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martedì 24 Marzo 2009, 17:07

La metro di Boston

Il nostro viaggio a Boston è finalmente arrivato a Boston, e questo è già qualcosa: siamo ospitati da un’amica che questa settimana è a Washington, e che ci ha lasciato la casa in condivisione con un’altra coppia di ospiti. E’ un’esperienza interessante, perché la casa è veramente americana, in un quartiere davvero americano, abitato prevalentemente da professori di Harvard: quindi si tratta di una immensa distesa di case indipendenti o al massimo bifamiliari, ognuna delle quali di due o tre piani. La nostra conta il regolamentare garage al piano interrato, un primo piano tutto aperto dove si trovano la cucina e il salone, un secondo piano con due camere da letto, e un terzo piano a mansarda con altre due camere da letto. Ogni piano ha il suo ufficetto ovale, ed è da quello del terzo – potere del wi-fi – che vi sto scrivendo in questo momento.

Sicuramente avrete sentito parlare di Boston come più antica tra le città americane (fu fondata nel 1630), come un centro di cultura e di politica. In realtà, la cosa che colpisce subito di Boston è che è la città trasportisticamente più sfigata d’America. Certo, la sua geografia è particolare: il centro si trova su una penisola che si protende sull’estuario di un fiume, per cui i collegamenti non sono agevoli. Qui, però, l’anarchia di mercato americana ha fatto gravi danni: tanto è vero che il progetto per risolvere il problema del traffico una volta per tutte, riempiendo la città di tunnel per trent’anni e 22 miliardi di dollari, ha lasciato in eredità non solo i conti da pagare, ma tutta una serie di polemiche; in particolare da quando si è scoperto che gli appaltatori hanno risparmiato sul cemento, fino a quando un pezzo di tunnel non è crollato sulle auto in transito.

E’ in questo scenario che ho vissuto una esperienza ridicola: prendere la linea grigia (pardon, argento) della metro di Boston, che collega l’aeroporto col centro. Già, perché qualche sospetto dovrebbe venirti già quando compri il biglietto e ti trovi davanti una scritta che dice “aspettate la linea grigia sul bordo del marciapiede fuori dal terminal”. Non è molto normale aspettare la metro in mezzo alla strada, e infatti a un certo punto arriva un bus, vecchio e strapieno di gente pigiata, con sopra scritto “SILVER LINE”. Tu lo prendi pensando che sia la navetta che ti porta alla fermata della metro, e invece no: è proprio la metro.

Già, perché in tutto questo ambaradan di lavori pubblici che partono, si incrociano, poi a metà vengono cambiati, poi cancellati e poi rifatti in un altro modo, a un certo punto hanno scoperto che non potevano far passare i binari della metro nello stesso tunnel sotto l’estuario che ospita le auto dirette all’aeroporto; e così ci hanno messo i bus. Però, quando i bus escono dal tunnel, fanno tutto un giro dell’oca per arrivare all’ingresso del percorso previsto per la metro, dove magicamente (in soli due minuti di cristoni dell’autista) tirano fuori un pantografo e passano all’alimentazione elettrica, diventando dei filobus.

Dopodiché percorrono un pezzo di strada, poi arrivano al punto dove la metro doveva scendere sotto terra; e infatti inizia un tunnel bloccato da una sbarra, al che l’autista tira fuori il telecomando e apre la sbarra, un po’ come facciamo noi per entrare in garage, e poi si infila nel tunnel. Che è un tunnel della metro, di forma quasi quadrata, largo come il bus più 20 centimetri per lato, dove invece dei binari hanno messo l’asfalto; là dove una metro sfreccerebbe a cento all’ora, c’è un povero autista che deve guidare a mano un grosso bus a venti, stando attento a non rifarsi la fiancata nelle curve. Ed è surreale arrivare a delle vere e proprie fermate sotterranee della metro, dove però invece fermano i bus. Un capolavoro di organizzazione dei trasporti pubblici, non c’è che dire!

L’America è così: prendere o lasciare. Alle volte l’esasperazione del marketing dà risultati interessanti: per esempio JetBlue ha trovato un sistema furbo per conciliare low cost e servizio a bordo da major, cioè ti dà gratis le bevande a bordo, addirittura a volontà, ma solo se le chiedi o te le vai a prendere da solo; e il risultato è che la maggior parte dei clienti, sui brevi voli interni, lascia perdere, ma intanto il servizio c’è. Altre volte invece escono fuori aborti come la Silver Line; del resto, se l’obiettivo dei servizi pubblici europei è offrire il miglior servizio possibile senza perderci troppo, l’obiettivo di quelli americani – che, come spiega Homer Simpson, sono rigorosamente per i perdenti – è di trasportare messicani, neri e turisti europei solo a patto di mantenere i conti accettabili; manutenzione, pulizia, frequenza del servizio sono le prime cose su cui si risparmia.

Ieri sera però siamo andati a fare la spesa: e così ho provato un ipermercato americano, quasi dieci anni dopo la prima esperienza a San Jose. Tutto è parecchio caro – Boston è una delle città più care d’America – ma alla fine non ci sono poi tutte queste differenze, a parte il fatto che non potrei mai vivere qui perché non esistono né il salame né lo sgombro sott’olio. Ma c’è la pasta Barilla, De Cecco, Buitoni e Giovanni Rana, e hanno persino i sughi Saclà.

D’altra parte, tutto è in confezioni giganti (c’era del sugo di pomodoro in una tanica di plastica da un paio di litri, come fosse benzina) e ovunque c’è il buffet del cibo a peso: decine di vaschette con ogni genere di piatto, dall’insalata alle bistecche, che tu puoi prendere e mescolare nel tuo contenitore, pagando poi a peso, da sei a otto dollari a libbra: ieri all’aeroporto mi sono sparato un mescolone assurdo di riso, puré, bistecca, manzo e verdure, pesce al forno e pollo in salsa barbecue, eccellente!

Però ancora non mi spiego com’è che qui le scatole di latta siano tuttora prive di anello: sarà che in ogni casa c’è l’apriscatole elettrico?

[tags]viaggi, stati uniti, boston, trasporti, bus, metro, supermercati, cibo[/tags]

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lunedì 23 Marzo 2009, 03:38

Nuovo cinema Lufthansa (3)

Ci sarebbero molte cose da raccontare su questo viaggio a Boston: per esempio, com’è che siamo invece finiti a New York, in un albergo (peraltro piuttosto carino) dove un divano appena un po’ allargato viene spacciato per un letto matrimoniale; e a cenare da un coreano troppo impegnato a scacciare gli ubriaconi a fucilate, un po’ come Apu nei Simpson.

E invece, siccome sono stanco ed è tardissimo in qualsiasi sistema orario, mi limito a segnalare che in volo ci hanno deliziato con Australia, che non avevo ancora visto. Non è completamente da buttar via, soprattutto se si scopre il gioco, peraltro abbastanza esplicito, che è quello di rifare un film anni ’40 con sessant’anni di ritardo. Interpretato in quel senso – cioè partendo dall’idea di andare a vedere una specie di Via col vento – Australia diventa un polpettone quasi accettabile, anche se viene costantemente schiacciato da tonnellate di antica retorica cinematografica e politicamente corretta. Si salva un po’ di più la seconda parte, quella della guerra, e secondo me Hugh Jackman è un buon attore, ma molto del film si regge sulla performance del chirurgo plastico di Nicole Kidman.

E’ stato così davvero rinfrescante vedere subito dopo The Rocker, una allegra commedia rocchettara su un quarantenne che, con vent’anni di ritardo, ha finalmente l’occasione giusta per roccheggiare. E sì, si vede pure Rock Band. Ma soprattutto, finalmente un film con un messaggio sensato: ave al glam rock degli anni ’80, e più in generale a quella meravigliosa esperienza che è fare del rock per locali con un gruppo di amici.

P.S. Giusto per non dimenticare, Watchmen merda.

[tags]cinema, recensioni, lufthansa, australia, jackman, kidman, the rocker, rock’n’roll!!!!![/tags]

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sabato 21 Marzo 2009, 21:03

Caro Brunetta

Caro Brunetta,

le scrivo con la simpatia che spetta a chi – ed è ormai un caso raro – è arrivato alle massime posizioni di potere per le proprie capacità, senza essere passato dal consueto percorso dell’essere “figlio di” o perlomeno eterno portaborse, oppure dell’essere calciatore, cantante, velina o mignotta di lungo corso; e che interpreta la posizione senza compromessi, e senza quell’italica tendenza ad agire il meno possibile per evitare di farsi dei nemici.

Detto questo, la sua lettera di oggi sulla Stampa mi ha fatto venire i brividi, e non in senso positivo; perché, tramite un bel mescolone dai toni melliflui, cerca di delegittimare per principio qualsiasi protesta, trasformandola direttamente in teppismo (prima aveva detto guerriglia, poi s’è reso conto di averla sparata un po’ troppo grossa).

Vedo anch’io che spesso i ragazzi dell’Onda, come tutti i ragazzi e come anche noi quando alla loro età facevamo i cortei, alle volte hanno le idee poco chiare e partono da approcci astratti ed ideologici che in pratica sono controproducenti, e spesso vedono solo una parte del problema. Tuttavia, i problemi che pongono sono reali, e lei lo sa benissimo. Con la scusa di introdurre nell’università e nella scuola misure di efficienza, talvolta anche condivisibili e persino doverose, il suo governo sta facendo passare il messaggio che sulla pubblica istruzione non s’ha più da investire; che in fondo chi i soldi li ha troverà una istruzione di qualche genere, e le masse s’arrangino, abbandonate a un livello di cultura e di competenza media in caduta libera, e a una organizzazione del lavoro in cui al precariato non c’è mai limite né rimedio.

In questo clima di sfascio generale, a me fa solo piacere che esistano dei giovani che hanno ancora il coraggio di alzare la testa, anche quando (come a piazza Navona qualche mese fa) sono accolti dalla violenza premeditata, con tanto di beneplacito della polizia. A proposito di violenza, per carità: anche a me le immagini degli “scontri” tra fascisti rossi e fascisti neri davanti a Palazzo Nuovo sembravano più una esibizione di pretesa figaggine uso telecamere che un vero conflitto politico, e sembravano comunque il prodotto di un vuoto pneumatico nel cervello; ma l’Onda non è certo quello.

E’ fatta, se mai, di tanti giovani che hanno problemi gravi e concreti per il loro futuro, e che in questa società, anche quando sono più che capaci, non hanno più alcuna prospettiva di prosperità e successo. Il fatto che lei cerchi di accomunarli ad altri giovani, violenti e vecchi dentro (parte dei quali peraltro ardenti sostenitori del suo partito), è un triste tentativo di negare la questione sociale che l’Onda le pone, e anzi peggio: di far passare qualsiasi malcontento sociale, pur se ampiamente giustificato, come un tentativo di far tornare il terrorismo.

Lo so, che lei se la fa sotto all’idea che gli italiani non accettino passivamente di essere svenduti alla globalizzazione, alla massimizzazione dei profitti, alla privatizzazione degli utili collettivizzando le perdite, ad una economia non di mercato (magari ne avessimo finalmente una) ma di totale oligopolio, legata a maneggi politici e a cordate di imprenditori di destra e di sinistra tenuti in piedi a forza di denaro nostro pilotato da voi.

Ma non creda che sia sufficiente un po’ di criminalizzazione mediatica per fermare la rabbia: perché quando la gente si sente alla fame, niente può evitare la protesta anche violenta. Forse, allora, sarebbe un po’ più utile che si dedicasse a fornirci una proposta concreta sul come garantire un futuro decente ai giovani italiani.

[tags]brunetta, scuola, università, onda, gelmini, politica, italia, futuro, giovani, protesta, violenza[/tags]

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venerdì 20 Marzo 2009, 19:44

Ancora sulla libertà

Ecco, ho passato il pomeriggio a discutere per via del post di ieri – che comunque non ritratto, anche se effettivamente la censura può non essere lo strumento giusto, visto il rischio di abusi: sarebbe stato sufficiente un serio avvertimento prima del film e un divieto ai minori di 18 o almeno di 16 – come peraltro è stato in quasi tutto il mondo – invece che di 14 anni.

Però ci tengo a dire che da alcuni concetti mi dissocio: dall’idea che la libertà di espressione sia senza limiti, per esempio. Io sono ben contento che l’apologia di fascismo, nazismo e razzismo sia vietata; gli stessi Stati Uniti, patria del primo emendamento, sono comunque arrivate a vietare in modo talvolta fin ridicolo qualsiasi promozione o giustificazione del razzismo. Ritengo che il bene per la collettività derivante da questi divieti sia superiore al rischio per la collettività derivante dal loro potenziale abuso.

Credo che se siamo arrivati ad avere una società in cui i giovani, per divertirsi, danno fuoco a un barbone o girano i semafori per causare un incidente e poi riprenderlo col telefonino, è anche perché da qualche decennio passa questo messaggio: che non ci sono limiti, che tutto è permesso, che “sono solo parole” (finché non vengono messe in atto, e poi dal giorno dopo è “come è stato possibile, nessuno l’avrebbe mai immaginato”).

E l’educazione spetta sì ai genitori, ma è il risultato dei messaggi che passano ovunque, spesso con mezzi di comunicazione che hanno un potere di impressionare e di persuadere molto superiore a quello di qualsiasi genitore; il cinema tra questi. E’ responsabilità di tutti noi lavorare per una società pacifica, dunque è irresponsabile e immorale proporre “solo parole” e “solo immagini” che presentino la violenza come normale, accettabile, esteticamente bella, simbolo di superiorità (di prevaricazione) anche se praticato dai “buoni” sui “cattivi”; tanto più quando è violenza gratuita, eccessiva, ingiustificata – perché i “supereroi” di Watchmen non si limitano a catturare i cattivi, si divertono a torturarli e ad ammazzarli in modi atroci per aumentare l’incasso al botteghino.

Scusate dunque se ho disturbato per un attimo il festino generale a base di donne mercificate con tette e culi ovunque, di guerre e ammazzamenti passati a ciclo continuo finché non fanno più alzare nemmeno un sopracciglio di indignazione, di sfruttamento senza limiti degli animali e della natura, di croci celtiche ed ex bravi ragazzi di Salò pensionati a spese nostre, e soprattutto di esseri umani persi in un relativismo totale, senza più scopi né ideologie né fedi se non quella di drogarsi di emozioni che svaniscono in un momento, lasciando soltanto il desiderio di provare la volta prossima qualcosa di più forte, di più nuovo, di più realistico; dimenticando che la realtà è innanzi tutto dentro di noi, e che la realizzazione personale non può che passare da una piena relazione con gli altri, che necessariamente implica una limitazione della propria libertà.

[tags]libertà, etica, morale[/tags]

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giovedì 19 Marzo 2009, 23:59

Watchmen

Stasera avevo proprio voglia di staccare e uscire; e così, all’ultimo momento, mi sono unito a una combriccola di amici che andavano al cinema a vedere Watchmen.

Premetto che il film è tratto da un fumetto americano di supereroi, e che quelli che l’hanno letto dicono che sia molto bello; presumo quindi che per queste persone il film possa essere visto sotto tutta un’altra luce. Io, però, sono andato completamente impreparato e il risultato è stato tremendo.

Cinematograficamente parlando, il film è orrendo; gli sarebbe giovato aggiungere alcuni elementi trascurabili come degli attori, degli sceneggiatori e un regista. Lo spettatore è costretto a destreggiarsi attraverso due ore e quarantacinque minuti di recitazione monocorde, dialoghi improbabili, trama incomprensibile e pestaggi a schema base (un colpo a destra, uno a sinistra, uno in alto e uno in basso, quindi ripetere all’infinito), per arrivare nel finale a un paio di colpi di scena uno più insostenibile dell’altro, mescolati a banalità buoniste sui destini dell’umanità. Nel frattempo, per far passare il tempo, il regista si dedica a tutti i trucchi di chi non sa come far scorrere un film, inclusi flashback a cazzetto (alcuni ripetuti almeno tre o quattro volte) e momenti videoclip (per esempio quattro minuti di The sound of silence con sotto un funerale, ovviamente sotto una pioggia battente e ovviamente con l’effetto speciale delle gocce di pioggia che cadono viste dall’alto; credevo fosse impossibile superare l’inutilità del momento videoclip che sta a metà di Matrix II, e invece qui ci potremmo essere riusciti).

E così, vi troverete in mezzo a tre ore pallosissime che vorreste aver speso altrimenti; ma il peggio non è nemmeno questo. Il peggio è che il film è intriso di violenza completamente gratuita: e non parliamo solo di laghi di sangue ovunque, ma di una bambina di sei anni data in pasto ai cani, con tanto di gamba penzolante dalla bocca dei cani stessi; di un tizio a cui vengono tagliate le mani con la sega elettrica; di numerose scene di uomini sbrindellati, spiaccicati sul soffitto, esplosi dall’interno, ammazzati o torturati dai “supereroi”, spesso per puro divertimento; di una donna incinta ammazzata a pistolettate nel pancione dal suo uomo così perché non rompesse le scatole; di un pestaggio su una donna, fino a tumefarle il volto, seguito da stupro mostrato piuttosto in dettaglio; insomma di decine e decine di scene di questo genere. Il tutto davvero senza alcun motivo plausibile – la storia avrebbe funzionato perfettamente anche senza mostrare tutto questo sangue, e quanto al messaggio del film, comunque non ce n’è nessuno – se non quello di permettere al regista di cercare di coprire la sua totale mediocrità riempiendo il suo nulla di effettacci.

La cosa terrificante è il fatto che nessun altro in sala (è la prima settimana quindi grande affluenza: circa dodici persone su 750 posti nella sala 1 dell’Ideal) sembrava minimamente turbato da questo spettacolo, anzi ci sono state due o tre persone che hanno ridacchiato alla scena di uno ammazzato immergendogli la faccia nell’olio bollente e poi lasciandolo lì a soffrire tra atroci tormenti mostrati fin nel minimo particolare, e mi chiedo quanto devi essere nerd per ridere di una cosa del genere invece di provare disgusto.

Insomma, Watchmen è il miglior argomento a favore della censura che abbia sentito da vent’anni a questa parte, nonché una prova tangibile del degrado della civiltà occidentale; persino io sono uscito con un desiderio impellente di prendere la tessera del Moige, e dispiacendomi di non aver vomitato sul pavimento del cinema (cosa che mi è visceralmente venuto di fare a più riprese) lasciando poi accuratamente il vomito lì e anzi spargendone anche un po’ sullo schermo.

Credo che il regista Zack Snyder dovrebbe essere costretto non solo a rivedere questa immondizia all’infinito, ma a dare sua figlia in pasto ai cani dopo averle tagliato le mani con una sega elettrica, così poi vedremmo cosa ne pensa veramente. Per fortuna non ho ancora visto il DVD del suo film precedente, 300, che mi regalarono con la Playstation: da oggi ho un sottobicchiere in più.

[tags]cinema, recensioni, watchmen, snyder, 300, censura, immondizia[/tags]

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mercoledì 18 Marzo 2009, 10:26

Incontro

Per chi di voi ha la serata libera e non ha ricevuto l’invito su Facebook, segnalo che questa sera Torino a 5 Stelle svolge un incontro aperto al pubblico per coinvolgere nuove persone e mobilitare chi crede nei nostri stessi obiettivi. C’è in giro un appello con tutti i motivi e i dettagli su come partecipare… per chi viene, ci vediamo là.

[tags]politica, elezioni, cittadinanza attiva, lista civica, torino a 5 stelle, grillo[/tags]

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martedì 17 Marzo 2009, 17:01

Sei metri sopra l’incrocio

Da qualche settimana, all’incrocio sotto casa mia – tra via Zumaglia e via Pilo – è comparso questo:

IMAGE_059s.jpg

Come vedete, si tratta di un parcheggio riservato per un invalido.

Lasciamo perdere il discorso sull’inspiegabile proliferazione di posti per disabili a Torino (se fossero tutti assegnati a disabili veri, saremmo la città più handicappata d’Italia), e notiamo invece un’altra cosa: il posto è tracciato subito accanto alle strisce pedonali, iniziando esattamente in corrispondenza dell’angolo della via, ben guardandosi dal rispettare i sei metri di distanza dall’incrocio previsti dal codice della strada per poter parcheggiare. Anche se al giorno d’oggi nessuno rispetta più tale distanza, un’auto che parcheggiasse in quel punto sarebbe multata, e infatti, se ricordate, tempo fa esattamente lì fu multata mia mamma.

Evidentemente, persino il Comune ha deciso che parcheggiare attaccati all’incrocio è una pratica accettabile e persino consigliabile, addirittura agli invalidi; e io, come già feci qualche tempo fa con i vigili che sfrecciavano sui viali e giravano col divieto di svolta, prendo nota.

[tags]strada, codice, traffico, parcheggi, disabili, legalità, regole, torino[/tags]

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lunedì 16 Marzo 2009, 18:05

Il ritorno delle mortadelle viventi

Ieri sera per caso avevo il televisore acceso su RaiTre quando, da Fazio, è rispuntato il faccione del Mortadella: Romano Prodi in persona. Ecco, ve lo dico perché in quel momento ho provato una sensazione insieme di orrore e di ridicolo; un po’ come davanti a quei film in cui il protagonista alla fine muore di morte orribile e incontestabile, tipo sciolto nel magma fumante di un’acciaieria, ma poi dieci anni dopo ricompare a sorpresa all’inizio di un nuovo sequel, solo perché deve candidarsi a governatore della California.

Il tutto è stato reso ancora più ridicolo dall’intervista sdraiata di Fazio: prima Prodi si è vantato di aver speso un anno a girare per il mondo per conoscerlo meglio (adesso pare sappia persino dire in inglese come si chiama), e naturalmente Fazio non gli ha mica fatto l’unica domanda ovvia, cioé se i suoi viaggi li stiamo pagando noi. Poi, per quasi cinque minuti, si è svolto un dialogo completamente surreale a proposito del tesseramento del PD: e se Prodi aveva preso la tessera prima, e se l’aveva presa ora, e se non la voleva perché ce l’aveva con Veltroni, finché Prodi non ha fornito una spiegazione chiara e logica: ho ordinato la tessera tanto tempo fa, ma ci hanno messo del tempo a stamparla per cui l’ho ritirata solo adesso. E noi impotenti davanti al televisore a pensare che, con l’Italia che affonda e le fabbriche che chiudono, ma che ce ne frega della tessera del PD di Prodi?

Insomma, poi Prodi si è pure messo a piagnucolare che il suo governo è stato ucciso per un complotto dai poteri forti, che però si poteva benissimo andare avanti, che la sua politica era perfetta e stavano facendo grandi cose… lì non ce l’ho più fatta e ho smesso di guardare, con la neanche troppo sottile sensazione che si divertano a prenderci per il culo.

[tags]prodi, fazio, pd, rai, politica, televisione, informazione, non morti, mortadella[/tags]

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sabato 14 Marzo 2009, 11:57

E ora il cemento dove lo metto?

Ieri sera ho sentito un commento molto vero: “Un anno fa predicavamo la decrescita e ci guardavano come pazzi, ora la decrescita purtroppo è la realtà delle cose”.

E così, anche i giornali ufficiali cominciano a dover scrivere cose come questa: che il traffico sulla direttrice del Frejus, anziché aumentare, è calato del 25%. Certo, non si dice che questo calo sarà strutturale: naturalmente è solo un momento di crisi, perché la ripresa è lì, nel 2009, massimo nel 2010, anzi no forse sarà il 2011, comunque arriverà e allora dovremo essere pronti con nuove megastrade, nuovi ipercentricommerciali, nuovi spazioporti.

Peccato che il traffico sul Frejus, gonfiato a inizio decennio solo perché il traforo del Monte Bianco era chiuso dopo il disastro del 1999, sia ora ai livelli degli anni ’70: altro che l’aumento percentuale annuo a doppia cifra che era necessario e previsto per giustificare la Tav Torino-Lione e le altre opere.

Eppure, imperterriti vanno avanti: facciamo il secondo traforo stradale del Frejus (la “canna di sicurezza” che però alcuni vorrebbero grande come una strada a doppia corsia meno un pochino, in modo che poi in corso d’opera si possa dire “già che ci siamo, allarghiamola ancora un po’ e raddoppiamo il traforo”) e naturalmente facciamo il tunnel ferroviario di 54 chilometri sotto le Alpi, che per soli 10 miliardi di euro ci permetterà di risparmiare mezz’ora sul trasporto dei milioni di auto che la Fiat produrrà in Italia (ah ah) ed esporterà in Francia e Spagna (ah ah ah); certo, la linea attuale, con tutti i suoi limiti, ha ancora ampi spazi liberi per nuovi treni merci, ma… poi quando tornerà la crescita che faremo?

Sarà… io continuo a pensare che più tardi decideremo che la crescita (ossia il consumo esponenzialmente crescente delle risorse disponibili e della ricchezza che già abbiamo per nuovi progetti) non è più la strada per produrre ricchezza e posti di lavoro e più tardi la nostra crisi finirà.

[tags]frejus, torino, tav, lione, trasporti, crescita, decrescita[/tags]

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venerdì 13 Marzo 2009, 15:38

La bolla del libro

Lo scandalo del premio Grinzane è esemplificativo di molte delle peggiori caratteristiche di questo Paese; se ne potrebbe parlare a lungo e già tanti l’hanno fatto.

Abbiamo una persona, Giuliano Soria, che mette in piedi un premio letterario, e sicuramente con competenza, visto il prestigio che il premio si conquista negli anni. D’altra parte, questo prestigio cresce ed è alimentato da un baraccone mediatico e finanziario, basato sulle amicizie e sui fondi pubblici procurati dalle amicizie stesse, nonché dal fratello Angelo Soria, alto dirigente della Regione, attualmente capo della comunicazione della Bresso e quindi responsabile di molti fondi.

Il baraccone conveniva a tutti: gonfiandosi progressivamente, permetteva a quanto pare laute trasferte gaudenti e altre prebende per gli amici, compresi amministratori pubblici di ogni colore; nonché permetteva a Giuliano Soria di arricchirsi, comprandosi appartamenti di pregio e terreni per miliardi. Tutto questo apparentemente condito, ed è aspetto altrettanto disgustoso, da quello che lui stesso definisce “un brutto carattere”, cioè vessazioni ai dipendenti e ai collaboratori, insulti, minacce a sfondo sessuale, comportamenti da star e da padrone assoluto.

Ci sono alcune cose che colpiscono, in questo scandalo; e non sono certo quelle che evidenzia La Stampa.

La prima è che esso non è venuto fuori per qualche tardiva ma giusta indignazione di qualcuno dei tanti esponenti della Torino bene, politica e culturale, che sapevano perfettamente come andavano le cose, ma solo per la coraggiosa denuncia dell’ex maggiordomo extracomunitario vessato in ogni modo. Lo stesso Angelo Soria è ancora al suo posto; si è preso un mese di ferie, e la Bresso non pare avere la minima intenzione di cacciarlo.

La seconda è quindi che si è scelto di concentrare tutto sul comodo capro espiatorio, cioè sullo stesso Giuliano Soria. Fa comodo a tutti scaricare uno solo, e il personaggio peraltro si presta; certo fanno un po’ ridere le sue sceneggiate napoletane, dato che la sua fine è ben meritata, ma a quei banchetti, a quelle feste, a quei giri di consulenze partecipavano tutti; non uno che si assuma la responsabilità di aver permesso che tutto questo durasse 28 anni, nemmeno politicamente. Anzi, è partito il tentativo di far finta di niente, nominando Odifreddi, un altro intellettuale organico al PD cittadino: insomma cambiando la faccia perché cambiasse il meno possibile. Alla fine lo scandalo è stato troppo grosso, e nessuno ha più voluto averci a che fare; lo stesso Odifreddi è stato prontissimo, appena fiutato il vento, a far marcia indietro e rinunciare di corsa. E Torino è ancora piena di aziende paramunicipalizzate e parapubbliche di ogni tipo, talvolta costruite solo per dare stipendi generosi agli amici, di cui nessun giornale parla mai.

La terza però è la suggestione di questo baraccone che si gonfia all’infinito, sempre più ricco e sempre più protervo, fino ad esplodere di botto. E’ una bolla: è come una di quelle banche che tirano avanti finché riescono a coprire il fatto di essere piene soltanto d’aria e di coperture importanti, ma alla fine non ce la fanno più e, nonostante i disperati tentativi di salvarle, vanno a gambe all’aria. Penso che nei prossimi mesi scopriremo storie simili anche per certe banche vere (e già ci sono state in passato, vedi Banca 121).

Insomma, questa storia è davvero esemplare su come venga gestita la cosa pubblica oggi in Italia e a Torino: come la proprietà privata di un gruppo di amici, messa lì a loro disposizione per divertirsi come più gli aggrada.

[tags]torino, grinzane, scandalo, soria, bresso, malversazione[/tags]

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