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venerdì 10 Settembre 2010, 15:26

Dove va la libertà

La EXGAE è una associazione spagnola senza scopo di lucro con sede a Barcellona, creata da amanti della cultura libera, che promuove l’uso e la diffusione delle licenze libere per il rilascio di software e di contenuti musicali, multimediali e artistici in genere. Esiste da parecchi anni, tanto è vero che sono loro ad avere organizzato il Free Culture Forum a cui ho partecipato lo scorso anno, coordinando una interessante discussione. Si chiama così per fare il verso alla SGAE – la SIAE spagnola – ribadendo come “ex SGAE” che dalla prigione del copyright si può anche uscire.

Qualche settimana fa, nel bel mezzo del mese di agosto, EXGAE ha ricevuto un fax dagli avvocati della SGAE, che le contestano… una violazione del marchio a scopo di concorrenza illegale. Secondo la SGAE, siccome EXGAE si rivolge agli artisti e fornisce servizi di consulenza per la distribuzione della loro produzione, fa concorrenza alla SGAE, che è il leader del mercato suddetto; e in tale attività non può dunque usare un nome che assomigli al suo. “E’ come se qualcuno aprisse dei negozi di abbigliamento col nome EXZARA”, sostengono gli avvocati.

Quanto EXGAE sia un business lo spiegano loro stessi, da ben prima di questa vicenda, sul loro sito: “Gli avvocati prendono 100 euro l’ora. Noi chiediamo 20 euro alla gente e mettiamo gli altri 80 euro. L’abbiamo fatto per un anno e mezzo e abbiamo accumulato un debito di più di 10000 euro… A fronte di una situazione economicamente insostenibile, a partire da adesso funzioneremo in questo modo. Persone di esperienza ma non avvocati risponderanno gratuitamente alle domande… Se si arriva al punto che richiede un avvocato vi metteremo in contatto con avvocati specializzati con cui concorderete voi stessi le tariffe.”

L’attacco della SGAE è chiaramente pretestuoso; utilizza la legge sui marchi come grimaldello per fermare la diffusione della pericolosa idea secondo cui, per chi vuol distribuire le proprie creazioni anche a scopo di lucro, pagare un intermediario che lucra per legge e redistribuisce gli utili ai soliti noti non è affatto necessario.

Io partecipo da oltre dieci anni alle discussioni sui nuovi principi di condivisione della cultura introdotti da Internet (che poi, non dimentichiamolo, sono in realtà quelli vecchi, quelli che l’umanità ha adottato fino a un paio di secoli fa) e ho avuto modo di conoscere molti avvocati delle lobby della proprietà intellettuale e delle multinazionali del settore, anche a livello internazionale. Non ho paura di dire che, con poche eccezioni, non ho mai visto delle persone più avide, corrotte e false di loro. Uno di questi era un tizio settantenne, americano, curatissimo, perfettamente rasato, con le rughe spianate e incremate, che vestiva abiti elegantissimi e teneva al dito un anello d’oro dall’inquietante aura tolkieniana. Ecco, se dovessi immaginare il diavolo, credo che avrebbe le forme di un avvocato delle lobby della proprietà intellettuale.

Di queste cose i media parlano ancora meno che dei processi di Berlusconi, dato che Berlusconi può anche prima o poi cadere, ma le lobby economiche restano. La proprietà intellettuale fu originariamente introdotta con uno scopo condivisibile, quello di permettere agli artisti e agli inventori di farlo come professione; uno scopo che ormai è stato ampiamente travalicato. Oggi, è la base legale con cui si vogliono vincolare e censurare le idee scomode, ridurre le opportunità di organizzazione dal basso, stringere le catene con cui, in una società basata sull’immateriale, le persone possono essere tenute al guinzaglio.

I media non parlano per esempio di ACTA, il trattato internazionale segreto con cui, con la scusa della contraffazione, i governi e le lobby che li ispirano vogliono introdurre un livello di controllo senza precedenti su Internet e sulle nostre comunicazioni. E’ al centro di accesi dibattiti da anni, ma avete mai sentito un telegiornale parlarne?

Questi sono argomenti su cui la sovranità da tempo non è più del popolo, su cui i Parlamenti hanno poco da discutere (il nostro poi, anche potendo, non capirebbe di cosa si parla); sono questioni che vengono discusse e decise come minimo al Parlamento Europeo, più facilmente dietro le porte dei club privati dei potenti del pianeta.

Eppure, sono questioni su cui davvero, più di tantissime altre, si decide il tipo e il grado di libertà della società in cui vivremo nei prossimi secoli.

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