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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


martedì 29 Luglio 2008, 01:49

Nouvelle cuisine

Irrici! Che caso d’ubriachezza molesta
mi féste diventare per la cena,
e già io vi arrivai in ritardo
per via del compleanno di Salvofan, e non importa
e poi anche perché su Google Maps
lo stesso sito del ristorante Le Chiuse
la bandierina segnaposto segna nel posto sbagliato.

E poi è un ristorante lento lento,
lento, lento lento, leeeeeeento
leeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeento
leeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeento
anche se il cibo era buono.

Finisce così all’una di notte
quando il taxi del mattino è prenotato alle cinque e quindici
(i locali volevano le cinque e dieci, ma i tedeschi si sono imposti)
(avevano sonno e li capisco)
insomma dormirò quattro ore
ché ora devo ancora fare la valigia.
Però, che pieghe dritte alla camicia!

Saluti di qui all’amico Lauri
l’uomo che inventò il Nokia Padellone
(quella roba grigia che si usava a fine anni ’90)
e poi inventò anche il Nokia Forum
che noi usammo in abbondanza per chiedere dettagli delle midlet
perché Java in pratica è un pacco e non funziona mai.

Chiedete a chiunque se funziona Java: non funziona!

Ho visto però in atto un Nokia nuovo
che fa da computer con Linux sopra
e insomma, il mio HTC fa anche le foto
ma non è la stessa cosa
affatto.

Devo piegare la cravatta? E che succede
se la cravatta poi è spiegazzata
già oggi sono stato zitto tutto il tempo
e non avrò certo impressionato
e bon, però la sorpresa di festa c’è stata
anche se ero due ore e mezza in ritardo. Càpita!

C’è solo più una cosa da ridire
mentre estraggo il nastro da pacchi per chiuder la valigia:

basta nouvelle cuisine, e che cavolo!

[tags]dublino, viaggi, ristoranti, quell’espressione un po’ così[/tags]

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mercoledì 23 Luglio 2008, 09:43

Racconto di via Cuneo

All’imbocco di via Cuneo sembra quasi un quartiere per bene, con un fiume per bene e dei palazzi che lo guardano attraverso gli alberi, cercando di non diventare abbastanza alti da vedere gli spacciatori dall’altra parte del fiume.

All’incrocio di via Cuneo con via Cecchi bisogna schivare le macchine abbandonate ovunque, ferme di fronte a un phone center qualsiasi, cercando di non ostruire troppo il passaggio dell’11.

Poi via Cuneo sfocia in una piazza rotonda in salita che sembrerebbe un angolo remoto di Parigi, se non fosse che il suo solo scopo è coprire una ferrovia che non esiste più, il cui trincerone però resiste cocciuto per testimoniare che, sì, una volta si usavano i treni.

Di lì, prosegui per via Cuneo e ti sembra di esserti sbagliato un attimo, perché improvvisamente compaiono un rialzo nuovo, un vialetto nuovo, un giardino nuovo che sembra preso di peso dalla periferia dell’estrema cintura, teletrasportato fino lì dagli ultimi suburbi di Settimo o di Nichelino; ed è l’unica cosa nuova che sia stata fatta a via Cuneo negli ultimi cento anni.

Poi in via Cuneo inizia una maestosa alberata, una striscia di Champs-Élysées che messa lì in una viuzza qualsiasi non ha veramente alcun senso, se non quello di ricordarci che una volta chi costruiva le fabbriche aveva anche l’orgoglio di metterci una alberata davanti. Le fabbriche sono andate da tempo, e guardando attraverso un cancello arrugginito si vede un enorme cortile di cemento bordato di arbusti fioriti, con un unico prepotente cespuglio che ha spaccato il cemento e svetta solitario proprio al centro; un unico fiore su una gigantesca lapide all’industria che fu. Vorresti fermarti e fargli una foto, ma non puoi, perché seduti tra gli alberi ci sono due messicani stanchi che parlano di gringos e ti guardano storto, o forse sono solo due pusher appartati.

Di lì a poco via Cuneo attraversa corso Vercelli, una specie di Valle della Morte larghissima e fatta solo d’asfalto e macchine che sfrecciano da nulla a nulla, senza neanche un filo d’erba; per un corso torinese è un evento troppo raro per non essere voluto.

E’ solo dopo corso Vercelli che inizia via Cuneo, quella vera: un solo isolato di antiche case basse, in pratica cascine il cui progetto fu a malapena ritoccato per trasformarle in case di ringhiera, uso operai con tanta prole e pochi soldi. Ora sono anonime e silenziose, al momento è giorno e nessuno sta ancora litigando, ma per l’epoca dovevano essere palazzoni traboccanti di vita.

Nell’unico isolato di via Cuneo, fai lo slalom tra i neri; se vedi qualche italiano è lì che corre via, per non farsi pisciare addosso. Tre neri di un paese africano qualsiasi sono addossati a una vecchia Ritmo; schiamazzano, e si vede benissimo che per loro il primo Novecento non è mai esistito. Proprio lì, al numero sei di via Cuneo, è nato Gipo Farassino; dev’essere per quello che, praticamente di fronte, gli resiste un insensato negozietto di chitarre elettriche.

Via Cuneo finisce contro un passaggio pedonale, un modesto tentativo di buco nella corsia muragliata a centro strada che permette al 4 di scorrere per corso Giulio. Anche il 4 scorre piano, non solo perché è il tram più lento della storia della tramvieria, ma perché cerca di non farsi troppo notare dagli extracomunitari della zona, per non essere preso a bottigliate. Prima o poi, come nel terzo mondo, tireranno su delle pareti di cemento e faranno scorrere il tram in un tunnel, per evitare anche solo l’affaccio su via Cuneo, il nuovo Bronx di Torino.

Eppure, vista così, via Cuneo è una meraviglia, un liofilizzato di storia umana 1900-2008, dove i poveri di ogni epoca e di ogni generazione hanno preso il posto dei poveri dell’epoca e della generazione precedente, partendo dal piemontese stretto e arrivando all’igbo e allo yoruba.

Ma è più facile dirlo quando uno non ci deve abitare.

[tags]torino, via cuneo, immigrazione, storia, farassino[/tags]

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lunedì 21 Luglio 2008, 14:50

Il bruto pieno della vita

Ci sono poche cose che, nella nostra società, ti qualificano come un bruto. Puoi fare ministro le tue amanti o possedere tutta la discografia di Franco Califano, e nessuno solleverà un sopracciglio; ma non parlare male degli animali, specie quelli domestici, o finirai coperto di pece nella pubblica piazza.

Questo, comunque, non vale per tutti gli animali. Certo, cani e gatti sono sacri; per mucche e galline vale una certa ipocrisia, nel senso che fa tanto piacere vederli pascolare o razzolare nell’aia, ma fa anche tanto piacere mangiarli. Altri animali, invece, non godono degli stessi diritti civili; fino a giungere alle zanzare e ai ragni, per i quali invece si ritiene giusto il genocidio a priori.

Alle persone sensibili, la sofferenza animale fa effetto; e così, mentre l’altra sera maneggiavo un pollo senza testa per ungerlo ben bene in mezzo alle patate, provavo comunque una sensazione di sottile ma evidente disagio. Le persone sensibili, però, hanno già capito il punto fondamentale: la nascita, la vita e la morte sono tutte parti ugualmente degne e necessarie del ciclo vitale del mondo. Un mondo senza morte non avrebbe senso; vale per gli uomini e vale per gli animali. Ogni essere vivente ha quindi un ruolo di collegamento tra una nascita e una morte, la quale è necessaria per permettere lo sviluppo di ulteriore vita; ad esempio, la digestione di un bel pollo arrosto.

Purtroppo, sempre meno persone sembrano capire questo semplice fatto. Probabilmente, noi umani postmoderni e urbanizzati siamo talmente alienati, lontani dalla semplicità delle basi esistenziali della natura, da finire per attaccarci a suoi brandelli in modo ossessivo, credendo che chiudere un alano in 60 metri quadri significhi volergli molto bene, e sentendoci tutti parte di un grande spot dell’Amaro Montenegro. E così, un cane o un gatto diventano intoccabili; non un altro essere con cui avere un rapporto – pur nella propria diversità di ruoli – volontario e alla pari, ma un feticcio di qualche proprio distorto bisogno psicologico.

Oddio, ad alcuni succede persino coi topi: in questi giorni su Radio Flash circola uno spot antivivisezione che sembra una caricatura del peggior animalismo, ma è tristemente vero. In un crescendo di motivazioni contro la vivisezione (che è ovviamente una pratica barbarica, ma che talvolta può pur essere il male minore) si arriva a una perla di logica secondo cui all’immaginaria obiezione “Meglio sperimentare sui topi che sui bambini!” la risposta era “Dillo alle mamme i cui bambini si sono ammalati per via dei farmaci sperimentati sui topi!”. Ora, ci ho pensato un po’, ma la conseguenza non regge, a meno che ciò che la LAV intenda dire è che i farmaci, invece che sui topi, andrebbero piuttosto sperimentati sui bambini (aspettiamo chiarimenti).

Ecco, proprio questo viene spesso dibattuto come il punto chiave: esiste o no un diritto di supremazia dell’uomo rispetto all’animale, che giustifica l’uccidere migliaia di topi per trovare un farmaco che potrebbe salvare la vita a un uomo? (O peggio ancora per testare profumi e creme solari: ecco, quello sì che lo trovo barbaro.) Questo principio di supremazia è scritto più o meno chiaramente nella dottrina della Chiesa; da decenni è contestato insieme a tutto il resto delle nostre “radici cattoliche”.

Il dubbio viene anche in altri casi: per esempio, leggendo questo articolo sulla drammatica situazione del canile di Moncalieri, invaso dagli animali abbandonati per le vacanze. Ora, io continuo a pensare che basterebbe tatuare i cani alla nascita o alla prima visita da un veterinario e denunciarne i passaggi di possesso, perché chi prende un cane deve risponderne; l’abbandono è una pratica che va combattuta. Però alla fine si legge un appello disperato: i fondi (per metà da donazioni private, per metà da fondi pubblici) non bastano perché le cure sono costose; per esempio, hanno dovuto spendere un sacco di soldi per operare di cancro un barboncino di 13 anni.

E io mi chiedo: ma – senza scomodare l’Africa – in una società in cui tuttora molte persone vivono in baracche e faticano a mangiare, ha senso che collettività e privati spendano denaro per operare di cancro un barboncino? E anzi, che questa cosa ti venga presentata come una necessità urgente e pressante, un appello alla bontà umana contro la brutalità, invece che come un caso di lucida follia, che di naturale non ha proprio niente?

Io non credo che l’uomo sia superiore agli animali, e non sono nemmeno contento, in linea di principio, di farmeli uccidere per mangiarne i cadaveri. Credo però che non si debba perdere la misura rispetto al principio fondamentale della natura, che, piaccia o no, è “mors tua vita mea”; il che comprende anche lo sfruttare gli altri esseri dell’ecosistema per nutrirci e sopravvivere, con rispetto e dispiacere per la loro sofferenza, ma sapendo che così è l’ordine delle cose. Può darsi che questo faccia di me un bruto; eppure, saper accettare il fatto che la nostra vita non solo prevede la sofferenza, ma inevitabilmente finisce talvolta per causarne agli altri e per trarne giovamento, permette di rapportarsi con la morte in modo molto più sano.

[tags]natura, animali, vivisezione, canile, cibo, sofferenza, morte, amaro montenegro[/tags]

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venerdì 18 Luglio 2008, 07:11

Dormire dentro

Ieri sono andato a Roma in giornata; come spesso accade, per ottenere la migliore combinazione di orari e prezzi, ho fatto l’andata in aereo – uscita di casa ore 6:20, volo Blu-Express a 70 euro, arrivo in centro a Roma alle 10:50 – e il ritorno in treno – partenza da Termini ore 15:05, Eurostar a 60 euro, arrivo previsto a casa alle 21:10, arrivo effettivo alle 21:45 (grazie Trenitalia, e grazie anche per i dieci minuti di attesa nel tossico tunnel in discesa che porta alla stazione di Milano Porta Mai Pulita Da Quando Ci Passò Garibaldi).

Ho passato praticamente tutto il viaggio di ritorno a guardare il paesaggio dal finestrino, in parte lavorando al computer o ascoltando musica, ma senza mai perdere di vista l’esterno; è uno dei motivi per cui adoro il treno. Ho potuto così ancora una volta constatare come l’Italia sia davvero bellissima, tutta, dall’inizio alla fine. A patto naturalmente di addormentarsi per mezz’oretta mentre si attraversa Milano: ma quanto staranno bestemmiando gli abitanti della casa verdina a cui stanno costruendo a mezzo metro dal balcone un mega-cavalcavia ferroviario per l’ormai inutilissimo collegamento diretto Centrale-Malpensa?

Comunque, il resto è meraviglioso: si comincia con un pomeriggio dorato sui prati e sui campi della direttissima per Firenze, che si snodano tra le colline fino a giungere alla zona di piccoli calanchi che segna l’ingresso nella valle dell’Arno. Poi si vede Firenze, e di lì le montagne in cui la ferrovia si inserisce senza tanti complimenti, con tutta la supponenza dell’epoca fascista, fino al tragico tunnel sotto l’Appennino (cento morti sul lavoro tra incidenti e silicosi, ma un’opera che per l’epoca era fantascientifica). Poi c’è la pianura padana, un susseguirsi di campi che profumano d’estate e di aria immobile, fino a un fantastico tramonto dal ponte sul Po. Poi, dopo la mezz’oretta di dormita, ci si sveglia in mezzo ai boschi della riva del Ticino e di lì alle risaie, e infine alla corona delle Alpi.

Ebbene, con tutto questo popò di meraviglia, io ero l’unico di tutto il vagone che guardava fuori. Il signore davanti a me leggeva un romanzo giallo di Franco Cardini (per la serie “anche gli insigni storici vanno in cerca di celebrità”). I due al mio lato leggevano Il Sole 24 Ore e Inmoto (sì, esiste una roba che si chiama così, e non ha lo spazio in mezzo al nome). La signora dall’altra parte ha telefoninato per tre quarti del tempo, e nel resto si è guardata le unghie; il ragazzo di fronte ha passato tutto il tempo a giocare col cellulare.

Non sono ben sicuro di cosa sia andato perso; se la capacità di meravigliarsi, il senso del bello, la comunione con la natura, oppure la voglia di vivere e di conseguenza la possibilità di accorgersi della vita che scorre fuori dal treno. C’è però qualcosa di molto sbagliato in tutto questo.

[tags]treno, paesaggio, italia, natura, vita[/tags]

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martedì 15 Luglio 2008, 15:43

La campagna in città

Alle volte sei lì con te stesso e le tue domande senza risposta, tipo “Ma perché io che lavoro con i cellulari e co-possiedo una azienda di applicativi mobili vado in giro con un Nokia del 2002, mentre gente che non arriva a fine mese e non sa distinguere un browser dal solitario di Windows fa la fila di notte per comprarsi un iPhone a 100 euro al mese?”.

Alle volte invece benedici le tue scelte, tipo oggi che ero in giro in bici, sono entrato da Fnac e ho visto almeno cinquanta euro di cose da comprare, tra cui l’intera discografia dei Jethro Tull in offerta a cinque euro a CD: ok, avendoli tutti in plurime copie MP3 è puro feticismo, ma ne vale la pena; allo stesso prezzo ci sono anche i Dire Straits e a poco di più i Led Zeppelin, che a me non sono mai piaciuti più di tanto ma è un’ora che ho in testa il riff di Good Times Bad Times e non se ne vuole andare. E poi per soli ventisette euro e rotti si può comprare il mattone antologico di Cuore; ma in bici, senza zaino, non ci stava, e quindi ho risparmiato i soldi fino alla prossima visita.

Tutto questo era per introdurre il racconto di un bel giro in bici fatto domenica pomeriggio. Se non usate il mezzo, probabilmente penserete che fare un giro da diporto nel raggio di dieci chilometri da piazza Rivoli sia impossibile, trattandosi di zona pesantemente urbanizzata; ma ciò è decisamente falso. Basta un quarto d’ora di pedalata per trovarsi in mezzo all’agricoltura; io mi sono infatti diretto verso Collegno, superando il Campo Volo e il Parco Ian Gillan per infilarmi nella mossa pianura che sta tra la Dora, Collegno e Rivoli.

Ad esempio, dal cavalcavia della tangenziale che marca la fine di Collegno c’è un panorama magnifico sul Musiné, con i campi di grano in mezzo e l’antica cattedrale laica – bella quasi come le giustamente decantate OGR di via Boggio Borsellino – del Cotonificio Valle Susa. Poi si risale leggermente verso Alpignano, si piega dentro il paese e si arriva al cimitero che aggetta sul fiume (sia Collegno che Alpignano hanno il cimitero che aggetta sul fiume, sulla sponda sud, alla fine della salita che risale dal ponte del paese: si saranno messi d’accordo?).

E’ un percorso che conosco bene perché lo facevo già quando abitavo a Rivoli; e vi giuro che non sembra affatto di stare in città. Del resto, il nome Alpignano vuol dire “villaggio delle Alpi”, uno dei tanti toponimi celto-longobardi che finiscono in -gnano sparsi per tutta la bassa Europa, da Perpignano – il cui senso non ho trovato perché mi sono perso in un sito in catalano che protestava contro l’uso del termine “alpinismo” in quanto razzista verso i Pirenei – fino a Lampugnano, che vuol dire “villaggio delle macchine puzzolenti che cercano parcheggio per prendere la metro”. E quindi, sotto le Alpi si sta, con una bell’ariëtta che vien giù dalle montagne e che ogni tanto diviene un certo tifone tra i raggi della ruota.

Proprio dal cimitero d’Alpignano si può imboccare una scorciatoia, senza dover discendere fino al ponte vecchio e poi risalire una versione in sedicesimo del muro di Grammont. Basta prendere a destra e un piccolo passaggio ciclopedonale conduce al ponte del tubo, ovvero una passerella sulla Dora costruita sopra un grosso tubo di qualche acquedotto che doveva proprio attraversare il fiume. Si emerge così nelle frange orientali di Alpignano, e si può presto girare a destra verso Pianezza.

E’ lì che ho scoperto un nuovo, bellissimo percorso ciclabile costruito da pochi anni sulla riva settentrionale della Dora. Esso attraversa tutto il comune di Pianezza, da confine a confine, collegando due dei maggiori landmark del suo territorio: a ovest, la salitina dove durante l’esame di guida ho fatto una partenza col freno a mano che stanno ancora applaudendo adesso; a est, il campo di calcetto con vista tangenziale dove più volte io e l’ex staff di Vitaminic abbiamo dato spettacolo.

In pratica, dall’angolo di Alpignano si diparte una strada ciclabile larga, ben segnalata e piena di ghiaietto minimo, molto ben battuto; si percorrono due tornanti in discesa e ci si trova poi a seguire il fiume, stretti tra le sue acque e quelle di un canale di servizio che rappresenta un’opera idraulica notevole, scavata nella parete della gola, e che risale addirittura al Settecento, quando fu costruito per alimentare il filatoio che stava nella golena.

Si sbuca quindi al porto di Pianezza, proprio sotto l’antico gioiello della Pieve di San Pietro. Si attraversa una zona di antiche fabbriche e di una spettacolare casa di ballatoio costruita proprio a pelo d’acqua, dove – era domenica pomeriggio – tutti gli abitanti dei vari piani si son messi a guardarmi dai balconi; poi, dove la golena si chiude, riparte la strada ciclabile.

Questo è il punto di una delle mie grandi avventure: giunsi qui, in bici, a metà degli anni ’90, e scoprii sul fiume un’antica, instabile passerella di ferro arrugginito. L’incoscienza mi prese, e così decisi di farmela tutta, bici alla mano, sperando che il ferro non si piegasse d’improvviso scaraventandomi svariati metri più sotto in mezzo alla Dora. Non si piegò, e così io potei percorrere con successo la strada in completo abbandono che collegava l’altro lato con Bruere, passando vicino al già citato cotonificio, fino a sbattere contro un cancello chiuso, però dalla parte interna. Dovetti trovare un canonico buco nella rete per uscire, e solo allora potrei leggere qualche decina di cartelli di pericolo messi nel verso opposto; ma fu un’avventura memorabile.

Bene, ora al posto della vecchia passerella ce n’è una nuova, che racconta come quella vecchia (foto: sì era proprio lei) risalisse al 1917, in sostituzione di altre precedenti, e fosse in completo abbandono dal dopoguerra; serviva alle contadine di Bruere che venivano a lavorare nelle fabbriche di Pianezza, e, visto che l’orario di lavoro era lungo e le contadine uscivano a notte inoltrata, fu teatro di svariati stupri, rapine e ammazzamenti.

La nuova passerella è ancora chiusa in attesa della “messa in sicurezza” della strada dall’altro lato che io feci dieci anni fa (ah, che pavidi); spero che la aprano presto, perché è un bel percorso. Ho quindi proseguito sulla sponda nord, dove seguendo le abbondanti indicazioni si infila un buco sotto la tangenziale e si sbuca al ponte di Collegno.

E qui vengono le note dolenti: non mi sono accontentato, e ho tentato il bis. Già, perché anche a Collegno hanno deciso che dovevano avere un parco agricolo della Dora, con i suoi bravi percorsi ciclabili; il parco inizia davanti al cimitero, per la strada del canile da cui proviene il mio gatto. Lì c’è l’unica mappa del parco, che mostra chiaramente un percorso per arrivare a Torino, zona campo rom della Pellerina.

Di lì in poi, sono solo percorsi sterrati, fangosi, tenuti malissimo, senza una freccia che sia una, pieni di inutili cartelli modello sussidiario di quinta elementare (“scheda: che cos’è un fiume”) ma senza alcuna indicazione sulle direzioni da prendere. In pratica, il percorso per Torino finiva nella selva oscura; non volendo tornare indietro per chilometri, ho preso l’ulteriore nuova passerella sulla Dora che dovrebbe portare, a scelta, in frazione Castorama o in frazione Burger King; anche lì, zero frecce e un sacco di tracce agricole che finiscono nel nulla. Ho pedalato avanti e indietro nel fango per un’ora, auspicando malattie fulminanti per tutta l’amministrazione comunale di Collegno; alla fine l’unico modo per uscire è stato tagliare attraverso il cortile di una cascina e poi per un prato, navigando tra l’erba incolta, fino a impattare il guard-rail della statale 24.

Poi, il ritorno per via Pianezza e la Pellerina, dove un gruppo di russi ubriachissimi aveva portato un SUV fin nel cuore del parco e lo usava per sparare musica orrida a volume pazzesco, circondato a debita distanza da decine di italiani che dicevano “lo facessimo noi, i vigili ci sequestrerebbero anche le mutande”. Arrivo a casa stanchissimo, ma contento: dovreste farle più spesso, queste cose.

[tags]torino, collegno, alpignano, pianezza, bici, dora, parco, sindaco-collegno-caghetta-fulminante[/tags]

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mercoledì 25 Giugno 2008, 08:53

Reminiscenze ancora, di Parigi

Succede ogni tanto nella vita: una serata inattesa che ricorderai a lungo, per la strana combinazione di fattori. In questo caso, è successo che dovessi una serata fuori a Izumi; pensavamo di andare insieme al party del punto Bretagna (.bzh per la precisione), ma poi avremmo incontrato i nostri colleghi dell’At Large e il cibo mi sarebbe andato di traverso.

Per questo lui ha estratto la sua guida giapponese – come ogni giapponese, in qualsiasi parte del mondo ha una guida del posto in giapponese, che gli dice cosa è sano fare per un giapponese – e ha scodellato il ristorante giapponese Yen, a San Germano ai Prati, che poi è within walking distance da dove siamo noi, a Monparnaso.

La passeggiata d’andata è stata molto professionale, un circondare il grosso birillone della torre nera che sovrasta la stazione, e poi una lunga discesa per negozi sulla via di Renne. Arrivati davanti alla chiesa di san Germano, abbiamo subito individuato il nostro posto, in una via laterale; temevamo non ci fosse posto, e invece era deserto. Peccato che ci fosse un piccolo problema: nell’intero quartiere mancava la luce!

Ci siamo così assisi lo stesso, dopo una lunga discussione relativa ai dettagli della conferenza di ICANN e alla mia incombente visita in Giappone. Non c’erano però chance di avere del cibo, e così, mediante una contrattazione trilingue – lui in giapponese, io in francese, e tra noi in inglese – ci siamo accontentati di una bottiglia di bianco.

Dopo un’ora di chiacchiericcio, eravamo già quasi parenti; complice il bianco secco secco e molto buono. Stavamo, è vero, chiedendoci che fare, giacché di elettrico non v’era nulla, e di conseguenza non c’era cibo in vista. Dopo oltre un’ora, alle otto e un quarto, il boato: l’intero quartiere in piedi ad applaudire l’azienda elettrica, che improvvisamente ristora l’energia in tutte le locande.

La cena è stata ottima, provando un po’ di tutto: melanzane fritte e insalsate, pezzetti di pollo in esplosione di pastella, ben tre pezzi in due di pesce arrostito in maniera egregia, e poi il piatto principale, la soba: che sarebbero spaghetti freddi da intinger nella soia, naturalmente dopo averla riempita di wasabi e di un’altra erbetta il cui nome già mi sfugge, ma che era molto buona. E non dimenticate che dopo averlo finito dovete farvi portare l’acqua della pasta, e mescolarla al fondo della soia: e trincare tutto ciò che ne deriva. Altro che ramen, che – come mi disse Izumi – è roba depravata da cinesi.

Ci siamo anche baccagliati un francese e un belga al tavolo a fianco, e insomma la serata è scorsa via memorabile, soprattutto per la sua improbabilità: quand’altro vi capita un tete a tete con un giapponese in un ristorante privo di elettricità, ma con una seconda bottiglia di bianco fruttato e inimitabile? Non capita, e quindi cosa importa dei dettagli, tipo il conto da centotré euro a testa, questi – ahimé – che già ho pagato io. Si vive una volta sola, e una volta sola nella vita si congiungono gli astri e ti regalano quella combinazione in particolare: non è forse meglio gioirne, e lasciar stare le questioni terrene di denaro?

Segue anche il ritorno pedestre da San Germano ai Prati, completamente e totalmente ubriachi, evitando le macchine sfreccianti per grazia divina, o perché illuminati dal buon bacio degli dèi. Ci scappa persino il taiwanese che ci offre il caffé, ma rifiutiamo: e che diavolo, mica ci ubriacammo per niente. C’è indubbiamente fraternità nell’alcool, o meglio nella velocità del rendersi ebbri, tra il sottoscritto e i giapponesi; anche se quello che a fine cena versava il vino nell’acqua e l’acqua sul tavolo era lui, badate bene! Ma a ben vedere sotto quell’acqua c’era un bicchiere immaginario: quello della fratellanza inusitata.

Saluti, mentre emetto un dolce e sublime odor di soia! Viva le serate a caso, preordinate.

[tags]italia, francia, giappone, ristorante, soba, parigi, san germano ai prati, fratellanza, casi della vita, serate da ricordare, ubriachezza immodesta, cioè veramente ho pagato un conto da centotré euro e sto qui solo lievemente turbato?[/tags]

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giovedì 19 Giugno 2008, 12:26

Altro cemento

Ieri, girando per il quartiere, sono ripassato dopo anni in via Pacchiotti, davanti a un vecchio campo da calcio – niente più che un prato con due porte in mezzo alle case – dove andavo ogni tanto a giocare il sabato negli anni dell’università. E così ho scoperto che il campo non esiste più: nel frattempo, ci è spuntato sopra un cantiere per la costruzione di un enorme edificio rivestito in tonalità di grigio, lungo un centinaio di metri e alto tre piani, che però sembra semiabbandonato tra le lamiere che delimitano i lavori.

Il cartello, con l’immancabile logo “Torino on the move”, spiega che si tratta di una costruzione iniziata nel 2006 e con fine lavori nel febbraio 2008 (e qui già qualcosa non torna), per un costo di due milioni trecentomila euro e rotti; lo scopo è la realizzazione di una “palestra per la ginnastica artistica”.

Ora, sono sicuro che a Torino ci sia estremo bisogno di palestre per la ginnastica artistica; evidentemente queste palestre devono avere qualcosa di specifico per cui quelle normali non vanno bene, visto che il nuovo edificio è esattamente di fronte a una scuola media che dispone già della sua brava palestra agibile tutti i pomeriggi. In compenso, quello era l’unico prato verde (sterrato davanti alle porte) di un quartiere urbano che, per carità, è vicino a numerosi parchi, ma è comunque interamente costruito.

Sono quindi un po’ dubbioso sul senso logico, per un Comune che dichiara di essere in bolletta e di dover tagliare le manifestazioni culturali e persino l’assistenza sociale, di spendere oltre due milioni di euro per costruire una nuova palestra, in una zona piena di scuole anni ’70 con le relative palestre, oltre a due complessi comunali con piscina coperta e campi sportivi e tutta una serie di altre infrastrutture; viste le tante altre storie di cui abbiamo già parlato, dagli stadi all’Arena Rock, il nostro Comune dimostra sempre un inspiegabile desiderio di spargere cemento, che spero non vada spiegato con le relazioni amicali e financo parentali intercorrenti tra i leader politici locali e alcuni grandi aziende edili.

Stavolta, però, non è tanto questione di indignarsi, che il limite di indignazione l’abbiamo superato da tempo; è più che altro la sorpresa nel rendersi conto di come pezzi interi di città che tu hai vissuto per anni, e che tendi quindi a dare per scontati, possano sparire nel nulla da un momento all’altro.

[tags]torino, ginnastica artistica, palestre, edilizia, città[/tags]

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mercoledì 18 Giugno 2008, 09:52

Cicli e ricicli

Ieri pomeriggio sono andato in ufficio; una volta ci andavo tutti i giorni, poi ho cominciato a diversificare le mie attività e a lavorare da casa, e ora ci capito un paio di volte al mese. Causa piogge, era parecchio tempo che non ci andavo in bici; in questi giorni però ho deciso di ignorare il problema, e quindi ieri ero in giro per la città in bicicletta nonostante il rischio dell’acqua.

Sono arrivato in ufficio verso le 14, tutto bene; ho fatto la mia riunione; circa alle 17,30 ho reinforcato il mezzo per tornare indietro, proprio mentre iniziavano a cadere timide ma insistenti gocce di pioggia. Mi era già capitato un paio di anni fa di prendermi la pioggia su questo percorso; non era stato poi così male, ma preferivo non ripetere l’esperimento. Così ho preso le vie a tutta velocità, cercando di fare il percorso più diretto e rapido per arrivare a casa, anzi visualizzandomelo in anticipo per farlo sembrare più corto.

E’ stato solo quando sono arrivato su corso Cincinnato all’altezza di via Pianezza, praticamente alla Pellerina, che ho realizzato: sì, ma quale casa? Ecco, forte di anni di abitudine, avevo preso in automatico il percorso che portava alla casa vecchia, e che per la casa nuova costituisce un significativo allungamento.

E così, divertito sotto la pioggia dai cicli della vita, ho dovuto riparare; ma non tutto vien per nuocere, perché la situazione mi ha regalato un attraversamento diagonale della Pellerina, verde, bagnata e deserta a parte qualche residuo jogger e qualche cane, fino all’ardita struttura elicoidale che supera le pendici di corso Monte Grappa. Proprio in cima al primo GPM, il ponte ad arco sulla Dora, mi sono fermato un attimo: da lì, messere, si domina la valle.

Il fiume non è più al livello di guardia, ma è lo stesso enormemente alto, solo un metro sotto il bordo delle pareti di pietra, quasi a invadere il declivio dell’erba. Sotto il cielo grigio, in mezzo al verde lucido dei prati e a quello più scuro degli alberi, un enorme flusso forzato di acqua altrettanto grigia sforza lo stretto letto del fiume per arrivare a valle. Sembra effettivamente che debba prima o poi rompere le costrizioni, e strabordare per tutto lo spazio visibile, fino a sommergere le terre. Non succederà, ma è lo stesso uno spettacolo magnifico.

[tags]torino, pioggia, pellerina, dora, abitudini[/tags]

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lunedì 16 Giugno 2008, 11:47

I figli dell’Ecopass

Stamattina mi sono svegliato in montagna, in un clima scozzese: ero immerso nelle nuvole, e dalla finestra si vedevano solo il praticello bagnato e una specie di fluffone grigio che si sfilacciava sopra la staccionata, ma che nascondeva persino il piazzale sottostante. Cerco sempre di restare in montagna una notte in più, e di tornare giù il lunedì mattina; ci vuole poco più di un’ora, ma la sensazione è molto diversa.

Fa sempre impressione però trovarsi in un posto bellissimo, un insieme di piccoli condomini nel mezzo del nulla a milleseicento metri d’altezza, in cui io sono in sostanza l’unico torinese: il resto delle case, come ovunque in val d’Aosta, è posseduto all’80% dalle varie sottospecie lombardo-arricchite (il che spiega i prezzi medi dei negozi, simili a quelli di piazza Duomo).

Pertanto, non solo la maggior parte delle auto parcheggiate sono SUV e nessuna ha più di due anni di vita, ma esse sono utilizzate anche per percorrere i cento metri che separano la porta di casa dal bar, o le quattro curve che portano ai bidoni dell’immondizia.

A proposito, stamattina, quando sono andato a buttare la mia, dopo aver diligentemente buttato le bottiglie e la carta negli appositi contenitori ho aperto il bidone dell’indifferenziato; era vuoto, tranne un solingo foglio di istruzioni Ikea buttato singolarmente nel bidone. Ora, se tu hai in mano un pezzo di carta che vuoi buttare, e davanti a te ci sono un bidone verde per l’indifferenziato, uno arancione per il vetro, uno marrone per la plastica e uno giallo per la carta, mi spieghi come ti può venire in mente di buttarlo nell’indifferenziato? Posso ancora capire la devastante fatica di differenziare in casa, ma lì?

Alla fine sono fortunato: tendo ad andare in montagna in settimana, ricavandomi due giorni senza appuntamenti, quando devo scrivere o programmare qualcosa di complicato; in quei casi, sono completamente solo in mezzo alla montagna e non mi ritrovo in mezzo a questi comportamenti. Tuttavia, il motivo per cui così tanta gente senta l’esigenza di comprarsi una casa in mezzo alla natura e poi di usarla in questo modo onestamente mi sfugge.

[tags]val d’aosta, montagna, villeggianti, lombardi, arricchiti[/tags]

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venerdì 13 Giugno 2008, 14:16

Raptus cosciente

Sono una persona che ha imparato, con molta fatica, a non avere rimpianti, accettando il fatto che quando si compie una azione è perché in quel momento la si ritiene opportuna, e giudicare con il senno di poi non ha alcun senso. Sono anche una persona abituata a difendere con ogni mezzo le proprie opinioni, sin da quando lo si faceva per gioco su Usenet oltre dieci anni fa, arrivando ora a farlo anche su questioni serie.

Però oggi sono rimasto un po’ spiazzato, riesaminando a mente fredda una cosa che ho fatto settimane fa, che ha fatto arrabbiare varie persone, e che con il senno di poi non ha alcun senso. E non è solo questione di reazioni: anche riconsiderando la cosa solo per ciò che riguarda se stessi, saltano fuori solo lati negativi – in termini pratici, in termini etici, in termini interpersonali – e insomma, non riesco proprio a capire cosa avessi per la testa nel momento in cui l’ho fatta.

Sicuramente in quel momento doveva esistere qualche ragione per comportarsi così; anche solo le palle girate o una momentanea frustrazione di qualche tipo. Sicuramente non mi ero accorto delle pur ovvie interpretazioni che altri avrebbero dato a quello che stavo facendo. Ma anche così, è come se questa azione non mi appartenesse; se davvero (anche se so che non è così) fosse il frutto di dieci minuti di improvviso rapimento del mio corpo e del mio cervello da parte di qualcun altro.

Alla fine, uno si assume le proprie responsabilità; non difende l’indifendibile, ma si scusa per quanto possibile, e accetta le conseguenze. Resta però questa sensazione inquietante di come sia estremamente facile, nella vita, combinare guai anche pesanti in modo del tutto inconsapevole.

[tags]azioni, volontà, conseguenze, scuse[/tags]

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