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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


martedì 16 Dicembre 2008, 11:47

Freesouls

Da qualche giorno è uscito Freesouls, il libro di ritratti fotografici di Joi Ito. Joi è ormai universalmente noto come uno dei massimi guru internazionali di Internet: inventore, investitore in praticamente qualsiasi startup di successo degli ultimi anni (che so, Flickr, Twitter, aziendine così) e promotore di molte delle grandi iniziative della rete, a partire da Creative Commons.

Quello che il mondo non sa – ma che voi affezionati lettori dovreste sapere, visto che ne avevamo già parlato – è che Joi è anche un ottimo fotografo: per questo ha pubblicato un libro con i ritratti di circa 250 grandi e piccoli personaggi della rete che ha incontrato in questi anni. Nel libro ci sono un po’ tutti, da Larry Lessig a Vint Cerf, da George Lucas a Gilberto Gil, da Jimbo Wales a Shawn Fanning. Ma non è tanto la fama dei personaggi ritratti (nonché gli annessi saggi da parte del gotha dei pensatori della rete) a rendere il libro interessante: è che sono proprio delle belle fotografie.

Poi bon, comunque la mia foto che c’è nel libro l’avete già vista, nel libro (credo – l’ho ordinato ma non l’ho ancora visto) è giustamente stampata in un angolino formato francobollo. Una parte di me, comunque, vorrebbe tirarsela; ma è prevalente la tristezza nel notare che gli italiani del libro sono solo tre – io, De Martin e Gaetano, che peraltro vive all’estero da decenni -, e questo dovrebbe far riflettere tutto quel circo di personaggi che sulla nostra rete si atteggiano a grandi guru dell’innovazione digitale, senza però aver mai avuto l’umiltà di andare a vedere cosa succede davvero nel mondo, né le capacità per avere un riconoscimento internazionale di qualche genere.

Io sarei solo contento se tanti altri dei nostri very important blogger, invece di chiacchierare all’infinito sui propri blog, si rimboccassero le maniche, venissero alle conferenze internazionali e riuscissero ad esporre qualche idea o qualche progetto innovativo e di valore assoluto, anziché una semplice ripetizione alla buona degli slogan che circolano in giro, talvolta senza averli nemmeno capiti. Ma è abitudine dell’Italia parlarsi addosso a lungo, spesso in modo interessato, e poi sparire quando i nodi vengono al pettine e c’è da dimostrar qualcosa.

[tags]fotografia, joi ito, freesouls, creative commons, internet, innovazione, blogger[/tags]

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martedì 9 Dicembre 2008, 19:49

Scrivere a sproposito

Ci siamo divertiti per anni con l’engrish come se fosse poi questo segno di grande ignoranza; ma non dubito che quando noi occidentali, come da moda crescente, cominciamo a disegnare ideogrammi, il risultato per gli orientali sia altrettanto ridicolo.

Senza arrivare al caso clamoroso del maggior istituto di ricerca tedesco che decora la copertina della propria rivista ufficiale con la pubblicità di un bordello, basta pensare alle migliaia di truzzi che vanno in giro con tatuati sul corpo caratteri orientali completamente sbagliati…

[tags]lingue, errori divertenti, engrish, tatuaggi[/tags]

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venerdì 5 Dicembre 2008, 18:40

Nuovi musei

Stamattina, approfittando di un paio d’ore libere, abbiamo provato per voi il nuovo Museo d’Arte Orientale di Torino, inaugurato proprio oggi, con ingresso gratuito fino a lunedì compreso. Abbiamo pensato che nel ponte ci sarebbe stata folla, per cui abbiamo preferito il primo giorno: c’era un po’ di gente ma il museo era decisamente vivibile.

La sede è in via San Domenico 11, ma, in pieno understatement torinese, è impossibile trovarla: praticamente tutti si lamentavano del fatto che fuori del seicentesco palazzo Mazzonis che ospita il museo non ci sia nemmeno una targa. Comunque, per darvi riferimenti da torinese, è praticamente davanti al Kilometro Cinco.

Il museo è dedicato alle collezioni di arte orientale della Città, della Regione Piemonte e della Compagnia di San Paolo, suddivise in cinque sezioni: India, Cina, Giappone, Himalaya e mondo arabo (Himalaya è un modo elegante per non scrivere Tibet, il che avrebbe fatto protestare l’ambasciata cinese: scommetto che il testo murale che introduce la sezione, nonostante ci sia tuttora scritto “Inghilterrra” con tre “r”, è stato rivisto da almeno tre diversi corpi diplomatici).

L’allestimento è ovviamente moderno, colorato, bilingue italiano-inglese, con tanto di audioguide; e questo è positivo. In compenso, il palazzo seicentesco è labirintico, e almeno in tre o quattro punti non sei sicuro di quale sia la direzione da prendere per non perdersi un pezzo della visita; ci vorrebbero delle belle freccione “prima di qua poi di là”.

La collezione, beh, è quel che è: secondo me la parte migliore è quella giapponese, piccola ma piena di opere bellissime, tra cui una magnifica, gigantesca statua di legno di un Kongo Rikishi, e delle stampe meravigliose. Interessante anche la parte cinese, che risale addirittura al Neolitico, ma che però ha il difetto di terminare con il “medioevo cinese”, e di mancare completamente di tutta quella parte che noi più comunemente associamo alla Cina, a partire dai vasi Ming. Il resto, secondo me è paccottiglia: naturalmente non sono qualificato ad esprimere giudizi artistici, ma le statue dei Buddha indiani e tibetani sono troppe e troppo poco inconsuete per interessare, e la parte araba, nonostante alcuni interessanti reperti calligrafici, è relegata in soffitta non a caso: c’è perché non si poteva non metterne una, ma andate a fare un weekend a Istanbul e fate prima.

Comunque, fin che è gratis – o se proprio non avete mai messo naso a est del casello di Villanova – può valer la pena, ma secondo me i 7,50 euro del biglietto sono eccessivi, almeno per il momento. E’ però comunque meritorio che ci sia un nuovo museo a Torino, e spero che col tempo la collezione possa espandersi.

[tags]mao, arte orientale, india, cina, giappone, islam, musei, arte, torino[/tags]

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domenica 30 Novembre 2008, 11:27

Biopalle

Ieri, per caso, ho scoperto una vicenda molto interessante: quella delle Biowashball. Si tratta di un prodotto svizzero-coreano consistente in una pallina di plastica piena di uno speciale materiale ceramico; secondo i produttori, la pallina sostituirebbe il detersivo, poiché, messa in lavatrice, scatenerebbe delle reazioni fisico-chimiche tali da far distaccare lo sporco dai capi anche con la sola azione dell’acqua; il tutto al costo di circa trenta euro. Sul sito di un distributore si narrano nel dettaglio i presunti principi scientifici di funzionamento, con tanto di raggi infrarossi emessi dalla ceramica e di possibile uso alternativo: metterla in frigo per conservare la carne.

Alla pallina fa pubblicità Beppe Grillo, secondo cui si tratterebbe di un ritrovato tecnologico eccezionale che permetterebbe di liberare l’umanità dall’inquinamento da detersivo, ma che non viene diffusa al popolo per via degli interessi delle multinazionali della chimica. I grillini di religione ortodossa si sono quindi dati da fare, e sono nati in Italia numerosi gruppi di utenti della biopalla, tutti assolutamente soddisfatti.

Allo stesso tempo, però, vi sono anche gli scettici; culminati in una inchiesta della rivista Il Salvagente ripresa questa settimana da Mi Manda Raitre, con un esperimento che dimostra come, a 40 gradi, l’efficacia lavante della palla sia la stessa della lavatrice senza la palla stessa, ovvero dell’acqua e basta. La trasmissione della rete veltroniana – il cui penultimo conduttore, ricordiamo, è diventato presidente della Regione Lazio per il centrosinistra – ha addirittura esibito davanti alle telecamere un grillino pentito.

Naturalmente la cosa ha suscitato grandi polemiche sui meetup, con la divisione (peraltro frequente su ogni argomento) tra grillo-scettici, che di Grillo ammirano il metodo del dubbio e proprio per questo mettono in dubbio anche quello che dice lui, e grillo-ortodossi, per cui chiunque critichi Grillo è in malafede o al soldo dei potenti; il tutto complicato dal fatto che alcuni si erano anche fatti promotori di acquisti di gruppo anticipando i soldi, rimanendo quindi, dopo questo sputtanamento mediatico del prodotto, col cerino in mano; e dal fatto che il test lascia comunque qualche dubbio, visto che anche col più chimico dei detersivi, a 40 gradi, le macchie sul collo delle camicie difficilmente vanno via. Sono apparse anche testimonianze di persone che sarebbero state contattate da Mi Manda Raitre per partecipare, ma poi scartate dopo aver detto che per loro la palla funziona.

In rete, ne ha parlato Attivissimo, ripreso da Mantellini: entrambi ovviamente dalla parte degli scettici, al punto da irridere Grillo e soprattutto quelli che, dandogli ascolto, hanno speso trenta sacchi per una pallina di plastica.

Insomma, in rete ferve lo scambio di piacevolezze: chi crede nella scienza o in Walter Veltroni sbeffeggia le palle, chi crede nella natura o in Beppe Grillo denuncia complotti per oscurarle. Tutti litigano, ma a me continua a sfuggire una cosa: perché vogliono tutti avere ragione? Possibile che non si rendano conto di avere ragione entrambi?

L’igiene, innanzi tutto, è una questione di percezione. So che non ci crederete, perché anni di pubblicità e di educazione igienista vi hanno portato a credere che sia possibile distinguere scientificamente cosa è “pulito” da cosa è “sporco”; in realtà, esistono soltanto situazioni che presentano determinati rischi per la salute, ma, dato che – a partire dall’aria che respiriamo – queste situazioni sono ovunque, noi viviamo sempre e comunque nello sporco; possiamo soltanto scegliere quale sporco è accettabile e quale non lo è, e questa è ovviamente una scelta culturale e spesso personale.

Per esempio, provate ad andare in Giappone e compiere un atto da noi considerato perfettamente igienico come soffiarvi il naso col fazzoletto, magari già usato: vi guarderanno come un puzzolente sporcaccione. Oppure, provate ad invitare amici diversi a dormire in tenda in un campeggio: alcuni vi diranno “certo, che bello” e altri vi diranno “che schifo, è sporco e antiigienico”. Nessuno di noi trova igienicamente accettabile che un uomo faccia pipì sul marciapiede, eppure quasi tutti considerano accettabile farla fare ai cani. E molte persone hanno paura di mangiare la frutta senza lavarla, eppure bevono senza problemi da una lattina che è stata trasportata e stoccata all’aperto e sotto le intemperie, però non berrebbero mai l’acqua piovana. Il concetto di cosa sia pulito e cosa non lo sia, insomma, è essenzialmente culturale, e niente affatto scientifico; tanto è vero che, addirittura, esistono casi in cui consideriamo “sporco” qualcosa che non presenta alcun rischio per la salute, ma solo un disvalore estetico: ad esempio una macchia su una maglietta.

A questo punto, quindi, è perfettamente possibile che la pallina, pur non essendo scientificamente efficace, renda i panni sufficientemente puliti per quelli che la apprezzano; e se nel contempo fa pure risparmiare tonnellate di detersivo e il conseguente inquinamento, fa anche del bene. A questo proposito, sono irrilevanti i fatti, entrambi probabilmente veri, che i venditori di biopalle si inventino stupidaggini parascientifiche per marchettarle meglio (perché scusate, i detersivi che ogni sei mesi aggiungono una stronzata qualsiasi sulla confezione, o fanno pubblicità con l’animazione di particelle che entrano nel tessuto e tolgono lo sporco a cazzotti, non fanno forse la stessa identica cosa?) e che tutta una serie di media cerchino con ogni scusa possibile di sputtanare Grillo.

Inoltre, anche se accettate senza discutere il valore scientifico del test, esso non dice affatto che dopo il lavaggio con biopalla i panni non siano puliti; dice semplicemente che acqua + biopalla lavano come la sola acqua. E allora, se unite questo dato alla considerazione che a quasi tutte le centinaia di persone che la usano i panni risultano puliti, l’unica conclusione razionale possibile non è forse quella che i detersivi nelle condizioni del test non servono a niente, perché almeno per lo sporco da quaranta gradi basterebbe la sola azione dell’acqua?

L’ossessione per l’igiene e per la salute è una branca del consumismo; parte da bisogni reali, ma li esaspera giungendo al lavaggio del cervello (pun intended). Se le biopalle possono farci riflettere su quanto noi esageriamo con questa ossessione, causando gravissimi danni all’ambiente, evviva le biopalle.

[tags]biowashball, grillo, rai tre, detersivi, pulizia, igiene, ecologia, scienza[/tags]

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sabato 29 Novembre 2008, 12:48

Gramellini e la cultura che cola

Qui, in effetti, ci deve essere qualcosa da capire: dieci giorni fa mi avete dato del gramelliniano in due, e oggi qualcuno mi dice che Buongiorno avrebbe addirittura copiato la mia interpretazione de La cura di Battiato. Ora, mettiamo le cose in chiaro: Gramellini non legge il mio blog, e anche se lo facesse dubito che sarebbe andato a ricordarsi oggi di una riga persa dentro quattro pagine di post di sedici mesi fa; e anche se mai l’avesse fatto, ne sarei soltanto contento ed orgoglioso.

E’ vero se mai l’opposto, cioè che le riflessioni quotidiane di Gramellini sono state una delle maggiori ispirazioni per avere un blog, proprio perché ne condivido l’attenzione agli aspetti meno pubblici e più umani di ciò che succede, e a quelle piccole storie minimaliste che espanse in un film francese ti rompono i maroni all’infinito, ma che contenute in tre paragrafi assumono invece un valore universale ed empatico. Probabilmente è questo il motivo per cui spesso, pur senza mai parlarci, abbiamo le stesse sensazioni.

Del resto, una delle meraviglie della società della comunicazione di massa è proprio come si possano creare relazioni nascoste, ignote agli stessi protagonisti, tra persone diverse che nemmeno si conoscono. Senza dubbio Gramellini, con la visibilità che ha, avrà influenzato le vite di migliaia e migliaia di persone senza nemmeno saperlo; più modestamente, io nel mio piccolo mi stupisco sempre quando trovo qualcuno che conosco di vista, o che non conosco proprio, che mi saluta ed esordisce con un commento a uno dei miei ultimi post.

Per certi versi è addirittura preoccupante, perché la scrittura – almeno quella letteraria – è innanzi tutto un modo per parlare di se stessi con se stessi, e lo schermo del computer amplifica questa sensazione; raramente capita di pensare che qualcuno veramente leggerà quello che stai scrivendo, meno ancora che possa reagire. Eppure, ciò che ognuno di noi scrive in rete cola lentamente nelle persone che leggono, e di lì verso altre persone, con flussi più grandi o più piccoli a seconda del ruolo e della notorietà delle persone, ma lenti e inesorabili in ogni caso.

Non c’è modo di sapere perché in questi giorni Gramellini si sia svegliato con quel pensiero, e probabilmente non lo sa nemmeno lui; il pensiero umano nasce dalla somma di infiniti stimoli attraverso operazioni che noi ancora non comprendiamo bene. Quel che conta è che questi stimoli circolino, per continuare ad irrigare lo sviluppo di nuovo pensiero; ed è per questo che i tentativi di controllare le idee, di attribuirle, di considerarle proprietà di qualcuno sono, oltre che profondamente innaturali, profondamente pericolosi.

[tags]cultura, idee, comunicazione, pensiero, blog, gramellini, battiato, la cura[/tags]

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mercoledì 26 Novembre 2008, 14:02

Educazione algoritmica

Volevo raccontarvi ancora qualcosa sulla conferenza di questi due giorni, ma poi ho acceso il televisore e scoperto che il TG1 (dopo dieci minuti di servizi e interviste alla ggente) rimanda al proprio sito per “il video completo della deposizione di Olindo” (così senza cognome immagino sia un parente del direttore Gianni Riotta) e quindi, di fronte ad argomenti di siffatto peso, mi inchino.

Comunque la conferenza mi ha portato una notizia interessante: gli americani sono candidati all’estinzione. Infatti ho assistito alla presentazione di una dirigente della National Science Foundation, nonché docente alla Carnegie Mellon, che annunciava con grande orgoglio il piano nazionale americano per inserire il pensiero computazionale tra le abilità fondamentali da insegnare ai bambini, insieme a lettura, scrittura e matematica di base.

In pratica, il ragionamento era il seguente: siccome in qualsiasi disciplina scientifica, tecnica ed umanistica del sapere si adottano ormai calcolatori e metodi computazionali per affrontare i problemi, se insegnassimo ai nostri bambini a pensare come un computer loro sarebbero da adulti molto più capaci e competitivi sul mercato del lavoro mondiale. E giù ragionamenti su come insegnare ai bimbi dai 6 ai 12 anni a modularizzare e algoritmizzare, seguiti dalla promessa di grande successo e grande progresso.

Naturalmente, di fronte a una platea di professori europei – metà scienziati e metà filosofi – la cosa ha lasciato tutti con gli occhi a palla; dopodiché hanno cercato gentilmente di far notare alla signora che esistono anche altri modi del pensiero, nonché capacità non razionalizzabili, come l’empatia, la creatività e l’intelligenza emotiva, che forse sono altrettanto importanti. La signora ha risposto che naturalmente si sarebbero sviluppate anche altre capacità (presumo che non si renda conto di come una spinta estremizzata a razionalizzare sia incompatibile con esse) e che comunque la cosa più importante era che i bambini uscissero fuori efficienti. Alla fine è dovuto intervenire il partecipante più di peso, il già citato filosofo tedesco, per dirle che se proprio vogliono vendere computer imparino almeno a distinguere tra una abilità e un modo di pensiero, e rimandandola a leggersi Platone e Leibniz (il filosofo, non la confezione dei biscotti; il chiarimento è per la signora). Così non ho potuto fare la mia osservazione, ossia che – come qualsiasi progettista di sistema sa – in un processo informatizzato gli umani sono essenziali proprio in quelle funzioni dove il pensiero algoritmico non è in grado di affrontare il problema, e che se la mia risorsa umana è una persona che pensa come un computer tanto vale sostituirla direttamente con un computer, che almeno non mangia, non si lamenta e non chiede aumenti.

Per il resto, anche la seconda giornata è stata interessante, per quanto sia capitata anche qui la presentazione troppo verbosa: io mi chiedo come sia possibile che qualcuno, invitato a fare un intervento di quindici minuti, si presenti con una presentazione di 62 (sessantadue!) lucidi, ognuno dei quali con almeno quindici righe di testo ognuna delle quali richiederebbe due minuti di spiegazione. Ecco, forse in questi casi il pensiero algoritmico tornerebbe utile.

La mia presentazione è andata bene; ha lasciato anch’essa un po’ gli occhi a palla, tanto è vero che l’unica domanda è stata di un professore americano che aveva capito esattamente l’opposto (io sostenevo che data la struttura di Internet essa si possa governare solo per consenso, mentre lui aveva capito che io sostenessi, come da pensiero degli hacker americani degli anni ’90, che data la struttura di Internet essa non si possa governare). Alla fine tutti, persino il tedesco, sono venuti a farmi i complimenti e a chiedere ulteriori dettagli (nonché la fatidica domanda “ma tu in che università insegni?”: all’estero è inconcepibile che una persona con esperienza specifica in un campo politologico all’avanguardia non sia stato già conteso da una manciata di atenei), e mi hanno fatto ulteriormente osservare l’abisso culturale tra l’università italiana e quella europea.

Comunque, sono sopravvissuto a tutto, anche all’attentato dei bigné. No, perché nel buffet del pranzo c’erano dei magnifici bigné ripieni di crema al cioccolato, solo che mordendoli con enfasi da un lato il risultato era uno squirt di crema dall’altro, con possibili effetti ferali per giacca, cravatta, pantaloni e scarpe. Ma sono riuscito ad evitare pure questo, e a ritornare a casa sano e salvo.

[tags]conferenze, parigi, scienza, filosofia, educazione, pensiero computazionale, presentazioni, bigné[/tags]

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lunedì 24 Novembre 2008, 19:04

Scienza e filosofia

Ultimamente mi è capitato spesso di non essere particolarmente entusiasta di dover partire per l’ennesima conferenza. Certo, è bello volare da un’altra parte per discutere di argomenti interessanti, ma è anche faticoso; se poi questo si accompagna alla necessità pratica di infilare la preparazione non solo di una valigia, ma anche di una presentazione possibilmente intelligente, diventa una vera incombenza.

In questo caso, però, mi sono davvero sbagliato: questa è stata una delle conferenze più interessanti di tutta la mia vita. Di solito, infatti, finisco nel solito gruppo di ingegneri, manager, accademici che discutono da anni sempre delle stesse cose; e la cosa diviene un po’ frustrante. In questo caso, invece, sono finito in un ambiente totalmente nuovo, e totalmente diverso: pensate che su trecento persone eravamo solo una manciata ad esibire un portatile.

Eppure, pensate che questi francesi, nell’ambito del proprio semestre di presidenza europea, hanno organizzato una conferenza ai massimi livelli – aperta di persona dalla ministra dell’Università francese e da quella tedesca – per interrogarsi sul rapporto tra scienza e società. Per tutta la mattinata si sono poste domande come: che tipo di società vogliamo costruire? come facciamo a usare la scienza per costruirlo? perché la gente da una parte vive in mezzo a gadget tecnologici di ogni tipo, e dall’altra ha sempre più spesso reazioni inconsulte contro il progresso scientifico? come può la scienza dialogare con la società? come ci assicuriamo che il progresso sia etico e democratico?

Non so, può darsi che anche da noi si tengano discussioni di questo genere, ma dopo il terzo oratore che citava la ricerca sulle staminali come esempio negativo e preoccupante di folle impazzite che cercano di fermare la ricerca scientifica con argomenti del tutto irrazionali e con aperta ostilità verso i ricercatori, ho pensato che in Italia, invece di chiedersi come fare a riconciliare scienza e cittadini, i politici organizzano il “family day” e soffiano sulla protesta.

Fa effettivamente strano (ed è un po’ inquietante) trovarsi in mezzo a professoroni di ogni genere che ogni cinque minuti citano uno tra Kant, Aristotele, Cartesio, Hegel, ma anche filosofi contemporanei e persino Hofstadter. E non li citano a sproposito solo per sembrare colti, ma entrano perfettamente nel loro discorso! E’ la prima volta, insomma, che mi capita di riconoscere alla filosofia una dignità scientifica superiore a quella dell’analisi della partita al bar sport; effettivamente però, fatta da gente che ha studiato, non solo ha senso, ma pare persino una disciplina olistica per persone particolarmente profonde, con possibili conseguenze sulla direzione del mondo.

Nella mia sessione specialistica – quella sull’etica dell’ICT – c’è tal Rafael Capurro, filosofo uruguagio-tedesco, uno dei quindici membri del Comitato Consultivo Etico della Commissione Europea: è una di quelle persone che emanano un’aura di saggezza ed è stato un piacere discutere con lui. Ma anche tutti gli altri interventi sono di alto livello, interessanti, ben esposti (ok, se riuscite a eliminare quel vago senso di ispettore Clouseau che danno i francesi che parlano inglese) e puntuali sull’argomento. Domani mattina c’è il mio intervento, e spero di non dire troppe stupidaggini.

P.S. In compenso, sia la conferenza che l’albergo sono Internet-less e sono riuscito a collegarmi in modalità write-only dal wi-fi gratuito del Centro Pompidou, sempre sia lodato, che però funziona malissimo. Per la posta dovrete aspettare domani sera.

[tags]parigi, conferenze, ecosoc, etica, scienza, filosofia, ict, ricerca, europa[/tags]

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sabato 1 Novembre 2008, 11:02

Nuovo cinema Lufthansa (2)

Mi avranno fatto penare con le lounge, ma alla fine sono stato fortunato: visto che c’era un posto libero, ho vinto un upgrade gratuito in business class sul Francoforte-Cairo. (Il posto era libero per via di un americano che ha perso la coincidenza; solo che all’ultimissimo momento l’americano è arrivato, però io ero già spaparanzato e quindi hanno piazzato lui in economy facendogli un rimborso, e me gratis in business! Ho incontrato poi il tizio al Cairo e ha bestemmiato tutti i santi…)

Ho quindi potuto godere del programma di intrattenimento personalizzato, che consiste in una orrida interfaccia simil-web tramite la quale tuttavia è possibile godere in video on demand di qualche decina di film e programmi televisivi.

Scorrendo la lista ho visto qualcosa di vagamente interessante, tipo Hancock (interessante per vedere quanto riesca a rendersi ridicolo Will Smith) o l’ultimo Indiana Jones (interessante per vedere quanto riesca a rendersi ridicolo Harrison Ford). Alla fine, però, c’era The Forbidden Kingdom e così non ho avuto dubbi.

Premetto che anche questo film ha dei problemi: per esempio, una sceneggiatura con più buchi di una forma di Emmental. La trama infatti è la seguente: un bravo ragazzo americano viene coinvolto nella rapina più inspiegabile della storia, visto che gli amici che fa entrare nel negozio cinese improvvisamente e senza alcun motivo tirano fuori una pistola e cominciano a sparare, dopodiché lui scappa per un quartiere dove tutte le porte delle case e dei negozi sono aperte anche di notte. Comunque, alla fine si trova magicamente teletrasportato nell’antica Cina, dove una serie di strani personaggi lo aiuteranno ad attraversare foreste e deserti per raggiungere infine le Tle Cime di Lavaledo, su cui ha sede l’impero cattivo di turno. Naturalmente il bene trionfa, e il ragazzo riesce ad essere infine caricato su un Airbus A340 Lufthansa che lo riporta a Boston sano e salvo; nonostante una lunga coda al controllo passaporti, riuscirà a raggiungere gli amici cattivi e a dargliele finalmente di santa ragione al grido di “Adriana!”.

In tutto questo c’è un altro grosso problema: l’american boy è interpretato da tal Michael Angarano, un ventenne che per faccia ed espressioni riesce ad essere un clone altrettanto brutto, vecchio e antipatico di George W. Bush. Egli spara le sue battute con un pathos degno di un venditore di aspirapolveri, anzi, per essere precisi, di George W. Bush che tenta di vendere aspirapolveri. Per fortuna, nel film ci dà grandi soddisfazioni, visto che si prende mazzate dall’inizio alla fine; tuttavia, risulta costantemente fuori posto, improbabile quanto Mara Carfagna ministro della Repubblica.

Capite che non ci si può aspettare molto dalla trama e dalla parte americana del film, ma non è quello il punto. Per fortuna, infatti, la pellicola si trasforma presto in uno show personale di Jackie Chan, uno dei più grandi attori degli ultimi cinquant’anni: un vero fuoriclasse dei film d’azione. E’ raro trovare uno che contemporaneamente è capace di esibirsi in evoluzioni mozzafiato, coreografarle in modo che siano divertenti invece che noiose, riuscire regolarmente a farti ridere e comunque dipingere un personaggio interessante, con profondità e credibilità.

In più, qui gli affiancano il numero 2 tra i kung-fu master viventi, Jet Li (che spero ricorderete in Arma Letale 4 o nel suo esordio occidentale da protagonista, Romeo deve morire). Avevo il terrore che il film si rivelasse una insana ammucchiata in cui Li e Chan si pestavano i piedi a vicenda, tipo quelle squadre di calcio che comprano ventisette attaccanti di prima fascia e solo dopo si accorgono che possono andarne in campo massimo un paio alla volta. Invece, incredibilmente, c’è chimica: almeno in alcune occasioni, i due mettono insieme scenette alla Ciccio e Franco davvero spassose.

L’altra meraviglia del film sono i paesaggi cinesi, sicuramente aggiustati in digitale, ma davvero bellissimi: vale la pena di vedere il film solo per la fotografia. Aggiungeteci poi un paio di roditrici cinesi di altissimo livello, dedite ad abbondante fan service per tutti i gusti: maso quando una delle due pesta a sangue l’odioso americano; lesbo quando si menano tra loro; sado quando la mena Jackie Chan. Che volete di più?

[tags]cinema, lufthansa, forbidden kingdom, jackie chan, jet li, george w. bush[/tags]

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lunedì 6 Ottobre 2008, 13:32

Cani e padroni di cani

La citazione elio-mangonica del titolo è relativa allo sdegno provato questa mattina nel leggere questo articolo, pubblicizzato per un po’ di tempo addirittura nella home page della cronaca cittadina. In breve, narra di una ricca signora della collina il cui cane di tredici anni, già malato e prossimo alla fine, fu trovato una sera agonizzante. La signora, però, non fidandosi della natura decise di organizzare una operazione stile C.S.I.: portò gli organi del cane in macchina fino a Parma per fare l’autopsia, scoprendo che il cane era morto per avere ingerito dei medicinali. A questo punto, la signora salta alle conclusioni e determina che il cane è stato avvelenato per ripicca dalla cuoca, a cui appartenevano le pillole, e la licenzia su due piedi; dopodiché assume uno stuolo di avvocati e la denuncia.

Io ho vissuto con gatti per vent’anni, e non credo di essere un bieco e insensibile maltrattatore di animali. Tuttavia, questa storia mi indigna: per prima cosa, perché è giusto cacciare una cuoca che ti ammazza il cane (magari cercando solo di farlo smettere di soffrire per le sue malattie), ma prima di far perdere il posto di lavoro a qualcuno ci vorrebbe qualche prova, visto che chiunque in casa può aver dato quelle pillole al cane, o che il cane potrebbe persino averle trovate e mangiate da solo. E soprattutto, perché alla fine le conseguenze di tutto questo le pagheremo noi: abbiamo un sistema giudiziario che non riesce a processare i criminali prima che i reati si prescrivano, e dobbiamo sostenere i costi della vendetta privata della signora.

E’ giusto che i maltrattamenti sugli animali vengano puniti, ma riserverei l’attività giudiziaria ai casi seri: alle fattorie dove massacrano il bestiame per farlo crescere più in fretta o per produrre di più, per esempio. Invece, sventrare gli animali vivi tutti i giorni a Porta Palazzo va bene, ma guai a toccare il cagnolino delle signore della collina. Forse questi signori, così ricchi da avere la villa in collina e la cuoca privata e così disumani da considerare il proprio cane più importante delle persone, potrebbero pagarsi un investigatore privato con i propri soldi.

[tags]torino, cani, animali, giustizia[/tags]

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domenica 5 Ottobre 2008, 13:53

Domande su Torino (2)

Bene, risolte tutte le domande della scorsa settimana – compresa la travagliata vita di via Udine – ho deciso di dedicare un altro appuntamento domenicale alle domande su Torino. Magari salta fuori qualcuno che può darmi un po’ delle informazioni che io non ho… e, in generale, si tratta di memorie spicciole difficilissime da trovare in rete, ma piuttosto interessanti.

Ho ridotto però le domande a tre per volta, visto che alla fine l’altra volta, a forza di commenti, sono venute fuori tredici schermate. Ne ho messa anche una facile facile, alla portata di tutti… Quindi buttatevi senza ritegno e partecipate, che se fate i bravi ci sarà pure una terza puntata.

6) Quale strada torinese ha solo tre numeri civici – il 366, il 368 e il 370 – e perché?

7) Non è ingiusto che, con tutti i monti che hanno una via a Torino e addirittura un intero quartiere dedicato al Monte Rosa, non ci sia una via Monte Bianco?

8) Perché, allo svincolo della tangenziale di corso Regina, l’uscita / immissione dal lato verso Rivoli è così larga e lunga?

[tags]torino, toponomastica, urbanistica, storia[/tags]

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