Insomma: va bene la montagna, ma qui, di questi giorni, non aspettatevi la tranquilla solitudine delle alte vette… ed è un peccato: sarebbe bello trovare modi di fruire la montagna che siano alla portata di tutti ma che non prevedano una invasione di traffico e rumore.

[tags]vacanze, montagna, val d’aosta, brusson, turismo, traffico, camper[/tags]

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mercoledì 18 Agosto 2010, 16:24

Ricominciamo

Dopo un mese all’estero in una delle situazioni più dinamiche del pianeta, non è facile reinserirsi nei ritmi paciosi e nei discorsi provinciali della nostra Italia. Accendere la televisione o leggere i giornali è deprimente; anzi, lo era già sentire i discorsi dei tamarri di ritorno da Sharm sul pullman che ci riportava a casa da Malpensa. Immagino che i discorsi dei tamarri cinesi, se li avessi potuti capire, non mi sarebbero sembrati più intelligenti; anche se in Cina l’aspirazione dei giovani resta comunque quella di andare in una buona università per trovare un lavoro ben pagato, e non quella di diventare calciatore, velina o evasore fiscale.

Eppure, lunedì sera – vincendo il sonno da jet lag – abbiamo preso e siamo andati alla solita sagra di Cortanze, quella che tutti gli anni a Ferragosto questo blog non manca di pubblicizzare. Quest’anno ci eravamo rassegnati a saltarla, perché solitamente si conclude la sera della domenica; siccome però quest’anno il patrono San Rocco cadeva di lunedì 16, la sagra è stata prolungata e noi siamo riusciti a non mancare.

Non è che avessimo fame, e in Cina abbiamo davvero mangiato benissimo, però la cucina italiana ci mancava, e così ci siamo lasciati un po’ andare: abbiamo preso in due un tris di antipasti, due agnolotti, due costine, una salsiccia, due spiedini, patatine e due dolci. Tutto era ottimo come al solito, e non c’era nemmeno tanta gente.

Mentre andavamo lì, comunque, il Piemonte ci ha regalato anche una serata spettacolare; non solo c’era il cielo azzurro, solo vagamente striato di nuvole – in Cina, in un mese, avremo visto un po’ d’azzurro due o tre volte al massimo – ma i colori del crepuscolo sulla campagna e poi sulle colline dell’Astigiano occidentale erano davvero bellissimi. Al ritorno era buio, ma abbiamo ugualmente goduto prima dell’attraversamento dei boschi, e poi delle luci della collina torinese e della città che si avvicinavano progressivamente.

Sono vari i miei amici che ormai vivono all’estero, per trovare un lavoro decente, o che vorrebbero farlo, e che dicono con rabbia “l’Italia è buona solo per venirci in vacanza”; è sempre più vero, perché noi diamo per scontato ciò che non è. Il Piemonte, in particolare, si trova in una situazione climatica, geografica, culturale e storica, nonché a un livello complessivo di qualità della vita, che ha pochi eguali nel mondo. Molti di noi fanno di tutto per distruggere tutto questo; per devastare il nostro ambiente, per dimenticare la nostra cultura, per trasformare con l’inerzia, l’ignoranza, l’incompetenza e l’egoismo uno dei posti più belli del mondo in un nuovo Terzo Mondo economico e intellettuale. Ogni tanto viene lo sconforto e la voglia di darsi per vinti, ma poi inevitabilmente ci si rende conto che vale la pena di ricominciare da capo a lottare.

P.S. Per gli amanti della cucina popolare, la Sagra del Cinghiale di Pontey quest’anno si tiene venerdì e sabato prossimi, seguita nel weekend successivo dalla Festa del Lardo di Arnad. Preparatevi…

[tags]italia, piemonte, cina, globalizzazione, economia, asti, cortanze, sagre, fiere[/tags]

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lunedì 16 Agosto 2010, 10:59

Il ritorno

Siamo arrivati ieri alle due e mezza di notte, dopo 22 ore di viaggio consecutive: e ci vorrà un po’ per riprendersi. Comunque, l’esperienza di una settimana dall’altra parte del mondo completamente lontano da Internet è stata piacevole: una volta l’anno ci vuole proprio… E’ stata dura rientrare qui e ritrovarsi in mezzo alle solite beghe grandi e piccole; una delle conseguenze di questo viaggio è stato il rafforzamento della voglia di viaggiare, di scoprire il mondo con una prospettiva più ampia di quanto sia possibile fare da qui. Oltretutto al giorno d’oggi si può fare con relativamente pochi soldi (anche se non dimentico che di questi tempi tantissimi fanno fatica a chiudere i conti a fine mese per sopravvivere, altro che vacanze; anche io ho dovuto sfruttare un viaggio di lavoro per abbattere i costi).

Grazie per tutti quelli che si sono preoccupati per frane e inondazioni nel Sichuan, ma erano almeno un migliaio di chilometri più su; noi invece a Chongqing – città di cui probabilmente ignorate l’esistenza ma che in termini strettamente amministrativi è la più grande area urbana del mondo – ci siamo beccati la settimana col record di temperatura dell’anno, 43 gradi, ed effettivamente si sono verificati alcuni fenomeni paranormali: la sera in albergo i miei piedi non riuscivano a smettere di emettere calore e di asciugare istantaneamente qualsiasi cosa ci mettessi sopra.

[tags]viaggi, cina, sichuan, chongqing, caldo, vacanze, internet[/tags]

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lunedì 9 Agosto 2010, 04:06

Avviso

Nei prossimi giorni saremo in viaggio fluviale sulla più grande discarica di immondizia del pianeta, ovvero il fiume Yangzi a monte della Diga delle Tre Gole, sempre che la piena non blocchi tutto (ma la situazione meteorologica è migliorata nelle ultime due settimane). Probabilmente non avremo accesso a Internet fino a venerdì, dunque non preoccupatevi per il blackout.

[tags]viaggi, cina, yangzi, diga delle tre gole[/tags]

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domenica 8 Agosto 2010, 17:00

Spaghetti a Suzhou

Oggi è stata un’altra giornata intensa: di primo mattino abbiamo cambiato albergo, dato che l’organizzatrice cinese del soggiorno aveva sbagliato le date della prenotazione, beccandoci pure un tassista o molto tonto o molto ladro, che ci ha portati a spasso per il quartiere trasformando un viaggio di un quarto d’ora in uno di 35 minuti; poi siamo andati a piedi alla stazione per prendere il treno per la nostra gita domenicale a Suzhou; abbiamo fatto un giro di poche ore per poi tornare a Shanghai prima della chiusura dei negozi, per ritirare i vestiti che avevamo ordinato dal sarto. Ovviamente il sarto si era dimenticato di farne uno, ma niente paura: 90 minuti di attesa ed ecco il vestito pronto. Quindi cena ad un noodles bar in zona stazione, dove ho mangiato un ottimo riso con manzo, e infine meritato riposo, nonostante l’albergo di stanotte faccia schifo come solo la tradizionale incuria cinese per pulizie e ristrutturazioni può riuscire a realizzare… ma è solo per una notte.

Suzhou è considerata la Venezia cinese; ci sono tante città nel mondo che proclamano di essere simili a Venezia, ma questa, dal poco che abbiamo visto, ha qualche carta per farlo. Non è che sia proprio fatta di isolette, ma è comunque percorsa da numerosi canali e canaletti, che oltre a cingerne il centro creano suggestivi scorci tra le case. Ovviamente l’acqua dei canaletti è verde smeraldo e credo che contenga meno ossigeno dei gas di scarico di un’auto, ma non si può avere tutto dalla Cina.

In compenso Suzhou è dotata di un traffico formidabile; in Cina nessuno rispetta il codice della strada, ma a Suzhou la nostra esperienza è stata ancora peggiore che altrove. Sembra che ogni abitante, inforcato il suo motorino o la sua bicicletta, sia disposto a morire pur di riuscire a passare con il rosso in mezzo al flusso di auto che arriva dal lato; attendere venti secondi è troppo. Anche alla guida dei veicoli il principio è lo stesso; per esempio, la tecnica dei tassisti per girare a sinistra ed entrare nel parcheggio della stazione è invadere la corsia opposta mirando al frontale con i veicoli che vi arrivano, costringendoli ad inchiodare in quanto meno coraggiosi di loro, salvo venire nel contempo bruciati in staccata all’interno da un altro tassista che sta superando ancora più contromano il taxi che va contromano.

Se uscite vivi dal viaggio in taxi o in bus per entrare in città, però, la passeggiata è piacevole; anzi, è forse l’unica città vista finora dove valga la pena di spostarsi a piedi (altrove i “centri storici” sono stati rasi al suolo da una vita e ricostruiti a colpi di palazzoni e centri commerciali nelle città ricche e di casette e condomini fatiscenti in quelle meno ricche; dunque, viste anche le distanze, è generalmente preferibile spostarsi con qualche mezzo da una attrazione alla successiva). Oltretutto molte strade sono piccole (a dimensioni di una via italiana) e alberate, una rarità per la Cina – dove quasi ovunque la larghezza minima di una via anche centrale è otto corsie – e insieme un vero piacere.

La parte meridionale di via del Popolo per esempio era piena di tristi palazzoni e nuovi centri commerciali di lusso; fantastiche in una traversa le vetrine nuove fiammanti di Ermenegildo Zegna e Louis Vuitton, con annesso Starbucks, che fronteggiano vecchie casette degradate piene di negozietti di frutta, spezie, parti meccaniche e oscuri articoli cinesi da sbarco popolare; poi, a un certo punto, spunta un canale bordeggiato da una viuzza, che si apre su uno spettacolare laghetto attraversato da un ponte che porta nel Padiglione dell’Onda Montante (che la Lonely Planet chiama “Padiglione dell’Onda Blu”, a dimostrazione che pure qui la sua attendibilità è un po’ approssimativa). Dentro c’è un giardino bellissimo, un fazzoletto di terra trasformato in foresta, prato, rocce, cascate, alberi, cespugli inframmezzati a padiglioni e stanze aperte e arredate con bellissimi mobili di mogano.

I giardini antichi di Suzhou valgono davvero la visita; sono una esperienza tipicamente cinese, e, specialmente se vi dedicate a qualcuno dei meno conosciuti, vi verrà voglia di restare lì all’infinito, a pensare, a dormire, a leggere, a staccare dal frastuono del mondo per meditare su di esso. In quelli più conosciuti potrebbe invece capitare ciò che è successo a noi al Giardino del Maestro delle Reti, cioè di arrivare davanti alla biglietteria e di trovarci davanti una persona che urla, in un pessimo inglese con forte accento romanesco, perché non le vogliono fare lo sconto studenti sul biglietto (non è previsto; è persino scritto in inglese sul cartello) e dunque deve pagare ben 30 yuan invece di 20 (tre euro invece di due). Il resto del gruppetto di romani tifava per lei commentando “dieci patacche oggi, dieci domani, ‘sti cinesi si fanno la giornata”.

Naturalmente, una volta dentro, il gruppetto ha cominciato a girare rumorosamente, commentare tutto a voce altissima, disturbare tutti e ovviamente arrampicarsi su una roccia per farsi la foto proprio davanti al cartello “no climbing”. Due tedeschi evidentemente infastiditi hanno scosso la testa e hanno commentato lapidariamente con le due seguenti parole: “zpageti karbonara”.

In queste occasioni, lo ammetto, io e Elena fingiamo di essere turchi.

[tags]viaggi, cina, suzhou, giardini cinesi, venezia, italiani all’estero, turisti[/tags]

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