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Archivio per il mese di Luglio 2010


domenica 18 Luglio 2010, 15:16

Il comunismo nel cesso d’oro

In teoria ero preparato, essendo già stato due anni fa per quattro giorni a Tokyo d’agosto; dunque avevo già presente la mostruosità del clima asiatico di questo periodo, con un caldo nominalmente nemmeno esagerato ma accumulato da un’umidità mostruosa, che ti si appiccica addosso e ti stringe e ti soffoca lentamente. Farsi la doccia è inutile, perché ridiventi appiccicoso prima ancora di ridiventare asciutto; lavare i vestiti è impossibile, perché non asciugano; l’unico rimedio è quello adottato dai locali, cioè dotare qualsiasi luogo chiuso di un condizionatore – qui ce l’hanno anche le topaie nei bassifondi, lo si compra prima ancora del televisore e dell’automobile – e spararlo a sedici gradi.

Il risultato è ovviamente uno sbalzo termico che fiaccherebbe un viadotto dell’autostrada, in cui ti devi portare dietro sciarpa e golfino per metterli quando entri dentro gli edifici, e ciò nonostante, quando sei fuori, vorresti soltanto ritornare dentro. Oggi, in particolare, abbiamo avuto un momento topico quando siamo arrivati al fondo di Piazza del Popolo, che sarebbe la piazza-parco che segna il centro politico della città; ha in mezzo il municipio, il teatro dell’opera e il museo cittadino, circondati sulla superficie della piazza da un parco “civilizzato” – così lo definisce il sottotitolo cinglese del cartello – di giardini e giostre e laghetti e magnifiche ninfee; affacciati sulla piazza vi sono poi una infilata di dieci o venti grattacieli che ospitano alberghi a cinque stelle, uffici di multinazionali, un concessionario Porsche e un concessionario Ferrari; la piazza occupa un’area circa pari all’intero centro di Torino.

Ecco, dicevamo, siamo arrivati in fondo alla piazza, e per andare verso la città vecchia e il quartiere della concessione francese bisogna attraversare una tangenziale a sette corsie più sette nell’altra direzione, e ovviamente c’è un sovrappasso pedonale appeso sopra l’incrocio e sotto la sopraelevata autostradale, ed ecco proprio lì, salite col fiatone le scale, in mezzo al caldo che pioveva dalle nuvole e rimbalzava dall’asfalto, abbiamo praticamente avuto un collasso, ognuno di noi indipendentemente, rischiando di accasciarci lì.

Per fortuna dall’altra parte c’era l’ingresso di una stazione della metro, con il suo tornado a sedici gradi che usciva dalle viscere della terra, e mi ci sono messo per scaricare un po’ di caldo, e anche se il freddo fosse venuto solo da un tombino mi ci sarei messo sopra come una Marilyn in pantaloncini, a costo di gelarmi le parti intime.

Questo è tuttavia l’unico problema di Shanghai, che per il resto è un posto davvero impressionante. Noi siamo ospitati nel campus della Fudan University, che sta in zona semicentrale, ossia a una decina di chilometri dal centro. Un mese fa, guardando con Google la mappa della zona per vedere com’era la logistica, mi ero preoccupato: le più vicine stazioni della metro, una da una parte e una dall’altra, distavano quasi mezz’ora a piedi, e si prospettava dunque una serie di lunghe camminate o la necessità di prendere il bus o anche il taxi, che qui costa poco ma presenta sempre il rischio che l’autista non capisca e ti porti a qualche decina di chilometri di distanza dalla tua meta.

Arrivati in albergo abbiamo dunque chiesto quale fosse la stazione più vicina, e ci hanno risposto: uscite, girate di lì, a fine isolato c’è la stazione, saranno dieci minuti a piedi. Noi scettici li abbiamo guardati male, e abbiamo confrontato con la mappa delle nostre guide e con quella trovata in camera, nessuna delle quali mostrava una stazione della metro in quel punto. Loro hanno insistito, così siamo andati a vedere e… c’è veramente una stazione della metro della linea 10. Ma sulle nostre carte non c’era nessuna linea 10!

Alla fine abbiamo scoperto: e certo, erano mappe del 2009! Nel 2009 c’erano nove linee di metro, ma nel 2010 ce ne sono dodici (del resto nel 2006 ce n’erano solo cinque). In effetti anche su Google, un mese dopo, sono apparsi sti 30 km di metro nuovi nuovi che l’anno prima non erano nemmeno tracciati come “in progetto” sulle cartine. Non solo: la stazione della metro ha aperto da soli tre mesi, ma intorno è già spuntato un gigantesco triplo centro commerciale, con multisala, fast food, negozi eleganti e altre attrazioni. Intorno ci sono ancora i vecchi isolati, alcuni con palazzoni anni ’80, altri con caseggiati anni ’50, ma è facile pensare che prima o poi anche quelli saranno rasi al suolo e sostituiti da un nuovo quartiere residenziale… che non sarà poi troppo diverso dai nostri, l’unica differenza è che da noi il nuovo progetto residenziale medio è fatto di cinque palazzine uguali da dieci piani l’una mentre qui è fatto di cinquanta palazzine uguali da trenta piani l’una.

Qui lo stravolgimento continuo è palpabile: quel che vedi oggi, domani potrebbe non esistere più. Ovunque ci sono isolati transennati, abbattuti, pronti a diventare nuovi grattacieli. Ovunque ci sono moltitudini di cinesi che corrono, lietamente presi nell’ingranaggio del capitalismo comunista, protagonisti dell’epoca d’oro della Shanghai da bere.

Abbiamo visto il museo del primo congresso del Partito Comunista Cinese, sul luogo dove esso si tenne clandestinamente nel 1921: è inglobato dentro un centro commerciale di lusso. Tra un ristorante messicano e un negozio di Gucci, puoi entrare e vedere la statua di cera di Mao di fronte al tavolo su cui scrisse il manifesto del Partito. Puoi sentire il racconto dell’eroismo dei partigiani comunisti contro i giapponesi nell’ambito della “guerra antifascista mondiale”. Puoi leggere di quando il Partito “su basi giuste, con moderazione e per il bene di tutti” dichiarò la guerra civile e liberò Shanghai dal Kuomintang. E poi puoi seguire Dente di Elvis, la mascotte dell’Expo 2010, che ti sciorina le foto di tutti gli impressionanti edifici costruiti per questa occasione, oltre alle sette nuove linee di metro; e imparare l’orgoglio della via cinese verso la supremazia mondiale; e con quell’orgoglio, insieme ai tuoi yuan di cafone ripulito, uscire subito a comprarti al negozio accanto un cesso d’oro, una maglietta firmata, o perlomeno un cappellino di paglia con scritto “Ronaldiño” (va di moda anche qui sognare il Brasile).

In fondo fu detto che ognuno avrà secondo i propri bisogni: nell’epoca della tamarraggine globalizzata, è tanto giusto quanto geniale che ciò conduca il comunismo a svilupparsi in modo che anche i cinesi possano soddisfare bisogni di questo tipo.

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sabato 17 Luglio 2010, 11:09

Nuovo cinema Air China

Come sapete, io vedo film soltanto sui voli intercontinentali (specie dopo la mia ultima visita al cine a vedere Watchmen, in cui volevo uscire dopo dieci minuti) e non manco mai di farne una recensione sul blog.

Stavolta il programma di Air China vedeva due film cinesi seguiti da due film occidentali.

Il primo film cinese (trasmesso in originale con sottotitoli in inglese) si intitola Go Lala Go e vorrebbe essere una commediola romantica su una donna in carriera che trova l’amore in ufficio. Al di là della piacevolezza, è stato avvincente per via del racconto della vita cinese “moderna”: in una corporation situata in un grattacielo modernissimo, in cui tutte le impiegate sono ex modelle con vestiti firmati e sculettio d’ordinanza, Lala fa carriera urlando, ordinando e dimostrandosi donna con le palle. Durante la gita aziendale a Pattaya (altro che Fantozzi) lei ha una storia con un aitante megamanager, che la fa subito promuovere a sua segretaria. Dopo numerosi minuti di tormento esistenziale, lei decide che la relazione è compatibile con la carriera e i due cominciano a girare per ristoranti di lusso su Mercedes cabriolet. Alla fine il colpo di scena, perché lui ha una ferale notizia che lo riduce in lacrime a meditare il suicidio: sarà licenziato. Ma i due ovviamente, dopo altre peripezie, vivranno felici e contenti una vita da yuppie.

Chiarito bene il modello culturale vigente in Cina, e detto che il secondo film era un poliziesco che non ho visto bene perché dormivo, veniamo al pezzo forte: il primo film occidentale era Gli amabili resti, il recente film di Peter Jackson sulla vicenda di una bambina fantasma perché uccisa da un pedofilo.

Che dire? Sceso dall’aereo mi sono collegato a Internet e mi sono collegato con la Borsa di New York per comprare future sulla melassa, perché questa produzione ha esaurito tutta quella disponibile sul pianeta. In pratica il film è una lentissima, insopportabile, snervante sequenza di scene strappalacrime sopra le righe, non tenute insieme da una trama che fa acqua da tutte le parti; per cercare di salvare la situazione, oltre a riproporre al rallentatore la scena della bambina che fa le foto al suo futuro assassino circa una dozzina di volte, Jackson riempie i buchi tra una emozione e l’altra con effetti speciali a manetta, del tipo “mettiamo a ciclo continuo tutti gli effetti che possiamo ottenere combinando insieme tutti gli algoritmi che abbiamo”. Di tutto il film si salvano solo le recitazioni di Susan Sarandon (che, saggia donna, si è assicurata di essere abbastanza irriconoscibile) e della ragazzina protagonista; per il resto, Jackson dovrebbe essere rispedito a calci nel culo in Nuova Zelanda a fotografare figurine di elfi.

Per completare il viaggio, ci hanno mostrato (e ancora non l’avevo visto) Avatar. Ma solo la prima metà. Credo che visto su uno schermino LCD sito a cinque metri da te renda meno che al cinema con gli occhiali 3D, e tuttavia è lo stesso visivamente meraviglioso. Per il resto, parte come una versione lunga di Star Trek Enterprise ma, purtroppo, senza le scene di decontaminazione; poi si trasforma presto in un clone abbastanza spudorato della Principessa Mononoke (la scena degli spiriti della foresta è sostanzialmente identica) però con protagonista Jar Jar Binks. Diciamo che il punto forte del film non mi pare la trama, quanto piuttosto l’indubbia meraviglia che si prova davanti a certe immagini; comunque non posso giudicare, perché appunto hanno trasmesso la prima metà, poi hanno cambiato cassetta e hanno trasmesso di nuovo la prima metà, tanto ai cinesi non interessava.

P.S. Sì, in Cina Facebook è filtrato, e anche Twitter (sono ammessi solo omologhi cinesi autorizzati dal governo). Ho provato a collegarmi facendo ponte sul mio server, in modalità solo testo, ma Facebook non la supporta… Temo che per un po’ potrete seguirmi solo qui sul blog: le folle sono avvisate.

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giovedì 15 Luglio 2010, 17:45

In partenza

Quest’anno si parte prima del solito: domani mattina mi sobbarcherò il solito pullman per Malpensa (ormai da Caselle non si va più da nessuna parte) per andare a prendere un aereo per Shanghai.

Infatti la mia compagna fa da accompagnatore per uno scambio universitario di tre settimane tra la sua università e l’università Fudan di Shanghai; e avendo l’opportunità di avere metà della coppia spesata, è venuto bene aggiungerci una settimana di vacanza in fondo e condividere l’esperienza, tanto più con l’opportunità di visitare anche l’Expo 2010.

Non è la prima volta in Cina, ma certo un mese è un bel periodo: spero di avere l’opportunità di capirne di più a proposito di una delle nuove capitali del mondo. Naturalmente vedrò di fotografare, filmare e bloggare il più possibile: grazie alla magia della rete, continueremo tranquillamente a chiacchierare tra noi.

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mercoledì 14 Luglio 2010, 11:30

Una proposta per le primarie del Movimento 5 Stelle

Proseguono a pieno ritmo anche nel Movimento 5 Stelle i lavori preparatori in vista delle elezioni comunali del 2011: solo questa settimana sono in calendario tre diversi incontri.

Come già sa chi legge regolarmente questo blog, uno dei punti più controversi della discussione verte inevitabilmente su chi e come debba scegliere il programma e i candidati; c’è chi preferisce un modello in cui decide un numero ristretto di attivisti, magari con un livello intermedio di rappresentanza (è stato proposto di creare un gruppo per ciascuna circoscrizione cittadina, che manderebbe poi un portavoce agli incontri di coordinamento comunale), e chi, come me, vorrebbe più ambiziosamente provare a realizzare sul serio un modello di democrazia partecipativa online, come peraltro chiaramente previsto dal non-Statuto del Movimento.

Per discutere e promuovere questa seconda visione, io e altri suoi sostenitori abbiamo organizzato un incontro domani sera (giovedì), in corso Ferrucci 65/A alle 21, nel quale in particolare io presenterò la mia proposta di elezioni primarie per il Movimento 5 Stelle. E’ un documento in cui ho provato a raccontare come potrebbe funzionare in pratica una “primaria dei cittadini” per il programma e i candidati, analizzando i problemi e offrendo possibili soluzioni. E’ una bozza ed è lì per essere discussa, all’incontro ma anche in rete, non solo a Torino ma ovunque ci sia il Movimento.

Io credo che il Movimento 5 Stelle sia qui per innovare; e che non possa accontentarsi di un classico “tran tran” da partitino di opposizione, con il suo gruppetto di habitué, la sua manifestazione di piazza mensile, la sua interrogazione indignata, i suoi comunicati fiammeggianti per esaltare le folle e il suo qualche per cento fisso che, trascinandosi negli anni, garantisce uno spazietto in politica ad alcuni ma nulla più. Abbiamo tantissime proposte e idee costruttive; dobbiamo trovare il modo di metterle in atto.

Insomma, oltre a denunciare bisogna anche costruire; e oltre a costruire proposte alternative bisogna anche costruire una nuova coscienza democratica. Se io tra qualche mese vedessi un migliaio di torinesi che, via Internet o nelle piazze, ci dicono che ritengono più importante una proposta rispetto a un’altra o preferiscono questo rappresentante rispetto all’altro – in una primaria veramente aperta, non in una votazione finta in cui tu puoi votare ma i candidati sono scelti dall’alto e quelli scomodi vengono esclusi prima – io sarei contento: penserei di aver già fatto qualcosa di concreto per cambiare un pochino la testa degli italiani, e convincerli sempre di più che la cosa pubblica è qualcosa a cui devono pensare ogni giorno almeno un po’.

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martedì 13 Luglio 2010, 15:10

I cantieri del quartiere Parella

Mi hanno detto che io mi lamento spesso. E’ vero, ma mi lamento quando vedo le cose fatte coi piedi… Chi abita in zona Parella sa cosa stiamo vivendo in queste settimane; chi non lo sa può divertirsi con questo dettagliato resoconto.

Qualche giorno fa tornavo dal centro in bici per via Medici quando, in vista dell’incrocio con corso Lecce, ho incontrato una coda inusuale. In quel tratto c’è spesso coda, perchè il verde per via Medici è molto breve, ma stavolta la fila arrivava fin quasi in corso Svizzera. Risalita la coda, ho scoperto il motivo: all’incrocio, oltre al semaforo, c’erano i vigili.

Dovete sapere che in queste settimane il mio quartiere ̬ devastato da lavori in corso ubiqui Рcredo per il teleriscaldamento. Avendo deciso che un collettore doveva passare necessariamente sotto il centro di corso Lecce (ma non potevano metterlo sotto il controviale?), uno dei principali assi di scorrimento cittadini ̬ stato trasformato in una continua sorpresa di deviazioni, strettoie e, ovviamente, code, tutte artisticamente mutate ogni pochi giorni man mano che il cantiere si sposta.

In questi giorni il cantiere è tra via Medici e via Lessona, per cui chi arriva da sud, all’incrocio con via Medici, deve immettersi sul controviale. Ci sono molte cose che si potevano fare per rendere la cosa meno dolorosa: per esempio, modificare temporaneamente il semaforo in modo da mantenere il rosso sul controviale mentre dal viale, col verde, le auto effettuano la svolta. Oppure pattugliare regolarmente il tratto di controviale su cui è deviato il traffico, visto che la coda è data anche dal fatto che, davanti al paio di bar che ci sono, continuano ad esserci allegramente le auto abbandonate in doppia fila.

Invece no: nessuno si è preoccupato di queste cose, ma l’unico intervento è stato mandare i vigili: ed è stata una scelta mortale.

Infatti, l’incrocio era presidiato da una squadra di quattro vigili, un uomo e tre donne. Lo scopo, in teoria, era quello di evitare che l’incrocio si intasasse, bloccando le auto sul viale di corso Lecce se sul controviale non c’era più spazio per accoglierle. La realtà, invece, era una comica da film muto: infatti i quattro vigili non riuscivano assolutamente a sincronizzarsi tra loro. Probabilmente erano poco esperti, ma mentre uno da un capo dell’incrocio invitava le macchine a passare, l’altro dall’altra le bloccava in mezzo al passaggio; oppure un vigile invitava a muoversi proprio mentre veniva rosso, rischiando la collisione con chi vedeva scattare il verde e partiva davanti a un altro vigile che, non accorgendosi del cambio di colore, si dimenticava di fermarlo; oppure il vigile che regolava il viale non veniva avvertito che il controviale si stava riempiendo e faceva passare troppe auto.

In pratica, per tre interi cicli semaforici il breve verde di via Medici è stato completamente perso perché le maldestre manovre dei vigili avevano riempito l’incrocio di auto bloccate; e così si spiegava la coda fino in corso Svizzera e, dall’altra parte, fino in piazza Chironi.

Come ciliegina, il caos era completato dal fatto che nella già stretta via Medici, proprio sull’angolo, era in corso un trasloco: un enorme camion con elevatore tirava giù mobili da un piano alto, restringendo la carreggiata. Ora, io non so se il trasloco fosse urgente, ma possibile che non si potesse dare il permesso di occupazione del suolo per dieci giorni prima o dieci giorni dopo, a cantiere spostato?

Nella direzione opposta hanno dovuto chiudere il controviale prima di via Fabrizi. Per evitare che le auto ci si infilino e poi si trovino bloccate, hanno deciso di chiuderlo, ma non in quel punto: già molto prima, all’altezza di corso Appio Claudio. Lì, in un punto dove già il viale si stringe da tre a due corsie, chi arriva dal controviale deve senza preavviso immettersi sul viale; e ovviamente nemmeno lì si è sistemato il semaforo, per cui l’operazione va fatta col rosso o giù di lì. Il risultato è una coda che ieri pomeriggio arrivava fin quasi in corso Toscana, quasi due chilometri più su.

Si poteva mantenere aperto il controviale fino a via Lessona, su cui far defluire parte del traffico, e comunque organizzare meglio la manovra. In compenso, il controviale più avanti è rimasto aperto, per cui molte auto si spostano dal controviale al viale, fanno un isolato a passo d’uomo, poi vedendo la coda sul viale e il controviale aperto e vuoto si reimmettono sul controviale e vanno a finire esattamente là dove è chiuso, venendo poi deviate in mezzo alle viuzze del quartiere (anch’esse piene di cantieri) e intasando anche quelle.

Ne volete ancora? Sotto casa mia, anche via Pilo è interessata dai lavori. E’ una via stretta ma a doppio senso e strategica per il quartiere, tanto è vero che tre anni fa misero un senso unico e poi dovettero rimangiarselo in due mesi per le proteste.

Nelle scorse settimane, piano piano, il cantiere ha occupato metà carreggiata. Il primo giorno, nonostante il cantiere occupasse solo pochi metri nell’ultimo di cinque isolati, hanno messo il senso unico per tutta la via; e la gente, anche per mancanza di alternative, se ne è fregata e ha continuato a circolare a doppio senso senza problemi.

Allora si sono incaponiti e, anche se non c’era ancora motivo di mettere il senso unico se non nell’ultimo isolato, hanno messo dei cartelli di senso unico più grossi. E come li hanno messi? Nel bel mezzo della strada, così:

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Quello che vedete è un incrocio abbastanza trafficato dove spesso si verificano incidenti con le auto che arrivano da destra: bene, immaginate la situazione con un grosso cartello piazzato esattamente in mezzo subito prima dell’incontro, che ostruisce la visibilità verso destra e costringe chi arriva a spostarsi sulla sinistra rischiando il frontale.

Ma non è finita qui: alla fine il cantiere è arrivato fin qui e ora il senso unico è fisicamente obbligato, perché metà della strada è occupata dal buco. E però… è sparito il senso unico: ora c’è un segnale che dice che si può tranquillamente passare! Poi però uno si infila e si blocca a metà, muso contro muso, con chi arriva dall’altra parte…

Per certi versi è inevitabile che luglio e agosto siano mesi di cantieri, ed è giusto che vi siano concentrati i lavori più impattanti. Allo stesso tempo non è certo più vero che in questi mesi la città sia vuota, dunque bisognerebbe comunque scaglionare meglio i lavori su un arco di tempo più lungo. Ma soprattutto, bisognerebbe mettere un po’ più di attenzione su come li si organizza: molto si può fare per ridurre i disagi, basta volerlo fare.

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sabato 10 Luglio 2010, 12:43

La stanchezza

La stanchezza è arrivare alla fine di un’annata molto intensa senza più molte energie, e svuotato dal caldo. Se veramente il nostro clima si riscalda (senza entrare qui sul perché e per come) dovremo anche noi imparare a vivere come in Asia, cioè con un condizionatore acceso ovunque, anche al cesso.

D’altra parte in questi giorni la produttività cala, il nervosismo sale, il sonno è debole e disturbato, ci si arrabbia per poco. Le strade sono piene di gente che suona il clacson, passa col rosso, attraversa senza guardare, non è disposta a cedere nemmeno un secondo nella distanza che la separa da un posto più fresco, o perlomeno meno surriscaldato di un pezzo di asfalto in mezzo al cemento. E poi luglio è il mese dei lavori stradali…

Facciamo che spengo il computer e vado in montagna fino a lunedì mattina, ok?

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venerdì 9 Luglio 2010, 17:02

I diritti di chi usa Facebook

Casi come questo sono sempre più frequenti: persone normali e rispettabilissime, talvolta anche piuttosto conosciute, che da un giorno all’altro, senza preavviso, si ritrovano bannate da Facebook – l’account chiuso, i contatti dispersi, le foto e i video cancellati. E senza nemmeno sapere perché: tutti i tentativi di contattare qualcuno tra i gestori del servizio non vanno a buon fine, vengono ignorati o ricevono soltanto risposte generiche e preconfezionate.

Questo genere di comportamento è, per chi lo subisce, un danno notevole; anche economico, per chi con la rete ci lavora. Le condizioni legali del servizio tuttavia lo permettono; e non sono pochi quelli che giustificano questi episodi dicendo “in fondo è un servizio gratuito”.

Rispondere così, tuttavia, significa non aver capito l’economia dei social network; un’economia in cui il prodotto di una azienda come Facebook, Youtube o simili non è altro che l’insieme degli utenti stessi. Facebook guadagna vendendo persone profilate e comunicazione alle persone stesse; semplicemente usando Facebook, tu stai lavorando per loro. Addirittura, quando l’azienda viene venduta, il suo valore viene determinato anche moltiplicando il numero degli utenti per un “reddito atteso per utente”: questa metrica era comunissima ai tempi della new economy, dove alcune aziende passarono di mano per cifre di alcune centinaia di dollari per utente registrato.

Tempo fa, in una conferenza internazionale a Berlino, mi trovai in mezzo a una interessante disquisizione proprio su questo tema: è giusto che chi possiede queste aziende “monetizzi” gli utenti e i loro contenuti senza riconoscere loro una parte dei proventi? In una visione marxista classica, gli utenti di Facebook potrebbero benissimo essere equiparati ad operai sfruttati, e dovrebbero arrivare a possedere la “fabbrica”. Ma è questione di valore, e si può anche pensare che lo scambio quando funziona sia equo: io ti do la mia vita sociale e tu mi dai una piattaforma di comunicazione gratuita. Tuttavia, questo non vuol dire che gli utenti non debbano avere alcun diritto, e che debbano essere ostaggio del gestore della piattaforma.

Al contrario, specialmente nel momento in cui una piattaforma come Facebook acquisisce una posizione fortemente dominante nel suo segmento, essa dovrebbe acquisire anche doveri di equità, rispetto e accesso universale. Escludere qualcuno da queste piattaforme può alterarne significativamente le opportunità sociali, culturali, professionali, politiche: che ciò venga fatto senza regole, senza trasparenza, con meccanismi automatici piuttosto balordi, e senza possibilità di appello, è francamente inaccettabile. Per non parlare dei rischi per la privacy, delle possibilità di censura (Facebook è attualmente la principale fonte di notizie non censurate in Italia, ma per quanto?), delle violazioni di ogni genere che, senza un controllo e una regolamentazione attiva da parte di chi rappresenta il pubblico interesse, i gestori potrebbero mettere in atto.

Certo, a guardare l’Italia di oggi, già si sa che una eventuale regolamentazione di Facebook andrebbe nell’ottica di limitare la libertà degli utenti piuttosto che garantirla: forse è meglio scamparcela. E però, a livello internazionale da anni abbiamo sollevato il tema della Carta dei Diritti della Rete, sotto la guida illuminante di Stefano Rodotà. Più la rete si evolve e più ne aumenta il bisogno.

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giovedì 8 Luglio 2010, 14:21

Seguirà cocktail: la manifestazione contro l’inceneritore del Gerbido

Spero ben di non dover di nuovo spiegare perché gli inceneritori sono una scelta sbagliata da tutti i punti di vista – ambientale, energetico ed economico; e perché vengano spinti dalla politica italiana semplicemente in quanto “grande opera” generatrice di appalti e di flussi di cassa imponenti (comunque, se avete bisogno, avevo pubblicato una analisi più dettagliata l’anno scorso).

Ieri mattina si è svolta in pompa magna la cerimonia di “posa della prima pietra” dell’inceneritore del Gerbido, ovviaemnte ad uso telecamere, con tanto di discorsi e di benedizione del prete di turno. Tra politici e VIP torinesi era stato fatto circolare un invito, rinforzandolo con la classica frasetta “seguirà cocktail”. Mentre questi, ben chiusi e protetti dalla polizia, si facevano la loro cerimonia e il loro cocktail a nostre spese, noi siamo andati a manifestare; nonostante l’orario ovviamente infelice (mercoledì mattina alle 11 sotto il solleone) si sono presentate oltre un centinaio di persone.

Quel che è successo non è stato mostrato da nessuno; o meglio, quasi tutti i giornali vi hanno fatto un accenno (meglio del solito, devo dire), ma il TGR Piemonte ha battuto ogni record di disinformazione (vedrete alla fine del video… da non perdere). La manifestazione è stata pacifica ma tesa, perché chi usciva dal bunker è stato coperto di insulti e preso a palline di carta, e la reazione delle forze dell’ordine non si è fatta attendere: molti spintoni e per poco non sono partiti i manganelli. Alla fine tutti hanno mantenuto la calma e il sangue freddo, e nessuno si è fatto male; io ovviamente ho ripreso e montato, e vi faccio vedere.

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martedì 6 Luglio 2010, 18:21

La Padania che verrà

La Padania è sempre più spesso nei nostri discorsi; e questa è già una vittoria di Bossi. Su Lega sì, Lega no si è incentrata buona parte della passata campagna elettorale per le regionali piemontesi, e ancora di più la pletora di commenti usciti dopo il voto, per non parlare di un crescente “dialogo culturale” tra polentoni e neoborbonici, a colpi di insulti e di revisionismi su storie di 150 anni fa.

A me tutto questo fa arrabbiare; non tanto il fatto di dover discutere se abbiano rubato più soldi i piemontesi dalle casse napoletane o i napoletani dalle casse piemontesi (siamo in Italia, hanno rubato tutti), ma il fatto che in questo Paese non si riesca ad avere una civile e razionale discussione sul tema del federalismo.

Già, perché alzando un attimo il naso dal paiolo della polenta ci si potrebbe accorgere che l’Italia non è certo l’unico posto dove si discute di autonomie e di secessioni, e che il celodurismo da campanile non è affatto l’unico modo di discuterne.

Il Belgio, per esempio, è già di fatto un paese diviso in due nazioni e mezza, rotto da secoli di rivalità e da uno spettacolare ribaltone nella suddivisione della ricchezza economica tra Nord e Sud (purtroppo per i suoi abitanti, la Vallonia negli ultimi cento anni ha prodotto due cose soltanto: Magritte e la disoccupazione). Nessuno crede che il Belgio possa esistere ancora per molto, a meno che non si verifichi qualche miracolo economico.

La possibile frantumazione dell’Italia, dunque, non è affatto un tema di folklore, ma un problema oggettivo: del resto lo stesso Economist – pur di sinistra per quanto possa esserlo un giornale economico inglese – per gioco ma fino a un certo punto divide l’Italia in due, prevedendo una nazione separata al Sud, fuori dall’Unione Europea, cortesemente denominata Bordello.

Sono chiari a chiunque li voglia vedere i giochi di potere geopolitico e le tensioni economiche interne all’Unione Europea, e si parla apertamente di doppio euro e di possibile uscita dall’Unione di un blocco forte, dominato dai tedeschi – a cui interesserebbe ovviamente tenersi attaccato il Nord Italia e scaricare il Sud. Se scattasse una crisi globale di fiducia nei debiti pubblici, l’Italia rischierebbe davvero la bancarotta e il conseguente caos nelle strutture pubbliche; e a quel punto quanti di voi sono disposti a scommettere che le parti del Paese coi conti più in ordine sarebbero favorevoli a portarsi dietro i debiti delle altre?

Non sono certo le buffonate celtiche che spezzano i Paesi; le buffonate celtiche sono al massimo un metodo ben studiato per trasformare un concetto inizialmente innaturale in uno assolutamente familiare; provvisoriamente ancora respinto, ma familiare e dunque plausibile. Dopo, arriva il fattore scatenante per trasformarlo da plausibile a reale, che può essere un esercito o, più elegantemente, un disastro economico più o meno artificiale.

D’altra parte, siamo da decenni nel mezzo di un processo storico di “glocalizzazione”; da una parte i governi nazionali diventano impotenti di fronte a fenomeni socioeconomici globali, e dall’altra diventano troppo grossi e rigidi per gestire in maniera efficace una società che si evolve alla velocità della luce. Non è un caso che i migliori successi europei degli ultimi lustri vengano da Paesi di medie dimensioni (Irlanda, Danimarca) o da Paesi con una struttura fortemente federale (Spagna, Germania).

In fondo, nel momento in cui la mia economia e la mia vita sono governate da decisioni prese a Bruxelles e a Francoforte, che differenza fa che la scritta sul mio passaporto dica Italia, Padania, Piemonte, o Repubblica Popolare del Quartiere Parella? Non cambia praticamente niente, a parte il colore della maglia della nazionale e il rapporto costi/benefici legato alle prestazioni offerte da ciascun governo e alle tasse richieste in cambio. A questo punto, laicamente, tanto vale concepire lo Stato come un puro “centro servizi” e scegliere la dimensione di governo più efficiente.

Basta solo che se ne parli con serietà e con obiettività; e che nel farlo non si insulti chi, in tempi completamente diversi, per la nostra bandiera ha dato la vita. Altrimenti il rischio è che la secessione avvenga comunque, e che da una nazione da operetta si finisca in uno staterello di buffoni.

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sabato 3 Luglio 2010, 12:52

Lo scopo di Twitter

Bazzico d’abitudine un po’ tutti i social network, ma fino a questa settimana c’era una eccezione: Twitter. Onestamente non ne ho mai capito bene il senso, visto che se proprio vuoi raccontare al mondo tutto quel che fai una riga alla volta puoi sempre aggiornare il tuo status su Facebook. Tuttavia, anche solo per vedere com’è, qualche giorno fa mi sono registrato.

O meglio ci ho provato; perché metà delle volte mi veniva fuori una schermata che diceva che la capacità massima del sistema è stata superata e di riprovare più tardi.

Poi ho aggiunto due o tre amici nella lista, per ricevere nella mia home i loro aggiornamenti.

O meglio ci ho provato; perché anche qui continuavo a ricevere la simpatica paginetta di errore ogni due per tre.

Quando ieri pomeriggio ho letto che Ronaldo aveva usato il proprio Twitter per invitare Felipe Melo a non tornare più in Brasile (e noi siamo contenti: viste le prestazioni, speriamo che giochi ancora a lungo nella Juve), sono andato a vedere.

E ho ricevuto la pagina di errore, per dieci o venti volte consecutive, senza riuscire a vedere un bel niente.

Ma allora spiegatemi, la gratificazione nell’usare Twitter è riuscire a caricare le pagine?

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