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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


lunedì 5 Giugno 2006, 22:48

Attimi fuggenti, mezzi bicchieri

Salve, sono appena tornato! Avrò modo, spero, di raccontare con calma qualche particolare di Manchester; per il momento, volevo fotografare una strana serata in solitario, a casa, a riprendere contatto con situazioni che in quattro giorni di altrove erano già diventate piuttosto lontane, e che a maggior ragione mi sembrano vecchie, superate.

Allo stesso tempo, pensando alle infinite cose che potrei fare di me stesso per riprendere un po’ il cammino verso altre fasi e altre mete della vita, mi sovviene l’importanza di condividere sempre le mie meditazioni con coloro che vorranno passare di qui ogni tanto, sperando che possano essere utili anche a quelli di voi – tutti, in realtà – che sono, coscientemente o meno, in cerca di un migliore equilibrio e di uno stadio successivo della propria evoluzione; o anche, come scrisse Walt Whitman, di decidere quale sarà il proprio verso (qui per gli amanti della cultura popolare).

Nel frattempo, la mia parte che pensa positivo (sì, esiste) vi lascia con questa citazione di Terry Pratchett che ho trovato nel libro comprato ieri in Inghilterra: meditateci, perchè solo in apparenza è arrogante, mentre in realtà è un invito a non aver paura; il che è la chiave per avere infine tutto ciò che veramente si vuole.

“There are, it has been said, two types of people in the world. There are those who, when presented with a glass that is exactly half full, say: ‘This glass is half full.’ And then there are those who say: ‘This glass is half empty.’ The world belongs, however, to those who can look at the glass and say: ‘What’s up with this glass? Excuse me? Excuse me? This is my glass? I don’t think so. My glass was full! And it was a bigger glass.’ “

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domenica 28 Maggio 2006, 12:10

Francoforte

Stasera (ieri sera per chi legge, visto che non c’è il wi-fi in camera e manderò il post in differita) sono a Francoforte, per un meeting domenicale dell’At Large europea, che è stato appositamente convocato in un giorno festivo e in un luogo più o meno centrale, e ben connesso via aerea, del continente.

Sono partito di corsa al pomeriggio, dopo una mattinata in cui dieci persone volevano dieci cose da me tutte allo stesso momento, e un pranzo finalmente piacevole ma devastante per il mio stomaco (perchè se non mi stendo di vino potrò almeno stendermi di cibo?). E poi, una corsa selvaggia a 180 all’ora in tangenziale per essere a Caselle per tempo (13 minuti netti da casa, di cui uno e mezzo perso all’unico semaforo del percorso), solo per scoprire poi che oggi pomeriggio l’aeroporto era insolitamente deserto. E così, eccomi qui.

Certo, è sempre strano essere in un posto di cui non si parla la lingua. Io ho cominciato a imparare il tedesco da bambino, ai tempi del C=64, quando ottenni per vie traverse il mio primo compilatore Pascal, e con orrore scoprii che era completamente e solo in tedesco. Lì scoprii le basi minime per orientarmi, tipo la sottile ma fondamentale differenza tra ein, kein e nein; e col tempo ho imparato a cavarmela almeno con la lettura. Il tedesco non è troppo difficile da interpretare, magari con un po’ di orecchio per la derivazione inglese – e qui va una nota di merito alla semplicità anglosassone, prendendo ad esempio termini come next e nächst che si pronunciano allo stesso modo e vogliono dire la stessa cosa, ma per cui il tedesco richiede una ortografia annurca. Ma capirlo sentendolo parlare è un’altra cosa.

E così, anche stasera sono un po’ dentro il solito effetto Lost in Translation: in cui è come se improvvisamente il mondo fosse cifrato in ROT13, e tutto intorno a te divenisse poco e difficilmente comprensibile, lasciandoti solo e insieme egualmente vicino a tutti quelli che passano. Solo che negli alberghi dove vado io non c’è mai Scarlet Johansson, ma solo gruppi di giapponesi e un pullman di russi, che vorrei diplomaticamente salutare al grido di “Oh Dimitri, ne hai fatta cento litri” ma sono da solo e il coro non verrebbe bene.

L’effetto è comunque raddoppiato nel mio giro alla stazione, dove cerco qualcosa per cena. A dire il vero pensavo di mangiare il piatto tipico tedesco, il döner kebab, ma non ho saputo resistere a un bratwürst + brötchen (il panino con il wurstelone che scappa da ambo i lati). E poi, il supermercato aveva l’ottima birra Köstritzer, la versione tedesca della Guinness, solo più acquosa e più amara, scoperta alle Olimpiadi a casa Turingia. E’ stata comunque intensa la sensazione di attraversare con un wurstel in mano l’umanità varia che popola una grande stazione, in più con una vista da scena finale di film, con il tramonto arancione e lontano in fondo ai binari già illuminati ma quasi interamente vuoti, e con i tabelloni luminosi a sottintendere il ricordo di qualcosa che è partito, o l’attesa per qualcosa che forse prima o poi arriverà.

Non è poi così bello viaggiare all’estero per lavoro, se uno lo fa troppo spesso (e ci sono peraltro molte persone che lo fanno ancora più spesso di me). Ma non è nemmeno così male, dopo una bella doccia, stare disteso sul letto in pigiama a guardare l’amichevole Francia-Messico, con Rudi Völler che parla misteriosamente in tedesco anzichè in romano. Solo, mi manca avere qualcuno a cui raccontarlo, a cui mandare un messaggio per dire come va; e mi manca, in fondo, la persona con cui mi piaceva viaggiare.

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venerdì 26 Maggio 2006, 09:49

Miracoli

Ieri ho fatto un giro a Pisa in giornata, per partecipare al Consiglio e all’Assemblea di Società Internet, e alla cena conclusiva con ospiti d’onore Vint Cerf e Bob Kahn. E’ stata una bella giornata, perchè in questo genere di occasioni si incontrano tante persone interessanti, ci si aggiorna su cosa sta succedendo in rete dai vari punti di vista (politico, economico, tecnico…), si discute di possibili iniziative; e in più, molte di queste persone ormai sono diventate amiche, visto anche che nei corridoi alcuni di questi professori, tecnologi e capitani d’impresa mi hanno intimato a forza di pacche sulle spalle di non andar più ai matrimoni.

Di tutti questi input politico-tecnici parlerò con calma nei giorni futuri; come al solito, prima vorrei condividere la sensazione particolare che ho provato in un’oretta in solitaria subito prima di cena, preso tra le ombre lunghe di un cielo azzurro e di un tramonto solare, mentre il resto del gruppo si recava in albergo a prepararsi. Cosa si può fare per un’oretta da soli nel centro di Pisa? Naturalmente, si può andare in piazza dei Miracoli.

Credo che la piazza dei Miracoli sia un luogo speciale soprattutto perchè è uno dei punti più noti del mondo; è relativamente difficile trovare qualcuno – in Italia ma anche in Europa, e in buona misura anche negli Stati Uniti – che non sia mai stato a vedere la Torre di Pisa, o che perlomeno non ne conosca l’aspetto.

E così, nel mio caso, mi è venuto naturale ripensare a tutte le volte che sono passato di lì, tutte così diverse tra loro. Per la prima volta, da bambino, in vacanza con i miei genitori; poi da ragazzo in gita scolastica; poi una notte nel 1997, guardandola di sfuggita dal pullman che faceva Lucca-Firenze via Pisa, dopo il mio primo raduno di IAC; e poi la sera in cui parlai con Elena per la prima volta, per un raduno di IFQ; e una sera a due, da fidanzati, in un viaggio che avevo organizzato per lei. E poi ieri, da solo, di sfuggita, sperso anonimamente in mezzo a turisti e turiste e coppie di turisti e turiste.

Credo che vedrò quella piazza ancora varie volte nella mia vita, sempre in situazioni diverse; ma non ho ancora capito se la differenza nelle scale di tempo, tra le mutazioni degli uomini e quelle delle pietre, sia inquietante o rassicurante. La passeggiata successiva, per quelle vie dove la folla di turisti non sciama, e Pisa diventa un paesone quasi marittimo, con negozietti di alimentari accatastati e le vecchiette affacciate sotto le serrande semichiuse per il sole, non ha risolto i miei dubbi.

La cena poi ha dissipato subito tutto, è stata davvero piacevole, ho bevuto pochissimo tanto che ho poi guidato tranquillamente per due ore e quaranta per tornare a Torino, senza grandi problemi (anche se ho frenato un po’ lungo aVillanova :-P ). Resto con la conclusione provvisoria che, forse, l’unica cosa che potrei chiedere alla piazza dei Miracoli è il miracolo di rendermi normale.

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mercoledì 24 Maggio 2006, 13:55

Quello che vedete di me

Da una decina d’anni, cioè da quando esiste, sono iscritto a Punto Informatico. Da quando esiste, sono iscritto anche a Virgolette, il servizio che ogni giorno invia a mezza Italia una citazione salace o buffa presa da qualche parte in rete. E, lo confesso, mi è successo un certo numero di volte di pensare: chissà se prima o poi citeranno anche me.

Ebbene, è successo oggi: prima ancora che mi arrivasse la mail, è venuto in chat Simone a dirmi che ero apparso su Virgolette. Così sono andato a verificare sul sito, chiedendomi che cosa mai avessero citato: un giudizio politico? una battuta divertente? un consiglio tecnico?

Nulla di tutto ciò: la frase è la seguente: …credo che Internet abbia esaurito il proprio potere comunicativo. Se non altro, è una finta mockery, versione onanistico-nevrotica, di ciò che i rapporti interpersonali dovrebbero essere in una società sana

Io l’ho letta, ho strabuzzato gli occhi, e ho detto: ma ho veramente scritto questa roba? La firma diceva “Toblog, aprile 2006”, ma all’inizio ho addirittura pensato che fosse un commento di qualcuno (se non fosse che commentate sempre in pochi…). Invece, l’ho davvero scritta io, qui.

Quando ho scritto quel post, ero in uno stato mentale piuttosto alterato, dovuto alle trentasei ore di aereo appena sopportate per tornare dalla Nuova Zelanda, e ad una delle mie cicliche ondate depressive, che mi tendono agguati imprevedibili e poi, come un giorno improvviso di nuvole grigie in mezzo a un periodo di anticiclone, si dissipano completamente. La citazione da Blue Monday dei Flunk era quindi appropriata, e lo stile volutamente ampolloso anche.

E la sostanza, tutto sommato, non è sbagliata: stante che una delle cause di quel post e di quello stato era legata agli effetti collaterali dei miei periodici sfoghi – e qui colgo l’occasione per ringraziare, senza il minimo intento sarcastico, la ex donna della mia vita, che, oltre a tante altre cose, è stata la Beatrice di alcune delle mie produzioni letterarie più struggenti – mi ero lucidamente reso conto che comunicare via Internet, via blog, è un modo traverso e distorto, onanistico e nevrotico appunto, per non dover vincere la paura di comunicare direttamente con gli altri.

E siccome i miei momenti devastati occupano al più un paio di giorni al mese, ma ci sono sempre tutti gli altri per comportarsi e vivere felicemente, colgo l’occasione per sottoscrivere di nuovo il messaggio.

Allo stesso tempo, mi resta la sensazione inquietante che l’unico messaggio che passi veramente, di tutto quello che scrivo, sia proprio lo spettacolo d’arte varia; che indubbiamente dev’essere interessante per chi è meno coinvolto, deve fare incazzare chi è più coinvolto, ma dal mio punto di vista è solo una piccola parte del tutto.

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venerdì 19 Maggio 2006, 22:00

Lebbra

E’ uscita recentemente una nuova versione di One degli U2, una canzone bellissima a cui sono molto affezionato. Dopo un inizio convenzionale, irrompe sulla scena Mary J Blige, che con la sua voce incredibile travolge e oscura immediatamente tutto il resto: Bono, The Edge, musica e parole. La trovo una versione emozionante, pur con tutte le difficoltà del confronto con l’originale.

Comunque, vi racconto tutto questo perchè mi sono tornati in mente alcuni dei versi di questa canzone che da sempre mi colpiscono di più:

Have you come here for forgiveness
Have you come to raise the dead
Have you come here to play Jesus
To the lepers in your head

Come tutte le grandi canzoni, anche questa ha dei versi in cui ognuno può leggere ciò che ci sente dentro, e scoprire nuovi significati in fasi diverse della vita. Nel mio caso, mi hanno fatto riflettere sul fatto di come anche io, probabilmente, abbia cercato per troppo tempo non solo di resuscitare una persona morta (morta, per fortuna, solo nel mio mondo interiore, e non in quello esteriore), ma anche di guarirne malattie (malesseri, meglio) che esistono solo nel mio cervello.

E quindi, guardando le cose freddamente, non c’è una ragione sensata per cui continuare a tornare.

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domenica 14 Maggio 2006, 02:12

Discovery Channel

Avvertenza: il mio avvocato mi ha pregato di specificare che questo post contiene alcuni riferimenti, circoscritti ma decisamente espliciti, ad atti sessuali di vario genere, tra uomini e tra animali, etero e omo. Se la cosa vi può turbare, non leggetelo.

Era iniziato come un sabato sera normale, con una festa per un amico che si sposa, e nemmeno con le canoniche spogliarelliste. Mi avevano portato in un locale alla moda della Torino post-industriale, a cena, per festeggiare. La cena è falsa e pretenziosa, e il locale è troppo trendy per i miei gusti, con camerieri snob che si credono déi, tutti griffati e pieni di sè; ma il locale è atto allo scopo, visto che al nostro tavolo di soli uomini si contrappongono almeno due tavoli di sole donne.

Il mio collega, esperto del settore, organizza varie occasioni di contatto intertabulare; e con una bottiglia di Moet-Chandon conquistiamo l’attenzione. Peccato che, a disagio e drogato di Nebbiolo, io sia già steso con la faccia sul tavolo, accarezzandomi da solo i capelli per poter credere che qualcuno mi ami; le signorine dalle vesti succinte accerchiano il nostro tavolo per un istante, ma non è qui che posso mostrare le mie apparenze migliori.

D’un tratto, dopo l’ennesimo maltrattamento da parte dei camerieri snob, il locale cambia; i tavoli spariscono, si spengono le luci, e parte la musica. Alta, ostinata, martellante, cerca di uccidere ogni pensiero. La stanza si popola di donne seminude, alcune con vestiti che farebbero arrossire una pornodiva; e si riempie altrettanto di maschi in calore. La musica è un pretesto, come lo è il bar aperto, rum e coca per tutti; chi può, chi osa, si avvicina e allunga le mani, in una danza rituale e millenaria.

La carne, si sa, è debole; ma io, diverso, sono istintivamente sopraffatto nella mia mente dalle immagini di innumerevoli documentari di Discovery Channel. Quella stanza, ormai versione ipocrita di un bordello, mi richiama alla mente immagini di cani che si ingroppano, uccelli che si leccano, cavalli che si inculano; in un trionfo dell’animalità, non c’è più nulla da chiedere e nulla da sperare, ma solo da cedere ai propri istinti.

Eppure, io obietto. Non c’è niente di male nel baccaglio, nel sesso disilluso da discoteca; ma io continuo a pensare alla magia di due persone che si pensano, a quella stella meravigliosa di passione luminosa che si accende senza un perché, e che sola è degna di una dedizione lunga una vita, di una cessione di sovranità e di un sacrificio felice, cosciente e valoroso, ben ripagato da un altro cuore, per scelta e per desiderio.

Ma la serata continua, e sono sempre più fuori posto. Fuori dall’uscita di sicurezza, i tarri si accalcano, cercando di capire se nel locale c’è figa. Dentro, alcuni si divertono, altri fanno finta di divertirsi; decine, centinaia di solitudini si strusciano l’una con l’altra, facendo finta che un rullante violento possa spezzare il muro dell’alienazione della vita moderna.

Io decido di uscire, nonostante abbia appena lasciato quaranta euri per una cena vergognosa. Arrivo alla porta, dove un australopiteco mi ferma, e mi apostrofa: c’hai il pass? No, non ce l’ho, non so nemmeno cosa sia. Allora, ce l’hai la drincàr? No, rispondo, che è la drincàr? Il tizio mi guarda come si guarda un bulgaro a Manhattan. Il foglietto blu, mi dice, quello coi pallini. Senza quello non ti faccio uscire. Io lo guardo e dico, come non mi fai uscire? Ma questo è sequestro di persona. Come Moggi con gli arbitri renitenti. Lui non fa una piega. Stavolta, mi guarda con le braccia da palestra. Portami il pass, dice. E mi rimanda dentro.

Io torno dentro, e ritrovo l’organizzatore della serata. Gliel’ho già chiesto due volte, il foglietto blu. E’ che siamo entrati in N+1, ma abbiamo mangiato solo in N; e indovinate chi è quello a cui non è stata porta la drincàr. Lui comunque rimedia, pietisce un altro foglietto, che ci viene dato con sorprendente arrendevolezza. Bene, con quello posso andare alla cassa, e pagare il mio riscatto: otto euro, solo per poter uscire. Li pago; chi se ne frega, i soldi non sono un problema, anche se darli a gente come voi mi fa girare le scatole. Finalmente, ottengo il pass. Sono libero.

Esco, dopo aver lasciato scemare il flusso di tarri che allaga la porta. Fuori sono comparse le transenne, per tenere a bada la ciurma assetata di baccaglio. Mi allontano, vado alla macchina. Ma ancora, di fronte a tutto quel rito di accoppiamento, non posso cancellare dalla mia mente il gigantesco schermo di un Discovery Channel, di animali dediti al proprio genetico destino di propagazione dello sperma, di abdicazioni a ciò che è più puramente ed esclusivamente umano, di disillusioni amare e riduzioni a ginnastica.

Arrivo a casa in un lampo rosso, e solletico il cervello con la musica; California rest in peace. Non mi sento nè migliore nè peggiore; mi sento lo scoglio messo lì ad arginare il mare. Ogni istruzione è meritoria, quando si tratta del mistero della vita. Quella di stasera, comunque, è stata di valore; perché io sappia ciò che voglio, e ciò che proprio non voglio.

Lasciatemi, vi prego, qualche valore etico ed astratto, qualche dignità speciale dello spirito, in cui continuare a credere.

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martedì 25 Aprile 2006, 16:01

Liberazione

Vi avverto, questo è un post serio e sconsigliato ai deboli di cuore. Difficile. Doloroso, anche.

E’ che oggi (o dopodomani, a seconda di quel che si crede, e di come si conta) è il secondo anniversario di un evento che ha cambiato tante vite. Un suicidio, per la precisione. Una liberazione, forse.

Alla fine, nessuno è veramente in grado di sapere cosa spinge un’altra persona a togliersi la vita; nel caso specifico, la mia conoscenza era alquanto superficiale, e anche le notizie indirette che ho avuto dopo non sono molto indicative. Eppure, uccidersi è sempre una liberazione, dai propri fantasmi, dalle proprie paure, dalle proprie insicurezze, da un corpo che si odia o da una vita che non si accetta, e soprattutto da una immagine di sè troppo misera rispetto a un modello troppo perfetto. E io resto sicuro che una persona intelligente ed autoironica non possa non aver colto l’ultima, beffarda ironia racchiusa nella data; nella scelta di una definitiva, dolce festa della Liberazione.

La mia esperienza in merito – ed è bello ora, dopo due anni, poterne parlare con serenità – avvenne subito dopo, e ne fu in un certo senso, ma solo superficialmente, una conseguenza diretta. E’ in base a quello – una specie di giro all’inferno e ritorno, o se preferite una divina commedia – che mi rendo conto di quanto alterata possa essere la percezione della realtà in certi momenti della propria vita; per motivi neurologici, ma anche per via di tutte quelle ipotesi che sviluppiamo per anni nel nostro mondo interiore, e che diventano talmente scontate da non essere nemmeno più visibili coscientemente, tanto da stringere il cervello e il cuore in una morsa invisibile da cui non si può scappare.

Io sono stato fortunato; per me, quella terribile primavera di due anni fa è stata l’inizio di un lungo e lento percorso di crescita, che credo mi abbia cambiato molto, arrivando piano piano ad attaccare alla base le ipotesi che mi impedivano di essere in pace con me stesso. E se la strada è ancora lunga, da qualche tempo il mio animo mi dice che finirà bene.

Allo stesso tempo, guardandosi dietro, è impressionante vedere come quegli avvenimenti abbiano cambiato tante vite, e lasciato tracce indelebili. Per me, tutto ciò ha significato perdere persone a cui tenevo molto o anche più che a me stesso, rovinare amicizie, lasciare di botto circoli sociali che avevo frequentato per anni, insomma cambiare radicalmente la mia vita; ha significato due anni veramente pesanti e difficili. Altre delle persone coinvolte sono state colpite altrettanto se non di più; alcune serbano ancora oggi rimpianti o rancori incrollabili, verso i vivi e verso i morti; e credo li serberanno per tutta la vita.

In un certo senso, è come nel biliardo, quando una sola palla colpisce con violenza inaudita un gruppo ordinato ed intonso di altre bocce, e le scaglia in direzioni casuali, allontanandole l’una dall’altra; alcune finiscono in buca, altre in un angolo, altre restano lì, rimanendo sole; e alla fine, l’intero tavolo nel suo insieme appare completamente sconvolto.

Chi mi conosce ricorda che, in quel periodo, di suicidio e di etica del suicidio parlavo spesso, e in abbondanza. Quel che posso dire, a posteriori, è che pur non condividendola mi risulta molto più facile capire quella condanna totale del suicidio, morale e sociale, che fa la Chiesa cattolica così come molte nazioni del mondo, in virtù del fatto che la distruzione della propria persona non è soltanto, nell’ambito dell’armonia dell’universo mondo, uno spreco in sè, ma è anche la radice di ulteriore dolore. Questo però nulla toglie all’immensa sofferenza che prepara, giustifica e porta a un atto del genere, di fronte alla quale la morte è davvero una liberazione.

E perciò, tutto sommato, credo che non si possa fare altro che accettare l’infinito Mistero della vita e della morte, e sperare che il dolore dei vivi e dei morti possa un giorno infine placarsi.

così vanno le cose, così devono andare

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