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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


sabato 24 Luglio 2010, 13:19

Famolo strano

Roma, qualche tempo fa, in qualche ministero.

“Aoh, senti…â€
“Aoh, dimmi…â€
“Se devemo trovà per prennere ‘na scelta sur padiglione… er padiglione pe’ Sciangai…â€
“Er padiglione?â€
“Sì, quello de l’Expo de Sciangai… c’avemo da fà bella figura… nun poi mica annare llà cor solito cubo de cemento…â€
“Chettefrega, famolo fare a qualcuno no… a quarche architetto…â€
“Eh, è vero, mi’ cugina conosce un tizio che fa l’architetto… è famoso eh, già ha lavorato pe’ nnoi…â€
“E tu chiamalo, chiedije quarche proggetto… quarcosa che sia carino e nun costi tanto, che qui nun ce sta ‘na lira…â€
“Sì però già so come so’ sti architetti… so’ tutte star… ma alla fine l’idea je la devi dare te… dai sprememose le teste, famo un trust de cervelli… io e te… quarcosa che poi viene Silvio a inaugurarlo e sta contento…â€
“E famolo a mausoleo de Silvio no? Silvio Massimo, le colonne, i gladiatori, i baccanali… Cesare dell’antica Roma…â€
“No dai, troppo scontato… già visto…â€
“E farlo co’ quarche simbolo nazzionale? Tipo, che so, a forma de pallone… a forma de pizza…â€
“Ma no, ma no! Cheap, te stai a pensà troppo cheap! Elegante e moderno c’ha da esse… e simbolico ar tempo stesso… e poi anche ‘n po’ cinese, famose venì n’idea cinese…â€
“E chiediamolo a Verdone no? Che c’aveva fatto er film der cinese… quello là…â€
“No, Verdone no, è de sinistra, poi ce cacciano! N’idea cinese ce l’avemo o no?â€
“Trovato! Senti che idea, aoh, so’ troppo forte!â€
“Trovato? E dimme ‘n po’…â€
“Visto ch’avemo d’annà a Sciangai, famolo a forma de sciangai… c’hai presente i sciangai no? I bastoncini che li butti ‘n tera e poi s’accatastano e te li devi tirà senza farli cadere… il gioco… m’hai capito no?â€
“A forma de sciangai! Ma te sei un genio, sei! Grande, grande! Mo’ co’ sta cosa, in Cina ce famo un figurone!!â€

DSC04010s.JPG

Shanghai, 2010.

L’Italia svela con orgoglio il proprio padiglione dell’Expo 2010, caratterizzato da incavi e pilastri storti “a forma di shanghaiâ€. Sconcerto e perplessità tra gli ospiti cinesi, che non riescono a capire l’indicazione. Alla fine, a gesti, la delegazione italiana riesce a fargli capire che in Italia c’è un gioco che si chiama Shanghai, fatto di bastoncini a forma di grosso stuzzicadenti che vengono buttati alla rinfusa e poi estratti senza farli cadere. I cinesi conoscono il gioco, che peraltro da loro è un gioco per bambini di cinque anni, ma ovviamente in Cina non si chiama Shanghai. A dire il vero, non si chiama Shanghai da nessuna parte se non in Italia, e comunque non è certo per un giochino con gli stuzzicadenti che i cinesi vorrebbero che la loro maggior città commerciale fosse ricordata nel mondo. Ed è così che, all’esposizione universale, l’Italia ha partorito l’ennesima genialata per farsi subito riconoscere.

P.S. Comunque, nonostante la nostra ormai proverbiale approssimazione culturale, oggi abbiamo visitato l’Expo e il padiglione italiano era tra i più apprezzati, sia perché qui impazziscono per lo stile italiano, sia perché comunque ci siamo impegnati a riempirlo di cose interessanti da vedere. Però non era difficile: molti degli altri padiglioni europei erano chiaramente fatti a forma di bruttura!

[tags]shanghai, cina, italia, expo 2010, diversità culturale[/tags]

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venerdì 23 Luglio 2010, 15:25

La follia del raviolo

Qui a Shanghai si mangia veramente bene. Abbiamo provato già un po’ di tutto, dal ristorante nel centro commerciale di lusso al baracchino per strada, passando per i ristoranti eleganti per cinesi, le catene di fast food locali e la gastronomia del supermercato: e abbiamo sempre mangiato bene, spesso cavandocela con un paio di euro a pasto (però occhio, se volete un locale dall’aspetto occidentale e un cameriere che parli qualche parola di inglese allora i prezzi si moltiplicano subito per cinque o per dieci). L’unica condizione è che vi piaccia il piccante, altrimenti una buona metà dei piatti risulteranno per voi poco o per niente mangiabili.

L’occidentale, tuttavia, è tratto spesso in inganno dalle proprie consuetudini culinarie – e non parlo solo dell’uso delle bacchette, che a livello base non è poi così difficile, ma che non riuscirete mai a padroneggiare veramente se non dopo lunga pratica. Per esempio, io mi sono trovato con una ciotola di riso bollito da una parte, buono ma insipido, e con il sughetto del pollo o del manzo dall’altra: a un italiano viene naturale pensare di condire il riso col sugo. Errore! Infatti l’appiccicume del riso bollito è fondamentale per la sua prendibilità con le bacchette: mescolando il sugo col riso, i chicchi si staccheranno e diventeranno scivolosi e sarà praticamente impossibile tirarli su, costringendovi a una poco fruttuosa caccia al riso per tutto il piattino.

Il problema principe viene insieme al piatto principe: il raviolo. Qui tutti mangiano ravioli: è il cibo più normale e frequente. E sono buonissimi: la pasta è sottile, appiccicosa (spesso bisogna tirare per staccarla dal piatto o dalla carta che mettono sotto), elastica e resistente, ma consistente quando la mordi; il ripieno varia dalla semplice palletta di carne (ma decisamente più grossa che nei nostri ravioli) a misture varie, ad esempio granchio e maiale, oppure verdure, oppure tutto quello che volete, accompagnato dal suo brodo. In più, dopo essere stati cotti al vapore nelle caratteristiche scatole tonde di legno, spesso vengono “fritti†ovvero passati alla piastra su un fondo di grasso non meglio precisato, ottenendo su un lato una crosta più dura e croccante.

Nel centro commerciale qui vicino, all’interno del “palazzo del cibo†– quattro piani in cui ai livelli più bassi vendono il cibo, ai livelli intermedi te lo danno da mangiare al volo e ai livelli più alti ci sono dei ristoranti – c’è un bugigattolo che dà ravioli fritti preparandoli al momento. La catena del lavoro è la seguente: c’è una gigantesca palla di ripieno, grande come un bambino, in mezzo a un tavolo, attorno al quale ci sono una dozzina di inservienti gomito a gomito che ne prendono una manciata alla volta e lo mettono nel tondino di pasta, quindi con gesti frenetici chiudono il raviolo e lo mettono in una grossa teglia rotonda. La teglia viene cotta e passata sulla piastra, fino ad arrivare al capo cameriere che fa le porzioni e le mette nelle vaschette, servendo il primo della fila. Il tutto si svolge a una velocità da capogiro che nel nostro immaginario assomiglia molto all’idea dei bambini pakistani che cuciono palloni, ma che qui è considerata normale e anzi segno onorevole di un meritevole duro lavoro da parte dei dipendenti del posto.

Si fa presto, però, a pensare di mangiare un raviolo; la realtà purtroppo è diversa. Il primo livello è riuscire a prenderlo con le bacchette; generalmente ciò è reso semplice dalla flessibilità e appiccicosità della pasta, ma le cose diventano difficili se per caso comincia a colare del sugo, in quanto si verificherà il fenomeno già citato dell’unzione della pasta e della bacchetta, che trasformerà il raviolo in una saponetta.

Potreste poi essere tentati di prendere il raviolo e darci un morso per mangiarne metà alla volta: anche questo è un errore mortale. Infatti, non solo la pasta non è così facile da tagliare e spesso vi troverete la pasta attaccata ai denti che viene via per intero e il ripieno che cade di sotto, ma l’apertura inconsulta del raviolo provocherà la fuoriuscita di un lago di brodo a temperatura ustionante; il brodo si trova spesso ad alta pressione e dunque partirà uno schizzo che colpirà la vostra maglietta, la maglietta del vicino, il vostro naso, la borsa del tizio di fronte o altri oggetti vicini a piacimento.

La seconda strategia che viene naturale, imparando dai propri errori, è dunque quella di mangiare il raviolo tutto intero. Siete già sulla buona strada, ma occhio: dopo averlo preso con le bacchette e inserito in bocca, evitate di darci un bel morso, perché a quel punto lo schizzo di brodo a ventottomila gradi vi colpirà il palato e la lingua e ve li porterà via; avrete poco da piangere e da strapparvi i capelli, il vostro senso del gusto sarà volato via per sempre o perlomeno per un paio di giorni. Inoltre, se il raviolo è un po’ grosso, vi occuperà tutta la bocca e la gola, e dopo dieci secondi vi troverete nella spiacevole situazione di non poterlo masticare perché la temperatura è ancora ustionante, non poterlo rigirare perché non c’è lo spazio per farlo, e di non riuscire più a respirare perché la gola è bloccata dal raviolo: rischierete il soffocamento.

Alla fine abbiamo elaborato una terza strategia: sollevare il raviolo con le bacchette, e darci un piccolo morso in un angolo, prendendo soltanto la pasta, per aprirvi un buco. Quindi soffiare dentro per raffreddarlo, e nel contempo succhiare il brodo dal buco un po’ alla volta fino a depotenziare l’arma letale del raviolo. A quel punto è possibile morderlo con più tranquillità e masticarlo un po’ alla volta. Così, più o meno, funziona: sempre che qualcosa non vada storto, e ad esempio il brodo non cominci a colare generando l’effetto saponetta, oppure il raviolo vi cada dalle bacchette a buco aperto e si rovesci cominciando a sputare fuori brodo su tutta la vaschetta.

Però, nonostante questo, ne vale davvero la pena: perché qui i ravioli sono davvero buonissimi.

[tags]shanghai, cina, viaggi, cibo, ravioli, bacchette[/tags]

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giovedì 22 Luglio 2010, 15:47

Unire i puntini

Stamattina ci ha fatto lezione un antropologo; un professore con grande esperienza internazionale sia come accademico che come consulente culturale per le aziende occidentali che sbarcano in Cina. Ci ha raccontato le basi della storia e della cultura cinese, con attenzione speciale a spiegare come si deve comportare chi dall’Occidente voglia venire a lavorare o a fare business in Cina: l’importanza delle relazioni, il fatto che chi sei e come ti comporti è almeno altrettanto importante della qualità del tuo lavoro e della convenienza economica di ciò che vuoi proporre, e tutte le regole più o meno spicciole per non offendere l’interlocutore cinese; e naturalmente i modi di comunicazione indiretta che si usano qui (ma non di rado anche in Italia), come dire “forse†o “vediamo†al posto di “noâ€, che mandano spesso in confusione le controparti americane o tedesche.

E poi ci ha dato un bell’esempio di comunicazione indiretta quando, a fine lezione, uno degli studenti del nostro gruppo gli ha chiesto se fosse un problema il fatto che loro si fossero presentati a lezione vestiti da mare, in ciabatte, pantaloncini e t-shirt strappate (nonostante gli sia stato detto decine di volte già dai docenti italiani che qui l’università è una cosa seria e che una polo e dei pantaloni lunghi sono proprio il minimo).

Il docente cinese, che era vestito in camicia a maniche lunghe e pantaloni eleganti, ha risposto così, con una flemma inglese: “Vedete, normalmente anche io mi vesto in modo casual, e poi oggi a Shanghai fa davvero molto caldo e io starei molto più comodo se, invece di questa camicia, mi fossi messo una maglietta. Ma questa lezione è una occasione formale in uno scambio internazionale e dunque, per rispetto a voi, io mi sono messo la camicia, anche se ho dovuto venire qui col caldo e stavo veramente scomodo. Comunque†– e qui, bisogna dire, il tono ha perso un pochino della sua tranquillità – “nessuno studente universitario cinese avrebbe mai potuto neanche pensare di venire a lezione coi sandali da spiaggia. Voi però siete studenti ospiti e dunque siete liberi di fare come credete meglio.â€

Il messaggio mi sembra chiarissimo; dopo la lezione abbiamo radunato gli studenti e abbiamo fatto notare l’evidente figura di merda… e la risposta è stata “no ma prof, ha detto che si può!â€. Unendo i puntini per loro, abbiamo sottolineato che il professore cinese aveva esplicitamente detto che venire a lezione vestiti così era una mancanza di rispetto che in quell’università non si era mai vista prima; e a questo punto alcuni studenti hanno ribattuto che ciò non era giusto e che così il professore cinese “non rispetta i miei diritti di studente ventenneâ€.

Insomma, ci abbiamo rinunciato; ma ho il sospetto di aver capito perché la Volkswagen qui ha uno stabilimento enorme ed è il maggior produttore di auto in Cina, mentre la Fiat ha provato tre volte a mettere in piedi una joint venture per produrre e vendere auto qui e ha sempre fallito miseramente.

[tags]cina, cultura, antropologia, italia, rispetto, buona educazione[/tags]

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mercoledì 21 Luglio 2010, 16:58

Qibao, Shanghai

Oggi sono andato a Qibao, che sarebbe una località della periferia di Shanghai, ossia un antico villaggio rurale inglobato dall’espansione infinita della città. Dal nostro albergo ci si arriva facilmente, tramite sole 23 fermate di metro ripartite su tre linee diverse (e qui le fermate di metro sono mediamente parecchio lontane, non come le nostre); insomma un’oretta abbondante di metro, ma trovare il percorso con la cartina bilingue non è poi così difficile, no?

Questa è una zona d’acqua, che gravita sull’estuario dello Yangtze e di decine di altri fiumi grandi e piccoli; e anche i villaggi erano costruiti attorno ai canali. A Qibao c’è un fazzoletto di case sopravvissute miracolosamente all’era comunista – quando i villaggi di casupole raggiunti dalla città venivano rasi al suolo e sostituiti da nuovi condomini popolari costruiti in serie, molto più dignitosi e igienici ma privi di qualsiasi fascino – che sono state restaurate e occupate da negozietti di souvenir per i turisti; il grappolo di case sta attorno a un canale, sul quale, un po’ più in là, si trova anche un tempio buddista, moderno ma altrettanto affascinante.

Le viuzze non sono poi diverse dai vicoli delle nostre città medievali, e sono piene zeppe di turisti – anche se io ero praticamente l’unico occidentale in mezzo a torme di turisti cinesi. La cosa più interessante è stato vedere cosa vendessero questi negozi: qualcuno vuole mangiare naso di maiale arrosto? Ho una serie di foto piuttosto impressionanti, ma per ora mi sono limitato a montare insieme, senza commento, alcuni spezzoni di video, giusto per darvi un’idea.

P.S. Per poter usare Youtube (Facebook, Twitter, Meetup e tanta altra roba) ho dovuto mettere in piedi una connessione cifrata tra il mio portatile e il mio server italiano, sul quale un proxy mi scarica e rimanda le pagine. Altrimenti non ci sarebbe verso… Spero che il trucco continui a funzionare e che non mi arrivi la polizia in camera :-)

[tags]shanghai, qibao, cina, viaggi, tempio, turisti, villaggio[/tags]

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martedì 20 Luglio 2010, 17:39

Più complesso di così

Quando si parla di Cina, l’occidentale pensa già di sapere tutto. Tipicamente non ci è mai stato né ci andrà mai, ma affronta la Cina con la spavalderia dell’ex colonialista – quello che interpreta il mondo sempre per similitudine con l’Europa – associata a un insieme di luoghi comuni derivanti un po’ dall’osservazione delle nostre Chinatown (che è come dire che l’Italia è tutta come Little Italy a New York, con i palazzi dipinti di bianco rosso e verde e con una economia interamente basata su ristoranti con gigantografie del Vesuvio sullo sfondo) e un po’ dai reportage dei nostri media, notoriamente affidabili e privi di sensazionalismi e secondi fini.

Eppure le questioni sono più complesse di così. Quando si parla di società, di politica, di diplomazia e di storia, la verità è raramente bianca o nera; più facilmente è vero tutto e il suo contrario. E’ vero, per esempio, che in Cina c’è la censura; che i diritti umani non esistono o quasi, che le persone possono essere incarcerate per una opinione espressa in pubblico o sfrattate dalla loro casa per permettere la costruzione di una nuova strada o di un nuovo centro commerciale.

Ma è vero anche che la natura politica di una società si forma per evoluzione lenta e per influenze successive; che in un Paese che viene dal comunismo e dove il concetto di proprietà privata è stato introdotto meno di quindici anni fa, non è così strano che la proprietà dei terreni sia ancora collettiva e che lo Stato si ritenga autorizzato ad usarla per uno sviluppo ritenuto più benefico per la collettività rispetto al preesistente appartamento del singolo; che, in generale, la filosofia del confucianesimo spinga da centinaia di anni, ben prima dell’avvento dello stesso comunismo, a considerare la collettività più importante del singolo e dunque a trovare più che giusto che la libertà individuale sia minimizzata e subordinata alle esigenze di tutti.

Il concetto di “diritti umani†è un concetto di natura profondamente occidentale, che da noi si è sviluppato in almeno trecento anni, dalla Rivoluzione Francese in poi, parallelamente allo svilupparsi di una borghesia, di un’economia industriale e post-industriale, di istituzioni democratiche moderne. La Cina sta compiendo lo stesso percorso – politico, culturale, economico – in trent’anni; è soltanto normale che sia indietro.

Noi, però, sembriamo non vedere l’ora di coglierli in fallo; probabilmente, sotto sotto, rosichiamo. Addossiamo a loro la responsabilità della nostra crisi, senza considerare che potrebbero essere loro ad addossare a noi la responsabilità della loro arretratezza. Non pensiamo che il primo attore dello sfruttamento è l’imprenditore italiano che trasferisce la produzione di scarpe in Cina, le paga un euro a paio pretendendo dai suoi fornitori la minima qualità e i minimi costi, le porta in Italia, ci appiccica l’etichetta “Made in Italy†e ce le vende a cento euro – e poi magari va al telegiornale a lamentarsi dell’importazione parallela delle stesse scarpe, prodotte dai suoi stessi fornitori, vendute a dieci euro, permettendo un trattamento migliore degli operai cinesi e un prezzo migliore per gli acquirenti italiani; dato che sempre più spesso non riusciamo ad esprimere un’idea di impresa diversa dal faccendismo.

Non pensiamo che dietro il successo della Cina c’è anche lo schiavismo, ma che ciò che a noi pare schiavismo non è poi troppo diverso dalle condizioni di lavoro e di vita che i nostri nonni hanno sperimentato negli anni ’50 e ’60, che sono state alla base del successo italiano di quegli anni, e che noi oggi non siamo più disposti ad accettare – e che però vorremmo che non accettassero nemmeno gli altri.

E non capiamo che ormai la Cina, almeno nella sua parte costiera, non è più un paese del Terzo Mondo dove si produce a prezzi stracciati, ma è un paese più o meno al nostro livello, dove l’economia è e sarà sempre più alimentata dalla domanda interna anziché dalle esportazioni, e che anzi sta cominciando a delocalizzare le fabbriche in Indonesia o in Vietnam; che sta smettendo di competere con noi sui costi della manodopera non qualificata, e sta competendo con noi sulla tecnologia, sull’innovazione, sulla finanza, sul marketing globale, sull’educazione e sulla preparazione delle persone – e sta cominciando pure a vincere.

Stamattina, un docente della locale università è venuto a farci lezione sul sistema politico cinese; e siamo rimasti sorpresi dal livello di introspezione politica, e anche di critica, che ci ha mostrato. La presentazione parlava senza peli sulla lingua delle dinamiche interne al Partito Comunista, con tanto di menzione degli eventi dell’89; parlava tranquillamente delle diverse ipotesi di rapporto tra partito e istituzioni, spingendosi persino a ipotizzare che la corruzione sia endemica in un sistema monopartitico e parlando di tutti i problemi derivanti da una “iperpoliticizzazione†dell’amministrazione pubblica. E poi ha dedicato mezz’ora a spiegare le questioni di Taiwan e del Tibet viste dal punto di vista cinese.

Certo, in ossequio al centralismo democratico, la posizione presentata era quella ufficiale; il nostro docente non avrebbe mai ammesso che un’altra posizione fosse possibile, anche se, dopo averci presentato le linee programmatiche di Hu Jintao, a una domanda interpretativa ha risposto “dovreste chiederlo al primo ministroâ€. Ma il fatto stesso che se ne parli, pur in un contesto particolare come un corso universitario per stranieri, è già sorprendente per i nostri preconcetti; eppure noi, come ha fatto stamattina uno studente, non sembriamo in grado di rapportarci in altro modo che ripeterli all’infinito, dando per scontato di avere ragione e di avere diritto di dare lezioni a chiunque.

Chi pensa di venire qui e trovare la Romania di Ceausescu, con i poliziotti a ogni angolo di strada e le persone rapite dai servizi segreti, sarà molto deluso; questo però non vuol dire che la Cina sia un Paese libero e felice. Tutto è molto più complesso; penso che ci vorrebbero molti anni a chiunque di noi per capire veramente cosa succede in Cina, ammesso che sia veramente possibile.

[tags]cina, economia, politica, società, globalizzazione, competizione[/tags]

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lunedì 19 Luglio 2010, 18:37

Contrasti cinesi

Che questo sia un Paese di grandi contrasti lo sanno tutti; viverlo, però, è un’altra cosa.

All’ora di cena, seguendo il nostro collega e un suo appuntamento con un amico expat, ci siamo ritrovati di nuovo a Xintiandi, il centro commerciale elegante costruito attorno alla sede del primo congresso del PCC (per arrivarci, il taxi ha percorso un viale alberato circondato di edifici nuovissimi e tutti illuminati ognuno dei quali ospitava il negozio di un grande marchio di moda).

I vialetti pedonali all’aperto dei due isolati di Xintiandi erano pieni di gente; una certa percentuale di stranieri, ovviamente, ma in prevalenza cinesi ricchi. Nel centro commerciale ci sono una quarantina di ristoranti, tendenzialmente di lusso, che riproducono le cucine di vari Paesi. Consultando la guida e andando a vedere, abbiamo optato per Ding Tai Fung, una catena di ristoranti taiwanesi che ha a Xintiandi la sua sede pluripremiata (guida Michelin compresa). Al primo piano di un centro commerciale all’occidentale, salite le scale mobili, si trova l’ingresso del ristorante, dove un tabellone luminoso gestisce la coda: all’ingresso ti danno un numerino, inserendoti in una di quattro code separate a seconda della dimensione del tavolo. Nonostante ciò, il posto è elegante, anche se è uno dei meno eleganti della zona.

Il piatto principale del ristorante sono ravioli al vapore alla maniera di Taipei: e ovviamente non hanno nulla a che vedere con quelli che mangiamo in Italia. La pasta è un’ostia appiccicosa, morbida e sottilissima, e contiene un ripieno circondato da brodo a diciottomila gradi; con coraggio, se ne prende uno con le bacchette e lo si infila in gola intero, al massimo dopo averlo passato nella salsa di soia o in quella piccante. Il ripieno tipico, davvero eccezionale, è un misto di maiale e granchio; detto così vi sembrerà strano, ma il risultato è al livello dei migliori agnolotti di casa nostra.

Noi ne abbiamo ordinati di vari tipi e con vari ripieni, uscendo molto soddisfatti; il costo medio è di un euro a raviolo, e con venti euro a testa siamo usciti piuttosto sazi. Ora, potrà sembrarvi un prezzo normale, ma considerate che qui nei ristoranti eleganti per locali ci si strafoga, serviti e riveriti, con meno di dieci euro a testa; nei fast food cinesi e caffé all’occidentale si mangia un pasto completo per due o tre euro; nelle bettole si mangia con meno di un euro.

E’ che qui esistono chiaramente due economie: una per i ricchi e una per i poveri. Ma attenzione, nel resto del mondo (ad esempio in Africa, nel resto dell’Asia e, anche se meno, pure in Sud America) i ricchi sono per la maggior parte gli occidentali spediti in trasferta dalle multinazionali o venuti per turismo, completati da una parte minoritaria di ricchi del posto. Qui, invece, l’economia per ricchi è principalmente per locali; gli stranieri sono accolti con cortesia e interesse, ma non rappresentano (più) l’elemento vitale che fa girare l’economia del lusso e da essa, a cascata, l’economia locale.

Questo si vede ancora meglio se si gira un po’, uscendo dai recinti dorati delle zone all’occidentale. A fine cena abbiamo cercato un taxi per farci riportare indietro; non l’abbiamo trovato, perché è vero che ogni trenta secondi appariva un taxi libero, ma c’erano decine di persone in attesa. A quel punto, visto che era piuttosto tardi – le dieci e mezza, e qui è come dire mezzanotte – abbiamo deciso di prendere la metro (che chiude poco dopo le undici) per avvicinarci, e di cercare un taxi in una zona meno battuta e più vicina all’università che ci ospita, che – ricordo – sta a una decina di chilometri dal centro. Così abbiamo preso una metro e poi un’altra, e poco prima delle undici siamo scesi alla metro di Jiangwan Town, a un paio di chilometri abbondanti dall’albergo; la fermata più vicina, dal momento che la metro che prendiamo normalmente chiude alle otto di sera.

Il piano era quello di fermare un taxi, e in effetti lì ce n’erano in abbondanza; se non che, scesi dalla metro, abbiamo esitato un attimo davanti al tabellone con la mappa del circondario, e subito un ragazzo del posto si è fermato e ha chiesto, in un inglese passabile (già una rarità), se avessimo bisogno di aiuto. Gli ho spiegato dove andavamo, e ci ha detto che erano solo dieci-quindici minuti a piedi; e si è offerto di accompagnarci fino all’angolo della via, perché se avessimo sbagliato strada ci saremmo persi senz’altro. E nel frattempo ha entusiasticamente cercato di fare conversazione, spiegandoci che era un dipendente della Aurora (una mega-ditta con grattacielo sul fiume) che tornava a casa dopo essere uscito dal lavoro “come tutte le sere†(ricordo che erano le undici); e alla fine ci ha lasciati sull’angolo giusto e ci ha pure dato il suo biglietto da visita per chiamarlo in caso di problemi.

(Nelle periferie delle città cinesi, le vie sono molto più rare che da noi; ci sono poche strade che delimitano isolati immensi, occupati da un dedalo di vicoli e viuzze senza nome che collegano i vari palazzi; sbagliando strada, si rischia di camminare tranquillamente per un quarto d’ora prima di trovare l’incrocio successivo e accorgersene.)

Io sapevo, avendo visto la cartina, che la sua stima dei tempi era molto ottimistica; ma la temperatura era finalmente accettabile, c’era un bel venticello, e così abbiamo fatto una passeggiata. E abbiamo fatto bene, perché nei tre isolati che componevano il percorso di 2,5 chilometri abbiamo visto di tutto: basse case anni ’60 con negozietti ancora aperti; poi un gigantesco palazzo di una multinazionale, in stile americano; poi un incrocio con un vialone; una scuola; un blocco di poche casette con negozi poverissimi; una serie di palazzi eleganti di dieci piani l’uno.

Soprattutto, la contraddizione tipica sta nel trovare per trecento metri dei grossi palazzi modernissimi, costruiti da non più di cinque anni, ampi, spaziosi e rigidi nel silenzio della notte; e poi un gruppo di vecchie case in cui ogni buco di due metri per due è un negozio, pieno strabordante di oggetti o merce alla rinfusa, illuminato alla meglio, cadente, con il proprietario piazzato su una sedia sulla via a fumare mentre chiacchiera con qualcuno, davanti a un tavolino su cui oltre al posacenere si trova un piattino con cibo indefinito, a fianco del quale sta, seduto a gambe incrociate sul marciapiede, un riparabiciclette ambulante, con i ferri del mestiere sparsi per terra su uno straccio, che in attesa di clienti mastica un pezzo di anguria comprato dal verduriere accanto, il quale ha decine e decine di angurie verdine sbattute lì per la strada, e nonostante sia quasi mezzanotte è ancora aperto e non ha nessuna intenzione di chiudere e andare a dormire, che tanto fa caldo e comunque è meglio stare lì a chiacchierare che salire di sopra, dove i tre o quattro o massimo sei piani del basso palazzo anni ’60 (qui sei piani è basso) brulicano di stanzette, ognuna col suo condizionatore, nel quale dorme una intera famiglia; e con l’intero condominio, entro sei o dodici o massimo ventiquattro mesi, non ci faranno la hall del nuovo palazzo di marmo vetro e acciaio che occuperà la zona, spazzando via questa gente e scaraventandola più lontano, dove le case valgono meno.

In auto, queste parentesi vive in mezzo a una Los Angeles d’Oriente non si noterebbero proprio; a piedi ci finisci dentro. Come quando passi davanti al cancello di quello che sembra uno studentato, dietro l’università, e lo trovi occupato da un improvvisato mercatino notturno, formato da carretti di metallo arrugginito attaccati dietro una bicicletta. Ogni carretto vende cibo diverso, e in particolare un paio hanno la brace, grigliano spiedini di carne o di pesce di animali sconosciuti e li vendono a prezzo ridicolo, uno yuan a spiedino; e il marciapiede brulica di giovani scesi a soddisfare la fame di mezzanotte. Dev’essere l’equivalente locale del paninaro notturno, ma molto low tech, e però molto efficace, anzi mi sa che una di queste sere ne provo uno: prima che tutto questo sparisca, e che la Cina diventi completamente l’America del ventunesimo secolo.

[tags]cina, shanghai, contrasti, cibo, taiwan, los angeles, viaggi[/tags]

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domenica 18 Luglio 2010, 15:16

Il comunismo nel cesso d’oro

In teoria ero preparato, essendo già stato due anni fa per quattro giorni a Tokyo d’agosto; dunque avevo già presente la mostruosità del clima asiatico di questo periodo, con un caldo nominalmente nemmeno esagerato ma accumulato da un’umidità mostruosa, che ti si appiccica addosso e ti stringe e ti soffoca lentamente. Farsi la doccia è inutile, perché ridiventi appiccicoso prima ancora di ridiventare asciutto; lavare i vestiti è impossibile, perché non asciugano; l’unico rimedio è quello adottato dai locali, cioè dotare qualsiasi luogo chiuso di un condizionatore – qui ce l’hanno anche le topaie nei bassifondi, lo si compra prima ancora del televisore e dell’automobile – e spararlo a sedici gradi.

Il risultato è ovviamente uno sbalzo termico che fiaccherebbe un viadotto dell’autostrada, in cui ti devi portare dietro sciarpa e golfino per metterli quando entri dentro gli edifici, e ciò nonostante, quando sei fuori, vorresti soltanto ritornare dentro. Oggi, in particolare, abbiamo avuto un momento topico quando siamo arrivati al fondo di Piazza del Popolo, che sarebbe la piazza-parco che segna il centro politico della città; ha in mezzo il municipio, il teatro dell’opera e il museo cittadino, circondati sulla superficie della piazza da un parco “civilizzato†– così lo definisce il sottotitolo cinglese del cartello – di giardini e giostre e laghetti e magnifiche ninfee; affacciati sulla piazza vi sono poi una infilata di dieci o venti grattacieli che ospitano alberghi a cinque stelle, uffici di multinazionali, un concessionario Porsche e un concessionario Ferrari; la piazza occupa un’area circa pari all’intero centro di Torino.

Ecco, dicevamo, siamo arrivati in fondo alla piazza, e per andare verso la città vecchia e il quartiere della concessione francese bisogna attraversare una tangenziale a sette corsie più sette nell’altra direzione, e ovviamente c’è un sovrappasso pedonale appeso sopra l’incrocio e sotto la sopraelevata autostradale, ed ecco proprio lì, salite col fiatone le scale, in mezzo al caldo che pioveva dalle nuvole e rimbalzava dall’asfalto, abbiamo praticamente avuto un collasso, ognuno di noi indipendentemente, rischiando di accasciarci lì.

Per fortuna dall’altra parte c’era l’ingresso di una stazione della metro, con il suo tornado a sedici gradi che usciva dalle viscere della terra, e mi ci sono messo per scaricare un po’ di caldo, e anche se il freddo fosse venuto solo da un tombino mi ci sarei messo sopra come una Marilyn in pantaloncini, a costo di gelarmi le parti intime.

Questo è tuttavia l’unico problema di Shanghai, che per il resto è un posto davvero impressionante. Noi siamo ospitati nel campus della Fudan University, che sta in zona semicentrale, ossia a una decina di chilometri dal centro. Un mese fa, guardando con Google la mappa della zona per vedere com’era la logistica, mi ero preoccupato: le più vicine stazioni della metro, una da una parte e una dall’altra, distavano quasi mezz’ora a piedi, e si prospettava dunque una serie di lunghe camminate o la necessità di prendere il bus o anche il taxi, che qui costa poco ma presenta sempre il rischio che l’autista non capisca e ti porti a qualche decina di chilometri di distanza dalla tua meta.

Arrivati in albergo abbiamo dunque chiesto quale fosse la stazione più vicina, e ci hanno risposto: uscite, girate di lì, a fine isolato c’è la stazione, saranno dieci minuti a piedi. Noi scettici li abbiamo guardati male, e abbiamo confrontato con la mappa delle nostre guide e con quella trovata in camera, nessuna delle quali mostrava una stazione della metro in quel punto. Loro hanno insistito, così siamo andati a vedere e… c’è veramente una stazione della metro della linea 10. Ma sulle nostre carte non c’era nessuna linea 10!

Alla fine abbiamo scoperto: e certo, erano mappe del 2009! Nel 2009 c’erano nove linee di metro, ma nel 2010 ce ne sono dodici (del resto nel 2006 ce n’erano solo cinque). In effetti anche su Google, un mese dopo, sono apparsi sti 30 km di metro nuovi nuovi che l’anno prima non erano nemmeno tracciati come “in progetto†sulle cartine. Non solo: la stazione della metro ha aperto da soli tre mesi, ma intorno è già spuntato un gigantesco triplo centro commerciale, con multisala, fast food, negozi eleganti e altre attrazioni. Intorno ci sono ancora i vecchi isolati, alcuni con palazzoni anni ’80, altri con caseggiati anni ’50, ma è facile pensare che prima o poi anche quelli saranno rasi al suolo e sostituiti da un nuovo quartiere residenziale… che non sarà poi troppo diverso dai nostri, l’unica differenza è che da noi il nuovo progetto residenziale medio è fatto di cinque palazzine uguali da dieci piani l’una mentre qui è fatto di cinquanta palazzine uguali da trenta piani l’una.

Qui lo stravolgimento continuo è palpabile: quel che vedi oggi, domani potrebbe non esistere più. Ovunque ci sono isolati transennati, abbattuti, pronti a diventare nuovi grattacieli. Ovunque ci sono moltitudini di cinesi che corrono, lietamente presi nell’ingranaggio del capitalismo comunista, protagonisti dell’epoca d’oro della Shanghai da bere.

Abbiamo visto il museo del primo congresso del Partito Comunista Cinese, sul luogo dove esso si tenne clandestinamente nel 1921: è inglobato dentro un centro commerciale di lusso. Tra un ristorante messicano e un negozio di Gucci, puoi entrare e vedere la statua di cera di Mao di fronte al tavolo su cui scrisse il manifesto del Partito. Puoi sentire il racconto dell’eroismo dei partigiani comunisti contro i giapponesi nell’ambito della “guerra antifascista mondialeâ€. Puoi leggere di quando il Partito “su basi giuste, con moderazione e per il bene di tutti†dichiarò la guerra civile e liberò Shanghai dal Kuomintang. E poi puoi seguire Dente di Elvis, la mascotte dell’Expo 2010, che ti sciorina le foto di tutti gli impressionanti edifici costruiti per questa occasione, oltre alle sette nuove linee di metro; e imparare l’orgoglio della via cinese verso la supremazia mondiale; e con quell’orgoglio, insieme ai tuoi yuan di cafone ripulito, uscire subito a comprarti al negozio accanto un cesso d’oro, una maglietta firmata, o perlomeno un cappellino di paglia con scritto “Ronaldiño†(va di moda anche qui sognare il Brasile).

In fondo fu detto che ognuno avrà secondo i propri bisogni: nell’epoca della tamarraggine globalizzata, è tanto giusto quanto geniale che ciò conduca il comunismo a svilupparsi in modo che anche i cinesi possano soddisfare bisogni di questo tipo.

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domenica 14 Febbraio 2010, 18:10

The one I love

Come i lettori più affezionati ricorderanno, sono stato un affezionato giocatore di Guitar Hero sin dal primo numero della serie; per un paio d’anni ho sviluppato le mie abilità chitarrinistiche in modo maniacale e semiprofessionistico, dopodiché mi è abbastanza passata la voglia.

Tuttavia, quando a Londra ho visto Guitar Hero IV (World Tour) – uscito ormai da un anno e mezzo – in offerta per otto sterline, mi son detto “perché no?”, soprattutto per due delle canzoni che contiene: Hotel California degli Eagles e The one I love dei REM. E così oggi – domenica pomeriggio, mezza giornata di riposo, rimasto solo in casa – l’ho aperto, l’ho messo dentro la PS3 e, esauriti i primi convenevoli, mi sono ritrovato a suonare a livello esperto questi due pezzi con grande godimento.

Se la prima canzone non ha bisogno di presentazioni, la seconda ha per me una storia tutta particolare. Intanto, è una delle canzoni più belle degli anni ’80, accompagnata da un video altrettanto bello.

E’ una canzone d’amore triste, un capolavoro di falso cinismo; l’intero testo è composto da una semplicissima lettera d’amore a una amata che è stata “lasciata indietro” e che viene ricordata come “un semplice gingillo per occupare il mio tempo” (il termine “prop” vuol dire “supporto” ma anche, in gergo cinematografico, uno dei finti elementi di cartone delle scenografie o un elemento di scena). L’ultima strofa cambia leggermente e dice all’amata perduta che adesso “un altro gingillo ha occupato il mio tempo”.

L’intera canzone è una specie di filastrocca che sottolinea la superficialità dei pensieri nel testo, eppure la musica triste dice tutto il contrario; e la situazione esplode letteralmente nel ritornello, dove Michael Stipe riesce solo a gridare “fire” e a farsi dilaniare dall’angoscia. La seconda volta, il grido finisce in un assolo perfetto – uno di quelli dove non puoi togliere o aggiungere neanche una nota – anche perché è, giustamente, rovesciato: invece di raggiungere il climax alla fine come tutti gli assoli, parte forte e poi si spegne senza speranza; la prima metà è in maggiore ed è suonata più forte mentre la seconda ritorna inevitabilmente nella sonorità minore di partenza.

Gli americani, che non capiscono, la suonano ai matrimoni (del resto gli americani sono convinti che Born in the U.S.A. di Springsteen sia una canzone patriottica; dev’essere che non sanno leggere). Io ci resto affezionato anche per via di uno strano episodio; ormai quattro anni fa, stavo passeggiando da solo e meditabondo per le vie di Te Anau, uno dei tanti posti meravigliosi della Nuova Zelanda. Percorrevo la strada sulla riva del lago, su cui si specchiavano gli alberi dalle foglie ormai gialle e rosse (era l’inizio di aprile, dunque autunno). D’improvviso a un incrocio, da una casa verso l’interno, qualcuno apre le finestre e sento uscire distintamente le note di The One I Love. Mi sono girato e ho fatto la foto, non alla casa ma a quella strada che partiva dal lago e all’immagine che la musica mi aveva spinto a vedere:

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E’ forse strano che tutto questo discorso sia venuto fuori da sé il giorno di San Valentino. Ormai ho raggiunto un’età e una situazione in cui sono in pace con i sentimenti, ma la sensibilità è un bene che va conservato con cura.

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domenica 7 Febbraio 2010, 00:45

Decisioni di business

Questa era l’ultima serata londinese – domani mattina si torna indietro – e ce la siamo goduta con l’ultimo giro per il centro città… compresa anche l’ultima sosta al supermercato Tesco di Piccadilly Circus, meta di tutti i turisti in cerca di un panino, un dolce, un gelato o una coca cola a prezzi un po’ più umani.

Per ridurre i costi, in questo supermercato hanno eliminato i cassieri; vi sono soltanto le casse automatiche, quelle che hanno cominciato a diffondersi anche da noi in alcuni ipermercati. Sono quelle in cui il cliente passa da solo il codice a barre su un lettore, mette i prodotti su una bilancia che ne verifica il peso, poi inserisce i soldi e riceve il resto in automatico.

Il nostro conto era di £ 3,04; abbiamo inserito le tre monete da una sterlina, e poi ci siamo detti: finiamo le monetine. E così, cerca cerca, dopo dieci secondi abbiamo inserito un centesimo. Poi, dopo altri dieci secondi, abbiamo inserito un altro centesimo. E poi… la macchinetta ha preso una decisione di business: improvvisamente ha chiuso la transazione, ci ha fatto lo sconto dei due centesimi rimanenti e ci ha detto di andare via!

In effetti, dato l’affollamento e il numero limitato di casse, il fatto che una di esse resti occupata per un tempo superiore alla media è un costo probabilmente superiore a quei due centesimi. Adesso però, se volete farvi fare lo sconto, sapete come fare…

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giovedì 4 Febbraio 2010, 16:48

Fuori dal centro di Londra

Capita a Londra un giorno normale come tutti quelli di febbraio; il cielo è grigio indistinto e ogni tanto viene giù acqua, ma in maniera molto cortese e bene educata, chiedendo sempre permesso. Solo chi viene da altri climi pensa di aprire l’ombrello; è più facile camminarci semplicemente dentro come fosse un gigantesco spruzzo di profumo, solo non profumato.

Londra è una città di diapositive; un gruppo di fermate della metro tenute insieme dalla colla. La transizione da un luogo famoso all’altro può avvenire per dissolvenza incrociata, nel buio anonimo del tubo; solo raramente avviene in superficie, forse a piedi, forse in cima alla centrifuga degli autobus a due piani. Non è così difficile, dopo un po’ di volte che ci si viene, esaurire le diapositive, e trovarsi di fronte al desiderio di sperimentarne qualcuna nuova.

Martedì mattina per esempio siamo andati ad Alexandra Palace, un luogo che nei suoi quasi 150 anni di vita è stato già tutto; centro esposizioni, teatro, campo di internamento, salone delle feste, sede delle prime trasmissioni televisive a risoluzione decente (405p) della storia, e poi anche rudere, ovviamente. Ah, e capolinea della Northern Line dove la Northern Line non è mai arrivata, l’avevo detto? Set dello spot della Punto che salta dal trampolino? Comunque è un posto piuttosto fuori dal comune, e ci sarebbe anche una bella vista sulla città, se la foschia non imperasse.

Ieri dunque, avendo la giornata libera, ho deciso di fare un giro ai Kew Gardens, approfittando dalla bella giornata (pioveva solo a intermittenza). Credo di esserci stato durante la mia prima visita a Londra, venticinque anni fa; e mi era rimasta la curiosità. Arrivarci non è difficile ma è lungo (tre quarti d’ora di metro; sta al confine tra le zone 3 e 4). L’ingresso costa 13 sterline e ho pure dovuto fare la coda, nonostante fosse l’una di un gelido mercoledì di inizio febbraio. Pensavo di starci un’oretta e poi tornare indietro, e sono stato smentito.

All’interno l’attrazione principale sono le serre; un paio di enormi palazzi di cristallo vittoriano, che un po’ sembrano stare in piedi per miracolo, ma che sono pieni di piante meravigliose di ogni specie e categoria. C’è la pianta del té, l’albero del cacao e pure l’albero del pomodoro, i cui frutti sono pomodorini oblunghi che però dentro somigliano alle albicocche. C’è una giungla tropicale piena di alberi enormi, ma c’è anche una sezione temperata con tanto di ulivo. Ci sono le sezioni primordiali, con le felci e pure con muschi e licheni (c’è anche un giardino roccioso all’aperto). C’è la sezione coi fiori, con orchidee di ogni genere (in effetti in una stagione più avanzata probabilmente fiorisce tutto il parco…). In un angolo c’è persino un cartello con la faccia di Chiamparino che dice “Ma se la regina Vittoria 150 anni fa non avesse costruito la serra delle palme, noi dove saremmo adesso?”.

La parte migliore, però, è la grande distesa di bosco che ricopre l’area tra le serre e il Tamigi. Nell’angolo in fondo c’è una pagoda che funziona un po’ come il Chrysler Building a New York – sembra sempre lì vicina ma non ci si arriva mai, e quando ci si arriva si scopre che è chiusa. Tuttavia a quel punto ci si trova nella parte meno frequentata del parco, e piove, e si aprono lunghe prospettive che hanno avuto l’intelligenza di lasciare verdi – non una strada, non un viale, ma una striscia di prato circondata da alberi alla giusta distanza per creare un passaggio armonicamente percettibile che si estende a vista d’occhio. Ci si può camminare per un bel po’ incontrando soltanto scoiattoli, uccelli, e vicino al laghetto i cigni e i pavoni… e poi i bagni pubblici, che diamine, perché questo è un paese civile e in qualsiasi posto ci sono bagni pubblici puliti, ben tenuti e quasi sempre gratuiti.

Negli angoli del parco ci sono spesso piccole sorprese, come il giardino giapponese con tempietto o la casa di legno tra i bambù, e insomma è bello perdersi nel silenzio (controllo aereo permettendo, perché siamo sotto uno dei percorsi di discesa di Heathrow, e dal percorso sopraelevato tra gli alberi a venti metri d’altezza – una delle altre attrazioni – si legge la marca delle gomme degli aerei che scendono già col carrello di fuori). Più piove e più il bosco si fa remoto e interessante; e insomma, alla fine sono rimasto fino all’ora di chiusura (le quattro e un quarto) e sono arrivato al cancello poco prima che mi chiudessero dentro.

Penso che se abitassi qui ci farei l’abbonamento.

[tags]viaggi, londra, alexandra palace, kew gardens[/tags]

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