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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


martedì 16 Febbraio 2010, 19:11

Ancora sulla giustizia

Oggi, nei commenti di Specchio dei Tempi, si discettava amabilmente dei bestemmioni di Buffon; e a questo proposito mi sento di dire che chiunque sarebbe un po’ nervoso, avendo il dubbio che la propria moglie Alena detta Sederova ceda alle lusinghe di Amauri, gobbo ex attaccante brasiliano ora attaccante italiano che però, essendo ormai improbabile la sua convocazione in maglia azzurra per i mondiali, potrebbe avere appunto individuato nella Repubblica Ceca la propria prossima nazionale d’elezione.

In mezzo a questo tran tran, è arrivato un messaggio scandalizzato a proposito della sentenza di soli 18 mesi (dunque niente carcere) per il bullo appena maggiorenne che lo scorso autunno sul bus della linea 75 picchiò senza apparente motivo un anziano, che morì poche ore dopo. Sulla Stampa non c’è traccia della notizia (sulla Stampa peraltro non c’è mai traccia di moltissime cose) ma c’è su CronacaQui, giornale notoriamente destrorso.

In realtà, la sentenza è solo l’inevitabile conseguenza della perizia medica svolta sull’anziano, che già aveva suscitato scalpore all’epoca. Secondo la perizia, la morte non sarebbe stata una conseguenza dei pugni, ma di una emorragia sviluppatasi “spontaneamente” qualche ora dopo. Dunque il ragazzo, che soffriva di crisi di rabbia ma non era in generale un violento o uno sbandato, avrebbe semplicemente picchiato un po’ l’anziano, provocandogli lesioni lievi; la morte sarebbe stata un accidente scorrelato.

Tecnicamente, la sentenza è ineccepibile; eppure è prevedibile una ondata di indignazione generale. Pare infatti difficile sostenere che l’emorragia, il malore e la morte siano indipendenti dall’essere stati violentemente aggrediti solo qualche ora prima; il corpo umano non è una macchina e l’agitazione, la tensione, lo spavento possono senz’altro mettere sotto stress l’intero organismo. In un momento in cui non passa giorno senza che si legga di aggressioni agli anziani (e quando non se ne legge è solo perché non va di moda parlarne) c’è una forte richiesta sociale di repressione verso queste situazioni; poco importano i tecnicismi, la società vuole un colpevole e vuole che paghi duramente.

Infatti, la concezione della giustizia come mezzo di prevenzione o di rieducazione interessa ormai poco; nella testa della maggior parte degli italiani, la giustizia è soltanto uno strumento di punizione e anche di vendetta. E dato che in Italia, sia numericamente che economicamente, gli anziani sono molto più “pesanti” dei giovani, è facile prevedere una grande attenzione, anche se di facciata, a questa richiesta di vendetta.

Alla fine, comunque, sono contento di non dover essere il giudice; perché davvero questa è una vicenda multiforme, dove la verità dei fatti è indefinibile, dove il rapporto tra causa ed effetto è sfuggevole; dove l’imputato può facilmente essere descritto come un mostro bruto ed assassino protetto dal buonismo delle istituzioni, ma anche come un ragazzo qualsiasi, tanto sfortunato da incappare in un anziano che muore per lo spavento di uno spintone o magari, come dicono i medici, nemmeno per quello.

Ammetto che, d’istinto, faccio fatica a non considerare questa persona come direttamente colpevole della morte che ha procurato, e resto anch’io molto perplesso da quest’esito giudiziario. Tuttavia, l’unica conclusione che si può veramente trarre è sulla vanità della pretesa degli uomini di fare giustizia. In fondo, chi siamo noi per giudicare?

[tags]torino, buffon, bestemmie, amauri, giustizia, bullismo, morte, vendetta[/tags]

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domenica 14 Febbraio 2010, 18:10

The one I love

Come i lettori più affezionati ricorderanno, sono stato un affezionato giocatore di Guitar Hero sin dal primo numero della serie; per un paio d’anni ho sviluppato le mie abilità chitarrinistiche in modo maniacale e semiprofessionistico, dopodiché mi è abbastanza passata la voglia.

Tuttavia, quando a Londra ho visto Guitar Hero IV (World Tour) – uscito ormai da un anno e mezzo – in offerta per otto sterline, mi son detto “perché no?”, soprattutto per due delle canzoni che contiene: Hotel California degli Eagles e The one I love dei REM. E così oggi – domenica pomeriggio, mezza giornata di riposo, rimasto solo in casa – l’ho aperto, l’ho messo dentro la PS3 e, esauriti i primi convenevoli, mi sono ritrovato a suonare a livello esperto questi due pezzi con grande godimento.

Se la prima canzone non ha bisogno di presentazioni, la seconda ha per me una storia tutta particolare. Intanto, è una delle canzoni più belle degli anni ’80, accompagnata da un video altrettanto bello.

E’ una canzone d’amore triste, un capolavoro di falso cinismo; l’intero testo è composto da una semplicissima lettera d’amore a una amata che è stata “lasciata indietro” e che viene ricordata come “un semplice gingillo per occupare il mio tempo” (il termine “prop” vuol dire “supporto” ma anche, in gergo cinematografico, uno dei finti elementi di cartone delle scenografie o un elemento di scena). L’ultima strofa cambia leggermente e dice all’amata perduta che adesso “un altro gingillo ha occupato il mio tempo”.

L’intera canzone è una specie di filastrocca che sottolinea la superficialità dei pensieri nel testo, eppure la musica triste dice tutto il contrario; e la situazione esplode letteralmente nel ritornello, dove Michael Stipe riesce solo a gridare “fire” e a farsi dilaniare dall’angoscia. La seconda volta, il grido finisce in un assolo perfetto – uno di quelli dove non puoi togliere o aggiungere neanche una nota – anche perché è, giustamente, rovesciato: invece di raggiungere il climax alla fine come tutti gli assoli, parte forte e poi si spegne senza speranza; la prima metà è in maggiore ed è suonata più forte mentre la seconda ritorna inevitabilmente nella sonorità minore di partenza.

Gli americani, che non capiscono, la suonano ai matrimoni (del resto gli americani sono convinti che Born in the U.S.A. di Springsteen sia una canzone patriottica; dev’essere che non sanno leggere). Io ci resto affezionato anche per via di uno strano episodio; ormai quattro anni fa, stavo passeggiando da solo e meditabondo per le vie di Te Anau, uno dei tanti posti meravigliosi della Nuova Zelanda. Percorrevo la strada sulla riva del lago, su cui si specchiavano gli alberi dalle foglie ormai gialle e rosse (era l’inizio di aprile, dunque autunno). D’improvviso a un incrocio, da una casa verso l’interno, qualcuno apre le finestre e sento uscire distintamente le note di The One I Love. Mi sono girato e ho fatto la foto, non alla casa ma a quella strada che partiva dal lago e all’immagine che la musica mi aveva spinto a vedere:

teanau.jpg

E’ forse strano che tutto questo discorso sia venuto fuori da sé il giorno di San Valentino. Ormai ho raggiunto un’età e una situazione in cui sono in pace con i sentimenti, ma la sensibilità è un bene che va conservato con cura.

[tags]musica, videogiochi, playstation, guitar hero, hotel california, the one I love, rem, nuova zelanda, te anau, san valentino, amore, sentimenti[/tags]

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mercoledì 10 Febbraio 2010, 18:42

La donna del Bancomat

Tu.

Tu che incedi con il piumino foderato di sacchetti della spazzatura viola, solo perché qualche marchettaro minchione di Milano ha deciso che quest’anno è il viola il colore che le anime deboli come te, costrette a uniformarsi agli ordini sottili della comunicazione di massa, devono correre ad acquistare nelle boutique eleganti, buttando via lo stesso abito acquistato anni fa, ma verde pisello.

Tu che sfoggi un povero cane di quelli addestrati duramente a rompere i coglioni, sempre, comunque, ovunque; proprio come te.

Tu che probabilmente, per essere in giro pittata in quel modo a mezzogiorno di un martedì feriale, non svolgi attività lavorative di alcun genere, se non forse l’estetista per altre anime deboli o l’imbucata nell’azienda del papi, e magari ti fai mantenere da un povero fesso a cui la sventoli davanti da anni ma son più le volte che c’hai mal di testa.

Tu che ti poni davanti al mio bancomat – è mio, sono io che ci ho parcheggiato davanti, facendo tutta la manovra per benino perché non sono uno di quelli che pensano che le quattro frecce smaterializzino magicamente l’auto permettendole così di sostare senza problemi nel perfetto centro della strada. E mentre io parcheggio, tu lasci la tua nuova 500 (pensata apposta per te da Lapo Elkann) con due ruote sul marciapiede e pure storta.

E ti metti al bancomat.

E infili la tessera.

E passi tre minuti a farti la ricarica del cellulare, sbagliando due volte a digitare il numero.

E togli la tessera.

E rimetti la tessera.

E ti fai stampare l’estratto conto del tuo conto su cui sicuramente figurano un sacco di soldi, ma sempre meno di quelli che avrebbe una persona sana di mente che non spenda i suoi soldi in costrutti di spazzatura viola e in cagnolini di razza fighetta tanto puri quanto stronzi.

E sono passati cinque minuti e porca miseria, io ho un appuntamento, sto arrivando in ritardo, devo premere due bottoni e farmi dare cento euro, non ci vuole tanto, ci metto un attimo.

E tu riprendi la tua tessera e fai per infilarla ancora una volta, la terza.

E io allora cerco di non sbottare, di non essere maleducato e nemmeno aggressivo, e dico gentilmente “Scusa, potresti solo farmi prelevare e poi vado via?”.

E tu mi guardi con il tuo sguardo da lobotomia di massa, inconsapevole del fatto che al mondo esistano altri che te, ignorante del fatto che il futuro del pianeta (dunque anche il tuo) dipenda dalla collaborazione e dalla solidarietà tra tutti gli esseri viventi, e mi dici: “Adesso ci sono io, ci sto quanto mi pare!”.

Sì, adesso ci sei tu.

Ci sei tu a prendertela nel culo dall’inflazione, dal tiggiunocinquequattrodue, dalla rivenditrice e dal fabbricante di sacchetti della spazzatura viola, dalla tua banca che sicuramente ti addebita nottetempo costi inesistenti, dal pubblicitario che ti fa passare serate a piangere disperata perché hai visto una tipa più in tiro di te, o perché tu hai tutto il guardaroba viola e invece il colore del futuro è il verde oliva, porca miseria, è sicuramente il verde oliva.

Ci sei tu a non avere la minima idea di quanto la felicità dipenda dall’armonia con gli altri e di quanto la tua infelicità (che peraltro fai finta di non vedere) sia creata ad arte per renderti schiava, per eliminare il tuo libero arbitrio col rincoglionimento sociale e per trasformarti in un numero qualsiasi, in un codice fiscale vestito alla moda.

Ci sei tu, ad avere accanto un animale e ad usarlo come un simbolo di stato invece che come una meravigliosa creatura vivente, a meno che a forza di trattarlo come un peluche e di trasmettergli nevrosi tu sia pure riuscita a estirpare da lui l’energia vitale.

Fidati: i soldi del papi, del ganzo, dell’amante, del servizio sociale, della pensione del nonno, di qualsiasi fonte provveda ad abbeverare il tuo egoismo e la tua ignoranza, finiranno. E a quel punto, ma te lo dico con tristezza, vedremo chi ride ultimo.

[tags]società, moda, individualismo, egoismo, economia, consumismo, gentilezza, armonia, colori di moda quest’anno[/tags]

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lunedì 1 Febbraio 2010, 09:54

In ricordo di Giuseppe Gatì

Ieri era l’anniversario della morte di Giuseppe Gatì, la cui vicenda vi avevo raccontato lo scorso anno. Lo ricorda anche Sonia Alfano, in un bel post – e proprio commentando quel post ho pensato che fosse il caso di scrivere qualcosa anche sul mio blog.

A differenza di Sonia, io non avevo mai conosciuto Giuseppe Gatì, se non vedendo il suo video su Blob e sul sito di Beppe Grillo. La sua morte fu terribile lo stesso. Ci misi giorni per riuscire a scrivere l’articolo; e per qualche motivo, dopo quello di Beppe, quel post è a tutt’oggi il più visto in rete a proposito di Giuseppe. Ancora oggi vedo arrivare sul mio sito persone che cercano il suo nome su Google.

Se c’è una piccola cosa di cui vado fiero, è quella di aver fatto così conoscere Giuseppe Gatì a molte tra quelle persone, ancora tante, che non leggono il blog di Beppe Grillo o di Sonia Alfano per principio, per preconcetti politici, perché ancora non capiscono, non capiscono proprio. Di aver fatto giungere l’eco di Giuseppe a molti dei miei amici e colleghi dei circoli buoni della rete italiana, che ancora pensano che gli attacchi governativi all’informazione siano casuali, e che in Italia non ci siano problemi, vada tutto bene, basta chinare la testa e farsi gli affari propri.

Certo è proprio una piccola cosa, se confrontata al coraggio di un ragazzo di vent’anni che sfida da solo il potere, in un contesto nemico, senza farsi intimidire.

Sabato sera, in piazza Castello, la manifestazione del popolo viola in difesa della Costituzione si è chiusa (spero abbiate visto il finale del video) nel ricordo di un partigiano di vent’anni, torturato e ucciso dai tedeschi proprio sul finire della guerra, che con il suo sacrificio, insieme a quello di tanti altri, ci ha permesso di ritrovare la libertà. Spero che questo si potrà dire, tra molti anni, anche di Giuseppe; e che la fine della guerra sia vicina.

[tags]giuseppe gatì, sonia alfano, beppe grillo, sicilia, mafia, sgarbi, gioventù, partigiani, libertà[/tags]

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giovedì 28 Gennaio 2010, 13:06

Rumore di zoccoli

Poco fa, ho interrotto il lavoro e sono andato a fare mezz’oretta di passeggiata nel quartiere, per sbrigare alcune commissioni. La giornata è bella e c’è il sole; fuori si sta proprio bene.

Ho attraversato il parco della Tesoriera schivando il fango, ho girato l’angolo e… sorpresa. In una tranquilla mattinata d’inverno, all’angolo tra via Medici e corso Monte Grappa, stava parcheggiata una camionetta della polizia con cinque o sei poliziotti davanti, in assetto da guerra.

Arrivo all’angolo, giro lo sguardo e mi trovo davanti una scena da Sud America: via Medici è bloccata da un nugolo di poliziotti e carabinieri. A prima vista conto un’altra camionetta della polizia, due camionette di carabinieri, un gippone, parecchie volanti. In tutto, ci saranno stati almeno cinquanta poliziotti, forse di più.

Svolta la mia commissione, ripasso dopo dieci minuti e sono ancora tutti lì; il capo parla nel walkie-talkie, gli altri gironzolano; particolarmente truci i carabinieri messi in fila con i mitra in mano, ma anche i poliziotti con gli scudi antisommossa non scherzano.

Ho subito capito perché fossero lì; e infatti ho poi trovato la breve sul sito della Stampa. Hanno sgomberato il micro-centro sociale che stava all’angolo tra via Medici e via Fogazzaro (quando facevo il liceo era una capanna di lamiera di una bocciofila, immaginate le condizioni attuali).

Premetto che io sono favorevole alle attività dei centri sociali e contrario all’occupazione abusiva di locali altrui, nonché favorevole al pronto riutilizzo degli edifici urbani abbandonati (anche requisendoli temporaneamente ai privati, se li lasciano in abbandono, fino a quando questi non dimostrino di essere pronti ad usarli – ma deve essere una autorità pubblica a farlo e ad assegnarli secondo regole chiare) e contrario alla musica a palla e al mancato rispetto delle regole di convivenza civile con chi è meno alternativo di te.

Ma la cosa che mi ha colpito non è l’ennesimo sgombero di un centro sociale; è lo shock di camminare tranquillamente per il mio quartiere in una paciosa mattina qualsiasi e trovarlo militarizzato senza preavviso.

Questo, sì, è lo shock; e anche alla mia successiva tappa al centro anziani di via Fabrizi (tra me e il pagamento dei miei bollettini c’erano 35 numeri da attendere, sono subito andato via e tornerò con la tessera “corsia preferenziale per non pensionati”) tutti i presenti non parlavano che di questo. Non “hai visto, mandano via gli squatter” ma “hai visto quanta polizia”.

Ed è una brutta sensazione, quella che tra alternativi, operai in lotta, studenti inkazzati, manifestanti contro il governo e comitati no qualcosa, ormai davvero la protesta sia diffusa; e che il principale interlocutore politico che le istituzioni offrono alla cittadinanza in fermento siano le camionette della polizia, perché non hanno idea di cos’altro offrire. Il rumore di zoccoli è sempre più forte.

[tags]occupazioni, centri sociali, sgombero, polizia, carabinieri, militari, dittatura, crisi, zoccoli[/tags]

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venerdì 8 Gennaio 2010, 15:57

Una delle grandi domande del nostro tempo

Ma perché uno sceglie di fare il medico, se poi non ha voglia di visitare i pazienti?

Oggi all’ora di pranzo, dopo aver avuto un attacco di tosse profonda quasi da non respirare più, abbiamo deciso che fosse meglio fare qualcosa piuttosto che attendere senza far nulla fino a lunedì. Abbiamo chiamato la guardia medica per chiedere se fosse utile prendere uno sciroppo per la tosse, e la risposta è stata: assolutamente no, lo sciroppo blocca lì anche i germi, bisogna farsi visitare e prendere un antibiotico, però noi non facciamo visite fino alle 20, richiamate dopo quell’ora; prima di allora dovete chiedere al vostro medico della mutua. Allora abbiamo chiamato lo studio del medico della mutua, e la risposta è stata: come mai il paziente non si è presentato di persona dalle 10 alle 12?

Abbiamo spiegato che pioveva, avevo 38 abbondanti di febbre e comunque la situazione è peggiorata ben dopo le 12, al che ci è stato detto “e beh? ora aspettate lunedì”. Per fortuna l’avvocato di casa (non sono io) sa farsi valere e a forza di insistenze e di escalation verbali è riuscita a farsi passare un medico dello studio, che era ancora lì per caso, e a farlo venire. Il medico è venuto poco fa, è stato preciso e molto professionale, e grazie ai due minuti netti di visita (di cui uno per la compilazione delle ricette) ora ho la prescrizione di un antibiotico e di sufficienti farmaci collaterali da finanziare la ricerca del vaccino della suina per un paio di mesi; un po’ come a dire “hai voluto la bicicletta, pedala”. Tuttavia, ho avuto la netta sensazione che se fosse stato un cameriere in pizzeria mi sarei ritrovato uno sputo nella birra.

Ricordo che anche quest’estate, quando eravamo isolati in montagna e la mia febbre puntava a 41, per riuscire ad avere la visita di un medico, anche a pagamento, abbiamo dovuto chiamare il 118: tutto il resto aveva trovato soltanto muri di gomma.

Non è possibile per un medico essere sempre disponibile in qualsiasi momento, ma per un sistema sanitario garantire mediante turni che tu possa avere assistenza a qualsiasi ora almeno per tutta la giornata, non solo dalle 10 alle 12, mi sembrerebbe il minimo. Sono perfettamente cosciente che al mondo esistono torme di ipocondriaci che esistono solo per tormentare i medici di base e intasare inutilmente i pronti soccorso; eppure la missione del medico non è solo quella di curare chimicamente il corpo, ma anche quella di curare la sofferenza psicologica di chi si sente male. In fondo, fa parte del gioco anche subirsi 99 visite inutili per la solita influenza di stagione per poter intercettare per tempo quel caso in cui veramente succede qualcosa di grave.

[tags]medicina, malattia, farmaci[/tags]

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martedì 5 Gennaio 2010, 23:52

L’incredibile ondata

Questa sera ero già a letto, eppure non riuscivo a prendere sonno. Dev’essere che oggi ho passato tutta la giornata a fare dentro e fuori, dal caldo al freddo, prima in montagna, poi in viaggio, poi allo stadio. Dev’essere che mi è venuta la tosse e che verso metà del secondo tempo avevo i piedi congelati (senza nemmeno contare che mi erano cascate le palle). Dev’essere che il mio server da stasera non è raggiungibile e per l’ennesima volta dovrò aspettare il primo giorno lavorativo disponibile per riottenerlo. Oppure dev’essere che stasera hanno postato delle vecchie foto di dieci anni fa e che Facebook, implacabile, le ha già sparse per mezzo mondo.

Ad essere sinceri, ormai lo dovrei sapere: la vita va e viene in ondate, è come una sequenza di stanze mal chiuse in ognuna delle quali si deve aspettare un po’, mai troppo poco e mai troppo a lungo, riguardando ogni tanto dalla porta un pezzo delle stanze precedenti e sbirciando ogni tanto, ma solo da una fessura, cosa ci aspetta nella prossima. E’ con questa sensazione di svolta imminente (dunque già avvenuta: il resto è soltanto il ritardo del prendere coscienza) che convivo stasera, senza un motivo particolare. Chissà che cosa è già cambiato, quale porta si è chiusa e quale altra si è aperta, e se i mobili di questa stanza, che sembrano così simili a quelli della precedente, in realtà si riveleranno mancare di qualche abitudine consolidata e in cambio offrire qualche nuova esperienza.

Ricordo distintamente che a diciott’anni ero dispiaciuto per avere smesso di giocare a pallone seriamente a sei, così come ora mi dispiace di aver smesso di suonare in un gruppo a ventidue. Non fa niente; certe cose saranno per la prossima vita. Certo che per mutare pelle ci vuole un po’ di tempo, specialmente se la pelle stava stretta come una muta. Di stanza in stanza mi sento più spoglio, ed è un buon segno: viaggio verso l’essenziale. Quando finalmente sarò riuscito a rimuovere tutto ciò che sono stato, forse potrò riuscire a scoprire ciò che sono.

[tags]vita & universo[/tags]

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domenica 3 Gennaio 2010, 15:01

La vera orgia natalizia

Come avrete notato, io sono un antifestivo; nel periodo natalizio-capodannesco, non mi dedico particolarmente a scambiare auguri o regali. Faccio volentieri un augurio collettivo tramite blog o Facebook, ma non riceverete da me SMS precotti, mail animate o applicazioni festive da social network; questo non perché non ci tenga, ma perché l’affetto per le persone si dimostra nella sostanza e tutto l’anno, non nella forma con una serie di click.

Lo dico perché, come immagino tanti di voi, ho passato i primi giorni dell’anno a mettere a posto; oltre alla tradizionale orgia contabile di fine anno, in cui si classifica e si archivia la corrispondenza in attesa da mesi, c’è da risistemare i più recenti residui delle feste. E, anche avendo limitato al minimo la materialità del festeggiamento, sono rimasto colpito da quanti rifiuti mi si sono palesati in casa.

Sacchi, sacchetti, sacconi, pacchetti, carta colorata di ogni genere, fiocchetti, scatoloni, vassoi di cartone usa e getta, con la loro brava imbottitura di carta, di plastica, di polistirolo; bottiglie di vino in regalo, impacchettate in un cartone che dentro ha un altro cartone sagomato e ritagliato per tenerle ferme; scatole di panettone con dentro il sacchetto del panettone e la base del panettone; sacchetti di cioccolatini che contengono delle piccole confezioni di plastica le quali dentro hanno una seconda confezione d’alluminio che contiene il cioccolato; e in generale tutte le confezioni dei cibi, anche qui carta, plastica, alluminio, vetro. Un’orgia di rifiuti che è almeno il doppio più voluminosa dei regali (talvolta anch’essi inutili e destinati alla discarica) che ha contenuto; per giungere spesso all’assurdità della carta da regalo o della confezione utilizzata per un tempo netto di mezz’ora – si incarta, si consegna, si scarta e si butta via.

Naturalmente tutto ciò mi è stato dato con la massima buona volontà, anzi l’attenzione nell’estetica del pacco è segno di attenzione per il destinatario del regalo. Ma sarebbe davvero il caso di pensare che il vero regalo può anche non essere impacchettato, infiocchettato, insacchettato, inscatolato, imbellettato, o se lo deve essere lo può essere con parsimonia e con attenzione ad evitare lo spreco e l’inutile. Un regalo così, oltre che fare del bene al destinatario, fa del bene anche al mondo che ci sta attorno. Di questi tempi, mi sembra proprio un bel regalo.

[tags]regali, rifiuti, imballaggi, natale, feste, riciclo[/tags]

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giovedì 31 Dicembre 2009, 15:55

Immagini di buon augurio

Quest’anno niente effettacci: il post dell’ultimo dell’anno appare tranquillamente nel pomeriggio, così chi vuole se lo guarda prima, chi si annoia durante il cenone se lo guarda a metà, e chi è troppo preso nei preparativi se lo guarda domani mattina.

Il mio consiglio, comunque, è di guardare il video che ho scelto come auguri per il 2010 in un momento tranquillo, con tutta la calma e l’attenzione che merita. E’ uno dei video più famosi di quest’anno (oltre 13 milioni di visualizzazioni solo su Youtube) dunque è possibile che l’abbiate già visto, ma merita lo stesso una nuova visione. E’ un video che unisce bellezza, capacità, coraggio, creatività e speranza in un modo che probabilmente non avreste mai immaginato possibile, ridisegnando i confini della città e del mondo; e l’augurio è che tutti noi, nel 2010, possiamo trovare la stessa ispirazione, la stessa inventiva e la stessa voglia di osare per migliorare ciò che ci circonda.

Auguri!

P.S. Comunque non ho saputo resistere all’idea di lasciarvi un secondo video, per sciogliere la tensione del primo. Il signore che suona la chitarra si chiama Steve Morse e ha attualmente 55 anni, quello che canta si chiama Ian Gillan e ne ha 64. Sono tuttora in giro per concerti – sono passati dall’Italia un paio di settimane fa – e continuano ad offrire performance come questa, che risale a pochi anni fa. Anche qui, le parti di chitarra verso la fine del brano sono un esempio di creatività, capacità e bellezza di livello assoluto.

[tags]video, auguri, creatività, bellezza, bici, macaskill, deep purple, steve morse[/tags]

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giovedì 24 Dicembre 2009, 19:20

Chiamate di auguri

Oggi ero incerto se parlare di treni oppure di Berlusconi. O magari di tante altre notizie cattive o meglio ancora cattivelle, quelle che in fondo non ti devastano la vita ma sono un segno tangibile e continuo di come le cose stiano andando allo sfascio, anche se ormai non possiamo che riderci sopra sarcasticamente.

Ma, almeno oggi, mi sembrava meglio lasciar perdere e limitarmi a fare gli auguri. Ne esiste motivo? tutto sommato penso di sì. Anche se la paura è tutto attorno a noi, la vita sorprendentemente continua. Scommetto che anche se davvero, grazie all’avidità e all’incoscienza degli uomini, la nostra società dovesse implodere in una crisi sempre più grave, la vita troverebbe comunque il modo di scrollare le spalle e continuare.

Dunque chiamate il Natale, chiamate il vostro Dio, o soffio dell’anima o spirito vitale o mistero – forse la parola più adatta – e digitando il numero sul vostro cellulare nuovo chiedetevi se e cosa risponderà. In realtà, non c’è bisogno di attendere che sollevi la cornetta; ha già risposto prima.

[tags]auguri, natale, chiamate[/tags]

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