Ieri sera all’ora di cena hanno cominciato a circolare insistenti le voci secondo cui questa sarebbe stata la notte degli scontri: infatti, per oggi era previsto l’avvio dei carotaggi in vari punti della Valsusa e della cintura torinese, una operazione che è preliminare alla scelta del tracciato definitivo ma che di fatto è un primo inizio dell’opera. Ovviamente, i No Tav della valle non erano certo intenzionati a permettere un passo del genere, dunque avevano preparato un presidio sul punto del carotaggio di Susa, vicino all’autoporto. La paura era che stanotte la polizia sgomberasse il presidio con la forza, come successe nel 2005 per il presidio di Venaus – uno degli storici episodi di violenza della polizia italiana.
L’unico modo di impedire l’uso della violenza è essere in tanti e avere tante telecamere; e così, stanotte sono andato anch’io, partendo da casa attorno alle tre di notte (l’ora preferita per i blitz è l’alba). Alla fine, nonostante in valle siano state segnalate diverse colonne di mezzi carichi di polizia in assetto antisommossa, stanotte non è successo niente; c’è stata una cortese visita a cui è stato opposto un cortese rifiuto. Certo, non si sa quando, ma prima o poi il tentativo di sgombero forzato avverrà : pertanto il presidio è permanente e regolarmente popolato da centinaia di persone.
Nel frattempo, potete vedere le immagini che ho girato stanotte e montato stamattina (grazie, iMovie). Dubito infatti che sui giornali e sui telegiornali vedrete altro che propaganda; e invece, come potrete notare, questa non è una manifestazione di pericolosi estremisti, ma un raduno di persone normali che vogliono soltanto evitare lo scempio della propria terra e di ingenti quantità di denaro pubblico, imposto con la forza per le sole esigenze private del partito degli affari.
Sono un po’ stupito di quanto poco si parli nella blogosfera italiana dei fatti di Rosarno. Ad eccezione di Spinoza che dedica alla vicenda un intero esilarante post, ho visto in giro pochi commenti; quasi tutti sono legati al leggendario titolo di Feltri dell’altro giorno, “Hanno ragione i negri” (Feltri con questa uscita raggiunge Mughini e Sgarbi nella classifica dei grandi della provocazione a scopo commerciale). Non so più dove, ho anche letto il commento di un ascoltatore di Radio Padania che diceva “non so cosa pensare, tra terroni e negri non capisco quali sono gli zulu”. Ora, anche noi il giorno di Genoa-Juve sotto la pioggia tifavamo a parole Bisagno, ma lo si faceva per ridere, per antica o novissima rivalità calcistica di durata pari a novanta minuti; qui non si parla di un gioco e che buona parte del Nord tifasse sotto sotto per l’annichilamento reciproco è un bel problema.
E’ certamente vero che dietro quanto è successo a Rosarno c’è la ‘ndrangheta, che prima sfrutta gli immigrati in modo vergognoso e poi, finita la stagione, li prende a pallettate e monta il caos per liberarsene a spese nostre. E’ altrettanto vero che in molte zone del Sud l’abitudine e l’attitudine all’uso disinvolto delle armi, in certe fasce della popolazione, sono particolarmente elevate. C’è però anche chi ha detto che al Nord le persone sono più civili, più colte e più educate; e questo, dopo aver sentito Radio Padania, non mi sento affatto di sottoscriverlo.
Se vi chiedessero oggi qual è la più importante canzone pop degli anni ’60, quella che più vi è rimasta in testa, probabilmente pensereste a uno dei tanti successi dei Beatles; magari potreste arrivare ai Beach Boys o spingervi persino a pezzi di gruppi relativamente minori, come I’m a Believer o I’m Into Something Good (fateli riascoltare a qualcuno, chiedete chi li cantava e la maggior parte risponderà “ma non sono dei Beatles?”).
Eppure se ve l’avessero chiesto un venticinque anni fa, almeno se al tempo eravate bambini, probabilmente avreste indicato questa:
Da noi si propagò con un certo ritardo, dato che The Banana Splits Show andò in onda negli Stati Uniti dal 1968 al 1970, ma ebbe la sua epoca d’oro in italiano solo con l’avvento delle televisioni commerciali, tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80… dove e quando è difficile sapere, ma ogni tanto lo si ritrova in qualche palinsesto storico. Eppure, questa canzone ti si appiccica in testa: non sentirete mai cinquantamila persone in uno stadio esultare cantando il ritornello di Help o di Hey Jude, ma quello di The Tra La La Song lo cantano sempre tutti.
Quello era il picco finale di un’epoca in cui anche la musica era ricca e spensierata; questa, in particolare, era disegnata per esserlo – il cosiddetto bubblegum pop. Il successo del cartone animato dei Beatles (1965-1967) fece pensare ai produttori americani che una trasmissione televisiva sulle avventure di una band fosse la via per il successo; e così dopo i “fab four” vennero i “prefab four”, i già citati Monkees. Solo che persino i Monkees, dopo un paio d’anni passati in buona parte a fare playback su tracce registrate da altri, reclamarono un po’ di libertà artistica e cacciarono il loro produttore-padrone, e come si rifece lui? Inventò The Archies: il primo gruppo completamente cartone animato. Così si poteva proseguire con le hit costruite a tavolino, ma non ci sarebbero stati più problemi con le pretese degli artisti.
Nemmeno Hanna & Barbera avevano ancora osato smaterializzare completamente gli artisti: e infatti loro si erano limitati ai quattro animali-pupazzo, che si divertivano tra sketch, acrobazie e giri nei parchi dei divertimenti, con corredo di improbabili effetti sonori. Ma non persero tempo: l’anno dopo fecero debuttare Scooby Doo (dove l’elemento “gruppo musicale”, originariamente previsto, fu eliminato in extremis) e fusero i due concetti, musica e mistero, in Josie e le Pussycat – osando addirittura una protagonista nera, anche se nel dubbio non le facevano suonare altro che i tamburelli.
Sempre lo stesso anno, dopo il successo dei Banana Splits, Hanna & Barbera lanciarono i Gatti di Chattanooga – come tali noti in Italia anche se il titolo originale era Cattanooga Cats, con un gioco di parole che all’epoca nessun bambino italiano avrebbe mai capito (oggi forse…). Si tratta di un capolavoro di animazione lisergica – basta guardare la sigla – che includeva sotto-serie improbabili come Mototopo e autogatto e Al lupo al lupo (più precisamente: “Al luuUUUUUUUUUUUpo. Al luuuUUUUUUUUUUpo.”); anch’esso furoreggiava sulle nostre TV private negli anni ’80.
E non era mica finita qui – del resto l’originalità non è mai stata il forte di Hanna & Barbera. Lo schema “Scooby Doo + Monkees” fu riciclato all’infinito, anche in cose che in Italia non credo di aver mai visto (Butch Cassidy & Sundance Kids, The Amazing Chan & Chan Clan), e via così fino a Jabber lo squalo batterista che viveva sotto il mare – un altro dei perversi effetti collaterali del film di Spielberg. Il peggio del periodo comunque fu il gruppo musicale di Lancillotto 008, una roba che se fosse girata oggi provocherebbe giustamente una furia di animalisti alle porte.
Forse ve ne sarete accorti dal fatto che da qualche giorno La Stampa spara in apertura delle pagine torinesi pile e pile di articoli pro Tav: siamo di nuovo al dunque sulla Torino-Lione.
E si è aperta la vicenda dell’Osservatorio, l’organismo tecnico con rappresentanti dei comuni, del governo e degli altri enti locali. La nuova comunità montana, insediatasi a dicembre, ha il diritto-dovere di nominare quattro membri in sostituzione di quelli scaduti a fine 2009, e ha chiesto il tempo necessario per farlo; dall’altra parte si è sfruttata la situazione per una operazione “carri armati” in cui i sindaci sono stati convocati d’autorità in prefettura da Saitta e Bresso, tentando di chiuderli dentro fino a quando non avessero nominato i propri membri senza aspettare la comunità montana, dove la maggioranza è appunto contraria alla Tav. Grazie anche al presidio pubblico tenuto nel gelo di fine anno (nonostante la manovra da bambini di spostare luogo e ora della riunione la mattina stessa…), la cosa è saltata.
La risposta non si è fatta attendere: il governo, tra gli applausi dei chiamparini, ha tranquillamente buttato fuori la comunità montana dall’Osservatorio e deciso di proseguire per i fatti propri, parlando solo con la minoranza di sindaci del PDL. In ballo c’è l’inizio dei lavori di sondaggio dei terreni, previsto per questi giorni; in pratica, una possibile seconda Venaus. E stanno infatti partendo le mobilitazioni.
La propaganda pro-Tav è ripartita in ogni modo, i giornali ne sono pieni; l’ultima trovata – l’ultimo tentativo di far diventare vera una falsità a forza di ripeterla sui media – è questa. Eppure paragonare l’impatto che ebbe l’apertura del traforo del Frejus – che trasformò in un quarto d’ora di treno al coperto quello che prima era un percorso di sei ore a dorso di mulo sotto la neve – con quello che può avere una variante di percorso per far risparmiare un’ora a merci che viaggiano per giorni è un atto scientificamente doloso. Ma il punto è proprio questo: scientificamente, guardando i numeri, la TAV Torino-Lione non può stare in piedi; i benefici non giustificheranno mai i costi.
La constatazione più sconvolgente, però, è proprio l’esistenza di questo misterioso governo che vuole fare la Tav a tutti i costi. E non parlo di Berlusconi; parlo di politici di tutti i colori, teoricamente avversari tra loro, che magicamente quando si parla di Tav sono tutti schierati su un pensiero unico, senza distinzioni.
E’ questo che fa davvero paura: un “governo grigio” in cui Berlusconi, Letta, Scajola & C. si fanno rappresentare alla guida dell’Osservatorio dal “tecnico” Mario Virano, ex PCI e collega di segreteria di Chiamparino, ma anche ex uomo di Gavio nella società dell’autostrada del Frejus, uno che già trent’anni fa gestiva per Novelli gli appalti del tram 3 (qualità …).
Un “governo grigio” per cui Chiamparino diventa presidente dell’ANCI, l’associazione nazionale dei comuni, e potendosi scegliere liberamente il vice non sceglie uno del suo partito (come prima Chiamparino stesso, che era il vice del fiorentino Domenici) e nemmeno un personaggio di rilievo ma lontano dalle sue zone, ma nomina Osvaldo Napoli, in teoria il suo maggior avversario politico in casa propria; uno di quelli che hanno rischiato di fare il candidato presidente del Piemonte per il centrodestra, magari contro lo stesso Chiamparino.
Insomma, sai che a dicembre ti potresti trovare Napoli come avversario in una corsa da governatore, e ad ottobre lo nomini di tua volontà come tuo fido scudiero, in una posizione che gli dà rilievo nazionale? Questa cosa veramente non ha senso, se non abbracciando l’inquietante idea che alla fin fine Chiamparino e Napoli appartengano a due marchi diversi della stessa azienda: l’azienda del cemento.
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Oggi all’ora di pranzo, dopo aver avuto un attacco di tosse profonda quasi da non respirare più, abbiamo deciso che fosse meglio fare qualcosa piuttosto che attendere senza far nulla fino a lunedì. Abbiamo chiamato la guardia medica per chiedere se fosse utile prendere uno sciroppo per la tosse, e la risposta è stata: assolutamente no, lo sciroppo blocca lì anche i germi, bisogna farsi visitare e prendere un antibiotico, però noi non facciamo visite fino alle 20, richiamate dopo quell’ora; prima di allora dovete chiedere al vostro medico della mutua. Allora abbiamo chiamato lo studio del medico della mutua, e la risposta è stata: come mai il paziente non si è presentato di persona dalle 10 alle 12?
Abbiamo spiegato che pioveva, avevo 38 abbondanti di febbre e comunque la situazione è peggiorata ben dopo le 12, al che ci è stato detto “e beh? ora aspettate lunedì”. Per fortuna l’avvocato di casa (non sono io) sa farsi valere e a forza di insistenze e di escalation verbali è riuscita a farsi passare un medico dello studio, che era ancora lì per caso, e a farlo venire. Il medico è venuto poco fa, è stato preciso e molto professionale, e grazie ai due minuti netti di visita (di cui uno per la compilazione delle ricette) ora ho la prescrizione di un antibiotico e di sufficienti farmaci collaterali da finanziare la ricerca del vaccino della suina per un paio di mesi; un po’ come a dire “hai voluto la bicicletta, pedala”. Tuttavia, ho avuto la netta sensazione che se fosse stato un cameriere in pizzeria mi sarei ritrovato uno sputo nella birra.
Ricordo che anche quest’estate, quando eravamo isolati in montagna e la mia febbre puntava a 41, per riuscire ad avere la visita di un medico, anche a pagamento, abbiamo dovuto chiamare il 118: tutto il resto aveva trovato soltanto muri di gomma.
Non è possibile per un medico essere sempre disponibile in qualsiasi momento, ma per un sistema sanitario garantire mediante turni che tu possa avere assistenza a qualsiasi ora almeno per tutta la giornata, non solo dalle 10 alle 12, mi sembrerebbe il minimo. Sono perfettamente cosciente che al mondo esistono torme di ipocondriaci che esistono solo per tormentare i medici di base e intasare inutilmente i pronti soccorso; eppure la missione del medico non è solo quella di curare chimicamente il corpo, ma anche quella di curare la sofferenza psicologica di chi si sente male. In fondo, fa parte del gioco anche subirsi 99 visite inutili per la solita influenza di stagione per poter intercettare per tempo quel caso in cui veramente succede qualcosa di grave.
Confermando che non c’è mai limite al peggio, la notizia che circolava insistentemente da qualche giorno stanotte è diventata ufficiale: alcuni giocatori del Toro sono sotto indagine per essersi venduti la partita col Crotone, persa in casa 1-2 in maniera incredibile con parecchi episodi oscuri (tra cui l’improvvisa mancanza di Sereni, con tanto di lite violenta negli spogliatoi prima della partita, che a questo punto si ipotizza attribuibile a una divergenza sul vendersi la partita).
Confusi dall’improvvisa crisi di scarsezza dei nostri, inizialmente si pensava a una normale figuraccia, ma sui forum da qualche giorno i nomi di Di Michele (già condannato in passato per lo stesso motivo), Diana (peggiore in campo) e Pisano (che non giocò, ma era loro compagno al Palermo) erano sulla bocca di tutti, tanto che quando Di Michele è entrato in campo martedì sera sono subito partiti i fischi (comunque prendeteli con le molle, sono nomi non confermati e potrebbero essere tutti sbagliati). La sconfitta del Toro era stata pagata fino a 20 volte la posta.
Ieri sera, poco prima che uscisse la notizia, si è dimesso il direttore sportivo Foschi per “motivi personali”. Foschi era stato di fatto sfiduciato dall’arrivo del nuovo responsabile di mercato Petrachi, ma a questo punto (considerando che anche lui è ex Palermo e ha costruito la carriera dei giocatori in questione) i dubbi vengono naturali anche su di lui. La situazione è al massimo della confusione; di partite perse in modo inspiegabile ce ne sono state molte altre, anche negli scorsi anni (resta in mente la decisiva trasferta di Bologna lo scorso anno, con il Toro in vantaggio 1-0 all’intervallo che perde poi 5-2 subendo reti incredibili). Insomma, che ci possa essere un club “scommettiamo che” tra i giocatori e magari pure i dirigenti del Toro è tutt’altro che improbabile.
Fin che sono i giocatori la squadra non rischia, ma se venisse dimostrato il coinvolgimento di qualche dirigente o anche solo la scelta consapevole di coprire il tutto sistemando le cose in silenzio – e il ricambio secco di dirigenti e giocatori che sta avvenendo in questi giorni non fa pensare bene – anche il Toro rischia una penalizzazione. Del resto, il rischio della famosa “società snella” di Cairo – senza dirigenti, che costano – è proprio quello di non avere sotto controllo la situazione interna.
Che dire: certo solo al Toro potrebbe succedere di venire penalizzato per aver truccato le partite per perderle, invece che per vincerle come facevano i gobbi…
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Questa sera ero già a letto, eppure non riuscivo a prendere sonno. Dev’essere che oggi ho passato tutta la giornata a fare dentro e fuori, dal caldo al freddo, prima in montagna, poi in viaggio, poi allo stadio. Dev’essere che mi è venuta la tosse e che verso metà del secondo tempo avevo i piedi congelati (senza nemmeno contare che mi erano cascate le palle). Dev’essere che il mio server da stasera non è raggiungibile e per l’ennesima volta dovrò aspettare il primo giorno lavorativo disponibile per riottenerlo. Oppure dev’essere che stasera hanno postato delle vecchie foto di dieci anni fa e che Facebook, implacabile, le ha già sparse per mezzo mondo.
Ad essere sinceri, ormai lo dovrei sapere: la vita va e viene in ondate, è come una sequenza di stanze mal chiuse in ognuna delle quali si deve aspettare un po’, mai troppo poco e mai troppo a lungo, riguardando ogni tanto dalla porta un pezzo delle stanze precedenti e sbirciando ogni tanto, ma solo da una fessura, cosa ci aspetta nella prossima. E’ con questa sensazione di svolta imminente (dunque già avvenuta: il resto è soltanto il ritardo del prendere coscienza) che convivo stasera, senza un motivo particolare. Chissà che cosa è già cambiato, quale porta si è chiusa e quale altra si è aperta, e se i mobili di questa stanza, che sembrano così simili a quelli della precedente, in realtà si riveleranno mancare di qualche abitudine consolidata e in cambio offrire qualche nuova esperienza.
Ricordo distintamente che a diciott’anni ero dispiaciuto per avere smesso di giocare a pallone seriamente a sei, così come ora mi dispiace di aver smesso di suonare in un gruppo a ventidue. Non fa niente; certe cose saranno per la prossima vita. Certo che per mutare pelle ci vuole un po’ di tempo, specialmente se la pelle stava stretta come una muta. Di stanza in stanza mi sento più spoglio, ed è un buon segno: viaggio verso l’essenziale. Quando finalmente sarò riuscito a rimuovere tutto ciò che sono stato, forse potrò riuscire a scoprire ciò che sono.
Sacchi, sacchetti, sacconi, pacchetti, carta colorata di ogni genere, fiocchetti, scatoloni, vassoi di cartone usa e getta, con la loro brava imbottitura di carta, di plastica, di polistirolo; bottiglie di vino in regalo, impacchettate in un cartone che dentro ha un altro cartone sagomato e ritagliato per tenerle ferme; scatole di panettone con dentro il sacchetto del panettone e la base del panettone; sacchetti di cioccolatini che contengono delle piccole confezioni di plastica le quali dentro hanno una seconda confezione d’alluminio che contiene il cioccolato; e in generale tutte le confezioni dei cibi, anche qui carta, plastica, alluminio, vetro. Un’orgia di rifiuti che è almeno il doppio più voluminosa dei regali (talvolta anch’essi inutili e destinati alla discarica) che ha contenuto; per giungere spesso all’assurdità della carta da regalo o della confezione utilizzata per un tempo netto di mezz’ora – si incarta, si consegna, si scarta e si butta via.
Naturalmente tutto ciò mi è stato dato con la massima buona volontà , anzi l’attenzione nell’estetica del pacco è segno di attenzione per il destinatario del regalo. Ma sarebbe davvero il caso di pensare che il vero regalo può anche non essere impacchettato, infiocchettato, insacchettato, inscatolato, imbellettato, o se lo deve essere lo può essere con parsimonia e con attenzione ad evitare lo spreco e l’inutile. Un regalo così, oltre che fare del bene al destinatario, fa del bene anche al mondo che ci sta attorno. Di questi tempi, mi sembra proprio un bel regalo.
Oggi è il primo dell’anno e cambiano tante cose: i calendari, le tariffe delle autostrade… C’è però anche un cambiamento positivo: una miriade di opere d’arte e dell’ingegno umano, essendo trascorsi settant’anni dalla morte del loro autore, entrano nel pubblico dominio.
Per festeggiare, Communia ha promosso l’idea di un Public Domain Day, il primo gennaio di ogni anno, in occasione dei nuovi arrivi appena liberati dal copyright. E vale la pena di unirsi.
P.S. Per chi invece sta cercando un calendario, come non segnalare quello dell’associazione Verde Binario di Cosenza, dedicato ai computer di una volta?
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