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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


martedì 15 Maggio 2007, 22:40

Cose molto stupide

Ogni tanto capita, di fare delle cose stupide quando si è in viaggio. A me è successo ierioggi (lunedì e martedì per me sono stati una giornata sola, intervallata da cinque o sei ore di sonno a spezzoni sulla poltrona raddrizzata della business Lufthansa).

Già dovevo capire che non era giornata quando ho ordinato due birre per me e il mio compare Roberto, e la cameriera mi ha chiesto dieci dollari: io le ho dato venti, e lei mi ha riportato il resto sotto forma di una banconota da cinque e cinque da uno. Io la guardo un po’ strana, penso che debba disfarsi degli spiccioli, intasco e vado a sedermi. Lei mi guarda malissimo. A quel punto Roberto tira fuori un dollaro e glielo dà… ecco, non pensavo che negli Stati Uniti la mancia facoltativa obbligatoria vigesse anche al bancone dei pub irlandesi.

Comunque, subito dopo siamo andati al mio albergo a riprendere i bagagli per andare in aeroporto: in previsione della giornata in giro, avevo chiuso anche la borsa del computer dentro la valigia, a sua volta chiusa a chiave e lasciata all’hotel. L’avrò fatto sì e no due volte in sette anni di viaggi continui, perché non mi piace molto lasciare il computer in albergo, persino se l’albergo è di livello e ha tanto di talloncini e deposito chiuso a chiave.

E proprio questa volta, la chiave della valigia ha deciso di uscire in qualche modo dalla taschina del portafoglio dove la tengo, e perdersi nel nulla.

Dico proprio questa volta, perchè naturalmente io viaggio con una seconda chiave della valigia, che, per ridondanza, sta in un luogo separato rispetto al portafoglio e/o alle mie tasche… ovvero, nella borsa del computer. E no, non ci ho proprio pensato, quando ho chiuso il portatile in valigia al mattino, pure un po’ di corsa dovendo prendere il tram F per andare a imbarcarmi per Alcatraz, che sarebbe stato meglio prendere la seconda chiave anziché lasciarla dentro.

A quel punto, naturalmente ho cercato per ogni dove per dieci minuti, poi ho chiesto al concierge se avessero trovato la chiave nella mia stanza, ma nulla. Mi hanno chiamato un fabbro, che mi ha spiegato che poteva provare ad aprire la valigia per forza bruta, ma poi non si sarebbe richiusa; o a tagliare la cerniera, nel qual caso c’erano speranze di poterla poi risistemare. Tuttavia, il rischio di rimanere lì coi bagagli spatasciati e l’aereo in partenza era elevato; e ho deciso che valeva invece la pena di correre l’altro rischio, quello di imbarcare il tutto as is, col computer chiuso dentro: in fondo, la valigia è rigida e il portatile era dentro la borsa.

Ho incrociato le dita per tutto il viaggio, temendo di non veder spuntare la valigia, o di vederla spuntare spaccata e senza computer, o di vederla arrivare e scoprire poi che il computer non aveva retto alle bottazze dei gentili scaricatori d’aeroporto. In subordine, ero preparato a fare una scena alla Fantozzi alla dogana di Caselle, quando mi avrebbero chiesto di aprire la valigia per controllare il contenuto. E poi, anche giunti a casa con la valigia, restava comunque il problema di aprirla.

Eppure, non si è verificato nulla di tutto questo. La valigia, con tutti i suoi bei talloncini “priority” e “frequent traveller” (che da quando li ho messi compaiono segni di effrazione a ogni viaggio), è apparsa sul nastro addirittura per seconda, intatta. Nel corridoio in uscita di Caselle, mi sono astutamente infilato in mezzo a un gruppo che arrivava da Roma, e con passo deciso ho ignorato i finanzieri convincendoli ad ignorare anche me. A casa, c’erano effettivamente una terza e addirittura una quarta chiave, frutto di varie duplicazioni preventive. E il computer è partito al primo colpo, senza sembrare più malridotto di prima. Alleluja.

P.S. Colgo l’occasione per segnalare l’hotel dove ho dormito nella mia notte a San Francisco, il Chancellor Hotel: è centralissimo su Union Square, è di inizio ventesimo secolo ma rifatto a nuovo, sono stati gentilissimi – vedi sopra, ma anche per aver accettato di tenere il bagaglio di Roberto anche se non stava lì – e il tutto per 140 dollari a stanza a notte tasse comprese, che per un albergo di livello business in centro a San Francisco sono un affare, specie se siete in due. C’è persino il Wi-Fi compreso nel prezzo, almeno se riuscite a scrivere giusta la password in hex che vi detterà il concierge (lo ammetto, al primo colpo ho capito “8” al posto di “A”).

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lunedì 14 Maggio 2007, 07:32

Fatti notori

Lo sanno tutti, che la prima regola di San Francisco è che fa sempre molto più freddo di quel che sembra. C’è scritto sulle guide, e lo si nota dalla quantità di negozi e bancarelle che vendono giacche e maglioni: il vento che spira dall’oceano è continuo e fortissimo, e il sole che splende in realtà non scalda per nulla. Eppure ho detto: ma che bella giornata, non c’è mica bisogno che mi metta della giacca!

Certo, poi è successo che la passeggiata di un paio d’ore che ho intrapreso all’ora di pranzo si è estesa fino a dopo cena, visto che mentre camminavo ho incontrato per caso Roberto con il suo amico (loro dovevano essere a Palo Alto, e noi avevamo appuntamento per domani). Dev’essere lui a generare questi incontri casuali, visto che ci eravamo incontrati per caso anche a Dublino, in un ristorante di Temple Bar, tanti anni fa. Comunque, questa vicenda ha esasperato la situazione, e così, dopo cena, mi hanno dovuto riportare fino a Union Square in macchina… perchè altrimenti sarei finito assiderato!

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domenica 13 Maggio 2007, 05:58

Gli americani sì che sanno

Il mio albergo, nonostante abbia una vista che dà nientepopodimenoché sull’autostrada 101, è un hotel a cinque stelle di quelli americani: solo per bianchi e per saltuari neri arricchiti. E’ un hotel talmente lussuoso che la camera è grande come un appartamento, con un bagno di marmo che ha sia la doccia che la vasca, separate. E’ un hotel talmente fine che a colazione non c’è un volgare buffet, ma ti siedi al tavolo come al ristorante, e viene un cameriere a chiederti come vuoi le tue uova oggi (due uova e due fettine di bacon, quattordici dollari).

Un hotel così fine non può non avere i suoi house organ. C’è una rivista che sembra For Men, piena zeppa di pubblicità di auto di lusso (per lui) e vestiti di lusso (per lei), con modelle anoressiche che sfoggiano Prada e servizi sulle Bugatti Veyron; e la pubblicità di Loro Piana che vanta maglioni di cashmere fatti con la lana degli agnellini. E poi, c’è una rivista di cucina, che intervista i migliori chef del mondo.

In questo numero, c’è l’intervista a una presunta cuoca friulana, ritratta insieme alla figlia, che dovrebbe darle consigli storiografici. Oddio, a vedere la foto, sembrano due tipe dell’Arkansas, un po’ strappone; e allora viene qualche sospetto. Infatti, vado avanti a leggere, e mi trovo davanti a una sconcertante dichiarazione: il piatto presentato ha tre componenti, che secondo la cuoca sarebbero stati scelti in onore delle tre contee della sua regione.

Ora, che si possa parlare di contee in Italia è quanto meno strano, ma quali sono le tre contee del Friuli-Venezia Giulia? Beh, è chiaramente spiegato nel resto dell’articolo: sono Friuli, Venezia e Giulia. Ah, beh: scemi noi che non ci eravamo arrivati da soli.

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venerdì 11 Maggio 2007, 07:41

Ancora!

Metto a verbale che il momento in cui sono finalmente entrato in albergo risale a non più di dieci minuti fa: non so che ore siano in realtà, qui l’orologio dice le dieci e un quarto di sera. Essendo uscito di casa stamattina alle nove e mezza, se non sono ventiquattro ore di viaggio sono almeno ventidue.

Mi stupisco sempre di come faccia il corpo a resistere a questa innaturale giornata di trentatre ore; dopo un po’, il tempo semplicemente collassa, e si entra in un tunnel spaziotemporale dilatato indefinitamente. Ho anche lavorato, ho guardato The Pursuit of Happyness (decisamente meglio di come mi aspettavo, anzi complimenti a Will Smith che prende un polpettone dal messaggio dubbio – lui è infelice perchè non ha soldi, poi diventa ricco quindi è felice – e riesce a renderlo credibile e persino emotivamente coinvolgente; tuttavia, Smith è talmente mattatore che immagino abbiano preso Muccino solo perchè scrivere “regia del mio gatto Fuffi” pareva brutto).

La business class Lufthansa è una mezza delusione, anche se è sempre molto meglio che pigiarsi in economy. Ti mettono su una sedia motorizzata in ogni direzione, che quando ci sei sopra ti senti il protagonista della pubblicità delle auto che diventano robot; schiacci un bottone ed essa contemporaneamente si allunga, si allarga, si appiattisce e si gira per mettersi in posizione “relax”. Però, la presa di corrente non accetta prese tedesche (!); la presa Ethernet è finta; c’è il video on demand invece dei film a ciclo continuo, ma fa poca differenza, e poi l’action thriller di Bollywood con una figona senza senso era disponibile solo in hindi. Inoltre, il servizio del pranzo, che è circa lo stesso dell’economy ma servito con tovaglioli e cerimonie, dura come un matrimonio: a un certo punto volevo chiedere se almeno mi davano insieme lo ius primae noctis su una delle hostess.

Soprattutto, già a Caselle, causa due ore di ritardo del Torino-Francoforte, mi hanno dumpato in automatico sul Monaco – San Francisco di due ore dopo; io ho cercato di avvertire l’organizzazione di ICANN in vari modi, e pietendo la hostess lei è andata dal capitano col numero di cellulare austriaco di Roberto Gaetano, che è stato faxato alla torre di controllo, che gli ha telefonato e gli ha lasciato un messaggio in segreteria. Tutto inutile: a SFO, passata l’immigrazione e la dogana, non c’era nessuno ad attendermi.

Ora, cosa fareste voi se vi trovaste a SFO alle sette e mezza di sera, con in mano solo l’indicazione Four Seasons Hotel di Palo Alto? Beh, saltereste sul taxi; ma a me di far spendere a ICANN tra gli ottanta e i cento dollari di taxi non andava, e in più mi piacciono i treni. Così, mi sono fidato dei pannelli (lo scortesissimo bigliettaio mi ha persino diretto alla macchinetta automatica per fare i biglietti, che non aveva voglia di farlo lui) secondo cui con una fermata di Bart potevo poi, con cinque minuti di attesa, prendere il Caltrain fino a Palo Alto Centrale.

Mi sono così avvicinato incuriosito al Bart – che in The Pursuit of Happyness, che è ambientato nel 1981, si vede in quasi ogni scena – e pota, ho capito come hanno risparmiato sul film: ci sono ancora le stesse carrozze del 1981! E non le puliscono dal 1981! Noi ci lamentiamo dei nostri trasporti pubblici, ma dovreste vedere quelli americani. In più, ovviamente il mio treno aveva cinque minuti di ritardo: per cui mi son visto sfilare la coincidenza sotto il naso – mentre facevo il secondo biglietto alla macchinetta, che sono due società separate e ben si guardano dall’accordarsi, che poi sarebbe un cartello oligopolistico! – e ovviamente il treno della seconda compagnia mica aspetta la coincidenza con quello della prima, anzi se può parte più di corsa ancora, perchè la gente s’incazzi con gli altri per il ritardo. Quello successivo, ovviamente, era dopo soli 68 minuti.

Così, ho festeggiato il tramonto in un venticello tiepido che è poi divenuto una bora gelida, alla stazione d’interscambio di Millbrae. Ho preso il Caltrain, sono sceso a Palo Alto, e… oddio, di taxi neanche l’ombra! Non ho una mappa, non ho un indirizzo, sono in un parcheggio di periferia… qui butta maluccio. Vado alla fermata degli autobus per chiedere informazioni, ma della decina di presenti solo due parlavano anche inglese, tutti gli altri solo spagnolo, al massimo potevo chiedergli del coche fantastico.

Così mi sono diretto a piedi verso [Stanford] University Avenue, sperando di incocciare in un taxi. Ma ero talmente fuso che ho fermato due ragazzi per la strada per chiedere dove era una fermata dei taxi, e loro mi hanno fatto notare che ne avevo due a cinque metri da me… E però, questa è stata la nota positiva della giornata: perchè il tassista era nero e somalo, quindi amante degli italiani, e abbiamo passato il viaggio a sparlare degli Stati Uniti. Breaking news, i neri vivono di merda pure in California. Alla fine gli ho dato una mancia del cinquanta per cento, e sono entrato nel mio lussuosissimo alberghissimo dalla puzza sotto il naso, col ristorante finto italiano e gli stuoli di cameriere in divisa che negli occhi hanno l’inconsapevole palpito represso della rivoluzione che prima o poi verrà, quando sarà divenuto consapevole.

Nel frattempo, io vado a farmi la doccia e poi a letto senza cena: anche perchè, ad essere precisi, oggi ho comunque fatto una colazione, tre pranzi, una merenda e una cena, anche se sulla nomenclatura ci sarebbe da discutere. Buona… boh, quello che è lì da voi.

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giovedì 3 Maggio 2007, 17:39

Monaco

Non ero mai stato a Monaco, se non all’aeroporto; questa volta invece ho avuto la possibilità di visitare la città.

L’esito è senz’altro positivo, ma per motivi forse diversi da ciò che ci si aspetterebbe. Come la maggior parte delle città tedesche, Monaco è priva di monumenti di vero rilievo e quei pochi che ci sono sono in gran parte ricostruiti. Non c’è, insomma, una torre Eiffel o una Sagrada Familia, ma nemmeno un British Museum. C’è, però, una atmosfera piacevole, da città medievale nella parte più centrale, ma comunque molto verde.

Il trucco, quindi, è non andare a Monaco per vedere qualcosa, ma per godersi la situazione, camminare per le strade, e apprezzare la vita. Che, certo, non è economica, come nulla a Monaco; credo di non aver visto tanta diffusa (relativamente alle zone centrali e semicentrali) e visibile ricchezza in alcuna altra città d’Europa; nelle vie clou, è un susseguirsi di negozi di lusso con davanti parcheggiate una sequenza di AudiPorscheBMW – Porsche – Porsche – BMW – Porsche. Ma alla fine, per qualche giorno, si può fare.

E poi, l’attrattiva principale è quella culinaria: per me che apprezzo la carne in vari modi, è stato un susseguirsi di wurstel di ogni genere – nulla a che vedere con quelli confezionati nostrani – inframmezzati da arrosti e stinchi e contornati da patate; e mi sono piaciuti persino i crauti! Su di tutto, ampie dosi di birra, che non è particolarmente economica – il litrozzo costa tra i sei e i sette euro, e in certi locali non servono misure inferiori – ma è varia e buona.

Soprattutto, ho scoperto una cosa eccezionale: il panino con dentro una fetta di cipolla fresca – magari anche un cetriolo – e un trancio di aringa marinata. Non l’avrei mai detto, e invece è subito diventata una passione: cercherò aringhe alla Bismarck per ogni dove.

L’unica nota negativa è invece relativa alla voglia di lavorare dei tedeschi: voglio dire, era il primo maggio, ponte in tutta Europa, la città era piena di turisti… e loro hanno chiuso tutto. Menzione speciale per la pinacoteca, il museo più rinomato della città, che ha chiuso lunedì perchè era lunedì, e martedì perchè era il primo maggio: customer orientation, saltami addosso. Non ci si stupisce che le aziende tedesche spostino le fabbriche in Ungheria.

Nel frattempo, io mi segno sul calendario le date dell’Oktoberfest.

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lunedì 30 Aprile 2007, 12:15

Hiatus

Sì, sono sparito: in questi giorni sono a Monaco di Baviera, da cui vi sto scrivendo. Certo che ridursi a guardare la CNN sperando di vedere i risultati delle partite di ieri… eppure sì, alla fine li hanno pure mandati. Era meglio se non li vedevo.

Comunque, almeno in questi giorni, Monaco è una truffa: sono sceso dalla stazione e attorno a me c’erano solo italiani. Anche alla stazione della metro c’erano frotte di italiani. E anche in piazza, alla birreria (Franziskaner l’originale), davanti ai negozi, nei caffè… persino nei locali istituti di ricerca scientifica. I tedeschi? Saranno tutti a fare il ponte in Italia…

Per il resto, sto raccogliendo fatti interessanti da postare al mio ritorno mercoledì sera. Nel frattempo, siete liberi di utilizzare questo post per forumizzare, tanto per due giorni e mezzo non avrò la minima idea di cosa stia succedendo sul mio sito…

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martedì 24 Aprile 2007, 01:04

Flux

Già sapevo mentre ci offrivano la cena, che sarebbe finita così; eravamo in un locale fighettissimo della parte più altolocata di Dublino, l’infilata di case vittoriane prospiciente St. Stephen’s Green, dove una cameriera francese anoressica dal peso massimo di venticinque chili ci serviva dinieghi a strati di sdegno successivo; e non solo non si può avere un calice di champagne sfuso, ma se ti chiedo la bistecca senza sauce Béarnaise e tu mi dici di sì e poi me la porti grondante albume imburrato, ecco, allora sei proprio conica come sembri; perchè, come disse il grande filosofo Jean-Paul Sartre, “Tu es encore plus con que tu n’en as l’air” – Sartre, La Mort dans l’âme, 1949, p. 170, per quanto nel caso si dovrebbe usare il femminile conne*.

Ciò detto, la fighettaggine del locale imponeva che non appena il tuo bicchiere di vino da trenta euro a bottiglia scendesse sotto la vaga metà, esso venisse riempito fino all’orlo; e ciò spiega il mio desiderio di compiere – in una piena, fresca notte – una mezz’oretta di passeggiata di ritorno, invece che prendere un taxi con tutti gli altri; gli altri essendo un simpatico indiano di Chennai, un simpatico cinese di Hong Kong, e un gruppo di simpatici americani di mezz’età, compreso un consigliere d’amministrazione di Afilias – che, in una vita precedente, ha fatto l’accordatore di racchette di Jimmy Connors e Pete Sampras – e un Vice President di GoDaddy.

E così, non volendo spaventare gli altri prendendo dritti per il lato remoto di St. Stephens Green – che poi magari si preoccupano che tu non sappia dove stai andando – ci si ritrova giù per Dawson Street e poi per Nassau, gridando tra sè e sé “I am FAIIRRRRRLLLY drunk”, pur non essendolo, visto che il resto della via è popolato di villici in giacca e cravatta più formali della tua, e alticci altrettanto o probabilmente di più.

E’ solo che dopo un po’ di passeggiata ci si ritrova davanti all’angolo d’un altro giardino e ci si dice, “Ma questa non sarà mica Merrion Square, che ho camminato dieci minuti e sono ancora qui?”, e in effetti lo era, e non finisce qui: per fortuna che pur in mezzo all’allegria dopo dieci metri mi son chiesto se non fosse già quello l’angolo giusto, e son tornato indietro, visto che effettivamente, nascosto dietro una casa assassina, c’era l’imbocco dell’unico passaggio verso Pearse Street e la relativa stazione della DART (che sarebbe il Dublin Area Rapid Transit ovvero la ferrovia suburbana; gli irrici, che hanno il senso della misura, l’hanno ufficialmente chiamata “freccetta” in onore dei suoi picchi di velocità attorno ai trentacinque orari). Se no, mi ripescavate domani a Dun Laoghaire.

Quindi, prendo giù per East Lombard, attraversando un quartiere di case popolarissime con tarri alle finestre, punteggiato da pub piantonati all’esterno da culi improponibili di bellezze locali rese lievissimamente sovrappeso da qualche ettolitro di Guinness per day. Alla fine, si sbuca sul fiume proprio di fronte all’ultimo ponte, quello pedonale, su cui improvvise, marcando la fine della terra di nessuno, si protrudono coppiette a ripetizione. Di lì, cinque minuti a fianco di una strana coda di auto sul lungofiume, e poi si arriva all’albergo giusto in tempo per incrociare nella hall un pullman targato GinoBramieri, con le relative bruttezze moleste ambosessi, ubriache nell’ascensore.

Certo che, a veder le inglesi, s’ipervaluta l’Irlanda.

* Nel caso proprio non aveste capito e voleste tutta l’etimologia spiattellata, il termine deriva dal latino cunnus, che nel lessico internazionale moderno è rimasto in uso al genitivo nell’ambito di una locuzione prevalentemente utilizzata per – ok, vado a dormire.

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lunedì 23 Aprile 2007, 15:51

Brevi dall’Irlanda

Oggi a Dublino è una giornata grigia, e piove. Sono in una palazzina sulla riva della Liffa, al settimo piano: si vede da una parte il porto, e dall’altra tutta la città. C’è talmente tanto vento che un quarto d’ora fa una delle pesanti sedie di alluminio che stanno sul balcone è stata spostata di mezzo metro: per fortuna che c’era la ringhiera…

Ieri, in compenso, è stata una bellissima giornata, con un sole che quasi non ci si credeva; mi hanno riportato a Powerscourt, dove il giardino non è niente di clamoroso ma è comunque piacevole. Ma il vero piacere è stata la passeggiata di Howth Summit (fatta per la quarta volta, ma per la prima volta ho preso il sentiero basso sulla scogliera); ho tirato su un 170 foto con cui mi piacerebbe fare una guida del turista. Ma, visto l’affollarsi di impegni, forse sarà in un’altra vita…

P.S. Perché, affinché, acciocché, imperciocché (questo è un riferimento per iniziati).

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mercoledì 21 Marzo 2007, 18:45

In volo?

Ecco, quando è suonata la sveglia alle sei meno cinque, le magliette erano ancora bagnate, così mi sono messo ad asciugarle col phon, e poi le ho messe in valigia bagnaticce cercando di isolarle tra gli asciugamani, e poi sono uscito in ritardo, e poi ho fatto guidare mia mamma che ha sfrecciato a novantacinque all’ora per tutta la tangenziale, e poi… insomma, sono arrivato al check-in Iberia e la signorina mi ha guardato male e mi ha detto: “Ma lei non dovrà mica andare a Madrid?!?”.

Insomma, avevano già chiuso il volo… però io ho fatto gli occhi dolci, e in fondo sono arrivato a -32 minuti dal decollo (il check-in chiude a -35), e insomma m’ha preso ‘sta valigia senza nemmeno pesarla (per fortuna, visto che fatico a sollevarla) e m’ha infilato sul volo, e io ho persino fatto la scena di tagliare (chiedendo) l’infinita coda dei metal detector, visto che avevano già fatto l’ultima chiamata.

E così, le mie magliette ora garriscono allegramente sul balcone di una bella casa di Lisbona, per completare l’asciugatura. Col vento che c’è, basteranno dieci minuti…

…e ho già anche sperimentato i caffè storici del posto!

Pasteis do Belem
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mercoledì 21 Marzo 2007, 09:38

In volo

Mentre leggete queste righe, io dovrei essere in volo per Lisbona via Madrid (oh, finalmente una coincidenza tutta dritta). Sto andando al meeting di ICANN, che comincerà solo sabato mattina – prima, mi godrò un paio di giorni a casa di amici.

Sperando che il tempo sia clemente e che le connessioni abbondino, mi piacerebbe fare qualche foto e metterla su in tempo quasi reale: dicono che Lisbona sia una gran bella città.

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