Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Mar 9 - 2:56
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per il giorno 11 Ottobre 2010


lunedì 11 Ottobre 2010, 17:49

Le bombe su Pechino

È stato interessante leggere in questi giorni le reazioni all’attribuzione del Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo (buona parte delle quali non sono nemmeno riuscite a scrivere il suo nome correttamente, per non parlare della pronuncia… quella corretta è qualcosa tipo liou sciaobuo). Sono state, quasi totalmente, reazioni di solidarietà al detenuto e di critica al governo cinese. Detto dunque che la detenzione di una persona per le sue idee è inaccettabile e che la Cina nel campo dei diritti umani ha ancora molto da fare, vorrei però permettermi di andare un pochino più a fondo su cosa significhi veramente questo premio.

Perché, infatti, dare il premio proprio a un dissidente cinese? Nel mondo esistono centinaia di nazioni che incarcerano o uccidono i dissidenti politici e i giornalisti scomodi. La Cina, per esempio, è il Paese al mondo che ha incarcerato più giornalisti (attualmente ce ne sono 24), ma, stando ai dati del Committee to Protect Journalists (una specie di Amnesty International per i giornalisti, forse la fonte più autorevole in materia al mondo), solo due giornalisti sono stati uccisi in Cina negli ultimi vent’anni, contro i più di cento ammazzati in Russia, spesso dai servizi segreti o dalla polizia.

Dunque la scelta di “mirare” alla Cina, da parte dei norvegesi, è stata ben precisa; lo ammettono loro stessi nelle motivazioni, dicendo che “Il nuovo status della Cina nel mondo impone l’assunzione di accresciute responsabilità”. E’ dunque ben chiaro che il Premio Nobel per la Pace non viene assegnato su criteri oggettivi, ma per motivi politici: è uno strumento per esercitare pressione su questo o quel Paese a fin di bene, minacciando in caso contrario di danneggiarne l’immagine.

Il problema, come sempre, è la definizione di “a fin di bene”. Già, perché nella diplomazia internazionale, piaccia o no, il “bene” non esiste; esistono solo gli interessi delle singole nazioni, e non succede mai che una nazione agisca altro che per essi (al massimo, può fare un beau geste per motivi di immagine e di prestigio, vedi le cancellazioni dei debiti del Terzo Mondo). Il Nobel per la Pace va dunque letto su due piani separati: l’uno, quello del riconoscimento alla persona e al suo caso, è incontestabile, ma l’altro, quello della diplomazia, è ben altra cosa.

Non può certo essere preso sul serio, in termini di diplomazia internazionale, un premio che pretenderebbe di essere super partes, ma che solo l’anno scorso è stato bellamente assegnato al Presidente della nazione più bellicosa del pianeta, un Presidente tuttora impegnato nell’invasione militare di due nazioni sovrane (con noi italiani nel codazzo). Sfugge un po’ la logica per cui il governo cinese che incarcera qualche decina di dissidenti è male, mentre il governo americano che invade Iraq e Afghanistan facendo centinaia di migliaia di vittime è bene, anzi va premiato perché porta la pace.

Veniamo ora ad alcune altre scomode verità. La prima riguarda l’effetto del premio Nobel: la logica nel darlo, si dice, è esercitare pressione sul governo cinese perché liberi Liu e aumenti la libertà di espressione. Ora, soltanto un ignorante potrebbe pensare una cosa del genere; è noto che la prima regola nel trattare con gli orientali è non far loro mai, mai, mai perdere la faccia in pubblico. Di fronte a uno schiaffo simile, il governo cinese non potrà mostrarsi debole e chinare la testa: perderebbe la faccia. Farà il minimo che sarà costretto a fare e poi, appena possibile, restituirà il favore con un altro schiaffo (per esempio rifiutandosi di rivalutare lo yuan rispetto al dollaro e inguaiando ancora di più l’economia statunitense). Le relazioni tra Occidente e Cina non miglioreranno, ma peggioreranno, e con esse la situazione dei dissidenti interni. Se veramente si fosse voluto aiutare Liu, sarebbe stato molto più utile negoziare la sua liberazione diplomaticamente e in privato.

La seconda riguarda la democrazia in Cina. Noi, essendoci spesi a “esportare la democrazia”, siamo abituati a considerarla come un valore assoluto, dimenticando che essa in Occidente è il risultato di un processo di progressiva responsabilizzazione dei singoli che è iniziato nel Medioevo e che è durato parecchi secoli; un processo che la Cina, come la Russia e altre parti del mondo, non hanno mai attraversato fino ad ora. In più, la Cina è un paese immenso, popolato da 56 etnie (alcune zone ricordano la ex Jugoslavia); un paese in cui la densità di popolazione in alcune zone rende le folle totalmente ingestibili; un paese dalle disuguaglianze sociali mostruose, in cui convivono fianco a fianco l’imprenditore miliardario su Ferrari e il contadino che lavora la terra con le mani; un paese in cui nessuno è mai stato abituato a fare altro che obbedire. La verità, dunque, è che l’unico esito di una introduzione troppo rapida della democrazia in Cina sarebbe il caos – esattamente come è avvenuto in Russia dopo il 1989 (per restaurare l’ordine c’è voluta la quasi-dittatura di Putin).

Queste due verità sono perfettamente note a tutti i professionisti delle relazioni internazionali, a cui è chiaro che questo premio è dato non per il popolo cinese ma sulla sua pelle, con lo scopo di mettere in difficoltà il loro governo, usando cinicamente l’argomento dei diritti umani. Sul piano della comunicazione di massa, poi, questo premio ha un ulteriore vantaggio: la Cina è, non da ora, il comodo capro espiatorio di tutti i problemi economici dell’Occidente. Vivi da schiavo, sei sempre più povero, hai sempre meno diritti? La colpa non è di noi governanti occidentali che stiamo eliminando alla base il welfare, depredando la cosa pubblica e spendendo i soldi di tutti per i nostri comodi, la colpa è dei cattivi cinesi.

Credo che vi sia ormai chiaro come venga usato in questi anni il Premio Nobel per la Pace: come oggetto contundente in una guerra globale. Gli americani non possono mandare i bombardieri su Pechino come hanno fatto con Baghdad e Kabul, perché la Cina è troppo grossa e potente e anche troppo furba per offrire un pretesto; e allora provano a fermare la sua ascesa cercando di provocare disordine al suo interno e di mettere in difficoltà i suoi alleati in giro per il mondo, soffiando su un sentimento anti-cinese costruito ad arte dai media della macchina di propaganda dei poteri forti occidentali… gli stessi media che, per esempio, insistono tanto sul debito pubblico dei “PIGS” in modo da nascondere il fatto che, se invece andiamo a guardare il debito complessivo nazionale verso l’estero – pubblico e privato – le nazioni in testa sono, guarda che coincidenza, ben altre.

Però stammi bene, Liu, che ad Oslo sono tutti preoccupati per te!

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2021 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike