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mercoledì 16 Marzo 2011, 16:39

Quando la rete non dimentica

Negli ultimi giorni ha fatto un po’ di rumore in rete un post di Peter Fleischer, il responsabile globale per la privacy di Google (se il nome non vi è nuovo è perché Fleischer è uno dei manager di Google che sono stati processati e condannati in Italia per il caso Vividown, quello in cui alcuni ragazzini caricarono su Youtube il video dei maltrattamenti a un disabile a scuola). Nel post, Fleischer affronta il tema del “diritto all’oblio”, una questione che ormai sollevano in molti: esiste un diritto delle persone a vedere sparire da Internet le tracce del proprio passato?

Le persone cambiano, crescono, si evolvono, imparano dai propri errori; e può essere difficile vivere trovandosi continuamente di fronte al proprio passato. Un tempo il problema non era così grave, perché le tracce di cose accadute venti o trent’anni prima non erano facilmente reperibili, spesso confinate in polverosi archivi cartacei di difficile accesso. Esisteva una sorta di privacy “analogica”; le cose non erano solo private o pubbliche, ma anche “poco pubbliche” o accessibili solo ad alcuni.

Con Internet, questo cambia; la facilità di riproduzione, archiviazione e ricerca dell’informazione rende anche la privacy digitale. Una volta che qualcosa arriva in rete, toglierlo è impossibile. Pensate al video di Zangief Kid che ho linkato ieri su Facebook; è stato messo in rete solo due giorni fa, è stato rimosso da Youtube quasi subito come “video violento”, eppure ormai ce ne sono in giro migliaia di copie; gli utenti di tutto il mondo continuano a ricaricarlo, con tanta più insistenza quanto più viene rimosso. E’ come se la rete rifiutasse attivamente qualsiasi controllo dall’alto sui contenuti.

Quel ragazzino si chiama Casey Heynes e quando avrà trenta, quaranta, cinquant’anni sarà ancora e per sempre noto in tutto il mondo come Zangief Kid, quello che ha quasi ammazzato il suo bullo – così dirà Google. A meno che, appunto, non si introduca un diritto all’oblio, un diritto della persona a togliere dalla rete ciò che lo riguarda, in nome della propria privacy; così vogliono i francesi, mentre Google si oppone.

Secondo Fleischer infatti, con una visione tipicamente americana, il diritto all’oblio è in realtà una lesione della libertà di espressione e di informazione – anche se il sospetto che l’opposizione di Google derivi soprattutto dagli enormi costi di implementazione di sistemi per gestire questo tipo di diritto è molto forte. Per molti versi, però, Fleischer ha ragione, specialmente se si passa alla sfera pubblica.

Per esempio, da quando La Stampa ha reso disponibile digitalmente il proprio archivio completo dal 1867, è diventato possibile l’impossibile, ovvero riscoprire tutto ciò che i nostri politici e i nostri gran signori hanno detto e fatto sin da ragazzi; e scommetto che molte persone influenti in città non sono affatto contente. Chi si ricorderebbe altrimenti che nel 1994 un diciannovenne Andrea Agnelli si vide sequestrare la macchina per guida senza patente (29/1/1994, pag. 10), con successiva denuncia da parte dei vigili di ritorsioni della dirigenza comunale contro il collega che si era permesso di multarlo, reprimenda contro i vigili dell’allora sindaco Castellani (24/2/1994, pag. 40), e assoluzione finale del giovane al processo (17/1/1996, pag. 34)? Anche se qualcuno se ne fosse ricordato, sarebbe stato quasi impossibile ritrovare le prove per parlarne in pubblico. Mi stupirò dunque se quell’archivio resterà liberamente accessibile molto a lungo…

Ma il vero problema è che combinando in un modo qualsiasi quei tre articoli o omettendone qualcuno, è possibile raccontare qualsiasi storia, da quella dell’Agnelli rampollo irresponsabile che sfreccia per la città senza patente a quella dell’Agnelli vittima innocente delle persecuzioni di un vigile comunista. E allora anche la trasparenza che offre la rete va presa con molta cautela, senza mai spegnere il cervello.

Per questo, non penso che la soluzione sia l’eliminazione pura e semplice delle informazioni, anche ammesso che la si riesca tecnicamente ad ottenere. Penso piuttosto che sia opportuno affrontare il problema da un diverso punto di vista; da una deontologia più stringente per chiunque faccia informazione, giornalista o blogger che sia; e da uno spirito generale meno moralista, meno teso a fare le pulci agli errori nel passato degli altri e a ingigantirli per attacchi personali, e più orientato a discutere dei problemi e delle azioni per il futuro.

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