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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


giovedì 18 Settembre 2008, 11:47

I negri

Per concludere i miei racconti dall’Africa, vorrei sintetizzare (per quanto mi è possibile: quindi solo quattro o cinque pagine) quanto in pochi giorni ho appreso dei negri, osservandoli, parlando con loro e parlando con chi vive là da tempo. Naturalmente è possibile che si tratti di impressioni sbagliate, ma prima di metterle giù mi sono premurato di chiedere e trovare conferme.

I negri condividono volentieri la miseria. Anche se muore di fame, il negro trova normale condividere con un altro negro il pezzo di cibo che ha in mano, anche se è uno che non ha mai incontrato. Per strada è tutto un fiorire di amicizie e pacche sulle spalle, e tutti si sorridono e si danno una mano. Per un negro, niente è mai veramente un problema: tutto è risolvibile chiedendo una mano a chi passa di lì in quel momento. Tuttavia, i negri condividono meno volentieri la ricchezza e il potere: date il potere in mano a un negro e nel novanta per cento dei casi sterminerà piuttosto che lasciarlo. Per ulteriori informazioni citofonare Mugabe.

I negri, pur essendo molto più amichevoli e simpatici dei bianchi, non hanno la minima idea di cosa sia la buona educazione. Quelli dell’appartamento di fronte piazzano lo stereo a un volume talmente forte da far sembrare i tamarri italiani dei dilettanti. Quelli dell’appartamento di sopra, a qualsiasi ora, strascinano le sedie sui bei palchetti ereditati dai portoghesi, devastandoli. Sollevare le sedie è già troppo faticoso.

I negri sono estremamente puliti. Anche se vivono in una casupola nel nulla, non hanno l’acqua in casa e possiedono in tutto tre magliette, quelle tre magliette sono sempre lavate e spesso persino stirate. I negri sono molto attenti alla propria immagine, e se appena possono hanno i jeans alla moda e le t-shirt con le scritte in inglese, all’occidentale; magari sono tarocche, ma le hanno. Aggiungeteci il fatto che sono fisicamente molto ma molto più belli dei bianchi, e capirete il loro giusto orgoglio di sé. E sì: come testimonia anche Caparezza, hanno il pisello grande.

I negri sono generalmente pigri. Non capiscono perché i bianchi si rovinino la vita lavorando, pur avendo molti meno problemi di loro a mettere insieme il pranzo con la cena. Non è che non aspirino a una condizione migliore, ma la loro valutazione di costi e benefici tende a ingigantire i costi rispetto alla nostra, almeno quando sia richiesto uno sforzo di qualsiasi genere. Noi, grazie a secoli di prediche ereditate da Calvino e Lutero, veniamo educati a considerare normale l’alzarci tutti i giorni alle sette per uscire di casa, viaggiare in mezzo al traffico e andare a lavorare; loro non lo distinguono dalla schiavitù. In effetti, ho provato ad elencare le differenze sostanziali tra le due situazioni, ma non sono sicuro di averle trovate.

I negri, proprio perché sono pigri, sono anche furbi. Ma non furbissimi; diciamo la furbizia di un bambino di dieci anni che pensa di far fessi i genitori. Per dire, è praticamente impossibile per un bianco trovarsi in giro all’ora di pranzo o di cena senza che un collega, allievo o conoscente negro lo placchi e con una scusa qualsiasi non gli si stacchi più di dosso fino a che il bianco non si trovi sotto casa sua; a quel punto l’invito a condividere il desco è doveroso. (Come detto prima, varrebbe la stessa cosa anche a ruoli opposti, e il negro vi darebbe con generosità ciò che ha; non essendo stupidi, però, sia il negro che il bianco preferiscono attuare la condivisione del cibo nella casa del bianco.) Se non è ora di pranzo, comunque il negro con una scusa o con l’altra finisce sempre per entrare in cucina e farsi offrire qualcosa. Va anche bene così, visto che i negri a Maputo non muoiono di fame ma certo non ingrassano; è un po’ stressante per il coinquilino che sta a casa e prepara il pasto, ma presto i bianchi imparano a buttare sempre la pasta molto abbondante, che qualcuno che la mangia salta sempre fuori.

I negri sono onesti, molto di più di quel che crediamo noi. Certo, in Mozambico i frigoriferi hanno tutti una serratura sulla porta, ma si tratta più della diffidenza degli europei che di una necessità effettiva; un vero negro difficilmente ruberebbe anche solo una scatola di biscotti, e se lo fa è perché è stato educato dagli italiani. Allo stesso tempo, la loro naturale attitudine alla condivisione li rende variamente disonesti secondo i nostri canoni (ma non secondo i loro). Per esempio, i negri chiedono continuamente soldi in prestito ai bianchi, e non li restituiscono quasi mai: l’idea è che se tu glieli dai è perché non ne hai veramente bisogno. Non solo, ma non sono nemmeno riconoscenti per il prestito: anzi, più gli dai soldi a babbo morto e più ritorneranno a chiedertene, e si offenderanno – talvolta persino incazzandosi e giurandoti vendetta – se a un certo punto smetterai di dargliene. Se ci pensate, questo è perfettamente logico, se si parte dall’assunto che tu continui a non avere bisogno di quei soldi.

I negri sono semplici e ingenui. Non riescono a pianificare più di una o due cose per volta; la complessità li mette in crisi. Il futuro è una entità sconosciuta a cui si penserà “poi”; è già tanto se si ricordano cosa devono fare domani, e spesso cambiano idea in merito ogni dieci minuti. Le istituzioni (università, ospedali, ministeri) riescono a fare piani addirittura fino a una settimana, anche se è probabile che il giorno prima si scopra che manca, che so, l’aula, o il professore, o gli studenti, o che il giorno deputato al seminario la metà di essi non ci siano.

I negri, se non sanno fare qualcosa, o dopo l’ennesimo errore, si mettono tranquillamente a piangere davanti a tutti. Mentono, ma non in modo perfido o cattivo; se mai come un bimbo che non vuole ammettere con la mamma di aver rubato la marmellata, anche davanti all’evidenza. Come i bambini, non sono capaci di valutare le conseguenze sugli altri delle proprie azioni: magari si dimenticano di riportarti la macchina e resti a piedi, oppure ti danno appuntamento e poi non vengono e ti lasciano due ore ad attendere a vuoto, ma senza cattiveria o menefreghismo; semplicemente, gli è passato di mente, o non hanno pensato che la cosa potesse crearti dei disagi. Se gli fai notare i disagi, ti chiedono scusa e per loro la questione è finita lì: amici come prima e pronti a rifarlo di nuovo.

I negri, almeno attorno alla città, potrebbero migliorare senza problemi la propria condizione sociale e uscire dalla miseria; è solo che non gliene frega niente. Nella loro mente non esiste il concetto di risparmio; e come potrebbe esistere quando la vita è lunga a malapena abbastanza da mettere al mondo i figli e farli giungere quando va bene alla maggiore età? Comunque, dàgli due lire in mano e le spenderanno immediatamente in puttanate, cominciando dai cellulari e dagli Ipod taroccati cinesi. Anzi, spesso guardano male gli occidentali perché pur avendo molti più soldi di loro si presentano in Africa con un cellulare scrauso: è come se da noi un miliardario andasse in giro coi pantaloni bucati.

I negri adorano la musica, e sono degli ottimi ballerini. Oltre al canonico reggae, ai negri del Mozambico piace molto la techno, perché non è poi così diversa dalla loro musica tradizionale basata sui tamburi: per cui si assiste alle scene un po’ stranianti di un vecchio furgone scassato con la gente aggrappata fuori e stesa sul tetto, che attraversa una baraccopoli emettendo musica unz-unz a un volume che assorderebbe un ippopotamo.

Ai negri piacciono un casino le feste; per esempio, si trovano all’aperto all’inizio del pomeriggio del sabato, belli riposati, e attaccano un impianto stereo da migliaia di watt che fa vibrare le pareti dei palazzi a centinaia di metri di distanza; e stanno a suonare e ballare fino alle tre di notte. Non è previsto che ci sia nel circondario qualcuno che, durante una festa, possa preferire fare altro, o addirittura dormire. Solo a un bianco, alle due di notte e verso la dodicesima ora di musica unz devastante, potrebbe venire in mente di chiamare la polizia – anche perché la polizia è probabilmente lì a ballare con gli altri.

I negri amano i propri figli e le proprie mogli, ma amano in ugual misura le mogli degli altri. “Guarda, c’è un matrimonio!”, ci ha detto il nostro autista negro, indicando la sposa in abito bianco e agitando la mano nell’internazionale gesto delle corna. I negri si accoppiano con estrema naturalezza, cioè con qualsiasi altro negro di sesso opposto che ci stia. Adorano i propri figli, ma non si sentono particolarmente obbligati a fornire loro una educazione: da sempre, i bambini crescono allo stato brado in mezzo alla polvere della strada. Riuscire a sopravvivere è compito del bambino; per esempio, lo stesso negro che capita regolarmente a pranzo dal bianco un giorno sì e l’altro pure non si sognerebbe mai di tenere da parte un po’ del cibo e portarlo al suo bambino. Il genitore maschio, comprati i figli che verranno mediante il pagamento della dote alla famiglia della moglie, può fare ciò che vuole. Se è un bel ragazzo, ciò di solito implica il trovarsi varie amanti e una nuova moglie dopo pochi anni, e/o il morire velocemente di AIDS.

I negri sono i peggiori capi dei negri. I bianchi sono molto ricercati come datori di lavoro; specie quelli che arrivano in Africa in questi anni, con tante buone intenzioni, tanta utopia e tanto senso di colpa. I bianchi europei viziano i negri, gli fanno regali, chiudono un occhio quando fanno casino (cioè varie volte al giorno), gli ripetono le cose con la pazienza che si usa con i bambini. Il capo negro invece è uno schiavista; assapora il potere come il cane tenuto per secoli alla catena e finalmente in grado di vendicarsi. Trova naturale sfruttare e arricchirsi il più possibile: se gli dai da gestire cento lire di cooperazione, se ne intascherà almeno novanta, e solo dieci finiranno ai destinatari originali. Si ritiene molto furbo, ma tanto poi arriva la multinazionale bianca e gli piazza lì un centro commerciale dove tutto costa dieci volte tanto che nel resto della città, e i soldi ritornano prontamente verso l’Occidente (ma anche verso il mondo arabo e la Cina).

Ora, so che alcuni di voi saranno arrivati qui in fondo scandalizzati e staranno già gridando al razzismo, a partire dall’uso del termine “negro” al posto di nero. Intanto potrei dirvi che loro stessi, tra loro, si definiscono negri, e che ogni tentativo di fargli usare il termine preto (nero in portoghese) è stato accolto con sconcerto: “no, ma perché?”. Ma il vero punto è che i negri sono ben più che neri: la differenza tra negri e bianchi non è certo nel colore della pelle, tanto è vero che i neri cresciuti in Occidente e in ambienti socialmente integrati con quelli dei bianchi ne adottano senza problemi i comportamenti e i valori; anche nello stesso Mozambico, nelle élite e nelle università, ce ne sono parecchi così, senza nemmeno essere mai stati all’estero. A quel punto, però, sono neri ma non più negri, e anzi i negri spesso li guardano come dei traditori.

Il problema che gli occidentali che non sono mai stati in Africa hanno con l’uso del termine “negro” è in realtà causato dal loro fondamentale razzismo, che sta nel fatto di applicare il proprio insieme di valori anche all’Africa stessa. Il bianco, con protervia razzista, ha deciso che le proprie equazioni “gran lavoratore = buono, pigro = cattivo, efficiente = buono, disorganizzato = cattivo” si devono applicare all’intero pianeta; poi va in Africa e si accorge che là non è così. All’inizio l’approccio razzista si concretizzava nel punire i neri perché erano negri: vedi apartheid, linciaggi o quando va bene rieducazioni forzate all’etica del lavoro. Poi abbiamo finalmente capito che ciò è Male; ma ciò non cambia la natura dei negri.

Quindi, quando al giorno d’oggi l’occidentale pieno di buone intenzioni arriva in Africa e si accorge di come girano le cose, il suo cervello va in tilt: per evitare di concludere che i negri sono tutti cattivi, il bianco si inventa le peggiori assurdità. Per esempio nega la realtà: ho sentito gente sostenere che “l’Africa non è poi così disorganizzata”, mentre ripeteva per la quarta volta l’ordinazione al ristorante. Più spesso, si prende la colpa: “sono così solo perché noi li abbiamo schiavizzati e sfruttati per secoli”. E’ vero che li abbiamo schiavizzati in modo indegno e che abbiamo rubato loro un sacco di risorse naturali (che peraltro loro non sapevano come estrarre e nemmeno come utilizzare, e portando in cambio infrastrutture che loro non sapevano come costruire), ma non è vero che questa sia la causa della loro cultura; anzi, tanto di cappello a loro per averla conservata nonostante legioni di missionari salesiani che volevano convincerli di quanto sia giusto lodare il Signore lavorando in fabbrica. Anche questi sono approcci razzisti, perché continuano a sottintendere che i negri, per essere da noi apprezzati e accettati, devono per forza comportarsi come i bianchi, e vivere in città sovraffollate cavalcando scatole di latta comprate a rate. L’unico approccio onesto, secondo me, è lasciare che vivano da negri, senza applicare a loro i nostri metri di giudizio, e permettergli finalmente di decidere da soli, tutti insieme, cosa vogliono fare delle proprie società, e quale sia per loro il giusto compromesso tra fatica e sviluppo.

La negritudine, in realtà, è un sistema di vita e di morale che è molto più naturale, più semplice, meno alienato, meno frustrante e meno soffocante del nostro. Ha i suoi lati negativi, tra cui l’impossibilità di generare alcun tipo di sviluppo economico o una ricchezza materiale anche vagamente comparabile alla nostra, nonché una vita più breve e più soggetta a malattie. Per noi è immorale, perché non è basato sul sacrificio. Facilmente, però, è soltanto invidia.

[tags]viaggi, africa, europa, razzismo, società, sviluppo, sottosviluppo, negri[/tags]

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mercoledì 17 Settembre 2008, 14:53

La giustizia altrui

Ho ancora un paio di cose che voglio raccontarvi dell’Africa e del Mozambico, e saranno forse tra le meno facili da metabolizzare. Quella di oggi, peraltro, capita a fagiolo anche in seguito alla discussione di ieri: perché è relativa al concetto di giustizia (umana e divina).

Il Mozambico ha una struttura giudiziaria all’occidentale: infatti hanno preso le leggi portoghesi, hanno fatto “trova e sostituisci” e hanno scritto Mozambico al posto di Portogallo dovunque tale parola comparisse. Allo stesso tempo, il Mozambico ha la giustizia tribale, perché anche nelle tribù africane esistono reati e tribunali; questi ultimi sono in sostanza costituiti dal consiglio degli anziani del villaggio, o da una persona molto saggia a cui ci si rivolge in veste di conciliatore.

Grazie al fatto che chi ci ospitava si occupa proprio di questi temi, ho potuto apprezzare come la giustizia della legge si adegui alle usanze tradizionali, e come ciò implichi che alcuni concetti che noi diamo per scontati – quasi naturali – non lo siano affatto: a partire dalla responsabilità personale.

Per noi è ovvio che ognuno risponde delle proprie azioni; per gli africani, invece, è il villaggio o la famiglia, nel suo insieme, a rispondere davanti agli spiriti per le azioni di tutti i suoi componenti. Se qualcuno di essi fa qualcosa di male, l’ira degli déi si abbatterà su tutti: per questo motivo essi sono i primi a prenderlo a mazzate.

Questa mancanza di responsabilità personale spiega probabilmente la scarsa intraprendenza degli africani, e si esplica in modi che a noi sembrano assurdi. Per esempio, se a un pulmino del trasporto pubblico scoppia una gomma ed esso finisce per centrare la tua macchina, la colpa e i danni sono per metà tuoi; perché si sa che i pulmini vanno in giro con le gomme lise e possono perdere il controllo da un momento all’altro, quindi stava a te starci attento. Se il vicino dà fuoco alle sterpaglie in modo maldestro e il fuoco si espande a casa tua, è colpa tua: perché non eri lì a spegnere il fuoco o almeno non hai bagnato il prato perché non fosse secco? Persino se ti cade in testa un vaso da un balcone la colpa, per il tribunale, è anche tua: non l’hai evitato.

C’è, in realtà, una logica in tutto questo: quella che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo dividerci l’attenzione e le responsabilità. Per noi, però, abituati a trovare un responsabile e una colpa per tutto, sembra ingiusto.

Certamente le pene tradizionali, in Mozambico, non sono moderate. Per esempio, la pena per il furto è venire presi, infilati dentro un pneumatico, cosparsi di benzina e arsi vivi. Dev’essere per questo che in Mozambico sono piuttosto onesti, almeno in termini di società con simili disuguaglianze sociali (c’è chi muore di fame e chi gira in SUV).

Sono tanto onesti che talvolta il furto è impossibile. Per esempio, un ragazzo andò in tribunale accusando un suo vicino di casa di averlo derubato per strada di notte. Dopo due anni di galera preventiva (non perché la giustizia mozambicana sia lenta – mica è l’Italia – ma perché si era perso il fascicolo: succede) l’accusato va davanti al giudice, che lo assolve: infatti, dice il giudice, è impossibile che due vicini si derubino tra loro, perché è contrario alla buona educazione e agli usi tradizionali. Se proprio uno vuole derubare qualcuno, argomenta il magistrato, mica andrebbe a farlo con un vicino che conosce personalmente, cosa che poi causerebbe faide per mezzo quartiere! E poi il fatto che il presunto derubato si sia rivolto direttamente alla polizia è sospetto: perché non ha chiesto l’intervento degli anziani o non ha mandato i suoi genitori a spiegarsi con i genitori del presunto ladro? E infine – conclude il giudice secondo il principio di cui sopra – se tu giri con tanti soldi in tasca di sera per una strada buia, la colpa del furto è anche tua: non lamentarti. Tutto ciò scritto nero su bianco in una sentenza di tribunale.

Le vette dell’assurdo – almeno per noi – si raggiungono quando c’è di mezzo la stregoneria: perché il feticcio fa parte della cultura locale e viene usato per spiegare più o meno qualsiasi cosa (come nel caso del parto di tre tazze). Naturalmente la stregoneria a scopo maligno è vietata e punita, tanto per cambiare, con il linciaggio; c’è però chi, civilizzato, si rivolge invece al tribunale.

E’ il caso di un tizio a cui un’altra famiglia, per questioni economiche irrisolte, aveva fatto un malocchio che lo costringeva a muoversi sempre a quattro zampe, e così aveva perso il lavoro e subito dei danni. Per questo motivo, si era rivolto al tribunale (non si sa se in piedi o a quattro zampe) per ottenere una sentenza che obbligasse la sua controparte a togliergli il malocchio. E infatti, il giudice, esaminato il caso, gli ha dato ragione: ha ordinato all’altra famiglia di togliere la magia e ripagargli i danni subiti.

Insomma, anche se la legge dice che la magia non esiste, i giudici mozambicani si arrabattano per trovare un appiglio per condannare chi è accusato di stregoneria; questo nel loro stesso interesse, visto che, se non altro, essere chiusi in prigione è un modo di evitare il linciaggio. Talvolta invece gli stregoni vengono assolti, specie se dicono di avere agito per ordine degli spiriti: se è stato uno spirito a ordinargli di trasformare temporaneamente il signor tal dei tali in un serpente, mica è colpa loro.

In certi casi, però, c’è un problema: supponete, che so, che vostro figlio sia improvvisamente impazzito d’amore per una stronza. E’ evidente che egli sia stato reso schiavo da lei mediante una stregoneria, tramite il noto metodo di rinchiudere la sua anima in una bottiglia. Però, come si fa a sapere chi è lo stregone responsabile del vile gesto?

In questi casi, spesso succede così: il tribunale interpella l’associazione nazionale degli stregoni (sì, c’è) che, tramite un rito di lettura degli ossicini, scopre chi è stato. Così possono andare a prenderlo e metterlo in galera o linciarlo a seconda del caso.

Bene, vi siete divertiti? Sarete contenti di non vivere in Mozambico, ma in un Paese dove la giustizia è equa e razionale. Per questo vi suggerisco di dedicare ancora dieci minuti a leggere fino in fondo quello che diceva l’altro giorno Travaglio a proposito del nuovo reato di “contrattazione di sesso a pagamento” e di altre meraviglie della nostra legislazione. Noi sì, che siamo dei giusti.

[tags]viaggi, mozambico, stregoneria, giustizia, travaglio, italia[/tags]

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lunedì 15 Settembre 2008, 11:56

Incontro con l’Africa

Partiamo dalla piazza centrale di Maputo, davanti alla fortezza portoghese e al centro politico del Mozambico.

La prima strada è larga e piena di automobili; alcune sono scassate in modo incredibile, ma sono molti di più i SUV e i pickup nuovi di zecca. Qui, almeno, avere un fuoristrada ha senso; questo perché le strade sono piene di buche gigantesche, anche in piena città. Tranne qualche isolata innovazione realizzata dagli stranieri, le infrastrutture – le strade, i palazzi, l’illuminazione, i marciapiedi – sono quelle realizzate dai portoghesi fino al 1975.

I mozambicani, preso il potere, si sono limitati ad usarle; per molti versi sembra di vivere in uno di quei film apocalittici in cui il mondo è stato distrutto, e i sopravvissuti cercano di riutilizzare le rovine e le poche infrastrutture rimaste, senza più sapere come costruirle o mantenerle. Per esempio, il meraviglioso giardino botanico in pieno centro ha ormai i vialetti sconnessi, i mosaici spaccati, i canali intasati e le serre con le porte sfondate e il tetto rotto; loro, però, non lo notano nemmeno e lo usano con grande piacere, senza nemmeno tappare le buche… in fondo, basta scavalcarle. Su molti palazzi ci sono addirittura ancora le insegne delle compagnie o delle istituzioni portoghesi che li occupavano prima della Rivoluzione.

Lasciando il centro, si percorre il lungomare: una bella passeggiata pavimentata come nelle città di mare mediterranee, che però ogni tanto si interrompe e finisce nel vuoto, con pezzi di pietra penzolanti, là dove l’acqua l’ha portata via. La spiaggia è libera, e ogni tanto spuntano alberi e baretti.

A un certo punto spunta una novità: una serie di villette a schiera davanti al mare, costruite dai sudafricani come case di vacanza per ricchi locali e borghesi di Johannesburg. A fianco, un casinò e un costruendo centro commerciale, con i ristoranti e i negozi. Il tutto è ovviamente chiuso e circondato dal filo spinato elettrificato, come le riserve degli elefanti.

Dopo un po’, si svolta verso l’interno; le case sono ancora belle, ma più modeste, come villette di mare nostrane. Qui le vie non hanno nomi ma numeri: via 1523, via 4287… La strada è sterrata e piena di ragazzini in divisa che tornano da scuola; la scuola è carina, con un ampio cortile, e piena di murales che proclamano “sì alla lotta all’AIDS”.

Si attraversa una laguna paludosa, e la strada ha sempre più buche; c’è un prato che potrebbe anche essere un campo, e in fondo si vede un insediamento, un bairro come tanti altri. Si attraversa per qualche centinaio di metri una zona di nessuno, e poi comincia il bairro.

Qui le vie non hanno più niente, né nomi, né numeri, né un percorso definito; sono delle tracce sterrate in mezzo alle quali cresce l’erba, che seguono un percorso tortuoso aggirandosi tra le case. Già, perché la pianura sabbiosa, da cui si alza una nuvola di polvere mentre passiamo con il fuoristrada, è coperta di casupole. Sono regolari, nel senso che anche loro, come tutte le case, sono state costruite e comprate a prezzo di mutui e sacrifici; su alcune c’è addirittura scritto “Vende-se”. Solo che sono casupole di una decina di metri quadri al massimo, molte anche di meno, costruite sovrapponendo mattoni grigi di cemento preformato, con un tetto di lamiera, talvolta anche di paglia.

Ognuna ha un cortile che in realtà è un’aia, perché non è delimitato in alcun modo, nemmeno rispetto alla strada; del resto, ci sono torme di bambini che scorrazzano ovunque, strada compresa, visto che non ci sono veicoli. L’unico mezzo di trasporto per gli abitanti del quartiere è mezz’ora a piedi verso la strada principale, dove passano gli chapa, i furgoncini privati condivisi, pigiati fino all’inverosimile, che svolgono il trasporto pubblico in Africa, come zanzare impazzite che passano a intervalli irregolari e imprevedibili.

Il nostro autista si ferma, abbranca un bimbo che avrà cinque anni, lo manda a preavvertire che sta arrivando; il bimbo sparisce tagliando per il nugolo di casette. Noi seguiamo le tracce, piano piano, perché ovviamente più di dieci all’ora non si può fare; a un certo punto, davanti a una casa uguale e diversa (sono tutte fatte allo stesso modo, ma essendo autocostruite sono anche tutte un po’ diverse) ci fermiamo e scendiamo. E’ la casa del nostro autista. Da tutte le case all’intorno, le persone escono sull’aia; ci guardano come se venissimo da Marte. Entriamo.

La casa è buia e fatta di due stanzette (il buio è voluto, per resistere al calore). Il pavimento è di terra battuta, uguale all’esterno; e ogni angolo è buono per tenerci qualcosa. Più ancora che la casa in sé, colpisce ciò che c’è dentro: non è che non ci sia niente, ma sono quasi tutte cose che per noi hanno ormai poco senso, dalla bacinella per lavare a mano i vestiti al parallelepipedo di metallo che fa da cucina, con una pentola d’acqua sopra e la brace sotto. Nella camera da letto, per terra, sovrastate da un filo tirato tra le pareti che regge i panni stesi, ci sono le stuoie su cui si dorme; su una di esse c’è un bimbo di un anno che dorme tranquillo, avvolto in qualche panno. Ce lo mostrano, perché è l’orgoglio della famiglia.

C’è qualcosa di antico in tutto questo; in parte è come entrare in un museo, e vedere dal vivo immagini osservate tante volte in fotografia, ma mai di persona. Gli oggetti sono poveri e disparati, accumulati su qualche scaffale di legno. Non c’è acqua corrente – c’è un pozzo più in là nel quartiere – ma, cosa già rara per il Mozambico, arriva l’elettricità, anche se (credo) tramite un generatore da attivare alla bisogna. In tutta la casa, ci sono soltanto due cose del nostro mondo occidentale:
1) Un televisore, di tipo tradizionale e di marca sconosciuta, ma neanche troppo scarso;
2) Varie scatole di latte in polvere Nestlé.

Salutiamo, ripartiamo. Il nostro autista si mette a piangere d’orgoglio: deve avere tipo venticinque anni, e ci racconta di come è riuscito piano piano a trovare un lavoro, a risparmiare, a comprare il terreno, a costruire la casa, e nel frattempo sposarsi e avere dei figli. (Omette di dirci che ha numerose altre amanti e figli sparsi un po’ ovunque, cosa che per i mozambicani è del tutto normale, ma si sa che i bianchi hanno questo incomprensibile concetto della fedeltà coniugale.) Adesso, a forza di risparmiare, ha addirittura potuto comprarsi un Ipod tarocco cinese, l’oggetto più cool del momento, anche se poi ha bisogno che qualcuno gli carichi la musica.

A noi, la povertà materiale colpisce. Siamo talmente attaccati alle nostre cose che ci sembra impossibile poter vivere senza un divano, senza uno stereo, senza una lavatrice o un forno a microonde; la casa al mare o in montagna, la macchina, il vino e la coca-cola. Eppure, gli africani lo fanno; e poiché non sono stati (non ancora e non completamente) educati al ciclo del desiderio materiale da appagare ad ogni costo, non sono più infelici di noi. Anzi, la sensazione è che, tutto sommato, almeno fino a che questo livello di ricchezza materiale non diventa un problema per sopravvivere, per aver da mangiare, per le malattie, vivano come e meglio di noi.

[tags]viaggi, africa, mozambico, maputo, televisore, nestlé, ricchezza[/tags]

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domenica 14 Settembre 2008, 10:40

L’uccello imbecille

Nel parco Kruger ci siamo fatti un nuovo amico: in lingua locale si chiama koro, ma per noi è l’uccello imbecille.

Si tratta di un uccello che di colore è bianco e nero, e già questo la dice lunga. Si è fatto subito notare perché, praticamente, non vola; zampetta attorno come se fosse un papero. Del resto, ha un corpo ridicolo; in particolare, sul corpo di un papero hanno montato un becco gigantesco, che si è incurvato verso il basso, presumibilmente per effetto del proprio stesso peso.

Durante la giornata, ne abbiamo incontrati vari esemplari: uno più imbranato dell’altro. Per esempio, uno attendeva sul bordo della strada, poi ha attraversato davanti a noi con un voletto a dieci centimetri da terra; ma atterrando si è inciampato sui propri stessi piedi, al che si è girato e con una piroetta è finito in mezzo alla strada faccia a terra, rischiando di essere investito. Un altro si è messo a passeggiare proprio accanto al veicolo del nostro safari, finché zampettando non è finito sotto la carrozzeria e ha battuto la testa.

Pensavamo già che questo uccello avesse tutte le sfighe del mondo, ma alla fine, in un glorioso tramonto, abbiamo capito che ne ha una davvero basilare: infatti l’abbiamo trovato intento a far cena, bello lì in mezzo alla strada e a rischio spiaccicamento, mentre divorava con gusto un gigantesco pallone di merda di rinoceronte grosso il triplo di lui.

Che dire: a vedere certe cose, uno comincia davvero a dubitare dell’evoluzionismo.

[tags]viaggi, africa, sud africa, kruger, savana, safari[/tags]

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sabato 13 Settembre 2008, 10:55

Leoni (3)

Siamo a fine giornata, e a fine viaggio. Il tramonto ormai incombe, e usciamo dal posto di controllo di Crocodile Bridge. La guardia ci controlla i documenti, e mentre ce li ridà, vista la targa mozambicana, ci dice “On the bridge, a liao!”. Dobbiamo farcelo ripetere tre o quattro volte, visto che il suo portoghese è peggio del nostro: alla fine capiamo, un leone.

Facciamo la curva; la strada scende fino al ponte sul fiume Crocodile, una specie di guado di cemento a pelo d’acqua, largo appena da far passare una macchina o poco più. L’ambiente è meraviglioso: a fianco svetta l’antico ponte della ferrovia, ora dismessa, e dall’altra parte ci sono alcuni grandi alberi, sulla salita che porta al cancello elettrificato oltre il quale cominciano subito i campi verdi e coltivati.

Sulla discesa ci sono tre o quattro auto ferme. Ne affianchiamo una, e chiediamo: ci mostrano una leonessa sotto un grande albero sull’altra riva, circa duecento metri a sinistra del ponte. Noi li snobbiamo; siamo stanchi, vogliamo uscire, anzi uno di noi li prende pure in giro: “Six lions, we already saw six lions just today!”. Così sorpassiamo le auto in sosta e imbocchiamo il ponte piano piano. Gli altri hanno già messo via tutto. Solo io accendo la macchina fotografica per il famoso scatto del ponte al tramonto, sperando che ci sia ancora batteria; chiedo di rallentare.

A quel punto, dall’altra parte, scendono di corsa tre gazzelle. Puntano il ponte verso di noi, e lo imboccano venendoci contro. Restiamo tutti sorpresi, non sapendo bene cosa succeda. Io sono il primo a capire: grido di fermare e di chiudere il finestrino. Dopo un paio di secondi, non più impallata dalle gazzelle che corrono, appare una leonessa. Corre, a una velocità incredibile. Viene dritta contro di noi. Avessi io il volante, forse mi verrebbe l’istinto totalmente insano di schiacciare sul pedale e prenderla sotto. Così, sono totalmente passivo: l’unica cosa che posso fare è girare la macchina fotografica verso davanti… ma vedo solo una leonessa che corre coperta da un bel simbolino di BATTERIA ESAURITA STO PER SPEGNERMI CREPA.

Tutto questo prende un altro paio di secondi, sufficiente perché una persona a bordo si metta ad urlare di terrore. Le gazzelle ci arrivano davanti; le prime due sono più veloci e sanno che gli è sufficiente pareggiare per salvarsi. Si infilano a velocità pazzesca, non so come, nei venti centimetri tra la macchina e il bordo senza ringhiera del ponte. L’ultima è quasi spacciata; ha forse mezzo metro di vantaggio sulla leonessa. Arriva davanti a noi e prende una decisione disperata: salta. Supera di slancio l’angolo del cofano, e con la coda dell’occhio vedo un culo di gazzella scorrermi accanto nel finestrino, all’altezza della mia testa; poi si sente il rumore del tuffo. Dubito che sappia nuotare, ma l’alternativa era peggiore; si è buttata in acqua per cercare di salvarsi, sapendo che la leonessa non la seguirà.

Intanto, gli occhi sono fissi sulla leonessa; non abbiamo idea di come reagirà. Non sappiamo se si butterà sul cofano, se se la prenderà con noi. Invece, nello spazio di un batter d’occhio, la leonessa si ferma, a mezzo metro dal nostro muso. Per un lungo momento, ci guarda con odio e con disprezzo. Poi si volta, e con la massima tranquillità torna indietro sul ponte, passo dopo passo.

Ci mettiamo un po’ a riprenderci; siamo tutti un po’ scossi, qualcuno fatica a respirare. Poi, piano piano, riprendiamo ad avanzare sul ponte. Saliamo, e la guardia all’uscita ci guarda e ride. Ci fermiamo subito fuori, e le auto che erano ferme prima del ponte ci raggiungono e ci dicono: tutto ok? esperienza forte, vero?

Forte, lo è stato; probabilmente non siamo stati veramente a rischio, ma eravamo completamente impreparati e con la sensazione di non sapere che fare. Però, sono situazioni che hanno qualcosa di arcano; ti risvegliano antiche conoscenze su una parte fondamentale della vita – la lotta per la sopravvivenza – che in noi è sopita o meglio rielaborata su piani completamente diversi. Ho come il sospetto che potremmo tornare al Kruger cento volte senza mai trovarci di nuovo in un caso del genere, anche se ho anche il sospetto opposto. Ad ogni modo, valeva assolutamente la pena di venire fin qui.

Deve anche essere destino che io non sia riuscito a riprendere l’evento. Ho caricato la macchina prima di partire per il weekend, ma si è caricata solo all’80% perché durante la notte qualcun altro (non facciamo nomi) ha staccato per errore e riattaccato male la spina del mio caricatore. Poi non sono riuscito a ricaricarla a Pretoriuskop, perché la capanna aveva la corrente ma non una presa. Infine, volevo comunque tenermi una goccia di batteria per le foto sul ponte di Crocodile, ma a pochi minuti dall’uscita è apparsa quella meravigliosa giraffa che ci guardava con gli occhioni dolci contro il tramonto… L’Africa fa di questi scherzi; comunque, l’unica foto che testimonia l’evento è qui.

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venerdì 12 Settembre 2008, 15:08

Leoni (2)

Sulla strada, davanti a noi, c’è un grappolo di auto ferme. Capiamo che è successo qualcosa, perché il cielo si riempie di uccelli; saranno una decina, tra aquile e avvoltoi, e continuano ad arrivare; planano sugli alberi vicini, e guardano giù. Ogni tanto qualcuno osa avvicinarsi, ma poi torna sui rami più alti.

Arriviamo in coda al gruppo, e ci fermiamo. Cerchiamo con lo sguardo, e alla fine le vediamo: due leonesse, accucciate in una buca sotto i cespugli, a meno di tre metri dalla strada. Fanno la guardia, rivolte verso la strada, e da dietro di loro arriva del rumore: capiamo che c’è una terza leonessa che sta mangiando una carcassa. Ecco perché è pieno di avvoltoi.

Dopo un minuto, si danno il cambio: una delle leonesse va a mangiare, e viene sostituita da quella che stava mangiando prima. Durante il cambio un avvoltoio prova a buttarsi, ma gli fanno capire subito che non è il caso. Il pasto dura ancora qualche minuto.

Poi, d’improvviso, una delle leonesse decide che è ora di andare. Si alza, e viene tranquillamente, a passo lento, verso la strada. Si gira verso di noi, e ci punta: viene dritta nella nostra direzione. Un po’ ci spaventiamo, e intimiamo al guidatore di smettere di riprendere e chiudere il finestrino. La leonessa, però, ci passa accanto a mezzo metro. Ci supera tranquilla, nel centro della strada, e poi comincia a camminare. Tiene la destra, non facendosi il minimo problema per le auto che arrivano e che, peraltro, si spostano per evitarla. Cammina, e sparisce in lontananza nel sole, verso il prossimo autogrill.

Poi anche la seconda si muove. Anche lei arriva a bordo strada, si gira nella nostra direzione, si ferma; è lì, a un paio di metri, sulla striscia di terra accanto all’asfalto. Si ferma, e, per la prima volta, sorride. E’ felice, anzi, gode, mentre si mette in una posizione inequivocabile.

E, tutta soddisfatta, caga con gusto uno stronzo di mezzo metro.

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venerdì 12 Settembre 2008, 11:06

Leoni (1)

L’esperienza con i leoni è un mondo a parte; nessun altro animale fa la stessa impressione. L’incontro dal vivo permette poi di capire che i poveri leoni dei nostri zoo non c’entrano nulla con la realtà; sono pallide imitazioni, e lo si capisce facilmente guardandoli negli occhi.

In realtà, al parco Kruger non ho visto leoni: ho visto solo leonesse. Del resto è noto che tra i leoni, la specie suprema della savana, le donne cacciano, cucinano e preparano tutto, mentre l’uomo aspetta seduto sotto un albero sulla collina con una birra in mano, davanti allo spettacolo della natura, finché la donna non gli porta il pranzo. Per questo motivo le leonesse sono facili da avvistare, mentre i leoni lo sono di meno, a meno di non essere invitati a casa loro per vedere la partita.

Il primo incontro con questo animale è stato all’alba, quando il cielo era ancora completamente nero. Stavamo percorrendo la strada con le torce, quando uno di noi ha avvistato un leopardo accucciato in un posto assurdo, cioè in cima a un albero. Ci siamo fermati, abbiamo spento il motore e abbiamo cercato di capire come fosse finito lì sopra.

A quel punto, qualcuno grida: “A lion!”. Ma tutto è buio, e non si riesce a capire niente: davanti a noi c’è solo l’erba ingiallita e altissima della savana.

Poi, a un certo punto, si è sentito un rumore debole, ma molto vicino: frush. Il rumore dell’erba che si piega. Frush. Non si vede niente, è buio, ma il rumore è vicinissimo e a molti prende un po’ di paura; anzi, vorrebbero gridare all’autista di mettere in moto e scappare. FRUSH. D’improvviso, una torcia si sposta e a un metro, un metro e mezzo da me sbuca dall’erba gialla una faccia gialla: è una leonessa. Si muove sinuosa con grande tranquillità; non ci guarda nemmeno e comincia a passeggiare lentamente sulla strada sterrata.

Davanti a lei ne sbuca un’altra; si guardano, si annusano, probabilmente si comunicano qualcosa. Dall’altro lato della macchina, altra gente ne individua un’altra ancora. La guida, a bassa voce, ci dice di non sbracciarci e di non sporgere nulla dal bordo del veicolo, perché per i leoni un veicolo aperto con della gente dentro è un ostacolo inanimato, ma un pezzo di carne che si muove all’esterno è una preda.

Una leonessa si accuccia a bordo strada. Le piace, è caldo, e tanto avrà da stare lì parecchio. Gli occhi sono impressionanti, gialli e cattivi. La guida ci spiega che i leoni cacciano e uccidono i leopardi, non per mangiarli ma per difendere il territorio ed eliminare un concorrente per il cibo. Un’altra leonessa fa un tentativo: si arrampica di botto sui rami bassi dell’albero e ruggisce. Il leopardo ruggisce in risposta, ma non è la stessa cosa. Per sua fortuna, la leonessa è troppo pesante per salire oltre: desiste e torna giù.

Il leopardo sa che deve soltanto resistere una o due ore: dopo l’alba farà presto caldo, e le leonesse se ne andranno per cercare un po’ d’ombra. A quel punto sarà in salvo, naturalmente facendo attenzione a controllare che se ne siano andate davvero.

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giovedì 11 Settembre 2008, 11:37

Un giorno nella savana (2)

La sveglia è presto, perché ci eravamo iscritti al safari dell’alba: appuntamento alle 4:45 alla pompa di benzina, siamo noi quattro e un gruppetto di tedeschi. Arriva una guida nera di nome Hendrik (?) e ci carica tutti su un camioncino aperto; è ancora buio, l’aria è gelida e fa freddo. Ci dice subito di seguire le sue istruzioni e si scusa in anticipo: non c’è nessuna garanzia che nelle tre ore di giro riusciremo a vedere qualche animale, men che meno che vedremo qualcuno dei tanto ricercati “Big 5” (leone, leopardo, rinoceronte, bufalo e elefante).

Certo, proprio così: usciamo dal cancello, facciamo duecento metri sulla strada asfaltata, e incocciamo in un gruppo di bufali a bordo strada. Loro sono scuri e difficili da vedere, ma con le torce riusciamo a illuminarli: hanno un’espressione misteriosa e una faccia che sa davvero di preistoria. Attraversano la strada, si infilano nella boscaglia e spariscono; cinque minuti e prima crocetta sulla scheda.

Proseguiamo in un paesaggio meraviglioso: comincia piano piano a far luce sulla savana selvaggia, così come è da migliaia di anni, ma in fondo in fondo le colline sono puntinate di luci che brillano (siamo ai confini del parco, e quelle sono le casupole dei neri che abbiamo visto il giorno prima). Tempo di svoltare sulla strada sterrata, ed ecco una scena fantastica: tre leonesse e un leopardo. Non svelo il mistero su cosa facessero, perché dei leoni voglio parlarvi più in dettaglio nei prossimi giorni: li abbiamo visti tre volte e tutte e tre le volte sono state scene memorabili; un condensato di vita essenziale. Però, dieci minuti e tre crocette!

Siamo rimasti mezz’oretta lì, poi abbiamo proseguito; nelle tre ore di giro – nel raggio di quindici chilometri dal campo – abbiamo poi incontrato ancora due o tre gruppi di rinoceronti, svariate giraffe, varie marche di gazzelle ovunque (dopo mezz’ora non le guardi nemmeno più), l’uccellino azzurro, l’uccello imbecille (che meriterà pure lui un post a parte) e un’aquila pescatrice. I rinoceronti sono altrettanto impressionanti: sono bruttissimi e non si capisce come facciano a tenere su la testa, però quando un gruppo di una decina di loro, a tre metri dal veicolo, ha cominciato a puntarci, parecchi hanno avuto paura. Le giraffe, invece, sono animali fantastici: è un po’ come se avessero preso un cavallo e gli avessero stirato le gambe e il collo, però sono eleganti, pacifiche, dolcissime mentre mangiucchiano foglie incuranti di tutto il resto.

Torniamo al parco assolutamente estasiati e festeggiamo con una ricca colazione a buffet all’inglese (compreso un ottimo spezzatino di fegato di animale misterioso). Il tempo di liberare le capanne e di insegnare alla cameriera come si fa il cappuccino e ripartiamo da Pretoriuskop: sono le dieci e dobbiamo uscire a metà pomeriggio dall’altro lato del parco, a Crocodile Bridge.

Ora, sarebbe bello raccontarvi tutta la giornata, ma non vale la pena di farlo senza le tonnellate di foto; comunque, il viaggio è memorabile, in mezzo all’infinità della savana, su cui ogni tanto, dall’alto di una collina, si aprono panorami indimenticabili. Nelle ore calde è difficile vedere animali, però ogni dieci minuti succede lo stesso, magari sotto un albero o in fondo a una valletta. E così, abbiamo visto un po’ di tutto.

Le cose che più colpiscono della savana sono due. La prima è la convivenza insieme alla rarefazione: la savana è infinita, e gli animali tra loro sono in realtà piuttosto separati. Alcuni animali sono territoriali (come leoni e leopardi), altri si spostano, ma si ha l’impressione che i vari gruppi siano sempre abbastanza lontani tra di loro, e che la densità relativamente bassa sia una delle chiavi dell’ecosistema. Allo stesso tempo, colpisce la convivenza: io immaginavo che le varie specie vivessero in zone diverse, che so, gli ippopotami nei fiumi, i facoceri sotto gli alberi, gli elefanti in pianura e i leoni sulle colline. In realtà no; sono tutti abbastanza mescolati, e nello stesso territorio convivono pacificamente decine e decine di specie anche piuttosto grandi, senza che una domini sulle altre o soggioghi il territorio come facciamo noi. Certo, il leone mangia le gazzelle, ma non si ha affatto l’impressione di una guerra; stranamente, pare un ammazzamento pacifico, come se la gazzella sapesse che, tutto sommato, diventare hamburger è il motivo per cui sta lì.

L’altra cosa è il contrasto che si vede con l’esterno, particolarmente stupefacente ai bordi del parco. Semplicemente per via della recinzione e della protezione accordata dall’uomo, di qui della rete c’è savana; di lì ci sono prati, campi coltivati, paesi all’europea oppure distese di casupole. Noi tendiamo ad avere l’impressione che l’Europa, senza di noi, sarebbe più o meno simile: cioè, non ci sarebbero le case e le strade, e ci sarebbero prati al posto delle coltivazioni, ma poi cambierebbe poco. Nulla di più sbagliato: in realtà, ci sarebbero probabilmente o una foresta intricatissima, o la giungla, o un quasi deserto come la savana. I prati, gli alberi isolati e il verde sono una costruzione artificiale, imposta dall’uomo mediante migliaia di anni di irrigazione; qui lo si vede benissimo, tanto è vero che ai bordi estremi del parco spuntano improvvisamente in mezzo alla terra arida degli alberi verdi, invece che secchi e contorti, alimentati dall’umidità generata dall’irrigazione della valle vicina. Insomma, il comando “Irrigate” di Civilization ha veramente un effetto profondo; lentamente, ha cambiato completamente la faccia del pianeta.

L’attraversamento del Kruger è lentissimo: il limite è di cinquanta orari, ma tanto ogni cinque minuti ti fermi perché c’è qualcosa da vedere, per cui la media effettiva è attorno ai 20-25 km/h. Accosti, apri il finestrino (fuori ci sono quasi quaranta gradi, pochi perché qui è inverno) e guardi, scatti foto, filmi. Durante la giornata abbiamo visto varie volte tutti gli animali, completando man mano tutte le crocette: un gruppo di facoceri furiosi sotto un albero, e un altro gruppo nella loro tana scavata nella terra; gli avvoltoi che danno da mangiare ai figli nel nido in cima a un albero; gli ippopotami nascosti nel fiume, oppure distesi sulle rocce accanto al laghetto (artificiale, creato per facilitare l’abbeverata) a prendere il sole; lo gnu che sta lì e non fa niente; le zebre in mezzo alla boscaglia; i fenicotteri sulla riva dello stagno; scimmie e babbuini di ogni genere che saltano tra gli alberi o chiacchierano in terra, con i cuccioli che giocano in mezzo alla strada; e infine, quando ormai cominciavamo a dubitare, gli elefanti, in giro a bere e mangiare sulla riva piena d’erba del fiume Sabie. Erano un po’ lontani, ma li abbiamo visti comunque bene, mentre tiravano su l’erba con la proboscide.

Tutto questo è inframmezzato dai campi; circa ogni cinquanta chilometri ce n’è uno, dove ci si può fermare, uscire dalla macchina (per quello ci sono anche alcune aree sosta in giro), mangiare e, prenotando, dormire. Skukuza è il capoluogo del parco, ed è praticamente una città di capanne; c’è persino una biblioteca. Lower Sabie, invece, è un insediamento più nuovo con uno spettacolare ristorante-balcone sul fiume. Crocodile Bridge è stato attraversato di corsa, quindi non vi saprei dire… infatti a un certo punto, complici anche i lunghi e ripetuti bio-break femminili, eravamo a rischio di restare chiusi nel parco. Noi eravamo esausti, le batterie degli apparecchi elettronici pure, e quindi abbiamo accelerato un po’; solo che poi, vuoi non fermarti a fotografare la giraffa sullo sfondo del tramonto? Siamo arrivati in fondo solo alle 17:30, mezz’ora prima della chiusura; io ho fatto tutte le mie macumbe e sono riuscito a mantenere la macchina fotografica attiva fino a cinque chilometri dall’uscita.

E naturalmente, l’esperienza più pazzesca di tutte ci è capitata a cento metri dal cancello d’uscita, e ne rimane solo una unica foto sfocata fatta con una macchinetta semplice semplice.

Ma per quel racconto dovrete aspettare ancora un paio di giorni!

P.S. I costi: dodici euro a testa l’ingresso nel parco; nove euro a testa la capanna per la notte; tredici euro a testa il safari dell’alba; quindici euro cena abbondante al ristorante, dieci euro colazione abbuffé (in alternativa, bar o provviste e cucina: ci sono anche fornelli comunitari). Sto seriamente pensando di mettere in piedi un gruppo safari per l’estate 2009…

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mercoledì 10 Settembre 2008, 16:37

Un giorno nella savana (1)

Bisogna dirlo: al parco Kruger abbiamo avuto una fortuna sfacciata. La gita era stata organizzata dai nostri ospiti italiani, che ormai si sono perfettamente integrati nella mentalità mozambicana: quindi, non eravamo per nulla preparati; non avevamo prenotato; non avevamo una cartina e non sapevamo dove andare, né come fare per vedere gli animali. Eppure, abbiamo messo insieme in un solo giorno una serie di esperienze che molti non riescono a fare in una settimana.

Siccome nel non-piano era prevista una sosta nella città sudafricana di Nelspruit per fare shopping (sosta che ovviamente si è rivelata impossibile a causa della strada persa in Mozambico, dell’ora e mezza di dogana non calcolata e di altri errorucci simili), abbiamo percorso la regione meridionale del parco da ovest a est, dopo averla prima costeggiata in autostrada nella direzione opposta.

Arrivando dal Mozambico, si risale una valle verdissima e piena di coltivazioni di vario genere (banane, cedri, ananas…); poi si attraversa una gola meravigliosa che ricorda molto i canyon dei film western. Si sbuca così nel cuore di Mpumalanga, la regione orientale del Sud Africa: un posto davvero bellissimo. In pratica sono le colline toscane trasportate in Africa; e sebbene ci siano lo stesso anche i vigneti, lo sfondo delle montagne e del sole africano al tramonto le rende spettacolari.

Peccato che, in Sud Africa, non sia troppo sano restare in giro dopo il tramonto; la zona in questione non è Soweto, ma è pericoloso lo stesso. Così, di fronte alla flemma dei nostri ospiti, noi siamo andati in fibrillazione, man mano che il sole calava e non sembrava esserci alcuna vera intenzione di trovare un posto per la notte, anzi saltavano fuori idee bislacche tipo (a mezz’ora dal buio) “facciamo ancora mezz’ora di macchina e andiamo all’ingresso del parco a vedere com’è e se si può dormire lì”.

Per completare il quadro, la mezz’ora di macchina in questione è trascorsa in mezzo a una metropoli fantasma: l’unica zona dove abbiamo visto chilometri e chilometri di colline completamente tappezzate di casupole abitate dai neri più poveri. Lungo la strada, infatti, c’era traffico, gente che camminava, bambini che giocavano, baretti-discoteca pieni di gente del posto; tutto diverso dai cento chilometri precedenti, in cui saremmo potuti benissimo essere in Germania. Le casupole erano decisamente meglio di quelle mozambicane: praticamente mai di paglia, tutte con l’elettricità e l’acqua, e varie di loro erano sviluppate a un livello non dissimile dalla media casa di campagna o di mare del Sud Italia.

Invece, noi europei-previdenti siamo stati scornati, perché è successo il primo miracolo: arrivati alle cinque alla Numbi Gate, un’ora prima della chiusura per buio, abbiamo chiesto se c’era posto nell’unico campo ancora raggiungibile e ci hanno detto che eravamo davvero fortunelli, perché si erano liberate delle capanne. Infatti, per dormire dentro il Kruger bisogna solitamente prenotare con settimane d’anticipo, mesi in alta stagione; se no puoi dormire nei vari albergoni esterni, che però costano il triplo e sono molto meno affascinanti, e poi entrare all’apertura del parco, alle sei di mattina, perdendoti però i safari dell’alba organizzati dal parco. Insomma, dormire dentro è tutta un’altra cosa e se mai ci andrete assicuratevi di farlo.

All’ingresso, ci siamo fatti subito riconoscere: infatti abbiamo imboccato la strada a velocità allegra (ben oltre il limite di 50 km/h che vige nel parco per non investire animali) e con la portiera dei sedili posteriori, scorrevole, aperta per fare meglio le foto. (Inutile dire che io mi sono dissociato sin dal principio e che questo comportamento è tutto effetto del mix culturale Italia-Mozambico.) Le porte vanno tenute chiuse, se non altro per evitare che un leone, o più facilmente una scimmia, ti saltino in macchina! Comunque, dopo tre chilometri è successo questo: il van davanti a noi, di una delle compagnie private di safari, ha accostato in mezzo alla boscaglia e ha detto qualcosa a qualcuno. Tempo di arrivare lì e sbucano fuori due poliziotti neri, che erano seduti tra l’erba davanti a un autovelox; ci fermano, ci chiedono la patente, e ci annunciano la multa. Italia-Mozambico reagisce dicendo che ha aperto la porta “solo un attimino per fare una foto”, al che il poliziotto s’incazza e fa notare che il tizio davanti gli ha raccontato tutto. Alla fine, dopo cinque minuti di cazziatone, visto che eravamo appena entrati non ci ha fatto la multa; però il messaggio è stato chiaro e di lì in poi siamo stati bravissimi.

Arriviamo al campo di Pretoriuskop al crepuscolo: ci danno le nostre capanne, cioè costruzioni tonde in muratura col tetto di paglia, dentro le quali ci sono due letti, un tavolo, due sedie, un lavandino, una lampada elettrica e un ventilatore a pale. Ce le avevano presentate come spoglie e poco accoglienti, ma in realtà sono bellissime: hanno pure le zanzariere e, davanti all’uscio, il barbecue privato. Altre, però, hanno l’aria condizionata, gli utensili da cucina, il bagno privato e tante altre cose… Oltre ad un centinaio di capanne, nel campo – ovviamente chiuso e circondato da recinti elettrificati – ci sono un bar, un ristorante, un negozio di alimentari e souvenir, una pompa di benzina, un bancomat, e persino due piscine rotonde e semi-naturali; ed è pieno di uccelli e di gazzelle che pascolano tra le capanne. Insomma, altro che campeggio: pur sembrando ampiamente selvaggio (e risalendo originariamente agli anni ’30: il parco fu istituito nel 1926) è un posto moderno ed organizzatissimo!

Ceniamo: zuppa e antipasto caldo a buffet, spiedini di kudu e il dolce, più birra e acqua. La notte è fantastica; dopo le 21:30 c’è la consegna del silenzio, anche se le rane e i grilli fanno discoteca tutta la notte; il buio è quasi totale, a parte qualche luce sui passaggi. Il cielo è incredibile, pieno di stelle: uno di quei cieli che scioglie il cuore, facilita l’accoppiamento e (come direbbe qualcuno) ispira un intero disco di ballate a Paul McCartney. Dopo averlo visto non si riesce più a dormire, e così le ultime ore prima della sveglia delle 4:15 sono dedicate alla passeggiata e alla fotografia notturna.

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martedì 9 Settembre 2008, 11:08

Confronti impietosi

Domenica e lunedì siamo andati in Sud Africa, al Parco Nazionale Kruger: uno dei più noti parchi africani, dove la savana e i suoi abitanti si conservano nel loro ambiente naturale.

Arrivare da Maputo in Sud Africa, in teoria, è una passeggiata: la frontiera dista meno di cento chilometri di “autostrada” – cioè di stradone a due corsie con qualche allargamento e una bella banchina su cui le carrette si spostano per farsi superare. L’hanno costruito i sudafricani e l’unica cosa che funziona è il pedaggio: circa 60 centesimi di euro per il tratto urbano a quattro corsie da Maputo a Matola (5 km) e circa 3 euro per il tratto nel deserto. Il problema è che tra i due tratti c’è un po’ di tutto: è l’unica autostrada che nel mezzo delle quattro corsie a scorrimento veloce presenta un dosso alto mezzo metro, seguito da un semaforo, al quale l’autostrada gira a destra. Se non te ne accorgi e vai dritto (ed è facile, perché agli incroci le segnalazioni sulle direzioni sono normalmente un optional), finisci in Swaziland; e così stavamo facendo noi. Dopo ampi giri, siamo finiti sulla “strada vecchia”, ossia una vecchia rurale portoghese del 1944 che da allora non è mai stata riasfaltata; era la strada precedente all’autostrada, e ci ha preso un’ora e mezza per 40 km.

Bisogna poi metterci anche la terrificante dogana mozambicana, un carnaio di uomini, macchine, camion e animali in cui i non-locali vengono vessati in modi incomprensibili, a seconda di come gira, per far loro pagare il fatto che non esiste alcun paese al mondo, vicino o lontano, che accolga volentieri un mozambicano senza fargli penare i visti.

Però, la sensazione che ho provato passando dal Mozambico al Sud Africa è stata incredibile: credo di non aver mai provato nulla del genere.

Subito prima del confine, c’è Ressano Garcia:

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ossia una landa desolata, bruciata dal sole, inutilizzata per un qualsiasi scopo, occupata soltanto da casupole di cemento quando va benissimo, di mattoni di cemento pressato quando va bene, di paglia quando va male, di fango se piove; in cui migliaia di mozambicani neri (di mozambicani bianchi in sostanza non ne esistono) vivono, anzi muoiono di fame, nell’immondizia e nello sterco, senza acqua ed elettricità. (La foto, per pietà, si riferisce alla parte più bella dell’abitato.)

Appena al di là del confine, invece, c’è Komatipoort:

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ossia chilometri e chilometri di terre meravigliose, verdissime, tutte ordinate e pulite, perfettamente coltivate grazie a pozzi, tubi e canali di irrigazione; e una cittadina che è africana, ha ancora le palme e lo sterrato, ma è anche assolutamente dignitosa, dove le case sono mediamente villette con giardino, e anche i neri più poveri magari vivono in casupole di cemento, ma che comunque hanno tutte dei muri, un tetto, la corrente elettrica, l’acqua, le fogne; e comunque, la terra non si sfalda in polvere e deserto, ma dà da mangiare a tutti.

E quindi, a Komatipoort vi accoglie persino un centro commerciale, con un supermercato Spar, un benzinaio Caltex identico ai nostri, un bancomat che prende pure Banca Sella, un fast food Wimpy, dove entri e per terra è pulito, non ci sono blatte ovunque, ai muri ci sono i manifesti degli hamburger invece che buchi e macchie ventennali, il personale (nero) sa leggere e parla tre lingue (inglese, afrikaans e lingua tribale locale), è vestito bene e non muore di fame, e dove ordini e ti portano un doppio cheeseburger con bacon che è fantastico, e non biscotti thailandesi di cartone pressato e gamberi (peraltro ottimi) a cena, pranzo e colazione perché è l’unica cosa che non richieda sforzo di allevamento e costi poca fatica raccogliere.

E’ come se di colpo fossimo atterrati su Marte. Dopo dieci giorni di moderna nègria mozambicana, l’insegna verticale di un benzinaio incombe sulla strada come il monolito nero di Kubrick sulle scimmie: diecimila anni di differenza in termini di evoluzione.

Allora, fatevi delle domande, e datevi delle risposte: la terra è la stessa, il clima è lo stesso, persino la tribù e la lingua madre dei neri del posto è la stessa. L’unica cosa che cambia è che da centocinquant’anni Komatipoort è gestita dai bianchi, mentre Ressano Garcia è gestita dai neri (pur se con qualche contributo degli ineffabili colonizzatori portoghesi, che però, così lontano dalla costa, non mettevano mai piede).

Ma non pensate che a godersi la mecca sudafricana siano solo i bianchi: noi ne abbiamo visti in giro pochi, e tra gli avventori del Wimpy la metà era nera, anzi nel dehors c’era una coppia di fidanzatini poco più che ventenni, lui nero e lei bianca, e si tenevano per mano. Anche nel resto del nostro giro abbiamo visto che, sì, magari il grande capo del ristorante era bianco, ma sotto di lui c’era personale nero che sfoggiava competenza, capacità, gentilezza, persino una buona organizzazione (da sempre il punto debole dei neri), e anche autorevolezza. Per dire, la guida del parco, che ci ha portato in giro facendoci lezioni di etologia, era nera; così come era nero il poliziotto che ci ha fatto un grande e giustificato cazziatone perché violavamo le regole del parco; non certo solo sguatteri e zappatori.

Apparentemente, in Sud Africa è riuscito un evento che nel resto del continente non è accaduto: cambiare almeno un po’ la cultura dei neri. Perché non è che in Mozambico siano più scemi del resto del mondo; semplicemente, non avendo mai fatto il passaggio per noi preistorico dalla pastorizia e dalla pesca verso l’agricoltura (e da lì all’urbanesimo), non sono capaci a trasformare il deserto in campi; se provi a insegnarglielo, quasi sempre non gliene frega niente di impararlo; e se anche lo sapessero fare, comunque non avrebbero voglia di farlo, perché non sarebbe parte della loro cultura e del loro modo di vivere, tutto basato sul minimo risultato con il minimo sforzo e sulla pianificazione zero.

La controprova è che in Zimbabwe, un tempo paese ricco come e più del Sud Africa, non appena hanno cacciato i bianchi l’irrigazione ha smesso di funzionare, la terra non è più stata fertile, i raccolti sono morti; e ora tutto il Paese sta morendo di fame.

Il Sud Africa, per ora, è l’unico paese dove regge la cooperazione tra bianchi e neri, pur tra grandi difficoltà e violenze, fornendo una speranza di sviluppo all’intero continente. Purtroppo sono molti a pensare che, non appena Mandela morirà, anche esso finirà come lo Zimbabwe.

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