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sabato 4 Aprile 2009, 15:49

A Caturday post

Mentre girovagavo tra gli scaffali dell’Harvard Book Shop – la storica libreria situata proprio di fronte all’omonima università – il mio sguardo è stato attratto magneticamente da un disegno sulla copertina di un libro:

lolcats-front.jpg

Naturalmente il disegno non è completo senza osservare anche il retro della copertina:

lolcats-back.jpg

Sì, è proprio come sembra: uno dei due gatti ha appena ceduto il suo amico a un banco dei pegni (pawn shop) in cambio di soldi, ma dalla vetrina è caduta la A, per cui, appropriatamente, la scritta recita “PWN”.

Ma non temete: dentro il libro c’è anche la vignetta in cui i due gatti passano davanti alle sbarre di un canile (dog pound) pieno di cani rinchiusi e commentano “P0UND”, o si tirano addosso un’enorme pagnotta di grano (pone bread) gridando “PONED”. E naturalmente la vignetta numero 1 rappresenta un gatto davanti a un banchetto di hamburger, che chiede…

Insomma, questo è una piccola gemma di fumetto in cui l’autore emergente Adam Koford prende due gatti e li disegna meravigliosamente al modo delle strisce americane di vagabondi di inizio Novecento, meglio se animali come Krazy Kat. E però, in mezzo a questa eleganza antiquata, i due gatti parlano un lolspeak perfetto, creando un assurdo effetto comico legato all’uso delle battute viete e cretine dei lolcats – una roba in sè tremenda, che non ha mai fatto ridere nessuno sopra i quattro anni – in bocca a gatti veri, impegnati in contesti divertenti e pieni di riferimenti ai classici del fumetto americano.

Il libro – che contiene anche una introduzione di John Hodgman, autore satirico americano che sicuramente ricorderete nel ruolo di “PC” all’interno delle pubblicità della Apple – è ovviamente rifinito e perfezionato rispetto alle prime uscite online; comunque, qui su Flickr trovate una raccolta completa delle strisce, mentre il blog presenta le nuove vignette.

E’ frequente trovare del contenuto generalista rivisto e specializzato per i nerd, ma è molto più difficile prendere del contenuto da nerd e renderlo generalista e molto migliore dell’originale: per questo motivo questo fumetto è già diventato un mio preferito!

[tags]fumetto, stati uniti, lolcats, lolspeak, gatti, koford[/tags]

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venerdì 3 Aprile 2009, 14:26

Ritmo

Oggi è la mia prima giornata di nuovo a Torino, e vederla dopo New York mi ha fatto impressione: tutto sembra fermo.

A New York le grandi avenue hanno quattro, cinque, sei corsie in un solo senso di marcia, e anche se gli ingorghi esistono eccome, i semafori sono tutti sincronizzati, e la massa di auto in movimento è sempre elevata. Stamattina ho preso corso Vittorio per andare in centro, e il viale era intasato: c’è un semaforo uno (quello all’angolo di via Morosini) che rimane inspiegabilmente rosso per dei minuti, anche se dalla traversa non passa mai nessuno, ed è sufficiente a impilare dieci auto che sono a loro volta sufficienti a bloccare l’incrocio di corso Inghilterra e intasare tutto; il sistema è talmente mal regolato da non reggere nemmeno dieci auto per volta.

A New York i pedoni sono frettolosi e indisciplinati; quando scatta il verde per le auto, lasciano esaurire l’ondata e poi passano col rosso, se necessario correndo. Da noi ci sono quelli che scrivono a Specchio dei Tempi per lamentarsi che il verde pedonale per attraversare corso Siracusa dura solo mezzo minuto, e alle volte gli tocca finire col giallo e a quest’idea gli viene tanta paura.

A New York non solo le scale mobili della metro (dove esistono, perché la struttura è davvero vintage: è ancora esattamente com’era cent’anni fa all’inaugurazione, solo scrostata e arrugginita) sono piene di gente che le sale e le scende di corsa mentre i pochi fermi stanno rigorosamente da un lato, ma ci sono avvisi luminosi e sonori che invitano a salire e scendere velocemente per non rallentare il passaggio degli altri viaggiatori. Da noi, le scale mobili della metro sono piene di gente stravaccata in modo da bloccare il passaggio, che si guarda attorno ed esclama stupefatta “Oooh! Si muove!”.

Vivere in una città tranquilla ha comunque tanti vantaggi; credo che Torino sia la grande città più vivibile d’Italia, e anche una delle più fascinose. Eppure, girando il mondo ti rendi anche conto di come qui le cose siano ferme a decenni fa, e che quel che qui ti sembra una grande conquista (dalla metro alla vita notturna) sia nel resto del mondo un minimo essenziale; e capisci meglio perché i torinesi espatriati e i visitatori stranieri apprezzino molto Torino, ma la vedano, in prospettiva globale, come una sonnolenta, marginale città di provincia.

[tags]torino, new york, città, ritmo[/tags]

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mercoledì 1 Aprile 2009, 16:03

Pure il ponte

Oggi siamo in partenza: abbiamo chiuso le valigie e lasciato tutto in albergo, e passeremo l’ultima giornata girando il Metropolitan, almeno se le gambe ci reggono.

Infatti, ieri è stato il giorno del grande giro a piedi: siamo partiti dal nostro albergo che sta quasi a Central Park, abbiamo attraversato tutta Midtown fino al Chrysler Building e alle Nazioni Unite, poi siamo tornati indietro e siamo scesi per la Quinta Avenue e per Broadway, siamo andati a salutare Garibaldi all’università e poi giù attraverso Little Italy e Chinatown, poi la zona del municipio, Ground Zero, la riva bassa dell’Hudson, Battery, Wall Street, il Pier 17 e infine l’infinita rampa che porta sul ponte di Brooklyn, il ponte stesso (uno spettacolo) e la discesa dall’altra parte fino alla stazione della metro presso il Politecnico di New York.

Questa è una versione piuttosto approssimativa e per difetto, perché Google Maps non permette ancora di far passare i percorsi pedonali all’interno delle aree soltanto pedonali, come i parchi e l’Esplanade (la passeggiata sulla riva del fiume). Direi che fanno una ventina di chilometri, camminando dalle 10 alle 18 con molte foto ma poche soste; e poi, tornando con la metro C, siamo ancora scesi alla 34a Strada per andare da Macy’s a fare shopping.

Ieri sera infatti eravamo devastati e ci siamo accasciati sul letto: eppure stamattina siamo di nuovo pronti a fare chilometri. Poi però, quando sarò tornato a casa, non mi muoverò per un po’.

[tags]viaggi, stati uniti, new york, manhattan, brooklyn[/tags]

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martedì 31 Marzo 2009, 23:40

Andoma al Chrysler Building

Avvertenza: questo episodio potrebbe non essere avvenuto esattamente così come riportato.

Se devo scegliere un edificio che più di tutti simboleggia Manhattan, non ho dubbi e scelgo il Chrysler Building. Nonostante fosse abbastanza fuori mano rispetto al percorso previsto, oggi abbiamo deciso di deviare per andarlo a vedere: infatti avevamo un motivo speciale.

Dal Chrysler Building si rimane impressionati: l’eleganza della sua famosa punta d’acciaio si impone su tutta la città, e da vicino si possono scorgere anche le gargoyle d’acciaio in stile anni ’30 che sporgono dal sessantesimo piano. L’interno è ancora più impressionante; nonostante la base dell’edificio sia incredibilmente piccola, almeno rispetto al medio grattacielo di New York, l’atrio è tappezzato di marmi rossi e decorazioni metalliche in stile, mentre le guardie in uniforme bloccano l’accesso ai blocchi di ascensori, otto per ogni gruppo di piani, di cui il più guardato è il blocco centrale, quello che porta fino al settanta-e-rottesimo piano. Ma noi, oggi, sapevamo che non c’era più motivo di farsi intimidire.

Già, perché i giornali e i telegiornali qui riportano pudicamente che persino Obama dice che la Chrysler non può sopravvivere come compagnia a se stante, e in fondo in fondo, dopo le paginate sullo scandalo GM, informano che è stato concluso “un accordo di lunga durata” con “Fiat SpA, an Italian carmaker”. Ma noi sappiamo la verità, ce l’ha detta La Stampa: è la Fiat che ha comprato la Chrysler, vincendo un complesso di inferiorità durato un secolo.

E così, oggi sono andato a riscuotere: sono entrato nell’atrio senza bussare, con piglio marziale, e mi sono avvicinato all’ascensore presidenziale. La guardia – un nero gigantesco che aveva l’aria di chi in una vita precedente faceva lo sparring partner di Mike Tyson – mi ha guardato male, ma io gli ho subito fatto capire chi è il padrone adesso: “Piantla lì!” gli ho gridato, squadrandolo dall’alto in basso (operazione per la quale è stato necessario uno sgabello utilmente reperito in loco).

Lui sul momento non ha capito – probabilmente non aveva ancora letto La Stampa – e quindi ho provveduto a informarlo: “I l’oma catà nojauti, tuta sta ròba sì!”. Lui è rimasto un attimo sbigottito, come se non fosse sicuro di cosa intendessi dire, e allora – indicando col dito – ho specificato con maggiore precisione: “Tuta, tuta! Ij mòbil, le lampe, le pòrte, j’assenseur, ij tapirolan…” A quel punto ho visto la disperazione nei suoi occhi: passi per i mobili, ma quello no! Con un accento ancora incerto, come di chi ha studiato il piemontese tutto in una notte, mi ha risposto: “‘dcò ij tapirolan?”. Non ho avuto cuore di insistere, e ho preferito lasciargli la speranza di salvare almeno quelli.

Eppure i segnali sono ormai evidenti: nel cuore di Manhattan, nell’edificio simbolo dell’industria americana, il chioschetto non vende più hamburger, ma panini con le acciughe al verde; e il carrello degli hot-dog all’angolo è già stato sostituito da un carrello dei bolliti. Per fraternizzare, le guardie mi hanno offerto una scodella della nuova bagna caoda di Starbucks: sta in un contenitore di plastica con un tappo sintetico che mantiene caldo il contenuto, e che in cima ha un buco a forma di ciapinabò, per facilitare la puccia.

E questo è soltanto l’inizio! Stasera, soddisfatto, già mi vedevo le grandi aziende americane piemontesizzarsi: alla Piassa dij Temp le insegne luminose dicevano “Ernèst e Giovin”, “Citemòl”, “Café dla ròcia dura” e “Gran negòssi dla vérgin” (quest’ultimo però sta chiudendo). Ma forse era la bagna caoda di Starbucks che aveva troppo aglio.

[tags]viaggi, stati uniti, new york, chrysler, torino, fiat, piemontese, bagna caoda[/tags]

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lunedì 30 Marzo 2009, 23:03

Arte in lontananza

New York, a visitarla, inganna. E lo fa per un motivo molto semplice: noi siamo abituati a giudicare la distanza degli edifici in base a quanto essi svettano rispetto al terreno; più gli edifici sono vicini, e più la porzione di cielo che essi occupano verticalmente è elevata. Quello che il nostro occhio può vedere, tuttavia – specie quando gli edifici non sono immediatamente davanti a noi, ma vi sono alberi o edifici più bassi in mezzo – è soltanto l’angolazione con cui la cima dell’edificio si staglia rispetto all’orizzonte; per poter calcolare la distanza è necessario conoscere anche l’altezza dell’edificio, poiché a parità di angolo la distanza è proporzionale all’altezza stessa.

Il nostro cervello fa questi calcoli alla buona, utilizzando la propria esperienza; per questo, ipotizza che gli edifici “alti” abbiano l’altezza che hanno abitualmente nel proprio ambiente – a Torino, una decina di piani. Se improvvisamente venite trasportati in un luogo dove gli edifici “alti” sono mediamente dieci volte più alti, il risultato sarà che tutti i vostri istintivi calcoli di distanza (e quindi di tempo) relativi a quanto ci vuole per raggiungere “quel palazzo laggiù” saranno sottostimati mediamente di un fattore dieci. E quindi, pensare “ma sì, quelli sono gli edifici al fondo di Central Park, non sono tanto lontani: andiamo a piedi” è un errore mortale.

Io ero già incappato in questo errore cinque anni fa, in particolare con il Chrsyler Building, che essendo uno dei grattacieli più a sud di tutta Midtown vi attirerà come una sirena, sembrandovi ingannevolmente vicino ogni volta che sarete in Downtown. Oggi però la camminata per Central Park era talmente piacevole che mi sono fatto ingannare volentieri: e così abbiamo percorso tutto il parco due volte per praticamente tutta la sua lunghezza, che però è di quasi cinque chilometri in linea d’aria, e ovviamente di più se seguite i tortuosi vialetti all’interno.

Il piano era, sulla strada del ritorno, di fermarsi a visitare prima il Guggenheim (che si trova sulla Quinta Avenue di fronte al parco, circa a metà), e poi il MoMA (che è nella parte nord di Midtown, a pochi isolati dall’albergo). E così abbiamo fatto; eppure, partiti dall’albergo alle dieci e camminando di buona lena, siamo ritornati alle cinque e mezza avendo visto il MoMA piuttosto di corsa.

Ed è stato un peccato: infatti il Guggenheim è un pacco pazzesco. E’ vero, l’edificio è meraviglioso e la collezione Thannhauser contiene una manciata di bellissimi Picasso, Monet e Van Gogh; la collezione di arte contemporanea però è deprimente, a meno che voi non siate di quelli che pensano che Pasto Nudo sia un libro, Yoko Ono sia un’artista e un quadro nero su sfondo nero sia una forma d’arte sublime. Qualcosa si salvava, ma il resto era soprattutto una collezione dell’orrida arte concettuale o performante degli anni ’60, quando ogni peto era peto d’artista purché fosse certificato da un gallerista.

Il MoMA, in compenso, è pieno di opere davvero belle: e ciò include anche l’arte contemporanea dello stesso periodo, scelta però evidentemente con un criterio diverso. D’accordo, non sono sicuro che abbia senso vedere i quadrati di Mondrian dal vivo, ma il museo era pieno (oltre che dei soliti impressionisti francesi: pare che i loro quadri siano stati comprati tutti in massa da americani) di bellissimi quadri di praticamente qualsiasi maestro del Novecento europeo e americano, tra cui una intera stanza dei nostri futuristi (oltre a De Chirico e Pistoletto), e poi due bellissime esposizioni di fotografie, e la parte di design (e qui ad essere italiana era metà della collezione).

Purtroppo, però, la stanchezza derivante dalla lunga camminata e dall’indigestione di quadri aveva già avuto effetto, e così la parte conclusiva della visita si è trasformata in un blobbone di forme, colori e concetti tendente al delirio: l’arte ha preso vita e ha cominciato ad accerchiarmi cercando di abbattermi, o perlomeno di farmi vomitare l’hot-dog preso al baracchino per pranzo. Ho capito che la fine era vicina quando, osservando l’ennesima statua di Calder in mezzo al gelo ventoso del giardino scultoreo all’aperto, ho pensato “più che altro mi pare di Fredder”. Domani quindi promesso: niente più arte.

[tags]viaggi, stati uniti, new york, musei, arte contemporanea, guggenheim, moma[/tags]

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domenica 29 Marzo 2009, 23:22

The American way

Dunque, nel fine settimana ho guidato per 441 miglia, che poi sarebbero 709 chilometri o 417041,194 smoot (una unità di misura usata solo negli Stati Uniti e derivante da quando una fraternità dell’MIT nel 1958 usò lo studente Oliver R. Smoot come unità di riferimento per misurare la lunghezza del ponte che collega l’università a Boston; alla visita dell’MIT ci hanno detto che è stata infine riconosciuta ufficialmente dall’ANSI e probabilmente lo sarà anche dall’ISO, e a ciò non sarebbe estraneo il fatto che lo studente Oliver R. Smoot, molto dopo la laurea, è diventato il chairman di entrambe le organizzazioni).

Premetto una cosa che non vi ho detto ieri: che ovviamente io all’Avis di Cambridge ho chiesto la macchina più piccola che avevano, e che ovviamente loro hanno ottemperato, dandomi un Chrysler PT Cruiser, che per loro è una utilitaria. Per noi è una specie di camion travestito da limousine, anzi l’unica altra volta che ne avevo visto uno era stato a un matrimonio in Sicilia: la macchina per portare in chiesa lo sposo. Certo che il concetto di auto qui è proprio diverso.

Se sabato la distanza è stata agevole, trattandosi del tratto turistico e con varie soste da Boston a Provincetown, oggi mi è toccata la parte più lunga: trecento miglia da Provincetown a New York, di cui la maggior parte in autostrada attraverso quattro stati diversi (naturalmente molti americani sostengono che il Rhode Island non possa essere considerato un vero stato, ma al momento è ancora indipendente).

Siamo partiti verso le undici sotto una pioggia battente, che non ci ha impedito un minimo tentativo di vedere da dentro le dune sabbiose della punta di Cape Cod, uno spettacolo che non ho visto da alcuna altra parte e che meritava comunque il viaggio. Alle undici e mezza eravamo in strada; la contea di Stallabaracca è molto più lunga di quel che si può pensare, ed è servita soltanto da una statale che diventa ogni tanto superstrada a singola corsia, e solo verso la fine raddoppia. In pratica, l’autostrada comincia solo dopo che si è passato il gigantesco Sagamore Bridge, si è girato verso ovest e si è arrivati sul continente vero e proprio (infatti, a partire dal 1914, Cape Cod è di fatto un’isola, dopo la costruzione dell’enorme canale che ne taglia l’istmo iniziale).

Verso l’una e mezza abbiamo fatto una pausa per visitare New Bedford, che soppiantò Nantucket come capitale dell’industria baleniera nella seconda metà dell’Ottocento, per finire poi semiabbandonata come solo le città americane ex industriali possono essere. Il museo è stato interessante, ma intorno (nel fu centro cittadino) era il deserto; il fatto che fosse una domenica di pioggerella invernale non aiutava.

Siamo ripartiti alle tre e ci siamo fermati ad una delle prime uscite dell’autostrada (dato che non c’è pedaggio, in genere non ci sono aree sull’autostrada, ma indicazioni sui benzinai, fast food e centri commerciali disponibili accanto a ogni uscita) per mangiare qualcosa e fare benzina; questa è un’operazione che negli Stati Uniti mi causa sempre qualche complicazione, perché il sistema è tutto opposto al nostro. Bisogna parcheggiare a una delle pompe, entrare, allungare dei soldi alla cassa, uscire, fare benzina, ritornare dentro e prendere l’eventuale resto: in altre parole, prima pagare e poi tu vedere carburante. Io però ho mandato a male il sistema in vari modi; l’altra volta a Los Angeles avevo preso una pompa dal lato opposto a quello dove avevo il serbatoio, contando di estrarre il tubo per aggirare la macchina come faccio spesso da noi, e invece le pompe americane non si allungano e sono cortissime. Qui, invece, per non occupare la piazzola avevo parcheggiato nel piazzale, dato che dovevamo entrare e comprare anche del cibo; il fatto che io volessi della benzina per un’auto che non era già parcheggiata alla pompa ha mandato in confusione il cassiere della Shell di North Swansea, MA.

Appena abbiamo messo piede in Rhode Island, la pioggerella si è trasformata in una specie di tifone; per fortuna è bastato attraversare Providence (città che sta apparentemente venendo rasa al suolo per costruirci un maxi-raccordo autostradale nel centro) e poi entrare in Connecticut perché la pioggia smettesse. In compenso, il Connecticut è uno stato serio: a un certo punto siamo entrati in una autostrada dall’aspetto vecchissimo, probabilmente deliberata da Eisenhower in persona, tanto che sono comparsi pure gli autogrill (solo che ovviamente erano enormi McDonald’s). A un certo punto il traffico ha cominciato ad addensarsi in un serpentone; eravamo a 150 chilometri da New York e temevo che il mio incubo – un mega-ingorgo del ritorno in città della domenica sera – si materializzasse da lontano; invece poi le cose sono migliorate.

Peraltro, il carattere del traffico è cambiato visibilmente lungo il percorso. Viaggiare in autostrada negli Stati Uniti è noiosissimo: le strade sono larghe e tutti viaggiano per file parallele alla stessa velocità, cioé quella imposta dal limite di velocità più 5-10 miglia di bonus. Il limite però è fissato tra 50 e 65 miglia orarie, ossia 80-100 chilometri all’ora: più o meno la velocità che noi teniamo sui viali urbani e sulle stradine di campagna. Insomma, io proprio non ce la facevo, e in cinquecento chilometri penso di non essere mai rimasto sotto il limite di velocità per più di trenta secondi, anche se ovviamente non ho esagerato per evitare guai. In effetti sono stato frequentemente superato da auto locali, anche se nessuno esagerava con la velocità; l’impressione è che 70-75 miglia orarie siano tollerate senza problemi, almeno sui tratti da 65, ma che se cominciassi ad andare a 80 o 90 miglia orarie (le velocità normali sulle nostre autostrade) ti troveresti presto lo sceriffo alle calcagna.

Comunque, mentre nelle campagne del Massachusetts andavano tutti lenti e paciosi sui loro SUV da sei metri, in Connecticut c’era già molto più traffico. Avvicinandosi a New York sono comparsi i primi camionisti, tutti caratterizzati da manovre assurde e nessun desiderio di dare strada: del resto, con limiti così bassi anche i camion vanno alla stessa velocità di tutti gli altri. Verso la grande mela è stato il disastro: ok, abbiamo evitato il pedaggio – qui i pedaggi si pagano solo per ponti, tunnel e poche grandi strade, e dato che in media chi esce dalla città prima o poi vi torna e viceversa, in genere si pagano in una sola direzione; nel nostro caso si pagava solo in uscita dalla città – ma le macchine, più che addensarsi, hanno cominciato a fare a portellate per reclamare il diritto di via; le strade invece hanno iniziato ad annodarsi.

Alla fine ci siamo trovati sulla Cross-Bronx Expressway, un nastro d’asfalto scavato o sopraelevato in mezzo al Bronx, pieno di curve e controcurve; a un certo punto è passata direttamente sotto un palazzo. Io dovevo beccare l’ultima uscita, la 1A, mancando la quale saremmo finiti sul George Washington Bridge, cioé direttamente nel New Jersey: non una bella prospettiva. Purtroppo però all’avvicinarsi del ponte l’autostrada impazziva: cominciavano a mettere frecce per chiederti se volevi prendere il ponte sul piano di sopra o su quello di sotto, mentre la carreggiata veniva inghiottita tra le fondamenta di strade e palazzi, con tanto di colonne in mezzo a fare da spartitraffico.

Per fortuna, proprio all’ultimo, in mezzo alla nebbia e tra le fondamenta del mondo superiore è apparsa l’uscita a doppio cavatappi che ci ha portato sulla Henry Hudson Parkway, il corso Unità d’Italia di Manhattan: un vialone a tre corsie per direzione costruito in riva al fiume, anzi a un certo punto proprio in mezzo al fiume, o così sembrava. Incredibilmente, non c’era praticamente traffico; e così verso le sette e un quarto siamo arrivati in città, e in pochi isolati sono arrivato davanti al nostro albergo, sull’angolo di Ottava Avenue & Cinquantunesima Strada.

E lì, incredibilmente, proprio all’angolo, c’era parcheggio. In piena Midtown Manhattan, a pochi isolati da Times Square. E non si pagava nemmeno: la domenica è gratis (per dire, l’autosilo all’angolo costa 25 dollari per mezza giornata). E mi son preso il gusto di fare il mio bel parcheggio parallelo a Manhattan. E son soddisfazioni.

Meno soddisfacente è stato pagare la benzina 2,50 dollari al gallone, in un Mobil sull’Undicesima Avenue, per riempire il serbatoio prima di riconsegnare l’auto all’Avis. Voglio dire, a North Swansea costava 1,93: capisco che siamo a Manhattan, però… Comunque abbiamo fatto 700 chilometri su quel bidone di auto con meno di 37 dollari di benzina: certo che è facile atteggiarsi a civiltà dell’auto con la benzina che costa così poco; peraltro l’estate scorsa erano arrivati sopra i 4 dollari al gallone…

In conclusione, è stata una esperienza interessante, soprattutto per osservare il nulla cosmico di cui è piena l’America: centinaia di chilometri di boschi tutti uguali, e poi centinaia di chilometri di aree urbane tutte uguali e prive di qualsiasi attrattiva. Per fortuna che qui ci sono delle radio decenti, che trasmettono del sano rock americano anni ’70, ’80 e ’90 a ciclo continuo, che in queste condizioni fa la sua porca figura… voglio dire, anche due settimane fa, andando in montagna, la radio aveva mandato Living On A Prayer di Bon Jovi; ma sentita sulla discesa di Ivrea non fa affatto lo stesso effetto che sentita sulla I-95 dalle parti di Stratford, CT. Ciò detto, che non vi venga mai in mente di fare l’attraversamento coast-to-coast degli Stati Uniti in auto, specialmente guidando voi: faccio fatica a immaginarmi qualcosa di più noioso sulla faccia della Terra.

[tags]viaggi, stati uniti, massachusetts, cape cod, provincetown, new bedford, new york, manhattan, auto, autostrade[/tags]

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sabato 28 Marzo 2009, 23:06

La sottile linea rosa

Avendo il weekend da passare qui e la necessità di spostarsi da Boston a New York, mi è venuto naturale pensare di affittare una macchina e sfruttare l’occasione per vedere un po’ di New England, al di fuori delle città. Il problema è che, per gli standard turistici europei, nel New England non c’è molto da vedere; e così la scelta sul dove trascorrere il sabato notte si è ridotta alle sole tre zone veramente turistiche del Massachusetts, cioè Martha’s Vineyard, Nantucket e Cape Cod.

E dato che siamo in inverno, che la temperatura notturna è sotto zero e che i traghetti sono quasi tutti fermi, abbiamo eliminato le due isole. Quindi la scelta più logica è stata una sola: Provincetown, il capoluogo turistico di Cape Cod, situata proprio all’estremità del lungo arco peninsulare; il primo posto dove i padri pellegrini della Mayflower toccarono terra, prima di ripartire per stabilirsi a Plymouth.

Avrei dovuto però capire che c’era qualcosa di sbagliato in questo ragionamento, se non altro quando ho scoperto che nessun albergo permetteva la prenotazione online, perché erano tutti chiusi; non demordendo, sono passato alle guest house, ossia la versione americana dei bed & breakfast. E lì proprio avrei dovuto capire, dato che scorrendo i vari siti comparivano le facce sorridenti dei padroni di casa: Tim & Luis, Peter & Chuck, Rainer, Jürgen & Hans.

Ma, pur cominciando a sospettare, ancora non avevo ben realizzato l’estensione del problema. Mi sono fidato di TripAdvisor, per cui la migliore di 89 guest house era l’Oxford: e così ho prenotato da Trevor & Stephen, non dando particolare peso al fatto che il secondo sito da cui sono caldamente raccomandati, oltre a TripAdvisor, è PinkChoice.

Così siamo arrivati, siamo stati accolti benissimo, ci siamo sistemati in una stanza meravigliosa (d’accordo, 130 dollari a notte prezzo di bassa stagione, ma la casa è davvero splendida), siamo andati a fare un giro… Insomma, P-Town, come la chiamano qui, è una tranquilla cittadina di mare del New England (ma sembra la Scozia, con quella bella nebbiolina grigia che copre tutto e l’acqua del mare sciolta nell’aria e sparata dal vento) con la particolarità di essere abitata quasi esclusivamente da coppie gay di ambo i sessi. Sulla strada principale, ad elegantissime gallerie d’arte si alternano pornoshop assurdi, e quasi tutte le case espongono la bandiera arcobaleno invece di quella americana. Ed è un posto bellissimo, dove si respira libertà ad ogni angolo, tanto è vero che da tutto il mondo ci sono persone che mollano tutto e vengono a vivere qui.

Eppure, mi sono anche reso conto di come il venire da un paese omofobico e integralista cattolico come l’Italia ti segni in profondità: infatti, quando a cena siamo finiti in un caffé-ristorante che suonava disco music a manetta, dove i camerieri erano giovanotti del tipo ultra-macho e dove le coppie etero erano in netta minoranza – a fianco a noi c’erano due lesbiche di mezza età, lei genere camionista con i piedi appoggiati sulla panca dall’altra parte, intente a chiacchierare e ogni tanto a sbaciucchiarsi – mi sono comunque sentito sottilmente a disagio.

Non ci siamo abituati, perché da noi comunque i gay vivono abbastanza sotto traccia, ritrovandosi mediante segni chiari ma poco visibili al mondo degli etero (oddio, qualcosa sto imparando, visto che quando sulla strada ho visto l’insegna Ursie’s Restaurant ho subito capito di cosa si trattasse). Ogni buon bambino italiano cresce giocando a pallone ai giardinetti in mezzo a coetanei che usano “frocio” come un insulto, e queste cose, anche quando vanno via dalla testa, ti restano nei riflessi; ed è ben diverso provare, come succede da noi, la piacevole sensazione di essere aperti di mente nei confronti della rara coppia gay che incontri per strada o a una cena, rispetto alla sensazione naturalmente meno piacevole di essere tu la minoranza che deve farsi tollerare.

Come unico incidente, sulla spiaggia abbiamo avuto un piccolo incidente con una checca in vestaglia: insomma, alle volte il mix di aggressività maschile e suscettibilità femminile genera davvero dei comportamenti da caricatura. Ma sono appunto caricature: la realtà è ben diversa, ed è quella di un posto dove davvero si può vivere la propria sessualità senza problemi. Fa piacere quindi essere in uno di quei paesi più civili del nostro, dove i matrimoni tra omosessuali sono permessi ed equiparati a quelli tra eterosessuali.

[tags]viaggi, stati uniti, massachusetts, new england, cape cod, provincetown, omosessuali, gay, matrimoni[/tags]

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venerdì 27 Marzo 2009, 23:56

Hamburger

Venendo negli Stati Uniti – e intendo proprio Stati Uniti, mica la California rifatta e salutista – non si può non andare a mangiare dei veri hamburger; che sono tutt’altra cosa dal cartone scongelato e pressato che viene servito nei nostri McDonald’s o nei nostri supermercati. Io non vi consiglio la pizza prosciutto e ananas surgelata che vendono nei negozi di qui, ma proprio per questo posso dire che un hamburger serio come quello che ho mangiato stasera, cioè alto due centimetri, fatto alla griglia in modo che sia bruciato fuori e rosa dentro, e coperto di formaggio fuso e di bacon, ha un suo perché; e ora scusatemi, vado a bere l’idraulico liquido per digerire.

Proprio come hamburger sono le stampe di Shepard Fairey, il cui nome vi sarà sicuramente sconosciuto, ma che è l’artista che ha realizzato il poster colorato di Obama intitolato “HOPE” che ha contribuito a fargli vincere le elezioni, e che abbiamo visto in mostra a una personale all’Institute for Contemporary Art. In realtà, a impressionare è tutto il lavoro svolto dall’artista in vent’anni, basato sul prendere immagini e forme tipiche della propaganda politica per poi rovesciarle verso il nonsenso e la critica radicale al sistema e diffonderle tramite guerrilla marketing, a partire da adesivi, murales e file scaricabili da Internet. Come ogni volta in cui si prendono archetipi familiari e li si altera in modo sottile, il fruitore medio rimane completamente spiazzato; pensa che sia una pubblicità per non si capisce cosa, o una campagna sovversiva dell’ordine costituito (questa seconda cosa è già più vera). Il tutto viene poi centrato in modo ossessivo (proprio come una campagna pubblicitaria) sullo slogan “OBEY” e sulla figura di André The Giant, mitico wrestler degli anni ’80. Non si sa se il risultato sia arte, pubblicità, politica, sovversione o mero sfruttamento commerciale di finta arte e finta sovversione, ma di certo è qualcosa che fa pensare.

Pensando, comunque, abbiamo attraversato qualche strada (impresa non facile: qui i semafori pedonali sono totalmente disattesi non dalle auto ma dai pedoni, che si buttano tranquillamente col rosso in mezzo alle auto che sfrecciano; nemmeno al Cairo ho visto queste scene) e siamo andati a mangiare hamburger; e ora andiamo a dormire, che domani lasciamo Boston.

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giovedì 26 Marzo 2009, 23:43

Politecnici

Stamattina, avendo un paio d’ore libere, ho deciso di andare a visitare il Poli di Boston; ed è stato molto interessante.

Per certi versi è molto simile al nostro: anche loro hanno un corridoio lungo, ma non è lungo quanto il nostro e soprattutto è molto più stretto; però è orientato in modo che due volte l’anno il sole lo attraversi per intero, in modo da eccitare tutti i giovani ingegneri radunati in fondo. E anche i loro corridoi sono pieni di bacheche tappezzate di bigliettini con annunci di vario genere.

Però noi non abbiamo un edificio di Frank Gehry come sede di ingegneria informatica (con dentro gli uffici di Chomsky e di Stallman), né un centro sportivo con tanto di palestra e piscina olimpionica, per non parlare di un teatro interno e di undici dormitori per gli studenti all’interno del campus, di cui uno di Alvar Aalto (ma anche questo a me piace molto).

Andrò controcorrente, ma a me è sembrato che, fatte le debite proporzioni, il Politecnico di Torino non sfiguri poi così tanto rispetto a quello di Boston – anche se bisogna ammettere che non può competere col leggendario Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, MIT italiano fondato dalla Moratti in pompa magna quattro anni fa e che ha già rivoluzionato il mondo della scienza.

Comunque, è vero che il concetto di campus aiuta tantissimo, sia per attirare i migliori studenti da mezzo continente, sia per creare un senso di attaccamento e condivisione di un progetto: mi ha molto colpito come la guida laureanda volontaria del nostro tour (principalmente rivolto agli aspiranti studenti del prossimo anno, ma aperto anche ai turisti) continuasse a parlare dell’istituzione come “we”: “we moved into this campus in 1916”. E’ tutta un’altra idea di istruzione superiore, rispetto ai nostri esamifici dove volendo ci si può presentare tre volte l’anno per dare l’esame, restando iscritti per decenni, e non partecipando ad alcuna “vita culturale” dell’istituzione.

Nell’oretta e mezza spesa a girare per il campus mi è successo quel che già era accaduto visitando il complesso di Google a Mountain View: c’è nell’aria un senso di eccitazione, di eccellenza, di scoperta, di possibilità sconosciute da trasformare in realtà, che stimola la mente invece di legarla. E’ triste da dire, ma, in un mondo dove talento e conoscenza sono le merci più preziose e dove l’interconnessione globale elimina le distanze, c’è un premio naturale per l’aggregazione delle idee nel punto della rete dove esse vengono meglio sfruttate e ricompensate: e chiaramente non è l’Italia. Per dirla più prosaicamente, la giornata di oggi – nonché le chiacchiere di questi giorni con la nutrita colonia di emigranti sabaudi di alto livello che si è installata a Harvard e dintorni – ha riportato alla luce l’inevitabile domanda: “ma cosa cavolo ci sto a fare, io, ancora in Italia?”

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mercoledì 25 Marzo 2009, 23:49

Una città americana inglese

Boston è davvero una città americana: si capisce che siamo negli Stati Uniti perché una buona metà delle persone che incroci per strada parlottano tra loro in spagnolo. D’altra parte si vede che siamo nel New England: fossimo in California, per strada sentiresti solo spagnolo e basta.

I residui WASP, infatti, se ne stanno ben chiusi nei loro SUV, spostandosi dal garage della villa al parcheggio riservato nel grattacielo dell’azienda e di lì al valet parking del ristorante scicchettoso; è raro che camminino per strada. Questo spiega anche una differenza nei trasporti pubblici: da noi, fuori dai centri, sono abbastanza poco capillari, ma piuttosto frequenti; mentre qui preferiscono frequenze assurde (tipo un bus ogni 30 minuti, 60 fuori ora di punta) ma con linee molto distribuite, in modo che tu abbia comunque una fermata entro due minuti a piedi dalla porta di casa, dato che nessun americano bianco camminerebbe per più di due minuti (fa eccezione Manhattan, ma ne parleremo la settimana prossima).

Ieri, comunque, nel nostro primo giro per la città ci siamo adeguati alla cultura locale, e abbiamo percorso tutto il famoso Freedom Trail: una striscia di mattoni rossi che partendo dal Boston Common attraversa tutta la città portandoti davanti ai principali monumenti della rivoluzione americana (con una sola eccezione, ovvero il sito del Boston Tea Party, che peraltro non esiste più perché la città si è espansa un po’ ovunque verso il mare, quindi ora al posto del molo c’è la sala da té dell’Hotel Intercontinental). Certo, la situazione è un po’ buffa perché praticamente tutto il resto del centro, nei secoli, è stato sostituito con grattacieli: per cui la casetta settecentesca che fu la sede delle assemblee indipendentiste è circondata da edifici alti decine di metri, e nel suo seminterrato settecentesco di mattoni settecenteschi hanno direttamente aperto l’ingresso della metro.

Comunque, la passeggiata è piacevole: porta prima davanti al mercato di Faneuil Hall, a sua volta fronteggiato dalla splendida City Hall, un romantico cubo di cemento progettato da un computer impazzito d’amore, che non si capisce come faccia a non piacere a nessun altro che a me. Poi si attraversa il quartiere italiano, pieno zeppo di ristoranti e di maglie di Ibrahimovic e Del Pippero, e infine si passa su un ponte metallico di inizio secolo tuttora zeppo di traffico (ma preoccupantemente arrugginito) e si arriva a Charlestown, dall’altro lato dell’estuario, dove si può visitare il porto militare e poi salire in cima a Bunker Hill, la sede della prima grande battaglia di indipendenza americana, chiusa tra il fiume Charles e il fiume Mystic e oggi circondata da case elegantissime.

La passeggiata, presa con la dovuta calma, dura tranquillamente tre ore, ed è davvero piena di storia: ed è più di quanto si possa trovare in quasi tutte le città americane. Mentre tornavamo al Quincy Market per mangiare ai baracchini un po’ di tipico cibo americano – pollo in salsa teriyaki e pollo tikka masala – ho pensato che effettivamente valeva la pena di visitare Boston: d’altra parte è l’unica parte di Nord America che potrebbe tuttora passare per una città inglese.

[tags]viaggi, stati uniti, boston, freedom trail[/tags]

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