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martedì 19 Febbraio 2008, 15:23

I giovani lavoratori della conoscenza

Visto l’interesse, come anteprima dell’intervento che penso di fare al Barcamp ho pensato di pubblicare questa disamina dei problemi che hanno i lavoratori della conoscenza, categoria trasversale e difficile da definire, che racchiude una quota di lavoro dipendente, parecchio lavoro fintamente subordinato – cioè persone che di fatto fanno il dipendente, lavorando principalmente per un singolo committente e con orari e compiti rigidi, ma sono inquadrate in modo precario per risparmiare sul costo del lavoro – e tutta la galassia degli autonomi e delle partite IVA che svolgono lavori cosiddetti “atipici”, dal consulente al giovane imprenditore passando per i lavori artistici e gli sviluppatori a gettone.

Si tratta di un insieme di persone che nella mappa politico-economica dell’Italia non esistono, sia perché prevalentemente giovani, sia perché rientrano difficilmente nello schema tradizionale padrone – professionista – impiegato – operaio attorno a cui sono organizzate le relazioni sociali e le forme di assistenza collettiva. Per questo motivo queste persone sono tra quelle che subiscono più di tutte i danni della precarietà, ma anche quelli di un sistema bloccato e privo di meritocrazia. Eppure questo è anche l’unico settore con speranze di far nuovamente crescere l’economia italiana.

La rete è per tutti noi che facciamo parte di questo gruppo uno strumento fondamentale; sarebbe il caso di provare ad usarla per uscire dall’invisibilità e sollevare all’attenzione del mondo politico (di qualsiasi schieramento) i problemi che viviamo quotidianamente. Sul come… se ne discuterà al Barcamp e nella blogosfera!

P.S. per .mau.: no, non sto fondando un partito.

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12 commenti a “I giovani lavoratori della conoscenza”

  1. .mau.:

    lo so, stai fondando un movimento.

  2. sciasbat:

    no, un sindacato :P

  3. BlindWolf:

    Ho letto con interesse il documento e ne metto un paio di commenti direttamente qui.

    Citare come esempi Napster e Google forse è un po’ eccessivo: di net companies negli ultimi 10 anni ne sono nate come funghi e morte come mosche. Poche sono diventate trainanti, ma abbastanza hanno generato discreti profitti prima di essere assorbite pesce più grande (Flickr da Yahoo!, YouTube da Google, MySQL da Sun, Trolltech da Nokia… posso aggiungere il nome “Vitaminic”?).

    Ciò non toglie che per chi decide lo sviluppo economico in Italia (imprenditori, sindacalisti e soprattutto politici) l’economia nazionale si riduca ai settori storici (che stanno diventando anacronistici): meccanica, tessile, gastronomia, turismo, banche ed un po’ di chimica. Più uno (due con Cairo) che ha in testa solo media e pubblicità.
    Ah, dimenticavo il settore più dopato: edilizia e viabilità! Qualcuno faccia capire ai nostri soloni che lo stivale non è più il crocevia del mondo.

    Per quanto riguarda start-up e spin-off il business plan è sul clichè umoristico ricorrente su Slashdot:
    1) hai un’idea
    2) ???
    3) profitto!

    Negli USA una ditta di questo genere è fondata dal dipendente di una grande azienda che dopo anni di lavoro si accorge di una nicchia di mercato (magari snobbata dal management) e si apre un’impresa in tale nicchia sfruttando anche le conoscenze commerciali pregresse.
    In Italia si ha il professore che mette il naso appena fuori dalla sua proverbiale torre d’avorio (perchè sono finiti i fondi) e fa il prodotto che magari è già venduto 100 metri più il là con caratteristiche migliori, ad un prezzo inferiore e con una clientela già affezionata! Oppure il gruppo di giovani, anche molto talentuosi dal punto di vista tecnico, che però non ha le capacità commerciali, di marketing o di management per sopravvivere.

  4. BlindWolf:

    @.mau. e sciasbat: vb sta fondando una smart mob 2.0, gerontosauri che non siete altro! :-D

  5. .mau.:

    @BlindWolf: ah, non è un mash-up? Sai, io di queste cose non ne capisco mai nulla.
    D’altra parte, l'”assistenza collettiva” di cui parla vb non può esistere per definizione in un ambiente assolutamente individualista come quello dipinto dal nostro. Su questo i libertariani saranno d’accordo. (io no, ma tanto io non fondo partiti)

  6. BlindWolf:

    Mah, una sorta di “solidarietà di classe” c’è sempre. Come l’imprenditore che difende l’imprenditore evasore nonostante non sia un collega bensì un avversario (e per di più sleale).

  7. vb:

    A me basterebbe che anche le partite IVA potessero avere una pensione e qualche forma di mutua, ferie e indennità di disoccupazione, proporzionalmente a contributi e tasse versate. Al momento, paghiamo tasse uguali o superiori ma certo non abbiamo lo stesso welfare dei lavoratori dipendenti.

    (PS Sullo smart mob 2.0 non posso rispondere ora, ma se mi ricordo mi porto una mail da leggere al Barcamp…)

  8. sciasbat:

    Uhm il costo del lavoro di un lavoratore dipendente è enorme… uno con P.IVA a parità di costo per l’azienda porta a casa più soldi, ovviamente con una serie di rischi maggiori (mica tutti sono costretti, c’è anche chi sceglie di non diventare dipendente). Il problema è più generale e trasversale: in Italia l’imposizione fiscale è alta per tutti.

  9. BlindWolf:

    Infatti la cosa che mi stupisce è che un dipendente a tempo indeterminato costi di più di uno temporaneo. Se c’è un motivo a tutto questo ditemelo prima che mi beppegrillizzi.

    Il temporaneo ha i seguenti vantaggi dal punto di vista del datore di lavoro:
    1) permette di rendere più efficiente la ditta, in quanto lavora (e di conseguenza viene pagato) solo quando c’è la necessità di forza lavoro
    2) deve garantire una certa efficienza se non vuole essere scaricato

    se costa anche di meno che motivi avrebbe un datore di lavoro di assumere il precario?
    Per bilanciare questo squilibrio occorrerebbe disincentivare economicamente l’utilizzo dei precari (o incentivare economicamente le assunzioni).

    P.S.: la definizione di Wikipedia in Inglese di “Smart Mob” differisce notevolmente da quella italiana (che intende “mob” come contrazione di “mobile” e non come “massa di persone”)

  10. .mau.:

    @BlindWolf: un dipendente temporaneo costa di più perché devi pagare anche la società che ti manda il dipendente temporaneo.
    Quello che io trovo assurdo è che i soldi che si prende il co-pro non siano così diversi da quelli che si prende il lavoratore dipendente, considerando che l’azienda non solo ci guadagna sulla flessibilità ma non deve spendere tutti i soldi che il dipendente non vede nella paga epperò si spera vedrà una volta in pensione (e in malattia).

  11. BlindWolf:

    Non è detto che il precario arrivi da una società interinale.

    Nelle ultime due risposte stiamo facendo un po’ di confusione tra il costo del lavoratore quando lavora ed il costo mediato tra quando lavora e quando non lavora. Inoltre c’è da osservare che (se non sbaglio) il collab occasionale non riceve contributi pensionistici, il cocopro sì.
    Il collaboratore non ha ferie, malattia e tredicesima: da questo punto di vista, in un anno, ha delle voci di costo di meno dell’assunto a parità di quantità di lavoro svolto. Inoltre non lavora (e non viene pagato) quando non serve. Quindi, alla fine della fiera, la mia e la tua opinione, .mau., sono compatibili: il collaboratore dovrebbe costare di più (specialmente in soldini che direttamente o indirettamente gli arrivano) in modo che la bilancia costi/benefici dal punto di vista del datore di lavoro sia in maggiore equilibrio nella scelta tra collaboratore e dipendente.

  12. vb:

    Dal mio punto di vista, che costi di più o di meno è una questione di mercato, anche se in generale anche a me sembra logico che una persona presa per pochi giorni o settimane abbia un costo orario superiore. Quello che però è inammissibile è che la flessibilità diventi uno strumento per eliminare il welfare, cioè per prendere delle persone a fare lo stesso lavoro di un dipendente, ma senza la necessità di pagargli i contributi, la malattia e così via; oppure che lo Stato pretenda i contributi direttamente dal lavoratore, in misura comparabile a quelli dei dipendenti, ma non garantisca un servizio corrispondente in termini di assistenza e pensione, come accade per le partite IVA.

    Queste sono due grosse storture che vanno eliminate, e peraltro non è poi così difficile: per me, qualsiasi individuo che lavori in qualsiasi forma per un cliente che gli richiede degli orari e/o che genera più del 70% del suo reddito annuo è da considerarsi un dipendente e deve essere equiparato ai dipendenti nel trattamento; e ognuno deve ricevere un trattamento assistenziale e pensionistico proporzionale ai contributi versati, avendo nel contempo la libertà (fino a un certo limite) di scegliere tra forme di lavoro con meno contributi e meno assistenza, o forme di lavoro con più contributi e più assistenza.

 
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