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Archivio per la categoria 'StillLife'


venerdì 26 Dicembre 2008, 15:33

Furbate autostradali

Ieri, per il pranzo di Natale dai parenti, ho dovuto attraversare due volte l’appennino sulla Torino-Savona, sotto una fitta nevicata.

All’andata il tempo era peggiore, nevicava già a Torino e non ha smesso fino a quando è apparso il mare. Sull’autostrada non c’erano spartineve e il fondo era decisamente bianco, ma si viaggiava comunque tranquillamente tra gli 80 e i 100 orari, a patto di avere le gomme da neve e di usare dolcezza nelle manovre. Gli unici pericoli sono venuti da quelli che, nel tratto in discesa e con curve molto secche, si piazzavano nella corsia di sinistra – che ovviamente era la più sporca – e poi, prendendosi paura, inchiodavano prima delle curve, tendendo a sbandare e soprattutto costringendo a frenate brusche e pericolose anche quelli che arrivavano da dietro; in più, un certo numero di geni insisteva con questo comportamento e proseguiva sulla corsia di sinistra a non più di 50 orari senza mai rientrare, creandosi dietro uno strascico di gente bestemmiante che cercava di non tamponarli e aspettava il modo di passare.

Dopo Altare, io mi trovavo in questa situazione già da una decina di chilometri, e le mie segnalazioni coi fari erano state completamente ignorate (anzi, posso immaginare che il tizio – peraltro con un fuoristrada Toyota! – piantato lì a 40 all’ora sulle curve nella corsia di sinistra pensasse anche di essere un giustiziere della notte: non concependo che qualcuno potesse avere le gomme da neve, avrà pensato “guarda ‘sti pazzi che vogliono andare veloce anche oggi, per fortuna ci sono io che li blocco”). A quel punto, dietro di me è comparso addirittura un bus granturismo, che ovviamente ha cominciato a strombazzare alla grande, visto che se inchiodare per un’auto in curva sulla neve è difficile, immaginate quanto lo è per un bus. Ecco, non volendo venire tamponato da un bus, lì mi sono stufato e ho deciso che la cosa meno pericolosa fosse il sorpasso a destra: in dieci secondi ho risolto il problema, ma certo che le nostre strade sono pericolose anche per l’alta densità di guidatori col cappello che non solo non sanno guidare o vanno troppo piano, ma non si preoccupano neanche di lasciare strada.

Comunque, questo è niente rispetto al ritorno: già, perché nel pomeriggio il tempo era migliorato e nevicava di meno, ma purtroppo c’erano in giro gli spazzaneve. Bene, questa è la tecnica adottata dall’autostrada Torino-Savona sotto la nevicata: si piazzano due mezzi antineve sulle due corsie e li si fa procedere affiancati a non più di 30 orari. Ovviamente, dietro di loro si crea subito un serpentone di decine di auto che, gomito a gomito, cercano disperatamente di mantenere la bassa velocità e non ci riescono; per cui è tutta una bagarre di accelerate, frenate improvvise, sorpassi a destra a sinistra o in mezzo, tamponamenti mancati di un soffio. Quando alla fine i mezzi rientrano, dopo almeno una decina di chilometri, tutti sorpassano e… ne trovano un’altra coppia dopo cinque minuti!

Come si possa avere un’idea del genere onestamente mi sfugge: anche qui, avranno pensato di “calmierare” il traffico costringendo la gente ad andare piano, ma il risultato è incredibilmente pericoloso, molto più di quanto non sarebbe se si potesse andare liberamente. Già, ma poi qualora nell’ingorgo dietro gli spazzaneve ci scappasse l’incidente la società autostradale potrà tranquillamente attribuirlo ai “soliti pazzi” che “vogliono andare veloce persino con la neve”!

[tags]autostrade, traffico, maltempo, neve, torino, savona, incidenti[/tags]

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lunedì 22 Dicembre 2008, 16:09

La folla folle di Natale

Gli ultimi giorni prima di Natale sarebbe il caso di decretare il coprifuoco: infatti uscire e andare in giro per la città diventa sempre un delirio. Quest’anno confidavo nella crisi, e invece niente: sono lo stesso tutti per la strada a fare acquisti.

E così, me le sono viste tutte, a cominciare da una signora in SUV che qualche giorno fa percorreva via Pilo (una via stretta dove le due auto nei sensi opposti passano a malapena) a circa cento all’ora, ovviamente stando nel bel mezzo, perché aveva visto verde il semaforo due isolati più in là: abbiamo mancato il frontale solo perché ho inchiodato e mi sono buttato verso un portone, e la signora non ha nemmeno rallentato.

Qualche giorno dopo è stato il turno di un motociclista che, arrivando da via Fratelli Bandiera, ha pensato bene di svoltare a sinistra in corso Ferrucci col rosso pieno, sfruttando il fatto che sull’altra carreggiata non arrivava nessuno: per cui ha affiancato dal centro strada il flusso di auto in direzione largo Orbassano, percorrendo il corso completamente contromano. Peccato che dopo un po’ stessi arrivando io, e il motociclista prima ha fatto l’indifferente, poi, capendo che non mi sarei spostato, è rientrato in mezzo alle auto in corsa tagliando la strada a tutti.

Lasciamo perdere lo splendido tizio che, mentre ero in mezzo a una lunga fila di auto ferme al semaforo della via che va dalle Gru a via Veglia, ha sorpassato tutta la coda contromano, salvo poi rischiare il frontale con le auto che avevano cominciato ad arrivare in senso opposto; e parliamo della geniale signorina ferma con le quattro frecce davanti a un bar di via Tripoli nel pieno doppio caos del traffico da dopopartita e da mercato di corso Sebastopoli (a proposito: ormai è frequente ma sempre geniale l’idea di tenere il mercato in corso Sebastopoli in contemporanea con le partite all’Olimpico). Centinaia di auto cercavano disperatamente di defluire, ma lei doveva proprio fermarsi lì.

E di gente nelle preferenziali ne ho vista ovunque, ma cosa dire del tizio che, dopo aver parcheggiato nel piccolo spazio (per taxi, credo) che sta in piazza Rivoli all’inizio di corso Trapani proprio sopra lo sbocco del cavalcavia, ha cercato di reimmettersi nella rotonda della piazza percorrendo contromano la carreggiata del bus, finendo faccia a faccia con un 2 che stava uscendo dalla rotonda? (Almeno guardare che non arrivi il bus pare brutto?)

Secondo me sono tutti pazzi; d’altra parte, essendo da quelle parti, l’altro giorno sono andato da Eataly a cercare un regalino mangiabile. Non ho comprato nulla, non perché non potessi, ma perché i prezzi mi sono sembrati immorali: per dire, mezzo chilo di normalissima pasta confezionata (naturalmente fatta a mano nel presidio di San Gennaro Ncoppamunnezza) costava sei euro e mezzo. E sì che qualche indizio sul fatto che sia tutta una operazione di marketing dovrebbe essere evidente, tipo il fatto che vendano anche lo zucchero industriale Eridania (ex Montedison) e il cioccolato Novi: buono eh, ma pur sempre lo stesso che trovi al supermercato a metà del prezzo. Comunque, vedere torme di borghesotti firmati uscire da Eataly coi carrelli pieni mi fa pensare che per la borghesia italiana le tasse siano ancora troppo basse: IVA al 40 per cento su tutto lo slow food, presto!

[tags]natale, regali, consumismo, traffico, torino, follia, folla, slow food, eataly, lusso, tasse[/tags]

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mercoledì 10 Dicembre 2008, 16:48

Un sabato No Tav

“Vittorio, anche tu No Tav?” mi ha chiesto sabato pomeriggio un mio vecchio collega di Politecnico, piuttosto stupito nell’incontrarmi davanti alla stazione di Susa mentre il corteo contro la Tav si chiudeva lentamente. Già, perché per anni sono stato un convinto sostenitore della grande opera, tanto da criticare pubblicamente le proteste; perché allora sabato sono andato fino a Susa a manifestare?

Prima di arrivare alla questione, vorrei raccontare dell’ottima impressione che mi ha fatto questo corteo: perché dopo aver tanto sentito parlare dei temibili No Tav, una delle ragioni che mi hanno spinto era la curiosità di vederli con i miei occhi. Sono rimasto colpito da alcune cose; non solo l’assoluta tranquillità di questo corteo, che si è limitato a fare un giretto attorno a Susa, bloccando le statali più che altro per assenza di altre strade, ma non disturbando affatto l’esodo del ponte verso le montagne; ma la totale assenza di strumentalizzazione.

C’erano, è vero, un gruppo di bandiere dei Comunisti Italiani e non più di un paio di bandiere rossonere della FAI, la Federazione Anarchica Italiana; per il resto, però, c’erano soltanto centinaia, migliaia di bandiere bianche, generalmente con la scritta NO TAV, qualcuna NO DAL MOLIN, alcune KEIN BBT (sono quelli del Brennero), varie NO TIR, un po’ contro gli inceneritori. Insomma, non era un corteo politico, organizzato da questo o quel movimento; era veramente un insieme di amici che si ritrovavano – persino io ho trovato i conoscenti più disparati, a partire da vari tifosi granata – e l’atmosfera era comunque festosa.

L’altra cosa che ha colpito è la dimensione del corteo. Quando siamo arrivati eravamo un po’ delusi, all’orario stabilito eravamo in pochi, alla partenza ci saranno state sì e no duemila persone, e durante il primo tratto il morale della folla era basso, con il leader Perino che passava a dire “siamo pochi ma buoni”. Alla fine, però, ci siamo fermati e abbiamo pensato di aspettare cinque minuti per vedere la coda: ebbene, continuava ad arrivare gente, e ancora, e ancora, e siamo rimasti stupiti da quanto si fosse ingrossato. Alla fine ci saranno state sicuramente almeno diecimila persone, forse di più, comunque parecchie di più dello sponsorizzatissimo corteo torinese per la Thyssen-Krupp (non che non fosse un corteo più che meritorio, ma l’analisi di come i giornali hanno trattato le cose mostra una evidente disparità: se la protesta è contro i tedeschi siamo tutti operai, ma se si toccano i poteri forti nostrani la cosa finisce in fondo alla pagina).

Allora, torniamo alla TAV: perché opporsi? Molti dei fattori che consideravo nell’analisi di tre anni fa non sono cambiati; e anche sabato, comunque, c’era del qualunquismo che circolava, un po’ di malcelato luddismo, la critica ai globalizzatori cattivi e il rimpianto dei bei tempi che furono, quando si poteva tutti essere operai in fabbrica a patto di lottare contro i malvagi padroni. A un certo punto hanno riesumato persino Piagnoletto!

Però, rispetto a tre anni fa ci sono delle novità: la prima sono le analisi economiche. Ne trovate sia di francesi che di italiane, riprese da lavoce.info ossia il sito di economisti liberisti più prestigioso d’Italia, insomma non una fanzine eco-leninista. Tutte dicono che l’opera non è giustificata né dalle necessità di traffico, né dai ritorni economici; che il traffico passeggeri è minimo e quello merci può essere tranquillamente assorbito dalla linea tradizionale con lavori molto più immediati ed economici. Non stiamo insomma parlando della Milano-Roma, dove il treno AV può sostituire l’aereo: tra Torino e Lione il traffico è molto minore, e i costi di costruzione sono molto maggiori.

Lo stesso punto di vista ambientale è ingannevole: è vero che investire in una ferrovia potrebbe servire a ridurre il numero dei TIR, anche se questo richiederebbe politiche di imposizione attiva, visto che questi spostamenti di modalità non sono mai avvenuti da soli; ma già ora la linea esistente è tutt’altro che satura, insomma non è che i TIR circolino perché non c’è il treno, ma perché non lo si vuole usare.

La seconda grande novità rispetto a tre anni fa, però, è che nel frattempo l’alta velocità ha cominciato ad esistere; e abbiamo potuto osservare alcune cose. Per esempio, il periodico comunista Il Sole 24 Ore riporta che in Italia l’alta velocità costa quattro volte più che altrove; che sia perché “ci mangiano” o perché le opere da fare vengono gonfiate in modo da tirare più cemento e quindi guadagnarci di più – guardate la quantità mostruosa di giganteschi ponti e massicciate realizzate sulla Torino-Novara, magari per stradine di campagna o per svincoli in mezzo al nulla – il risultato è che le aziende coinvolte si arricchiscono, mentre l’ambiente viene devastato e il bilancio statale viene prosciugato. E le aziende – Fiat, Impregilo, la Rocksoil di Lunardi, le cooperative rosse dell’Emilia – rappresentano il gotha del potere confindustrial-veltrusconiano: di destra, di sinistra e di centro, tutti associati per guadagnare dalla grande opera; Montezemolo ha già lanciato NTV, la nuova società ferroviaria che farà utili facendo sfrecciare i propri treni sui binari pagati da noi.

Il risultato, poi, qual è? Per ora, treni da 25 euro sola andata che viaggiano vuoti tra Torino e Milano, mentre i treni normali scoppiano; al punto che, per mantenere vivo il giochino dell’alta velocità, Trenitalia sta continuamente peggiorando i servizi alternativi – sopprimendo gli intercity, rallentando i regionali e così via – in modo da spingere la gente a usare l’AV non perché gli serva o valga il prezzo, ma per mancanza di alternative diverse da un carro bestiame.

L’ultima grande novità è la crisi: è ormai chiaro che siamo davanti a una crisi strutturale, in cui il modello di crescita basato sul costruire infrastrutture sempre più enormi per spostare arance da Palermo a Bruxelles non regge più; e incidentalmente il nostro Stato non ha più una lira. Possibile che in questa situazione non ci sia un modo più utile di spendere 9,4 miliardi di euro? Davanti alla gente in cassa integrazione e ai servizi sociali che chiudono, questo è davvero un investimento che ha senso, di quelli non rimandabili perché comunque necessari?

Per ora, mi pare di no; e in effetti dai governi italiani che spingono per l’opera, a parte deridere chi si oppone come “antistorico”, “ignorante”, “egoista” o “antidemocratico”, non è che in questi anni siano giunte grandi argomentazioni. E’ facile farsi affascinare dalla modernità, pensare che ciò che è nuovo, veloce, luccicante sia ipso facto buono e utile. Forse però questi ultimi mesi ci hanno insegnato che della modernità a tutti i costi è bene diffidare, specie se è gestita per interesse privato. Con un’altra classe dirigente in Italia, questa è una infrastruttura che si potrebbe anche considerare; così, invece, fa soltanto paura.

[tags]susa, tav, no tav, infrastrutture, trasporti, treni, fiat, impregilo, è tutto un magna magna[/tags]

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sabato 29 Novembre 2008, 12:48

Gramellini e la cultura che cola

Qui, in effetti, ci deve essere qualcosa da capire: dieci giorni fa mi avete dato del gramelliniano in due, e oggi qualcuno mi dice che Buongiorno avrebbe addirittura copiato la mia interpretazione de La cura di Battiato. Ora, mettiamo le cose in chiaro: Gramellini non legge il mio blog, e anche se lo facesse dubito che sarebbe andato a ricordarsi oggi di una riga persa dentro quattro pagine di post di sedici mesi fa; e anche se mai l’avesse fatto, ne sarei soltanto contento ed orgoglioso.

E’ vero se mai l’opposto, cioè che le riflessioni quotidiane di Gramellini sono state una delle maggiori ispirazioni per avere un blog, proprio perché ne condivido l’attenzione agli aspetti meno pubblici e più umani di ciò che succede, e a quelle piccole storie minimaliste che espanse in un film francese ti rompono i maroni all’infinito, ma che contenute in tre paragrafi assumono invece un valore universale ed empatico. Probabilmente è questo il motivo per cui spesso, pur senza mai parlarci, abbiamo le stesse sensazioni.

Del resto, una delle meraviglie della società della comunicazione di massa è proprio come si possano creare relazioni nascoste, ignote agli stessi protagonisti, tra persone diverse che nemmeno si conoscono. Senza dubbio Gramellini, con la visibilità che ha, avrà influenzato le vite di migliaia e migliaia di persone senza nemmeno saperlo; più modestamente, io nel mio piccolo mi stupisco sempre quando trovo qualcuno che conosco di vista, o che non conosco proprio, che mi saluta ed esordisce con un commento a uno dei miei ultimi post.

Per certi versi è addirittura preoccupante, perché la scrittura – almeno quella letteraria – è innanzi tutto un modo per parlare di se stessi con se stessi, e lo schermo del computer amplifica questa sensazione; raramente capita di pensare che qualcuno veramente leggerà quello che stai scrivendo, meno ancora che possa reagire. Eppure, ciò che ognuno di noi scrive in rete cola lentamente nelle persone che leggono, e di lì verso altre persone, con flussi più grandi o più piccoli a seconda del ruolo e della notorietà delle persone, ma lenti e inesorabili in ogni caso.

Non c’è modo di sapere perché in questi giorni Gramellini si sia svegliato con quel pensiero, e probabilmente non lo sa nemmeno lui; il pensiero umano nasce dalla somma di infiniti stimoli attraverso operazioni che noi ancora non comprendiamo bene. Quel che conta è che questi stimoli circolino, per continuare ad irrigare lo sviluppo di nuovo pensiero; ed è per questo che i tentativi di controllare le idee, di attribuirle, di considerarle proprietà di qualcuno sono, oltre che profondamente innaturali, profondamente pericolosi.

[tags]cultura, idee, comunicazione, pensiero, blog, gramellini, battiato, la cura[/tags]

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mercoledì 26 Novembre 2008, 14:02

Educazione algoritmica

Volevo raccontarvi ancora qualcosa sulla conferenza di questi due giorni, ma poi ho acceso il televisore e scoperto che il TG1 (dopo dieci minuti di servizi e interviste alla ggente) rimanda al proprio sito per “il video completo della deposizione di Olindo” (così senza cognome immagino sia un parente del direttore Gianni Riotta) e quindi, di fronte ad argomenti di siffatto peso, mi inchino.

Comunque la conferenza mi ha portato una notizia interessante: gli americani sono candidati all’estinzione. Infatti ho assistito alla presentazione di una dirigente della National Science Foundation, nonché docente alla Carnegie Mellon, che annunciava con grande orgoglio il piano nazionale americano per inserire il pensiero computazionale tra le abilità fondamentali da insegnare ai bambini, insieme a lettura, scrittura e matematica di base.

In pratica, il ragionamento era il seguente: siccome in qualsiasi disciplina scientifica, tecnica ed umanistica del sapere si adottano ormai calcolatori e metodi computazionali per affrontare i problemi, se insegnassimo ai nostri bambini a pensare come un computer loro sarebbero da adulti molto più capaci e competitivi sul mercato del lavoro mondiale. E giù ragionamenti su come insegnare ai bimbi dai 6 ai 12 anni a modularizzare e algoritmizzare, seguiti dalla promessa di grande successo e grande progresso.

Naturalmente, di fronte a una platea di professori europei – metà scienziati e metà filosofi – la cosa ha lasciato tutti con gli occhi a palla; dopodiché hanno cercato gentilmente di far notare alla signora che esistono anche altri modi del pensiero, nonché capacità non razionalizzabili, come l’empatia, la creatività e l’intelligenza emotiva, che forse sono altrettanto importanti. La signora ha risposto che naturalmente si sarebbero sviluppate anche altre capacità (presumo che non si renda conto di come una spinta estremizzata a razionalizzare sia incompatibile con esse) e che comunque la cosa più importante era che i bambini uscissero fuori efficienti. Alla fine è dovuto intervenire il partecipante più di peso, il già citato filosofo tedesco, per dirle che se proprio vogliono vendere computer imparino almeno a distinguere tra una abilità e un modo di pensiero, e rimandandola a leggersi Platone e Leibniz (il filosofo, non la confezione dei biscotti; il chiarimento è per la signora). Così non ho potuto fare la mia osservazione, ossia che – come qualsiasi progettista di sistema sa – in un processo informatizzato gli umani sono essenziali proprio in quelle funzioni dove il pensiero algoritmico non è in grado di affrontare il problema, e che se la mia risorsa umana è una persona che pensa come un computer tanto vale sostituirla direttamente con un computer, che almeno non mangia, non si lamenta e non chiede aumenti.

Per il resto, anche la seconda giornata è stata interessante, per quanto sia capitata anche qui la presentazione troppo verbosa: io mi chiedo come sia possibile che qualcuno, invitato a fare un intervento di quindici minuti, si presenti con una presentazione di 62 (sessantadue!) lucidi, ognuno dei quali con almeno quindici righe di testo ognuna delle quali richiederebbe due minuti di spiegazione. Ecco, forse in questi casi il pensiero algoritmico tornerebbe utile.

La mia presentazione è andata bene; ha lasciato anch’essa un po’ gli occhi a palla, tanto è vero che l’unica domanda è stata di un professore americano che aveva capito esattamente l’opposto (io sostenevo che data la struttura di Internet essa si possa governare solo per consenso, mentre lui aveva capito che io sostenessi, come da pensiero degli hacker americani degli anni ’90, che data la struttura di Internet essa non si possa governare). Alla fine tutti, persino il tedesco, sono venuti a farmi i complimenti e a chiedere ulteriori dettagli (nonché la fatidica domanda “ma tu in che università insegni?”: all’estero è inconcepibile che una persona con esperienza specifica in un campo politologico all’avanguardia non sia stato già conteso da una manciata di atenei), e mi hanno fatto ulteriormente osservare l’abisso culturale tra l’università italiana e quella europea.

Comunque, sono sopravvissuto a tutto, anche all’attentato dei bigné. No, perché nel buffet del pranzo c’erano dei magnifici bigné ripieni di crema al cioccolato, solo che mordendoli con enfasi da un lato il risultato era uno squirt di crema dall’altro, con possibili effetti ferali per giacca, cravatta, pantaloni e scarpe. Ma sono riuscito ad evitare pure questo, e a ritornare a casa sano e salvo.

[tags]conferenze, parigi, scienza, filosofia, educazione, pensiero computazionale, presentazioni, bigné[/tags]

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domenica 23 Novembre 2008, 12:05

In partenza

Sono in partenza per Parigi, per una interessante conferenza organizzata dal Ministero dell’Università francese per discutere del rapporto e del dialogo tra scienziati e società; al suo interno c’è una sezione dedicata alle tecnologie dell’informazione e alle nuove forme di governo e di relazione sociale che esse determinano. Inutile che vi dica che in Italia una conferenza così ce la sogniamo; anche se si facesse qualcosa su questo tema, credo che l’età media degli intervenuti sarebbe sopra i 65 anni, e la maggior parte degli interventi si limiterebbero a esporre teorie che già circolavano nei sacri anni ’70.

Comunque, vi lascio con il link al mio rapporto sul workshop che ho gestito io a Cagliari, all’IGF Italia: il tema era più generico, riguardante le libertà e i contenuti in rete, ma almeno potrete vedermi per una volta in una conferenza, e avere un po’ il polso della situazione italiana.

[tags]conferenze, parigi, cagliari, igf italia[/tags]

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venerdì 21 Novembre 2008, 14:43

Riunioni segrete

Come sanno i miei amici più stretti (o vicini di tavola in presenza di vino), sono da mesi occupato in due progetti segreti che verranno rivelati al momento opportuno, anche se il primo sta andando a rotoli e potrebbe non materializzarsi mai. Comunque, ieri sera ero impegnato in una fondamentale riunione di “progetto segreto #2”, all’interno del quale c’erano state alcune spiacevoli discussioni con conseguente frammentazione del gruppo; abbiamo così deciso di trovarci una sera in compagnia per ristabilire un buon clima davanti a una birra.

L’appuntamento era per le nove a San Salvario, al Biberon, un localino carino da aperitivo, di quelli ggiovani dentro; solo che era strapieno. Così, dopo mezz’oretta di attesa per recuperare tutti i partecipanti, abbiamo cominciato ad aggirarci a piedi per le vie del quartiere cercando un posto dove stare; non c’era molto di aperto, i kebab non ci piacevano, il Damadama era pieno e la pizzeria nella stessa piazza avrebbe avuto un tavolo in un quarto d’ora, ma solo pochi dovevano mangiare. Così, alla fine, stanchi e infreddoliti, abbiamo notato (anche se non è molto appariscente) la ristovineria Zi’ Barba in via Pellico, dove c’erano solo due o tre persone, e ci siamo fiondati dentro.

Effettivamente c’era qualcosa di strano: i tre tizi che c’erano dentro erano tutti grossi, un po’ pelati, di mezza età e molto barbuti. Poi, mentre ci sedevamo, abbiamo cominciato a guardare le pareti e abbiamo notato che erano piene di foto di uomini pelosi, di manifesti di mostre un po’ particolari e di campagne contro l’AIDS. Insomma, a farla breve, noi – gruppo di una dozzina di individui etero di entrambi i sessi – eravamo finiti nell’unico locale gay ursino di tutto il Nordovest.

E così, ho provato l’emozione di vivere in prima persona la famosa scena del Blue Oyster Bar da Scuola di Polizia… cioè no, in realtà non è successo niente, ce ne siamo stati lì a chiacchierare tra noi, loro sono stati molto gentili, abbiamo mangiato e bevuto e così via. Ma è stata lo stesso una scena buffissima, specie considerando che noi ci eravamo trovati con la paura di dover litigare e invece ce ne siamo stati sempre ben calmi e ben seduti, soprattutto ben seduti.

E quindi, per quelli di voi che ancora non avessero ben capito, facciamo tutti insieme un saluto agli amici orsi con il leggendario video di Bear Force One!

[tags]pub, orsi, gay, bear force one, scuola di polizia[/tags]

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sabato 15 Novembre 2008, 23:45

Esoterismo bloggarolo

In queste vacanze ho sperimentato che il misticismo postmoderno dei video di MFP ha effetti tangibili: venerdì, a pranzo, due persone che non leggono il mio blog e che non sapevano nulla dell’ultimo video parlavano di lui; oggi pomeriggio è riuscito addirittura ad evocare il suo obiettivo semovente, in carne ed ossa, in pieno centro di Firenze.

In più, è la prima volta che mi presentano qualcuno qualificandolo come “blogger”: anche questa potrebbe essere una data da segnare sul calendario della Storia!

[tags]blogger, mfp[/tags]

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martedì 11 Novembre 2008, 23:31

Cose fatte stasera

  • La barba
  • Cento metri in retromarcia su via Michele Lessona
  • Una Guinness media
  • Una chiacchierata
  • La cernita per il bucato dei colorati
  • Il primo livello di allenamento per Liu Bei
  • Un intenso ascolto di musica fine anni ’60 a volume impossibile
  • Un ricordo di Toro-Real Madrid e della prima volta in cui andai all’oggi ventenne pub Manhattan (15/4/1992)
  • Una bloggata ermetica

[tags]any tag[/tags]

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domenica 9 Novembre 2008, 21:04

Stanchezza

Oggi è stata una bella giornata, ma non siamo riusciti ad alzarci prima delle 11.

Siamo andati al santuario di Oropa, ma solo per mangiare al ristorante Valfré; che nonostante una pecca terribile, ossia il vino apertamente annacquato, è stato comunque soddisfacente, specialmente la polenta concia, lo spezzatino di cervo e la torta al cioccolato.

Non ero mai stato lassù e avevo sentito parlare del posto per una sola cosa, ossia per la famosa tappa del Giro a base di Pantani; è effettivamente un luogo davvero strano, per la presenza di un enorme santuario in mezzo alle montagne, in parte illuminato e ristrutturato, in parte scrostato e decadente in mezzo alla bruma autunnale. Le immagini crepuscolari però sono state davvero bellissime.

La provincia di Biella (di cui già vi raccontai le leggende erotiche) ha alcune caratteristiche interessanti, tipo che arrivare a Biella è una tortura novecentesca di statali e semafori quasi come arrivare a Cuneo, e che per andare a Oropa bisogna pure attraversare il centro storico, dove hanno un paio di dossi alti così (fare gesto con mani). Alla radio si prende il giornale radio della Lombardia; va bene che il Piemonte orientale ve lo siete già annesso, ma non era certo il caso di dire che il traffico a Pero era piantato a causa della Fiera del Ciclo (e io che ho subito pensato a torrenti di sangue muliebre) e di una misteriosa Sesta Giornata di Milano, che se non fossi appunto stato in clima ciclistico avrei pensato a un supplemento di rivolta centosessant’anni più tardi, con la gente finalmente stufa di Berlusconi.

Resta, però, la stanchezza: sono arrivato a casa e già ho passato mezz’ora a organizzare il prossimo giro, un weekend lungo in Toscana causa riunione di Società Internet e desiderio di fuga. Nel frattempo sono assediato dalle cose da fare, burocratiche, contabili, tecniche, professionali, legali, associative, culturali e così via. Ho come il sospetto che dovrei selezionare meglio ciò a cui mi dedico: per esempio, credere di più in ciò che vorrei veramente fare, e di meno in ciò che gli altri vogliono farmi fare.

[tags]stanchezza, biella, oropa, polenta concia, lombardia, toscana, ciclismo[/tags]

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