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Archivio per la categoria 'TorinoInBocca'


lunedì 5 Ottobre 2020, 19:11

Odio su strada

La nuova pista ciclabile di strada antica di Collegno, realizzata dal Comune “dall’alto”, dove non c’era molto spazio e dove nel quartiere non la volevano, non smette di creare polemiche.

A me spiace che tra le associazioni dell’orgoglio ciclista (più il Comune, schierato dalla loro parte) e i residenti non si riesca ad avere un dialogo utile, ma soltanto uno scambio di invettive e (specie da parte del Comune) posizioni ideologiche che alla fine esprimono soprattutto disprezzo per i cittadini che l’amministrazione dovrebbe servire.

Se da una parte creare ciclabili e promuovere la mobilità alternativa è sacrosanto, dall’altra i problemi segnalati sono reali e creano danni reali a chi vive lì. Indubbiamente il traffico lì è molto rallentato rispetto a prima, come anche, per citare un caso che conosco bene vivendoci davanti, sul controviale di corso Lecce; restringere la corsia così tanto strozza il traffico, non solo perché le auto vanno più piano (il che è positivo su strade residenziali, meno quando si tratta di vie su cui scorre ogni giorno il traffico pendolare a media-lunga distanza) ma perché bastano uno che deve parcheggiare, un camion dell’immondizia, anche solo una portiera aperta per bloccare il traffico e creare una fila di auto sgasanti, che talvolta arriva fino a bloccare l’incrocio precedente creando intasamenti a catena, rumore e inquinamento.

Una normale mattina in corso Lecce accanto alla nuova ciclabile.

Alla fine, si tratta di scelte e nelle scelte ci sta anche quella di ridurre lo spazio per le auto per aumentare quello per le bici. Tuttavia, una buona amministrazione si adopererebbe per trovare comunque soluzioni che riducano l’impatto negativo; magari recuperando i parcheggi in qualche strada adiacente, o magari facendo due piste monodirezionali più strette su due vie parallele invece che una pista più larga su una strada sola. Qui, invece, abbiamo un Comune che gode a veder soffrire chi usa l’auto e persino chi semplicemente abita sul tracciato della nuova pista.

Le auto non spariranno perché c’è la ciclabile, perché quella del tizio che prende la macchina per fare duecento metri che potrebbe fare a piedi e poi la lascia in doppia fila è prevalentemente una caricatura: ci sono indubbiamente parecchie persone che fanno così, ma la grande maggioranza di quelli che prendono la macchina lo fanno perché ne hanno bisogno, a maggior parte in un momento storico in cui le stesse amministrazioni che si lamentano dell’uso dell’auto non hanno fatto praticamente nulla di concreto per offrire un servizio di trasporto pubblico sicuro e non affollato in tempo di pandemia, né hanno aiutato il ricambio delle vecchie auto con incentivi significativi, come hanno fatto in Lombardia.

Con l’auto di massa – magari elettrica, magari condivisa, sperabilmente più piccola, ma sempre auto – dovremo convivere ancora per un bel po’; io spero che la prossima amministrazione comunale, pur continuando a fare piste ciclabili, le farà con più buon senso, con meno cattiveria e con meno odio.

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martedì 22 Settembre 2020, 19:38

Una domanda sulla condanna di Chiara Appendino

So che volete un commento sulla condanna di Chiara, ma io invece ho una domanda. Non è per lei, che di fronte alla scelta se rimanere nel M5S o rimanere sindaca ha scelto la seconda. Se mai, la domanda è per i suoi consiglieri.

Chiara Appendino non è certo il primo esponente del M5S che, di fronte a una regola del Movimento che la obbligherebbe a lasciare la poltrona, sceglie invece di andarsene per non mollarla. Tuttavia, in passato quelli che facevano questa scelta erano i più reietti, i “fuoriusciti”, accusati di poltronismo e quant’altro persino quando erano chiaramente motivati da una divergenza di idee e non da interessi personali. Era assolutamente fuori discussione che quelli rimasti nel M5S potessero ancora collaborare con loro, figurarsi sostenerli nella loro nuova posizione di parlamentare, consigliere o sindaco non più del Movimento.

Bene, io non capisco allora come facciano gli attuali consiglieri del M5S a rimanere nel Movimento e allo stesso tempo a sostenere una sindaca che ne è uscita. Non mi pare nemmeno che le regole del M5S lo consentano. Continuare a sostenere Chiara equivale a dire che la regola del M5S che dice che i condannati (oltretutto condannati per falso in atto pubblico, non per un discutibile reato d’opinione) si devono dimettere è sbagliata, o perlomeno che ammette eccezioni – e come diceva Gianroberto Casaleggio, ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli.

Mi stupisce che i consiglieri, specie quelli che hanno sempre rivendicato il loro attaccamento ai principi delle origini, cedano proprio sul punto dei condannati, uno dei pochissimi rimasti ancora in piedi. Chissà se qualcuno di loro vorrà spiegare.

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venerdì 7 Agosto 2020, 19:19

Ciclismo lisergico in piazza Statuto

Dunque aspetta, io arrivo in bici stando nella mia corsia a destra, seguo la striscia bianca… ah no! adesso è una corsia pedonale, quindi mi butto dall’altra parte, però attenzione che ci sono le strisce, ma per storto, che così se il pedone va in avanti io gli arrivo alle spalle e non mi vede! ma poi tre metri più avanti la corsia mezza grigio chiaro e mezza grigio scuro diventa una corsia rossa, che incrocia le auto e poi gira a sinistra di botto e reincrocia le stesse auto che girano in via Cibrario, in un groviglio di svolte reciproche. Ma cosa fumano in Comune?

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sabato 30 Maggio 2020, 14:30

Storie di gioventù e antichi maestri

Nel 1995, da studente ventenne, ebbi la fortuna di succedere a Carlo Chiama nel consiglio d’amministrazione del Politecnico. Spesi così due anni a osservare Rodolfo Zich molto da vicino, in un rapporto di stima e, diciamo così, di affettuosa dialettica.

Io ero già allora un rompiscatole a cui piaceva provocare e che criticava tutto, anche se di certe critiche vado fiero; per esempio, se nell’area del raddoppio del Politecnico non è stato tirato giù tutto ma si è tenuta e ripristinata tutta la parte originale davanti alle OGR, dopo quella della mai abbastanza compianta Vera Comoli c’è anche la mia firma, anche se comportò subire una sfuriata assurda durante una memorabile riunione di consiglio. E come dimenticare quando imbucai una serie di amici studenti in maglietta a un importantissimo incontro riservato con l’allora presidente del consiglio Romano Prodi?

Ma da Zich ho imparato grandi lezioni su come si sta al mondo, e ne cito una: quando il consigliere di Comunione e Liberazione gli chiese di intercedere con Romiti per farsi togliere un rimborso spese di sei milioni di lire che la Ferrari aveva chiesto per esibire una macchina a una manifestazione studentesca, Zich gli rispose “io Romiti lo chiamo per chiedergli sei miliardi, non sei milioni”.

Certo, la cosa evidentemente non valeva nel senso opposto, altrimenti non avrebbe dato il mio numero di telefono di casa a Lapo Elkann perché mi telefonasse intercedendo per far avere fondi studenteschi al giornalino dei suoi amici. Ma questa è ancora un’altra storia.

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sabato 16 Maggio 2020, 16:19

Ti conosco mascherina

16 aprile. Cirio annuncia: “cinque milioni di mascherine per tutti i piemontesi”. Il costo è di 6 milioni di euro (1,20 euro a mascherina chirurgica). Forse le pagavo meno io comprandone cento in farmacia, ma lasciamo stare.

2 maggio. Il Comune di Torino annuncia: “arrivate le mascherine dalla Regione, da lunedì 4 inizia la distribuzione, ve le porteranno a casa gli amministratori di condominio”. Appendino fa un video su Facebook.

4 maggio. La Regione rende obbligatorie le mascherine in tutti i luoghi chiusi accessibili al pubblico e sui mezzi pubblici, ma nessuno a Torino ne ha ancora ricevuta mezza. In attesa delle istituzioni, i torinesi si sono arrangiati per i fatti propri da un pezzo, magari pagando le mascherine chirurgiche quattro euro l’una o cucendosele da soli.

6 maggio. Gli amministratori di condominio giustamente fanno notare che consegnare le mascherine a casa a tutti ha un costo che il Comune non paga, quindi lo faranno pagare ai condomini. Nessuno ci aveva pensato, ma comunque per i poitici è colpa degli amministratori di condominio. Nel frattempo, le mascherine non sono ancora arrivate.

8 maggio. Il Comune di Torino annuncia: “è iniziata oggi la distribuzione delle mascherine”. Appendino si fa un selfie su Facebook, in posa con un pacco di mascherine in mano.

9 maggio. Molti amministratori comunicano che il Comune, dopo i primi pacchi di mascherine, gli ha spostato in avanti la date di ritiro di una settimana. Quasi nessuno in città ha avuto le mascherine, che poi si scoprono essere una per ogni nucleo familiare, probabilmente contando sul fatto che in ogni famiglia sia rimasta solo una persona che non è né disoccupata né in quarantena da settimane in attesa di un tampone.

11 maggio. Il Comune annuncia ufficialmente la “riprogrammazione del piano di distribuzione agli amministratori di condominio”. Le consegne sono ferme. I giornali titolano: “Coronavirus, a Torino il pasticcio delle mascherine gratis”. Appendino, su Facebook, si vanta di avere appena riasfaltato corso Potenza: le mascherine sono ufficialmente un problema del passato.

16 maggio. Il povero Unia viene mandato avanti a dare la cattiva notizia: anche se meno della metà delle famiglie torinesi ne ha avuta una, la distribuzione delle mascherine è sospesa a tempo indeterminato e non si sa quando potrà riprendere. Su Facebook Appendino da una settimana parla solo più di piste ciclabili (anche se non farà nemmeno quelle, disegnerà solo delle bici sui controviali con la vernice).

In tutto questo fiume di annunci quasi mai seguiti da fatti, l’unica cosa che la politica per settimane si è quasi sempre dimenticata di dire è che i soldi per le mascherine non erano nemmeno i loro: venivano dalle donazioni dei piemontesi.

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mercoledì 6 Febbraio 2019, 15:22

Una piccola cronistoria delle operazioni di pulizia del M5S di Torino

Non volendo troppo commentare i fatti di questi giorni nell’amministrazione comunale torinese, mi sono limitato a mettere insieme un riassunto dei fatti.

Novembre 2015: Appendino, appena scelta candidata sindaca, nomina Giordana (fino ad allora sconosciuto al M5S) come suo braccio destro e capo del programma. Basta chiedere in giro per scoprire che è un ex staffista di assessori PD, ex Fare, ex AN, ex FUAN, certo non una persona da Movimento. Gli attivisti del M5S torinese, con poche eccezioni, tutti zitti e concentrati sulla lista per le comunali.

Giugno 2016: Appendino, appena eletta sindaca, nomina Giordana suo capo di gabinetto (praticamente “sindaco ombra”) e come suo capo ufficio stampa Pasquaretta (fino ad allora sconosciuto al M5S). Basta chiedere in giro per scoprire che è un giornalista sportivo del giro Juve, nonché PR di discoteche e di “Torino Erotica”, noto per il carattere aggressivo, che sbarra le porte anche ai colleghi che hanno sostenuto il M5S da tempi non sospetti. Gli attivisti del M5S torinese, ora diventati in massa consiglieri comunali, ancora tutti zitti.

Giugno 2017: Appendino e Giordana sono coinvolti nelle indagini sui fatti di piazza San Carlo. Una volta il M5S li avrebbe fatti dimettere, ora tutti zitti e concentrati a difendere il potere. Giordana resta lì; l’unico cambiamento è che viene cacciata l’assessora tecnica all’ambiente, Giannuzzi, per dare un posto in giunta al capogruppo Unia.

Ottobre 2017: Appendino e Giordana sono coinvolti in una seconda indagine, per un falso nel bilancio del Comune. Gli attivisti ancora tutti zitti.

Novembre 2017: Pasquaretta diventa capo di gabinetto, quando si scopre (tramite una soffiata ai giornali fatta da chissà chi) che Giordana ha fatto togliere una multa a un amico dal presidente di GTT, e a quel punto si dimette. Di Battista dichiara che il M5S torinese è pulitissimo, anzi se facessero così anche gli altri “resterebbero in tre”, anche se non si capisce chi siano gli altri, visto che nessun capo di gabinetto precedente è mai stato intercettato mentre faceva togliere multe.

Agosto 2018: Dopo la scoperta di una sua consulenza al Salone del Libro di dubbia consistenza e regolarità, che gli avrebbe permesso di intascare 5000 euro extra e che diventa oggetto di una ennesima indagine, Pasquaretta si dimette da capo di gabinetto. Il M5S torinese è talmente impegnato a fare pulizia che Appendino gli cerca un nuovo posto e che Laura Castelli lo ingaggia nel proprio staff a Roma.

Gennaio 2019: Parte una ennesima indagine su Appendino e il suo staff (la quinta, sesta, boh, si è perso il conto), quando si scopre che Pasquaretta avrebbe ricattato Appendino per farsi sistemare dopo le dimissioni, minacciando altrimenti di rivelare alla magistratura fatti sulla giunta Appendino che “avrebbero fatto venire giù il Comune”. I giornali dicono che Pasquaretta abbia chiesto mazzette a imprenditori per fargli ottenere colloqui con assessori e portare avanti progetti di loro interesse; e che dopo le dimissioni abbia ottenuto una ennesima consulenza in Basilicata, con relativo lauto compenso, in maniera irregolare (parte una indagine anche a Potenza). Appendino non ha mai denunciato il ricatto, né ha spiegato ai torinesi quali siano queste cose che “avrebbero fatto venire giù il Comune” (forse le scopriremo nei prossimi mesi); secondo le cronache, si sarebbe invece data da fare ad accontentare Pasquaretta. Il M5S torinese, quello che non ha mai cacciato né Giordana né Pasquaretta nonostante il profilo noto sin dal principio e poi le indagini multiple, quello che ha sempre accettato passivamente qualunque decisione della sindaca (compresa la marcia indietro sul 90% del programma) pur di non mettere a rischio le cadreghe, rilascia la seguente dichiarazione:

“Il Movimento 5 Stelle è sano, qui a Torino come in Italia e nessuno può provare il contrario.”

Sembra un po’ un tizio in fuga che grida “non mi prenderete maiiiii!”, ma questa è solo una impressione personale.

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domenica 11 Novembre 2018, 11:44

Una domanda sul futuro di Torino

Ieri si è, di fatto, aperta in prospettiva la campagna per le elezioni comunali torinesi del 2021.

Innanzi tutto, Appendino e il M5S sono morti che camminano, perché da una parte hanno perso il sostegno di quelle elite cittadine che pensavano che tutto sommato una persona come Chiara, che di quell’ambiente fa parte, potesse garantire una gestione più dinamica ed efficiente del vecchio Fassino; e dall’altra hanno deluso tutti quelli che li hanno votati per avere una amministrazione decisamente alternativa che funzionasse meglio della precedente e che rivoluzionasse la città, cosa che non è successa. E’ possibile che possano recuperare all’ultimo cambiando decisamente passo, ma pare difficile.

Il vero dramma è che l’affondamento del M5S rischia di affondare con sé l’idea stessa che una alternativa al governo dei salotti buoni, del triangolo PDFiatPolitecnico e delle grandi opere sia possibile – e questa è una responsabilità storica gravissima di Appendino & friends.

La piazza di ieri era piena della stessa gente che nel 2011 veniva ad ascoltare Grillo; gente normale, preoccupata per l’evidente degrado di Torino e delusa dall’incapacità dell’amministrazione (che molti di loro hanno votato). Furbescamente, l’elite di cui sopra adesso si traveste di populismo di segno opposto, elimina le bandiere di partito e però mette il cappello sulla delusione spingendola nella direzione che a lei conviene, quella del solito modello cementizio e megalomane (TAV, Olimpiadi, ipermercati…). In questa situazione, la gente sarà spinta al ritorno al passato, appena appena rinnovato in superficie con la promozione delle ex seconde file per raggiunti limiti di età di Fassino e Chiamparino, e/o con la classica cooptazione del professore/notaio/professionista di turno.

Eppure, i ragionamenti sui modelli di sviluppo originariamente alla base del Movimento 5 Stelle (e del movimento No Tav) sono ancora validi. La gente giustamente vuole sviluppo, ma davvero l’unico modello di sviluppo è quello del cemento? Io credo di no. Allora, come fare a disaccoppiare il fallimento del M5S, indiscutibile, dal fallimento del modello alternativo di sviluppo, che in realtà non è affatto fallito, perché il M5S non l’ha nemmeno provato? E’ possibile sostenere quel modello alternativo senza che esso sia identificato con l’impreparazione, l’arroganza e l’inefficienza dimostrati dal M5S in questi due anni e mezzo, e come?

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mercoledì 27 Giugno 2018, 17:40

Travaglio Fede

L’ho già detto altre volte, ma io alla famiglia Travaglio sono legato da un rapporto, ancorché non particolarmente stretto (non li sento da un paio d’anni), che va oltre la politica. Li ho conosciuti già nel secolo scorso, prima che Marco andasse da Luttazzi e diventasse Marco Travaglio; sono stato a casa loro, anzi nel 2010, per le regionali, andai personalmente a casa dei genitori a portare una pila di volantini. Lo stesso rapporto affettivo c’è con il Fatto Quotidiano in generale; andai a Milano da Peter Gomez a discutere di progetti Web ben prima di diventare un politico, e lo ricordo prendere la parola a mio favore durante una puntata della Zanzara.

Eppure, quando oggi ho letto l’editoriale di Travaglio intitolato “L’Olimpiade dei cretini”, non sapevo bene se mettermi pietosamente a ridere o se incazzarmi. Praticamente, dopo una lunga premessa, l’editoriale è dedicato a dire che sì, le Olimpiadi sono tradizionalmente un disastro economico per le città che le ospitano e la fonte di sprechi e corruzione (e di finanziamento alle mafie, aggiungo io, anche se Travaglio pare esserselo dimenticato), però se le fa il M5S è diverso.

Contrordine compagni, abbiamo sempre detto che le Olimpiadi erano uno spreco ma ora abbiamo scoperto che portano ricchezza! E le riolimpiadi a cinque stelle saranno diverse, perché magicamente gli impianti abbandonati, ormai in gran parte ridotti a ruderi irrecuperabili (lo diceva anche il buon Pagliassotti in questo servizio di quattro anni fa di un giornale che curiosamente si chiamava proprio come quello di Travaglio), saranno ricostruiti con la sola imposizione delle mani e senza alcuna spesa, e non ci saranno sprechi e corruzione, no no.

Pur di promuovere il grande affare, Travaglio arriva a prendersela con i consiglieri comunali del M5S che si sono permessi di fare il loro lavoro e chiedere di vedere e discutere la candidatura prima di inviarla, visto che il dossier di Torino 2026 è noto a Travaglio, ad Appendino, a Grillo, a Christillin, Chiamparino e compagnia bella, ma non al consiglio comunale e ai torinesi, che dovrebbero essere gli unici a decidere. Nella teorica democrazia diretta del M5S, i cittadini avrebbero dovuto decidere tramite un referendum; ma anche in quella rappresentativa attualmente in vigore, è il sindaco ad obbedire ai consiglieri comunali e non l’opposto. Ma Travaglio, fregandosene della democrazia, gli dà invece direttamente dei cretini.

Questa è la degna conclusione di una involuzione che dura ormai da qualche anno, in parallelo alla presa del potere da parte del M5S, con cui Travaglio si è trasformato da vittima dell’editto bulgaro a megafono del nuovo potere pentastellato, diventando per Di Maio ciò che Fede fu per Berlusconi. Il Travaglio di vent’anni fa se la prendeva coraggiosamente contro il potere, contro Berlusconi presidente del Consiglio, contro le mafie; il Travaglio di oggi fa killeraggio politico, prendendosela con una manciata di persone normali, sconosciute ai più, che hanno l’unico torto, dopo aver mandato giù tanti tradimenti del programma e delle promesse fatte ai cittadini, di aver concluso che quello sulle Olimpiadi è talmente clamoroso da non poter essere lasciato passare. Non c’è niente di coraggioso in quel che fa il Travaglio di oggi; anzi, è un attacco funzionale al potere e del tipo peggiore, quello fatto dai potenti non contro altri potenti, ma contro chi non ha i mezzi mediatici per potersi difendere.

Ma questo attacco scomposto a mezzo stampa è anche, secondo me, controproducente per lo stesso blocco di potere confindustrial-chiampa-grillino che vuole le Olimpiadi: perché più i consiglieri che si oppongono alle Olimpiadi vengono insultati e derisi, più perderanno la faccia se faranno marcia indietro, visto che ormai sarebbe come ammettere “sì, siamo dei cretini”. Già in molti dicono: vedrete che cederanno perché alla fine sono interessati alla poltrona, è gente senza arte né parte che ha bisogno dello stipendio da politico per vivere, pronta a obbedire a qualsiasi ordine. Se alla fine il dissenso rientrerà, questa sarà l’immagine che resterà attaccata ai consiglieri.

In politica, alla fine, i compromessi impossibili sono all’ordine del giorno; eppure sarebbe bello, un sussulto del Movimento che fu, vedere davvero uno scontro finale su un tema così importante e così simbolico. Al di là degli slogan e delle rivendicazioni di circostanza, e molto al di là delle questioni personali, questi sono stati due anni sempre più tristi per tutti i sostenitori di un tempo, per chi credeva in un sogno di cambiamento che, ormai è chiaro, non si è realizzato e non si realizzerà. Se anche i consiglieri staccassero la spina a questa tristezza, non sarebbe certo un male.

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sabato 28 Aprile 2018, 09:28

GTT, Torino non è Londra

Spero di sbagliarmi, ma temo che sia saltata fuori una ulteriore fregatura dell’aumento dei biglietti del tram, quello che già aveva scandalizzato tutti un paio di mesi fa.

Per gli utenti saltuari come me, abolito il comodo carnet da 15 corse a 1,17€ l’una, le nuove opzioni sono due:
– quando fai una sola corsa nel giorno, comprare il biglietto singolo a 1,70€;
– quando ne fai più di una, comprare il giornaliero a 3€ o il biglietto da 7 giornalieri “multi-daily” da 2,50€ l’uno.

Peccato che GTT abbia fatto ieri un comunicato in cui si dice che i nuovi giornalieri saranno acquistabili solo dai possessori della tessera elettronica BIP (bisogna farsi la tessera, un’altra barriera per l’uso saltuario, ma vabbe’; hanno già detto che persino per il biglietto singolo ci vorrà la tessera) ma soprattutto che:

“Chi è in possesso di una card Bip con un biglietto urbano dovrà utilizzarlo prima di poter caricare i biglietti Daily e Multi Daily 7: infatti la logica del sistema BIP è di far risparmiare il cliente e su tale logica sono impostati i parametri tecnici che regolano la vendita e la validazione di più titoli sulla stessa smartcard.”

Ora, non si capisce bene, ma da questa frase sembra che la tessera NON supporti la possibilità di caricarci sopra sia biglietti singoli che giornalieri e di scegliere ogni volta quale usare. Non solo: una volta che la carichi con il multi daily da 7 giornalieri, devi per forza esaurirli tutti prima di poterci caricare sopra un biglietto singolo. E anche se la tessera permettesse di caricare entrambi i biglietti, “i parametri tecnici” sono settati in modo da validarti sempre il giornaliero al primo accesso del giorno, anche se hai un biglietto singolo e lo vorresti usare! (e naturalmente hanno la faccia tosta di dirti che è “per far risparmiare il cliente”!!)

In pratica, questa è una manovra surrettizia per renderti difficile ottimizzare la spesa: dovresti avere non una tessera ma due, caricare su una i biglietti singoli e sull’altra i giornalieri, e distinguerle bene (visto che all’aspetto sono uguali) per timbrare ogni volta quella giusta (e dato che sono basate su RFID, basta avvicinarle al lettore, ad esempio perché pigiati su un bus, per validarle anche involontariamente).

Oppure… la cosa più semplice, e l’obiettivo palese di tutto questo, è usare solo il carnet di giornalieri e rassegnarsi a pagare 2,50€ la corsa singola (!) quando nel giorno ne fai una sola.

Ricordo come funziona a Londra e in altri posti che hanno le tessere dal secolo scorso: tu sulla tessera hai un credito, al primo accesso ti fa pagare il biglietto singolo, poi quando con gli accessi successivi arrivi al prezzo del giornaliero lo pareggia e non ti addebita più niente per il resto della giornata. Era tanto difficile fare lo stesso?

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sabato 13 Gennaio 2018, 12:47

Il grande successo, il grande tradimento

Come potete immaginare, conosco Deborah Montalbano da molti anni, da quando, qualche tempo dopo l’inizio della nostra avventura in Comune, si avvicinò al gruppo M5S Torino Circoscrizione 5, all’epoca l’anima dura e pura del movimento di periferia. Si è fatta strada nel gruppo semplicemente dandosi da fare per il suo quartiere, le Vallette, e per le persone che lo abitavano; in mezzo a tanti aspiranti ospiti di Santoro (pardon, Paragone), che volevano soprattutto conquistarsi un riconoscimento sociale e magari economico, lei si è sempre occupata davvero di chi aveva bisogno.

Il rapporto tra noi non è mai stato facile; eravamo troppo diversi, lontani anni luce per estrazione sociale, per cultura, per visione del mondo. A lei, come a tanti altri attivisti, io sembravo (e venivo fatto sembrare alle mie spalle) troppo pacato, probabilmente un venduto, visto che non urlavo mai in aula contro “i piddini” come invece faceva Chiara. Ero anche, nell’ultimo periodo, stanco, mobbizzato e francamente stufo, usato da Chiara e dallo staff del Movimento come discarica delle questioni che portavano tante rogne e nessuna visibilità; tra esse, il supporto alle persone senza casa o senza lavoro che Deborah invariabilmente ci segnalava era probabilmente la prima. Io ci ho messo comunque tutte le energie che ancora avevo, ma a lei, immagino, sarà sembrato che delle Vallette mi importasse poco, anche per il distinguo, che io cercavo sempre di tenere a mente ma che pochi altri capivano, tra aiutare un cittadino a far valere i propri diritti e aiutare un conoscente ad avere qualcosa grazie alla politica.

Dopo le elezioni, in cui Deborah dalle Vallette ha portato e ricevuto un sacco di voti, l’ho vista apparire come presidente della commissione sanità e servizi sociali. Poteva sembrare logico, perché era il tema per cui ha sempre combattuto; eppure, sin dal principio ho pensato che la cosa non avrebbe funzionato, anzi, che sarebbe finita in uno scandalo.

Infatti, nominare Montalbano presidente della commissione sanità e servizi sociali è stato come nominare primario di chirurgia del maggiore ospedale cittadino uno che ha subito tredici operazioni a cuore aperto: un errore di logica sin dal principio. Eppure, questa era l’idea del Movimento nella sua antica fase nobile: portare la gente nelle istituzioni, perché a differenza dei “politicanti”, la gente ha esperienza diretta dei problemi che vive. Detta in questo secondo modo, non sembra ragionevole?

Un fondo di ragione c’è: perché “la gente” sono anche i comitati, le associazioni, i gruppi che approfondiscono le questioni spesso molto più di quei politici e funzionari che cercano solo di raggiungere un risultato col minimo sforzo e non pestare i piedi a nessuno; sono molti di quella metà abbondante di italiani che non va più a votare, spesso per qualunquismo, ma spesso invece perché il livello della politica (tutta) è troppo basso rispetto ai loro valori e alle loro capacità. L’obiettivo di “far entrare i cittadini nelle istituzioni”, dunque, era sensato; purché fosse accompagnato da una selezione fatta nel modo giusto, per capacità e per merito.

E’ solo più tardi, durante la metamorfosi movimentista dell’assalto al Parlamento, che questo obiettivo è stato reinterpretato nel modo che portava più consenso, quello della cuoca di Lenin; quello per cui chiunque può amministrare un Paese, e a maggior ragione tu, sì tu che sei un precario o un disoccupato e che, detto col massimo rispetto, non sai fare granché, non hai avuto l’educazione e le opportunità e non capisci i problemi complessi della nostra società, ma come una Eliza Doolittle o un Billy Ray Valentine della politica puoi venire rapidamente trasformato in uno statista di primo piano dall’alto, per volere di qualcuno nell’élite.

Paradossalmente, riuscire a mettere una come Montalbano in quella posizione è stato un grande successo del M5S; la dimostrazione che pigmalionare la politica è tecnicamente possibile. E però, è anche la dimostrazione che fatta così, con un giacobinismo dei poveri invece che con un percorso strutturato di crescita e di trasformazione personale, alla fine non può funzionare.

E non funziona anche per un motivo molto più serio di questi che sono usciti sui giornali, dell’auto blu presa una volta per emergenza o dei duecento euro di taxi; perché il cittadino che ha subito tredici operazioni a cuore aperto, costruendosi per forza di cose nel frattempo una rete di amici che ne hanno subite cinque o sette o trenta, messo a governare la sala operatoria finisce per dimenticare le questioni di sistema e ragionare soprattutto sulle operazioni proprie e dei propri amici, senza una visione terza; inevitabilmente, confonderà il portare una voce con il doverla ascoltare e mediare con tutte le altre e con l’interesse collettivo. Avere una presidente di commissione servizi sociali utente degli stessi, che vive in una casa popolare di cui fa fatica a pagare l’affitto, che ha amici e conoscenti continuamente in attesa di una casa o di un sostegno, costituisce un conflitto di interessi mostruoso messo in mano a una persona che difficilmente, e non per colpa sua, avrà i mezzi culturali per gestirlo.

Dunque, era chiaro sin dal principio che Deborah non doveva essere lì e che messa lì avrebbe combinato disastri. Eppure, trovo troppo facile quello che ora Chiara Appendino e il M5S torinese (per non parlare di Di Maio, al quale interessa solo l’immagine pubblica) stanno facendo nei suoi confronti.

Deborah, la sua attività, il suo quartiere, sono stati il cuore della campagna elettorale di Chiara Appendino; lo strumento scelto astutamente per spezzare nell’immagine la distanza siderale che oggettivamente esiste tra Chiara, ragazza bene della Torino benissimo, e la cosiddetta “gente comune”. Le cose che ha fatto Deborah sono probabilmente indifendibili sul piano legale e certamente lo sono su quello politico e su quello sostanziale, le sue dimissioni sono inevitabili, ma io non riesco a prendermela più di tanto con lei, che è solo un pesce piccolissimo e inconsapevole in un gioco molto più grande.

Me la prenderei di più, invece, con chi ha usato la gente come lei per ottenere il supporto delle periferie, promettendo di cambiare tutto, e poi non solo non ha mantenuto la promessa, ma, dopo un po’, scopre che quelli delle periferie sono gente problematica, impresentabile ai salotti buoni, e tutto sommato non servono più (mentre, per dire, quel Ceresa prima dirigente di Fassino e ora di Appendino, che si interessava alle multe degli amici, e soprattutto che ha guidato GTT nel percorso verso l’attuale quasi bancarotta, è ancora lì).

E allora, la vicenda della popolana esibita, lasciata a se stessa e poi scaricata rappresenta il vero, grande tradimento di questa storia: quello che il Movimento 5 Stelle, ormai arrivato al potere, ha compiuto nei confronti della gente semplice che ci ha creduto e che ce lo ha portato, e delle sue richieste di un cambiamento che al massimo riguarderà gli eleganti problemi di noi ciclisti borghesi (e per ora nemmeno quelli), ma che non scalfirà minimamente le gerarchie sociali della città di Torino.

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