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domenica 14 Febbraio 2010, 18:10

The one I love

Come i lettori più affezionati ricorderanno, sono stato un affezionato giocatore di Guitar Hero sin dal primo numero della serie; per un paio d’anni ho sviluppato le mie abilità chitarrinistiche in modo maniacale e semiprofessionistico, dopodiché mi è abbastanza passata la voglia.

Tuttavia, quando a Londra ho visto Guitar Hero IV (World Tour) – uscito ormai da un anno e mezzo – in offerta per otto sterline, mi son detto “perché no?”, soprattutto per due delle canzoni che contiene: Hotel California degli Eagles e The one I love dei REM. E così oggi – domenica pomeriggio, mezza giornata di riposo, rimasto solo in casa – l’ho aperto, l’ho messo dentro la PS3 e, esauriti i primi convenevoli, mi sono ritrovato a suonare a livello esperto questi due pezzi con grande godimento.

Se la prima canzone non ha bisogno di presentazioni, la seconda ha per me una storia tutta particolare. Intanto, è una delle canzoni più belle degli anni ’80, accompagnata da un video altrettanto bello.

E’ una canzone d’amore triste, un capolavoro di falso cinismo; l’intero testo è composto da una semplicissima lettera d’amore a una amata che è stata “lasciata indietro” e che viene ricordata come “un semplice gingillo per occupare il mio tempo” (il termine “prop” vuol dire “supporto” ma anche, in gergo cinematografico, uno dei finti elementi di cartone delle scenografie o un elemento di scena). L’ultima strofa cambia leggermente e dice all’amata perduta che adesso “un altro gingillo ha occupato il mio tempo”.

L’intera canzone è una specie di filastrocca che sottolinea la superficialità dei pensieri nel testo, eppure la musica triste dice tutto il contrario; e la situazione esplode letteralmente nel ritornello, dove Michael Stipe riesce solo a gridare “fire” e a farsi dilaniare dall’angoscia. La seconda volta, il grido finisce in un assolo perfetto – uno di quelli dove non puoi togliere o aggiungere neanche una nota – anche perché è, giustamente, rovesciato: invece di raggiungere il climax alla fine come tutti gli assoli, parte forte e poi si spegne senza speranza; la prima metà è in maggiore ed è suonata più forte mentre la seconda ritorna inevitabilmente nella sonorità minore di partenza.

Gli americani, che non capiscono, la suonano ai matrimoni (del resto gli americani sono convinti che Born in the U.S.A. di Springsteen sia una canzone patriottica; dev’essere che non sanno leggere). Io ci resto affezionato anche per via di uno strano episodio; ormai quattro anni fa, stavo passeggiando da solo e meditabondo per le vie di Te Anau, uno dei tanti posti meravigliosi della Nuova Zelanda. Percorrevo la strada sulla riva del lago, su cui si specchiavano gli alberi dalle foglie ormai gialle e rosse (era l’inizio di aprile, dunque autunno). D’improvviso a un incrocio, da una casa verso l’interno, qualcuno apre le finestre e sento uscire distintamente le note di The One I Love. Mi sono girato e ho fatto la foto, non alla casa ma a quella strada che partiva dal lago e all’immagine che la musica mi aveva spinto a vedere:

teanau.jpg

E’ forse strano che tutto questo discorso sia venuto fuori da sé il giorno di San Valentino. Ormai ho raggiunto un’età e una situazione in cui sono in pace con i sentimenti, ma la sensibilità è un bene che va conservato con cura.

[tags]musica, videogiochi, playstation, guitar hero, hotel california, the one I love, rem, nuova zelanda, te anau, san valentino, amore, sentimenti[/tags]

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sabato 13 Febbraio 2010, 19:17

Rispetto (2)

La nostra società è caratterizzata indubbiamente da una grande mancanza di rispetto per gli altri: come dicevamo già l’altro giorno, ormai dilaga l’idea che ognuno debba lottare per sé e che gli altri siano dei nemici da combattere o al massimo una risorsa da sfruttare.

C’è una categoria di mancanza di rispetto che io trovo particolarmente ripugnante ed è quella verso la morte. Non è una novità: ricordo il disgusto che provai nell’agosto del 2005 quando, dopo il terribile incidente aereo del volo Bari-Djerba, La Stampa occupò la metà alta della prima pagina con una foto a colori di cadaveri galleggianti nel mare. Avrà sicuramente venduto molto, ma fu con piacere che lessi di come l’allora neodirettore Anselmi fu costretto a scusarsi il giorno dopo.

Purtroppo le cose non hanno fatto che peggiorare; per esempio, c’è una famosa videogallery di Repubblica dove appare la testa mozzata di un bimbo palestinese. Ma quello che è successo oggi mi ha davvero scandalizzato: dopo l’incidente dell’atleta georgiano di slittino morto durante le prove delle Olimpiadi, il filmato integrale è stato mandato e rimandato in televisione in ogni occasione, compresa l’apertura dei telegiornali; con tanto di primi piani, moviole e persino qualche commento “ecco qui è dove va a sbattere”; una sorta di autopsia mediatica di massa ripetuta all’infinito.

Sulla spettacolarizzazione della morte, così come sulla presunzione/ossessione di invulnerabilità dell’uomo moderno, sono stati scritti interi volumi; ma è bene cercare, almeno noi, di non farci mai l’abitudine.

[tags]rispetto, morte, defunti, olimpiadi, vancouver 2010, georgia, slittino, incidenti[/tags]

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venerdì 12 Febbraio 2010, 12:48

Arrivano i Chiampabond

La Città di Torino (cioè voi stessi, anche se non lo sapevate) è lieta di invitarvi presso la “storica dimora dei banchieri Ceriana-Racca” per presentarvi i Chiampabond: la svendita del patrimonio immobiliare della città (quello che non è già stato svenduto). Tramite un regolare bando di gara – attenzione però, non un’asta al rialzo, ma un bando in cui l’offerta economica contava solo per metà – il compito di svendere è stato assegnato a due soggetti assolutamente sconosciuti e privi di agganci politici: Equiter (Intesa-Sanpaolo) e Pirelli RE (Tronchetti Provera).

chiampabond_595.png

In pratica, gli immobili vengono venduti a un fondo di investimento immobiliare di cui in cambio il Comune di Torino possiede una fetta. Ecco due conti: stando al comunicato della stessa Equiter, il Comune di Torino vende al fondo diciotto immobili al prezzo di 131 milioni di euro, incassando subito e rimpinguando un po’ le sue anemiche casse; il 36% del fondo va a Tronchetti Provera, che lo paga 12 milioni di euro; dunque, immagino, il Comune e Intesa-Sanpaolo pagano cifre simili per ottenere quote simili (35% il Comune e 29% la banca).

Dove sta l’affare? Dipende dal valore degli immobili! Supponiamo che invece di 130 milioni ne valgano in realtà 200: il privato acquista per 12 milioni un terzo abbondante di una società che ha 200 milioni di patrimonio e 130 milioni di debiti contratti per iniziare; un terzo di 70 milioni fa quasi 25 milioni; l’investimento del privato è già raddoppiato. Solo i primi quattro immobili della lista fanno circa 23.000 metri quadri commerciali in pieno centro (piazza San Carlo, via Garibaldi, piazza Arbarello, corso Vittorio davanti al Valentino…); vogliamo ipotizzare, stando prudenti, 4000 euro al metro quadro? Fanno circa 90 milioni di euro solo per quelli. In lista ce ne sono poi altri quattordici, quasi tutti di pregio: ville in collina, interi complessi industriali…

Il comunicato parla di 80.000 metri quadri commerciali complessivi, ipotizzate voi un prezzo al metro quadro medio e fate la moltiplicazione; e contate anche che il Comune si è già impegnato a “trasferire” al fondo (è un eufemismo per “svendere”) immobili per altri 300 milioni di euro, a prezzi ignoti (ma stavolta non ci sarà nemmeno più la gara al rialzo…). Vorrei investire anch’io in un fondo di investimento del genere… peccato che sia chiuso: lo possono comprare solo loro.

Tra l’altro prendersi gli immobili del Comune è un bell’affare anche perché te li danno liberi, visto che se un normale piccolo proprietario si ritrova la casa occupata da un inquilino che non paga l’affitto deve attendere anni e prendersela in saccoccia, ma il Comune può mandare direttamente i carabinieri a sgomberarli la mattina dopo!

[tags]torino, immobili, fondo di investimento, fondo immobiliare, intesa, sanpaolo, tronchetti provera, pirelli, svendite, privatizzazioni[/tags]

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giovedì 11 Febbraio 2010, 13:05

La guerra civile fredda

Da ieri gira a ciclo continuo sui telegiornali Mediaset un servizio ironico-sfottente che racconta questa storia: l’avvocato di un ladruncolo che arriva in aula prima dell’udienza, butta un occhio sulle carte del giudice e vi trova la sentenza già scritta, prima ancora che il processo cominci. La storia viene ovviamente utilizzata dai media berlusconiani per saltare alle conclusioni: la magistratura è tutta pigra, inefficiente e soprattutto piena di pregiudizi a sfavore degli imputati, tanto da dare per scontato che saranno condannati.

In realtà lo scandalo è relativo: in buona parte dei processi per piccoli reati le cose sono già talmente chiare e provate dall’azione di polizia che effettivamente è difficile che il processo finisca diversamente dalla condanna. Ma la questione interessante è un’altra: c’è, tra gli spettatori di questi media, un’Italia che è effettivamente convinta che la magistratura sia tutta faziosa e forcaiola; un’Italia che, a priori, tifa “contro” la magistratura. E ovviamente c’è la parte opposta, quella degli oppositori di Berlusconi e del suo regime, che dà per scontato che tutte le critiche alla magistratura siano fatte dai criminali per delegittimarla; che tifa “a favore”. La verità sta ovviamente nel mezzo; ci saranno giudici equi e giudici faziosi, giudici coraggiosi e giudici imboscati. Ma questo non interessa più a nessuno: ognuno è assolutamente convinto che la verità stia dalla propria parte.

Il discorso, purtroppo, è più generale. C’è un’Italia per cui Berlusconi è vittima di una campagna di odio e anche di attentati fisici, e c’è un’Italia per cui l’attentato a Berlusconi non è mai avvenuto ed è una sua invenzione ben pianificata. C’è un’Italia in cui la TAV è una grande occasione di sviluppo i cui oppositori sono terroristi che mandano lettere con pallottole, e un’Italia in cui essa è un progetto mafioso concepito con la sola e chiara intenzione di mangiarci sopra.

La via di mezzo non esiste, anzi chi la considera è visto da entrambe le parti come un traditore; e l’informazione, che avrebbe il dovere di essere obiettiva e di calmare le acque, si schiera acriticamente da una parte o dall’altra, avvalorando le certezze di ciascuno, ed essendo considerata ormai soltanto come uno strumento di propaganda per una posizione decisa a priori.

E’ in questo modo che le due fazioni imparano a odiarsi, perché ognuna pensa che l’altra neghi la verità – quella che essa percepisce come verità lampante – e dunque che lo faccia in malafede. Non c’è dialogo e non c’è conciliazione; c’è solo un urlare sempre più forte per sconfiggere l’avversario, anziché convincerlo.

Questa è la sostanza di una guerra civile fredda: una situazione in cui due consistenti gruppi sociali si odiano e si vogliono eliminare a vicenda. Il problema sta nel rischio che prima o poi, in qualche modo, la situazione si scaldi.

[tags]italia, società, politica, berlusconi, magistratura, giustizia, dialogo, guerra civile[/tags]

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mercoledì 10 Febbraio 2010, 18:42

La donna del Bancomat

Tu.

Tu che incedi con il piumino foderato di sacchetti della spazzatura viola, solo perché qualche marchettaro minchione di Milano ha deciso che quest’anno è il viola il colore che le anime deboli come te, costrette a uniformarsi agli ordini sottili della comunicazione di massa, devono correre ad acquistare nelle boutique eleganti, buttando via lo stesso abito acquistato anni fa, ma verde pisello.

Tu che sfoggi un povero cane di quelli addestrati duramente a rompere i coglioni, sempre, comunque, ovunque; proprio come te.

Tu che probabilmente, per essere in giro pittata in quel modo a mezzogiorno di un martedì feriale, non svolgi attività lavorative di alcun genere, se non forse l’estetista per altre anime deboli o l’imbucata nell’azienda del papi, e magari ti fai mantenere da un povero fesso a cui la sventoli davanti da anni ma son più le volte che c’hai mal di testa.

Tu che ti poni davanti al mio bancomat – è mio, sono io che ci ho parcheggiato davanti, facendo tutta la manovra per benino perché non sono uno di quelli che pensano che le quattro frecce smaterializzino magicamente l’auto permettendole così di sostare senza problemi nel perfetto centro della strada. E mentre io parcheggio, tu lasci la tua nuova 500 (pensata apposta per te da Lapo Elkann) con due ruote sul marciapiede e pure storta.

E ti metti al bancomat.

E infili la tessera.

E passi tre minuti a farti la ricarica del cellulare, sbagliando due volte a digitare il numero.

E togli la tessera.

E rimetti la tessera.

E ti fai stampare l’estratto conto del tuo conto su cui sicuramente figurano un sacco di soldi, ma sempre meno di quelli che avrebbe una persona sana di mente che non spenda i suoi soldi in costrutti di spazzatura viola e in cagnolini di razza fighetta tanto puri quanto stronzi.

E sono passati cinque minuti e porca miseria, io ho un appuntamento, sto arrivando in ritardo, devo premere due bottoni e farmi dare cento euro, non ci vuole tanto, ci metto un attimo.

E tu riprendi la tua tessera e fai per infilarla ancora una volta, la terza.

E io allora cerco di non sbottare, di non essere maleducato e nemmeno aggressivo, e dico gentilmente “Scusa, potresti solo farmi prelevare e poi vado via?”.

E tu mi guardi con il tuo sguardo da lobotomia di massa, inconsapevole del fatto che al mondo esistano altri che te, ignorante del fatto che il futuro del pianeta (dunque anche il tuo) dipenda dalla collaborazione e dalla solidarietà tra tutti gli esseri viventi, e mi dici: “Adesso ci sono io, ci sto quanto mi pare!”.

Sì, adesso ci sei tu.

Ci sei tu a prendertela nel culo dall’inflazione, dal tiggiunocinquequattrodue, dalla rivenditrice e dal fabbricante di sacchetti della spazzatura viola, dalla tua banca che sicuramente ti addebita nottetempo costi inesistenti, dal pubblicitario che ti fa passare serate a piangere disperata perché hai visto una tipa più in tiro di te, o perché tu hai tutto il guardaroba viola e invece il colore del futuro è il verde oliva, porca miseria, è sicuramente il verde oliva.

Ci sei tu a non avere la minima idea di quanto la felicità dipenda dall’armonia con gli altri e di quanto la tua infelicità (che peraltro fai finta di non vedere) sia creata ad arte per renderti schiava, per eliminare il tuo libero arbitrio col rincoglionimento sociale e per trasformarti in un numero qualsiasi, in un codice fiscale vestito alla moda.

Ci sei tu, ad avere accanto un animale e ad usarlo come un simbolo di stato invece che come una meravigliosa creatura vivente, a meno che a forza di trattarlo come un peluche e di trasmettergli nevrosi tu sia pure riuscita a estirpare da lui l’energia vitale.

Fidati: i soldi del papi, del ganzo, dell’amante, del servizio sociale, della pensione del nonno, di qualsiasi fonte provveda ad abbeverare il tuo egoismo e la tua ignoranza, finiranno. E a quel punto, ma te lo dico con tristezza, vedremo chi ride ultimo.

[tags]società, moda, individualismo, egoismo, economia, consumismo, gentilezza, armonia, colori di moda quest’anno[/tags]

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martedì 9 Febbraio 2010, 11:30

I valori di Italia dei Valori

Sarà anche interessato, ma lo sguardo che in questi giorni mi è capitato di lanciare sul congresso di Italia dei Valori è stato piuttosto deprimente. E dire che la simpatia c’era e che le speranze erano molte; nell’intero scenario politico italiano, IDV è l’unico partito che abbia messo (a parole) la legalità al centro della propria azione, e che si sia distinto per una forte (a parole) opposizione al governo Berlusconi. E dato che per cambiare l’Italia bisogna essere in tanti, per me sarebbe una grande notizia se l’IDV facesse davvero ciò che predica.

Chi segue un po’ la politica sa però che l’improvviso boom di consensi registrato dal partito di Di Pietro nell’ultimo paio d’anni, legato appunto al fatto di essere percepito come “unica opposizione” all’illegalità e all’arraffamento dello Stato per uso privato, gli ha portato molti vantaggi, ma ha anche spaccato il partito in due. La valanga di nuovi voti presi da Tonino alle Europee – dove è passato dal 4 all’8 per cento – viene dagli elettori di De Magistris e di Sonia Alfano, da tutto un mondo di gente pulita che ha visto in quelle persone e in quel partito la rappresentanza di un baluardo di onestà. La verità, però, è che l’IDV esiste da quindici anni e da quindici anni è cresciuta mettendo assieme un sottobosco di fuoriusciti, sottopolitici ed ex democristiani che le hanno garantito la consistenza precedente e che non hanno la minima intenzione di mollare l’osso, specie ora che IDV è il quarto-quinto partito italiano e come tale ha “diritto” a una bella quota di poltrone.

Il congresso di IDV tenutosi nell’ultimo weekend doveva regolare i conti tra le due anime del partito, e in effetti lo ha fatto; ma non nel senso che tutti si aspettavano. Ci si aspettava infatti l’investitura ufficiale di De Magistris a delfino di Di Pietro, e invece è successo l’opposto: al momento della verità, Tonino ha fatto marcia indietro e si è tenuto stretto i suoi democristiani. Ha sì esibito sul palco Genchi per dare un contentino ai suoi nuovi elettori, ma il suo intervento è stato centrato sulla necessità di ricucire, di sposarsi il PD, di non dimenticare chi ha lavorato per il partito in tutti questi anni… per chiudersi con l’abbraccio a Bersanator e con l’entusiastico supporto alla candidatura del piddino De Luca a governatore della Campania, attualmente sotto indagine per una lunga serie di reati.

Naturalmente reati “fatti per salvare il posto a 300 cassintegrati”, come dice Bersani, ma la realtà è che De Luca è indagato per una variante urbanistica necessaria a permettere il solito abbattimento di fabbrica per sostituzione con palazzine e centro commerciale. E l’appoggio di Tonino arriva in cambio della candidatura in Calabria del suo amico Callipo, industriale del tonno con annessa squadra di volley che fa sognare Vibo Valentia: anche all’IDV, in fondo, gli industriali pallonari non dispiacciono affatto. E De Magistris? Scornato, emarginato e furioso.

Non vanno meglio le cose in Piemonte: pare che uno dei posti garantiti all’IDV nel listino della Bresso – ricordiamo che chi viene messo lì è eletto automaticamente in caso di vittoria della coalizione, anche se lo votassero solo sua mamma e sua nonna – andrà a Giovanni Porcino, brillante ventiduenne. Un genio? No, il figlio dell’attuale deputato Gaetano. Ma non è diverso nemmeno per il consigliere regionale IDV Pizzale, nel frattempo passato ai Moderati, che nel listino ci mette la figlia (il listino della Bresso si annuncia come una infilata di raccomandati niente male).

L’Italia dei Valori è così: come primo valore c’è la famiglia (ricorderete anche il caso dello stesso figlio di Tonino, consigliere provinciale che una volta indagato non s’è manco dimesso), e come secondo c’è la palanca. Non a caso Tonino manda Vattimo (che fa fine e non impegna) alle manifestazioni No Tav, ma poi vota sempre a favore della stessa; non a caso i consiglieri comunali torinesi di IDV l’anno scorso votarono contro la privatizzazione di Iride ma solo sapendo che sarebbe passata comunque, tanto che – a differenza dei consiglieri di sinistra – Chiamparino si guardò bene dal buttarli fuori dalla maggioranza e anzi li premiò con un assessore. Perché purtroppo la politica italiana è tutta un teatrino: in ogni buon copione c’è sempre quello che sul palco fa la parte dell’antagonista, ma poi a fine recita si va tutti a mangiare insieme.

P.S. A dimostrazione che le vendette si consumano fredde, ieri in consiglio comunale è passata una delibera che, per quanto un po’ annacquata (ah ah), blocca la privatizzazione dell’acqua: infatti su questo punto – grazie anche al blog di Beppe Grillo – si è creato un tale movimento di opinione che il PD non poteva proprio più continuare ad opporsi senza perdere la faccia. Anche così, comunque, Chiamparino mangiandosi il cappello si è astenuto – pure lui, come D’Alema, proprio non riesce a fare qualcosa di sinistra – e un paio di consiglieri piddini, insieme a tutto il centrodestra, hanno abbandonato l’aula per evitare di far raggiungere la maggioranza qualificata che avrebbe permesso il passaggio al primo colpo.

[tags]politica, idv, italia dei valori, di pietro, de magistris, genchi, sonia alfano, bresso, elezioni, regionali, piemonte, chiamparino, pd, acqua pubblica[/tags]

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lunedì 8 Febbraio 2010, 17:30

Retorica

È retorica dedicare un post all’anziano di Borgo Vittoria morto dopo giorni di agonia, dopo essere stato aggredito e picchiato per rubargli la pensione? Non lo so, ma io glielo dedico lo stesso: senza commenti, senza discorsi, senza pontificazioni, studi sociologici e pronte attribuzioni di colpa; soltanto una dedica.

[tags]torino, borgo vittoria, violenza, anziani, retorica[/tags]

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domenica 7 Febbraio 2010, 00:45

Decisioni di business

Questa era l’ultima serata londinese – domani mattina si torna indietro – e ce la siamo goduta con l’ultimo giro per il centro città… compresa anche l’ultima sosta al supermercato Tesco di Piccadilly Circus, meta di tutti i turisti in cerca di un panino, un dolce, un gelato o una coca cola a prezzi un po’ più umani.

Per ridurre i costi, in questo supermercato hanno eliminato i cassieri; vi sono soltanto le casse automatiche, quelle che hanno cominciato a diffondersi anche da noi in alcuni ipermercati. Sono quelle in cui il cliente passa da solo il codice a barre su un lettore, mette i prodotti su una bilancia che ne verifica il peso, poi inserisce i soldi e riceve il resto in automatico.

Il nostro conto era di £ 3,04; abbiamo inserito le tre monete da una sterlina, e poi ci siamo detti: finiamo le monetine. E così, cerca cerca, dopo dieci secondi abbiamo inserito un centesimo. Poi, dopo altri dieci secondi, abbiamo inserito un altro centesimo. E poi… la macchinetta ha preso una decisione di business: improvvisamente ha chiuso la transazione, ci ha fatto lo sconto dei due centesimi rimanenti e ci ha detto di andare via!

In effetti, dato l’affollamento e il numero limitato di casse, il fatto che una di esse resti occupata per un tempo superiore alla media è un costo probabilmente superiore a quei due centesimi. Adesso però, se volete farvi fare lo sconto, sapete come fare…

[tags]macchine, monete, business, londra, tesco, supermercato[/tags]

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sabato 6 Febbraio 2010, 20:20

Una piccola differenza

Ieri Termometro Politico ha pubblicato un interessante sondaggio sulle prossime elezioni regionali in Piemonte – particolarmente interessante perché gli “altri”, fuori dalle due coalizioni, siamo praticamente solo noi del Movimento 5 Stelle; c’è anche il famoso Renzo Rabellino, ma nei sondaggi pre-elettorali le sue liste civetta non risultano praticamente mai, perché molto pochi sono quelli che le votano coscientemente e per convinzione premeditata.

E’ interessante osservare anche come la notizia è riportata da La Stampa: così. Rispetto all’originale c’è una piccola differenza: notate qualcosa? Beh, i dati relativi alle due coalizioni sono riportati fino nel minimo dettaglio, fino allo 0,8% dei Verdi, ma l’esistenza di una lista fuori dagli schieramenti accreditata di un peso tra il 2 e il 4 per cento viene accuratamente omessa. Non sia mai che qualcuno pensi di non votare il centrodestrasinistra!

[tags]sondaggi, elezioni, la stampa, politica, informazioni, regionali, piemonte, movimento 5 stelle[/tags]

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giovedì 4 Febbraio 2010, 16:48

Fuori dal centro di Londra

Capita a Londra un giorno normale come tutti quelli di febbraio; il cielo è grigio indistinto e ogni tanto viene giù acqua, ma in maniera molto cortese e bene educata, chiedendo sempre permesso. Solo chi viene da altri climi pensa di aprire l’ombrello; è più facile camminarci semplicemente dentro come fosse un gigantesco spruzzo di profumo, solo non profumato.

Londra è una città di diapositive; un gruppo di fermate della metro tenute insieme dalla colla. La transizione da un luogo famoso all’altro può avvenire per dissolvenza incrociata, nel buio anonimo del tubo; solo raramente avviene in superficie, forse a piedi, forse in cima alla centrifuga degli autobus a due piani. Non è così difficile, dopo un po’ di volte che ci si viene, esaurire le diapositive, e trovarsi di fronte al desiderio di sperimentarne qualcuna nuova.

Martedì mattina per esempio siamo andati ad Alexandra Palace, un luogo che nei suoi quasi 150 anni di vita è stato già tutto; centro esposizioni, teatro, campo di internamento, salone delle feste, sede delle prime trasmissioni televisive a risoluzione decente (405p) della storia, e poi anche rudere, ovviamente. Ah, e capolinea della Northern Line dove la Northern Line non è mai arrivata, l’avevo detto? Set dello spot della Punto che salta dal trampolino? Comunque è un posto piuttosto fuori dal comune, e ci sarebbe anche una bella vista sulla città, se la foschia non imperasse.

Ieri dunque, avendo la giornata libera, ho deciso di fare un giro ai Kew Gardens, approfittando dalla bella giornata (pioveva solo a intermittenza). Credo di esserci stato durante la mia prima visita a Londra, venticinque anni fa; e mi era rimasta la curiosità. Arrivarci non è difficile ma è lungo (tre quarti d’ora di metro; sta al confine tra le zone 3 e 4). L’ingresso costa 13 sterline e ho pure dovuto fare la coda, nonostante fosse l’una di un gelido mercoledì di inizio febbraio. Pensavo di starci un’oretta e poi tornare indietro, e sono stato smentito.

All’interno l’attrazione principale sono le serre; un paio di enormi palazzi di cristallo vittoriano, che un po’ sembrano stare in piedi per miracolo, ma che sono pieni di piante meravigliose di ogni specie e categoria. C’è la pianta del té, l’albero del cacao e pure l’albero del pomodoro, i cui frutti sono pomodorini oblunghi che però dentro somigliano alle albicocche. C’è una giungla tropicale piena di alberi enormi, ma c’è anche una sezione temperata con tanto di ulivo. Ci sono le sezioni primordiali, con le felci e pure con muschi e licheni (c’è anche un giardino roccioso all’aperto). C’è la sezione coi fiori, con orchidee di ogni genere (in effetti in una stagione più avanzata probabilmente fiorisce tutto il parco…). In un angolo c’è persino un cartello con la faccia di Chiamparino che dice “Ma se la regina Vittoria 150 anni fa non avesse costruito la serra delle palme, noi dove saremmo adesso?”.

La parte migliore, però, è la grande distesa di bosco che ricopre l’area tra le serre e il Tamigi. Nell’angolo in fondo c’è una pagoda che funziona un po’ come il Chrysler Building a New York – sembra sempre lì vicina ma non ci si arriva mai, e quando ci si arriva si scopre che è chiusa. Tuttavia a quel punto ci si trova nella parte meno frequentata del parco, e piove, e si aprono lunghe prospettive che hanno avuto l’intelligenza di lasciare verdi – non una strada, non un viale, ma una striscia di prato circondata da alberi alla giusta distanza per creare un passaggio armonicamente percettibile che si estende a vista d’occhio. Ci si può camminare per un bel po’ incontrando soltanto scoiattoli, uccelli, e vicino al laghetto i cigni e i pavoni… e poi i bagni pubblici, che diamine, perché questo è un paese civile e in qualsiasi posto ci sono bagni pubblici puliti, ben tenuti e quasi sempre gratuiti.

Negli angoli del parco ci sono spesso piccole sorprese, come il giardino giapponese con tempietto o la casa di legno tra i bambù, e insomma è bello perdersi nel silenzio (controllo aereo permettendo, perché siamo sotto uno dei percorsi di discesa di Heathrow, e dal percorso sopraelevato tra gli alberi a venti metri d’altezza – una delle altre attrazioni – si legge la marca delle gomme degli aerei che scendono già col carrello di fuori). Più piove e più il bosco si fa remoto e interessante; e insomma, alla fine sono rimasto fino all’ora di chiusura (le quattro e un quarto) e sono arrivato al cancello poco prima che mi chiudessero dentro.

Penso che se abitassi qui ci farei l’abbonamento.

[tags]viaggi, londra, alexandra palace, kew gardens[/tags]

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