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Archivio per la categoria 'Itaaaalia'


mercoledì 20 Agosto 2008, 14:57

Il servizio pubblico informa

Se per caso anche voi, come me, avete visto il TG1 delle 13:30 di oggi, potrebbe avervi colpito un lungo servizio dedicato alla vicenda del professor Claudio Riolo, politologo dell’Università di Palermo, che dopo quattordici anni di battaglia giudiziaria ha avuto ragione dalla Corte di Giustizia Europea, a cui aveva denunciato l’Italia. Il professore, racconta il servizio, aveva scritto sul periodico Narcomafie un articolo “critico” verso “un ex presidente della provincia di Palermo”, ed era stato per questo condannato dal tribunale di Palermo per diffamazione; la corte europea ha riconosciuto che la diffamazione era in realtà legittima critica delle azioni di un politico, e che l’Italia, condannando Riolo, ha violato la libertà di espressione riconosciutagli dal diritto internazionale.

Tutto bene, festeggiamo? Sì, però il TG1, nonostante l’esteso servizio con tanto di intervista al professore, si è “dimenticato” di riportare alcuni piccoli dettagli; e potevamo noi, dotati di buona volontà, non supplire a questo “errore” certamente del tutto involontario?

Per cominciare, l’“ex presidente della provincia di Palermo” ha un nome, cognome e partito: è Francesco Musotto, ex socialista, all’epoca dei fatti in Forza Italia. Oltre a “dimenticarsi” di fare il nome, il TG1 si è anche completamente “dimenticato” di raccontarci quali fossero le “critiche” contenute nell’articolo. Per esempio, il TG1 si è “scordato” di dire che l’argomento dell’articolo era la strage di Capaci; e che la “critica” per cui il professore era stato condannato dagli inflessibili giudici palermitani consisteva nel paragone tra Musotto e mister Hyde, in quanto egli da un lato presiedeva la provincia di Palermo e rappresentava le istituzioni, e dall’altro, nella sua professione di avvocato, difendeva uno degli imputati per la suddetta strage, strage che ovviamente è attribuita alla mafia. Il TG1 si è poi dimenticato di aggiungere che il suddetto Musotto fu processato per concorso esterno in associazione mafiosa, e che la sentenza, pur assolvendolo, dichiara probabile che egli sia stato eletto con voti mafiosi (tra l’altro fu poi aperto contro Musotto un ulteriore procedimento per voto di scambio) e documenta che la sua villa fu frequentata da mafiosi e usata per nascondervi delle armi, tanto da condannare suo fratello (si sa che in Forza Italia l’adorazione del capo è fondamentale, quindi va di moda avere un fratello che si becca le condanne). Infine, il TG1 non ha riportato le motivazioni della decisione della corte europea, che ritiene che la condanna, pur giustificata in base alle leggi italiane, rappresenti una limitazione della libertà di espressione oltre ciò che – come dicono le convenzioni internazionali – è “necessario in una società democratica”, e insomma che le leggi italiane sulla diffamazione e la loro applicazione da parte dei nostri tribunali siano troppo favorevoli ai politici e troppo poco a chi li critica.

Ci spiace che il TG1, un telegiornale solitamente così attendibile e scevro da qualsiasi servilismo nei confronti dei politici, si sia sfortunatamente macchiato di qualche piccola omissione; ma non temete, che il servizio pubblico lo facciamo noi della rete!

[tags]tg1, politica, informazione, giustizia, riolo, musotto, palermo, capaci[/tags]

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mercoledì 13 Agosto 2008, 12:38

Italiani olimpici

Le Olimpiadi sono iniziate da qualche giorno e, come ogni volta, è iniziata anche la retorica olimpica: i giornali si sono riempiti di articoli strappalacrime che narrano le storie di questi atleti di sport ingiustamente considerati minori, che una volta ogni quattro anni arrivano all’onore delle telecamere per le loro medaglie, e poi vengono riconsegnati all’oblio per far vedere soltanto gli spocchiosi e infantili calciatori. Compaiono quindi articoli come questo (peraltro molto interessante, specie nei commenti) che distinguono tra la solita Italietta dei politici e dei calciatori, e l’Italia vera, seria, devota degli schermidori e dei tiratori.

E’ un peccato che gli schermidori e i tiratori si siano prontamente dedicati a demolire questo mito, dichiarando come primo e massimo desiderio dopo aver vinto la medaglia una sola cosa: poter non pagare le tasse. E giù di piagnucolii, e le tasse sono alte, e le paghiamo già tutto l’anno, e lo Stato si porta via metà del nostro premio, e noi abbiamo fatto tanta fatica, e già il premio è solo centoquarantamila euro, una bazzecola.

In effetti, a vedere certe prestazioni olimpiche, a sentire certe storie di lavoro e preparazione, ci eravamo stupiti: sembravano quasi gli atleti di un altro Paese. Per fortuna ci hanno subito pensato loro a rassicurarci: no no, sono proprio italiani.

[tags]italia, olimpiadi, tasse[/tags]

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martedì 12 Agosto 2008, 15:32

Scripta mutant

Oggi non volevo proprio bloggare sulle solite miserie italiche; volevo parlarvi della riforma delle Nazioni Unite e di altri temi che, nelle nazioni meno onfalofile della nostra, sono all’ordine del giorno. Solo che mi sono accorto che, quatta quatta, Repubblica.it ne ha fatta un’altra delle sue.

Stamattina, infatti, il quotidiano del Partito Democratico riportava con grande enfasi la notizia di otto ferrovieri genovesi licenziati per essersi fatti timbrare il cartellino da un collega, pur essendo assenti dal posto di lavoro. Qui trovate la prima versione della notizia, come apparsa anche in home page questa mattina: Repubblica la presenta (sia all’inizio che alla fine) come “effetto Brunetta”, parla di “duro provvedimento” e chiude evidenziando la protesta dei sindacalisti: “è una vergogna che li abbiate licenziati, stavano rubando lo stipendio ma non è poi così grave”.

Probabilmente Repubblica sperava in questo modo che i suoi lettori si indignassero contro il cattivo ministro forzitaliota che, poveretto, traumatizza i dipendenti pubblici licenziandoli se non lavorano. Qualcosa però deve essere andato storto: devono essersi accorti che persino i loro lettori progressisti trovano giusto che uno che si assenta di nascosto dal posto di lavoro venga licenziato.

E così, senza preavviso, nel giro di qualche ora è spuntata la seconda versione. Il primo paragrafo è quasi identico, ma poi sparisce qualsiasi riferimento sia a Brunetta che ai sindacati; in compenso, ora si racconta una storia strappalacrime secondo cui gli otto avrebbero in realtà svolto del duro straordinario, e si sarebbero fatti timbrare il cartellino dall’amico solo per non perdere il treno che, al termine del loro encomiabile sforzo, li avrebbe riportati a casa.

Che dire? Speriamo che ora i lettori si convincano, se no tra qualche ora Repubblica cambierà di nuovo l’articolo di soppiatto, e riporterà che gli otto avevano in realtà passato giornate senza dormire pur di riparare un intero Eurostar con il piccolo pezzo di filo di ferro a loro dato in dotazione dalle Ferrovie, e stavano correndo via senza timbrare, dopo diciotto ore di straordinario, soltanto per via di un terribile lutto in famiglia.

P.S. Ezio Mauro, vedi di non cambiare più niente, che ho fatto gli screenshot!

[tags]media, repubblica, ferrovie, brunetta, lavoratoooooriiiiii[/tags]

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domenica 10 Agosto 2008, 16:10

Cinesi all’italiana

Si è sparsa in un lampo, ieri pomeriggio, la notizia secondo cui i provider italiani stavano provvedendo a censurare The Pirate Bay, il sito svedese che costituisce il più noto aggregatore mondiale di file torrent – i file che, semplificando, contengono i link che permettono lo scaricamento di film, musica e programmi dalla rete peer-to-peer BitTorrent. L’utente che scarica i file commette spesso violazioni del copyright (ma anche no, visto che su queste reti esistono anche molti file resi liberamente disponibili dagli autori); se ne sia responsabile chi fornisce i link che permettono tale operazione, è un altro paio di maniche. L’industria della musica lo vorrebbe, ma in Svezia la legalità di questo sito è stata più volte confermata.

Per qualche ora si è cercato di capire: pare che un magistrato italiano – il pubblico ministero Giancarlo Mancusi, già responsabile di indagini su altri siti del genere, che avevano portato al loro sequestro – abbia inviato ai provider un qualche provvedimento che li vincola a censurare il sito. I provider hanno aderito alla spicciolata; stando alle verifiche organizzate in rete, alcuni hanno provveduto a rendere inaccessibile il suo record DNS, mentre altri hanno bloccato il traffico diretto al suo indirizzo IP, e altri ancora non hanno fatto nulla, forse perché non hanno ricevuto alcuna ordinanza.

Già questo fa capire che questa storia è una barzelletta, visto che, a seconda del provider che vi capita, potreste vedere il sito oppure no. Si sa poi che questi provvedimenti sono inefficaci: e difatti, nel giro di poche ore gli svedesi di The Pirate Bay hanno cambiato l’indirizzo IP e si sono resi accessibili anche al nuovo indirizzo http://labaia.org/, in questo modo aggirando entrambi i tipi di blocco. Hanno poi pubblicato un duro comunicato accusando l’Italia di fascismo; in effetti, abbiamo un Presidente del Consiglio che è anche proprietario del maggiore conglomerato mediatico del Paese, che ha appena fatto causa a Google e che ha soltanto da guadagnare dalla chiusura dei siti che permettono forme alternative di distribuzione dei media.

Il vero problema, però, è che nessuno capisce cosa sia successo dal punto di vista legale. La legge italiana permette alla polizia postale di obbligare i provider a censurare dei siti, ma soltanto in caso di pedopornografia o di gioco d’azzardo non autorizzato. In questo caso, l’unica ipotesi credibile pare che questo giudice abbia ordinato il sequestro preventivo del sito in quanto strumento per commettere reati; ma un sequestro è un provvedimento oppugnabile che va inviato al responsabile. In base a cosa il giudice possa sequestrare un sito obbligando dei terzi a renderlo inaccessibile sfugge a qualsiasi comprensione giuridica.

Inoltre, è chiaro che questo provvedimento danneggia anche gli utenti finali; milioni di utenti Internet italiani che improvvisamente si ritrovano privi della possibilità di accedere a un sito, pur pagando un regolare abbonamento a Internet, che dovrebbe permettere di accedere a qualsiasi sito della rete. Come è possibile per un utente difendere i propri diritti, contro un provvedimento che non si sa cosa dica, a chi sia indirizzato, dove sia stato emesso? Il giudice aveva il potere di ordinare questa censura, e in base a cosa? Se non ce l’aveva, ed è stata una libera iniziativa dei provider, come faccio a denunciare la violazione del contratto di accesso?

Insomma, ciò che lascia davvero scoraggiati è che non siamo nemmeno buoni a censurare i siti in modo ben organizzato; un giudice di Canicattì o di Roccaperetola si sveglia e decide che un sito deve essere cancellato dalla rete, senza alcun contraddittorio o verifica; dopodiché i provider un po’ alla spicciolata fanno quel che vogliono, alcuni censurano in un modo, altri nell’altro, altri non fanno proprio niente; dopo mezz’ora il blocco è aggirato e il mondo ci ride dietro; nel frattempo il cittadino resta lì, con la propria libertà di informazione offesa (almeno teoricamente) e senza saper bene che fare. Cinesi, insomma, ma all’italiana.

Cercheremo di capire meglio come possa stare in piedi (se lo sta, e ne dubito) questo misterioso provvedimento; nel frattempo, chiunque si trovasse il sito oscurato farebbe bene a scrivere al proprio provider e lamentarsi duramente. Non paghiamo certo l’abbonamento ADSL per lasciare che il nostro provider decida a piacimento cosa farci o non farci vedere; almeno su questo, è il caso di insistere.

[tags]internet, pirate bay, censura, giudici, italia, cina[/tags]

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domenica 27 Luglio 2008, 20:37

Riots: 1%

MFP, commentatore saltuario di questo blog e di molte liste di discussione dell’Internet italiana, ha inviato la sua dichiarazione e la sua costituzione al presidente Napolitano: e noi doverosamente riportiamo, affinché ognuno si faccia le proprie considerazioni.

[tags]italia, napolitano, rivoluzione[/tags]

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giovedì 24 Luglio 2008, 13:57

Cara Università

Cari sindacati dei docenti universitari, dei ricercatori, del personale tecnico e amministrativo, dei dottorandi e financo degli studenti di sinistra, scusate se commento il vostro documento relativo agli ultimi provvedimenti governativi in materia di Università e alla vostra reazione totalmente contraria.

Il commento non vi piacerà molto, ma forse vi può essere utile la reazione di un esterno che però segue l’università da vicino, vuoi per averla fatta non solo da studente ma anche da amministratore, vuoi per conoscere direttamente varie persone rimaste nelle pieghe della precarietà universitaria.

Molte delle rivendicazioni sono sacrosante e assolutamente sottoscrivibili; quello che però colpisce leggendo un documento come questo è la totale mancanza di autocritica. Parte dei problemi dell’università sono indubbiamente riconducibili a responsabilità del governo, alla mancanza di fondi e investimenti, a riforme un po’ dissennate tipo il 3+2 e così via; molti altri però dipendono direttamente dalla classe docente, dal personale tecnico, anche dagli stessi studenti.

Per esempio: in molte università si convive ancora con docenti che non si presentano a lezioni ed esami e non ne rispondono a nessuno; con insegnamenti obsoleti tenuti in vita solo per non eliminare i relativi posti di lavoro; con soldi spesi malissimo e servizi scadenti non per via della mancanza di fondi ma per via di incapacità organizzative, rigidità sindacali, malcostume vario; con concorsi che sono tutti truccati dall’inizio alla fine per volere preciso della docenza; con la moltiplicazione di cattedre, istituti, atenei semplicemente per moltiplicare stipendi e prebende. In questo documento non si menziona nulla di tutto questo, si dice solo “non toccate una lira dei nostri fondi e delle nostre prerogative altrimenti faremo le barricate”; una posizione totalmente conservatrice.

In una situazione dei conti pubblici che è quella che è, è indubbio che l’università possa trovare risorse soltanto eliminando i propri sprechi, spendendo meglio ciò che c’è e alleandosi con il privato; non ci si può aspettare che lo Stato, che pure nell’Università investe poco, possa allargare la borsa in questo momento storico, tanto più a fronte di risultati che accanto a punte di eccellenza vedono situazioni totalmente scadenti. Negli ultimi decenni sono stati creati Atenei in qualsiasi angolo del Paese, alcuni utili, molti però ridicoli, pieni di “figli di” e di raccomandati, di docenti i cui curriculum scientifici fanno ridere: tagliargli i fondi è un dovere, non certo un delitto.

E che “trasmissione della conoscenza” fa una Università quando non produce ricerca di livello internazionale, sforna laureati ignoranti che vanno a fare i disoccupati, non collabora con il sistema economico, non produce innovazione e si limita a vivacchiare a spese dello Stato? Siamo sicuri che tutte queste frasi non siano formule che vengono ripetute all’infinito soltanto per giustificare l’afflusso di soldi?

E come si fa a restare seri leggendo che gli aspiranti ricercatori emigrerebbero all’estero per mancanza di fondi e concorsi in Italia, quando sappiamo tutti perfettamente che quelli bravi emigrano all’estero perchè qui non trovano spazio dovendo lasciare la precedenza e le già scarse risorse ai raccomandati di turno, e comunque in molti casi finirebbero in un ambiente di basso livello scientifico che tira a campare e certo non favorisce la loro crescita professionale, anzi alle volte sega i più bravi perchè se no si vede troppo che ci sono anche i mediocri?

Io vorrei una Università che innovi, che si metta in gioco, dove chi lavora bene sia premiato e possa avere molte più risorse di oggi, ma dove chi lavora male o non lavora proprio vada a casa alla velocità della luce. Credo che o l’Università stessa si mette in questa ottica – protestando giustamente contro il disinvestimento e il disinteresse, ma anche proponendo qualcosa di nuovo, passando a logiche di spietata selezione meritocratica, cercando di affrontare dall’interno i propri problemi, puntando a fare meno cose ma più utili, meglio pagate e di livello più alto – oppure finirà comunque per affondare e per trascinare con se stessa il Paese, perchè sul fatto che l’Università sia centrale per la crescita di un paese sviluppato non ci piove.

Dov’è che sbaglio? Forse le carenze di cui sopra le vedo solo io? Perché nessuna di queste decine di organizzazioni sindacali sembra avere alcun problema con lo stato attuale dell’università, ma solo con i tagli di fondi? Qualcuno mi spiega o vivo in un mondo parallelo?

Mi scuso ancora per la passione, sono solo i miei due cent e non intendo offendere nessuno, se mai suscitare qualche riflessione.

[tags]università, ricerca, riforme[/tags]

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venerdì 18 Luglio 2008, 13:28

Proud to be fancazzist

Raramente ho visto qualcosa che faccia venire voglia di emigrare quanto i risultati di questo sondaggio di Repubblica, secondo cui – al momento in cui scrivo – il 51% dei lettori del giornale sarebbe contrario all’effettuare controlli medici più stringenti sui dipendenti pubblici che si mettono in mutua, anche se per un solo giorno, come proposto dal ministro Brunetta.

Ci ho pensato un po’, ma non sono riuscito a vedere alcun argomento anche solo vagamente potabile a sostegno del no a questo progetto. L’unica cosa che posso pensare è che questo 51% di italiani (meglio, 51% di elettori del centrosinistra, visto il pubblico di Repubblica) rivendichi il proprio “diritto” di poter rubare in santa pace un giorno di stipendio alla collettività ogni volta che si vuole.

Comincio a sviluppare il sospetto che cambiare l’Italia sia un’idea futile. Quel che mi sfugge è solo come questo 51% abituato ad arrangiarsi rubacchiando pensi di sopravvivere alla crisi economica strutturale di questi anni; probabilmente non si è mai posto il problema.

[tags]pubblica amministrazione, lavoro, brunetta, assenze, fancazzismo[/tags]

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mercoledì 16 Luglio 2008, 13:26

We, the modern tecnologic affar bank

Voi cosa pensereste di una sconosciuta banca che si definisce “provider di servizi d’investimento B2B” (si mangia?), e che però ha dato in outsourcing pure l’Internet banking; e che quando ti colleghi al tuo account ti rimanda a un sito bancario di un fornitore terzo, preoccupantemente pieno di frasi marchettare, che per identificarti non ti presenta una maschera di login ma usa l’autenticazione HTTP del server web, pretendendo che la tua password non contenga numeri, e dandoti un PIN che non ti viene mai richiesto (basta la password), e un codice utente di dieci caratteri di cui gli ultimi nove sono cifre, ma la prima è una B stampata ad aghi in maniera indistinguibile da un 8?

[tags]banche, tecnologia, internet banking[/tags]

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sabato 12 Luglio 2008, 11:52

Arrangiarsi a morire

Ieri, nella bassa mantovana, è successo questo episodio agghiacciante.

In breve: un bracciante indiano, clandestino, ha un infarto mentre lavora nel campo. Il padrone italiano, invece di soccorrerlo, si preoccupa: se gli trovano un clandestino nel campo finirà nei guai. La soluzione è nota, perché è già avvenuta decine di volte nei cantieri e nei campi di mezza Italia: si carica il corpo in macchina e lo si scarica da qualche altra parte, dove non possa essere collegato al lavoro che stava svolgendo. L’italiano però non vuole sporcare la sua bella Audi: quindi ordina agli altri indiani di recuperare il loro scassone, più atto allo scopo. Questi ci mettono due ore; e così, solo allora il corpo viene spostato, e si può poi chiamare il medico della mutua del paese (nemmeno il 118).

Peccato però che l’indiano non fosse morto; quando il medico lo trova e chiama il 118, nonostante le ore trascorse sotto il sole dopo l’infarto, è ancora vivo; morirà poco dopo. Probabilmente avrebbe potuto essere salvato, se i soccorsi fossero stati chiamati subito.

La Stampa parla di “schiavo in Padania”, e già si capisce dove vuole andare a parare: è tutta colpa dei biechi agricoltori mantovani. Indubbiamente le persone coinvolte in questo caso saranno punite duramente; l’accusa non è nemmeno omissione di soccorso, ma omicidio volontario, partendo dal presupposto che questo comportamento implichi la volontà precisa di far morire la persona (dubito che la tesi regga al processo, ma vedremo). Incidentalmente, l’accusa riguarderà non solo il padrone italiano, ma anche i clandestini che hanno collaborato, pur con l’attenuante del ricatto lavorativo.

E quindi, già mi vedo l’ondata di indignazione che attraverserà blog e giornali; si scaricherà contro questo agricoltore, ci metterà dentro un po’ di anti-leghismo o di campanilismo anti-lombardo, si parlerà di razzismo, e poi finito lì, fino alla prossima morte. Tutto qui? E’ soltanto questione di agricoltori cinici e crudeli?

Io credo di no. Il problema è più grande, deriva dalla mentalità italiana, quella del giudicare le cose in modo astratto, del concentrarsi sulle teorie ideologiche e sulle risse da talk show invece che sui problemi concreti e sulle soluzioni pratiche. Perché il problema fondamentale nasce dall’avere milioni di persone, in Italia, che lavorano nei nostri campi e nelle nostre fabbriche ma non esistono; cioè, tutti sanno che esistono, ma guai ad ammetterlo apertamente.

In un paese civile, si direbbe: bene, abbiamo questi milioni di persone, vogliamo magari evitare di attrarne troppi altri, però questi ci servono per mandare avanti l’economia; troviamo un modo di gestirli, di dargli una condizione accettabile e qualche diritto, e insieme di controllare che non facciano danno e non si dedichino al crimine, altrimenti li puniamo con severità.

Da noi, no. Le uniche proposte sul tavolo sono: da una parte, una ideologia (di destra) secondo cui l’immigrato è un criminale a prescindere, minaccia la nostra meravigliosa cultura primigenia, va preso a sputi e comunque cacciato appena possibile; dall’altra, una ideologia (di sinistra) secondo cui l’immigrato è un santo a prescindere, va accolto e tutelato e aiutato molto più di quanto non si faccia con l’italiano medio, e se delinque non importa, anzi punirlo per i suoi crimini è razzismo.

Della realtà, non frega niente a nessuno; di trovare un compromesso accettabile ed efficace, che migliori le cose per tutti, meno che meno; l’interesse si concentra sulla discussione da talk show, sempre più esasperata, tra i sostenitori delle due ideologie. Andare a vedere chi delinque e chi lavora, espellere i primi e aiutare i secondi – operazione faticosa, ma unica via per l’integrazione – pare una idea folle, che si prende regolarmente le critiche di entrambi, essendo non abbastanza razzista per quelli di destra, e non abbastanza buonista per quelli di sinistra.

E quindi, continuiamo a non far niente. Non facciamo niente per i bambini rom; certo che prendergli le impronte non è il massimo della vita, ma sarà comunque un po’ meglio che abbandonarli allo sfruttamento dei loro genitori? E non facciamo niente per i braccianti indiani, salvo poi indignarci quando, a causa del loro status di fantasmi, ci rimettono la pelle sul prato.

Indigniamoci pure verso l’agricoltore mantovano; eppure mi pare difficile che fosse lì, bello contento, a gridare “meno uno, viva i Celti!” dopo che uno dei suoi lavoratori c’era rimasto secco. Più facile che, come tutti gli italiani, cercasse in qualche modo di arrangiarsi; di non rimanere col cerino in mano, vittima sacrificale di turno per gli editorialisti dei quotidiani e per le arringhe politiche ad uso delle telecamere.

Questo è un paese che, da secoli, si arrangia in tutto; che non risolve i problemi in modo sistematico, anzi non li risolve proprio, e lascia alla fantasia di chi per sfiga se li ritrova singolarmente sulle spalle il compito di trovare una via d’uscita, alle volte simpatica, talvolta geniale, quasi sempre irregolare e ogni tanto decisamente criminosa; o di restarci preso in mezzo.

E’ un peccato che, in un mondo globale, sovrappopolato e complesso dove la società può stare in piedi solo se organizzata come un orologio, arrangiarsi non funzioni più; non si possono mettere toppe su toppe. Non sono più solo i clandestini a morire; a forza di arrangiarsi, è l’intera nostra società che muore.

[tags]mantova, indiano, clandestino, infarto, società, italia, razzismo, immigrazione, morte[/tags]

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mercoledì 9 Luglio 2008, 14:40

Siamo caduti proprio sull’uccello

Ma solo io ho pensato che la gran cagnara che hanno montato oggi tutti i giornali, criticando la Guzzanti per la volgarità degli epiteti rivolti alla strana coppia Carfagna – Ratzinger (peraltro, per la prima, gli stessi epiteti che da giorni pensa mezza Italia), sia stata accuratamente scelta per evitare di parlare del problema, ossia di come Berlusconi, ripreso il potere, abbia accelerato sulla strada dei provvedimenti legislativi ad personam, della repressione di qualsiasi dissenso e in ultima analisi della dittatura?

Il commento di Mantellini è completamente condivisibile; ma non è che quel genere di commento è proprio ciò che i giornali volevano, seguendoli sul loro tentativo di cambiare argomento?

[tags]berlusconi, guzzanti, carfagna, ratzinger, giornali, mantellini, blog, dittatura[/tags]

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