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domenica 19 Agosto 2007, 20:29

Energia

Oggi ho comprato l’ennesimo biglietto aereo di questa estate, da Easyjet. Dopo aver compilato tutti i dati, in mezzo ai vari extra che le compagnie low cost cercano regolarmente di venderti (tra cui uno sgradevole: 7.50 euro per poter pagare con la carta di credito…), ne ho trovato uno che ho subito aggiunto: la possibilità di compensare le 201 tonnellate di CO2 che rappresentano la mia quota parte di ciò che verrà prodotto dai miei voli.

In pratica, ho versato tre euro e ottantasette centesimi per supportare progetti di produzione di energia rinnovabile, come una centrale idroelettrica in Ecuador, per dire. Non so se la costruiranno mai, ma il problema è reale e noi siamo tra i paesi dove è meno sentito, se è vero che il primo filmato che Lufthansa ti mostra sugli intercontinentali, raggiunta la quota di crociera e prima di iniziare il programma di intrattenimento, è una lunga intervista con il suo amministratore delegato che giura e spergiura che loro fanno tutto il possibile per migliorare, che la quota di CO2 prodotta dai viaggi aerei è comunque ridotta – attorno al tre per cento del totale -, e che i viaggi aerei hanno dei vantaggi irrinunciabili (segue spot strappalacrime di mamme e bambini che si abbracciano in aeroporto).

Già qualche tempo fa, dopo il polpettone del Live Earth – che in sè era una esibizione di miliardari viziati che volavano attorno al mondo su jet privati per invitare noi a spegnere la luce in cucina, ma che almeno ha sollevato il problema -, mi ero messo a pacioccare con le configurazioni del mio server casalingo: con un’oretta avevo realizzato che bastavano un paio di cambiamenti nel BIOS perchè le ventole rallentassero automaticamente quando non ce n’era bisogno, e che esistevano i cpufreq tools perché la velocità della CPU si abbassasse quando il computer non faceva niente.

Altri suggerimenti sono banali ma da mettere in pratica: ad esempio abituarsi a staccare i caricatori dalle prese quando non sono in uso, o bollire solo l’acqua che serve, per la pasta o per il tè, e non tinozze intere.

Insomma, molto si può fare, e cominciare a impegnarsi per risparmiare un po’ – oltretutto, meno energia sprecata vuole anche dire bolletta più leggera – è qualcosa che dovremmo fare tutti.

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domenica 19 Agosto 2007, 14:54

Sagre (2)

Ieri siamo andati di nuovo per colline, a mangiare il fritto misto alla festa patronale di Portacomaro (AT). Trattasi ovviamente di fritto misto alla piemontese, completo di fegato e cervello, e di un bicchierino di bagnetto (aglio 50%) che rende tuttora il mio alito sufficiente a stendere un cavallo. Il tutto è stato preceduto da tomini, peperoni e salumi, e seguito dal bunet che, pur essendo quello della Panna Elena, dava dei punti alla maggior parte dei bunet da ristorante.

A fronte dell’obbligatoria banda di liscio – stavolta però erano solo in tre, facevano tutto con le basi, e avevano uno scazzo che si vedeva da un chilometro – e in attesa della grande fiera bovina ed equina che inizia oggi o domani, è sempre interessante andare in un posto dove, quando vai in due a ritirare il cibo e ringrazi, ti rispondono ancora “Grazie a loro!”. Domani, per gli interessati, fanno la finanziera.

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sabato 18 Agosto 2007, 19:09

Guitar Hero s’ammoscia con gli 80’s

Come già vi dissi, lo aspettavo da quando è uscito, a inizio agosto; ora finalmente il pacco da Jersey è arrivato, nonostante in ufficio non ci fosse nessuno ad accoglierlo, e io ieri sia andato a pranzo nelle vicinanze in modo da darmi la scusa per andare a ravanare nella buca delle lettere. E così, posso recensire Guitar Hero Rocks The 80’s, primo del circondario ad averlo.

Ecco, come sapete io sono drogato da questo videogioco (più precisamente, sono drogato dalla musica rock), per cui l’avrei comprato comunque, e me lo godo comunque. Però è piuttosto chiaro che questo gioco è per Guitar Hero ciò che E.T. fu per l’Atari nel 1983: un disgustoso rip-off messo insieme in fretta, per soldi, prima che scada la licenza, e che farà inorridire e scappare tutti gli appassionati, costituendo una pessima pubblicità sia per Guitar Hero III (in uscita a fine ottobre) che per Rock Band, oltretutto entrambi solo per PS3 e equivalenti (quindi dovrei comprare anche la console).

Il punto è che il gioco è totalmente identico al secondo episodio, a parte un paio di texture nei locali; con solo trenta canzoni e nessun extra; con le canzoni spesso incise male e missate peggio; e soprattutto, con una tracklist che fa pietà, probabilmente guidata dal solo criterio di pagare i diritti il meno possibile.

Ok, c’è 18 And Life che da sola vale il prezzo, anche se per far sentire la chitarra acustica che suoni hanno inciso tutto il resto talmente basso che dovrebbero darti un cornetto dell’Amplifon. C’è Holy Diver che voi non conoscerete, ma che ha un riff solido come un camion e pesante come un chiodo dell’epoca, completo di accessori metallici. C’è Synchronicity II dei Police, che è sempre un bel pezzo, anche se io preferisco la versione uno. Ci sono Wrathchild degli Iron Maiden e No One Like You degli Scorpions, piacevoli ma certo non i loro pezzi migliori, anzi nemmeno uno dei loro dieci pezzi migliori. C’è Electric Eye dei Judas Priest, che mi veniva da piangere perchè nell’intro (che incidentalmente, cara Red Octane, si chiama The Hellion e sarebbe un pezzo separato) non hanno raddoppiato le chitarre dopo le prime due ripetizioni, insomma ne manca metà. Ci sono pezzi di gruppi che all’epoca non ascoltavo, ma che comunque erano di livello decente, tipo i Quiet Riot, i Poison o i Ratt.

Però, come si fa a fare una raccolta dei maggiori successi del rock degli anni ’80 senza includere, per dire, un pezzo di Bon Jovi? The Final Countdown? Owner of a Lonely Heart? Uno dei classici dei Metallica? O, per andare sul mainstream, un qualsiasi prezzo di A Kind Of Magic? Qualcosa dei Dire Straits, dove la chitarra non manca? Una hit dei Duran Duran? Non ditemi che le licenze dei Duran Duran costano ancora care…

In compenso, ci sono un pacco di pezzi di gente mai sentita prima, come tali The Go-Go’s che vincono a mani basse, signori, il premio per il pezzo rock più brutto della storia dell’umanità. Dopo averlo suonato, ho dovuto tirar fuori l’amuchina e disinfettare le casse.

Insomma, forse è solo che mi piacerebbe suonare un sacco di musica degli anni ’80, e avrei sperato di trovare qualcosa di meglio; suonandoli un po’, penso che anche molti di questi pezzi mi piaceranno di più, come già successo con gli episodi precedenti. Però più ci penso e più concludo che è ora che si cracchi sto aggeggio e si faccia seriamente una versione open source utilizzabile con i controller invece che con i tasti del PC… andrò a documentarmi su Frets On Fire!

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venerdì 17 Agosto 2007, 22:20

Sagre

Ieri sera siamo andati alla Sagra dell’agnolotto e della grigliata di Cortanze (AT): ebbene, ci tengo a segnalare (per il prossimo anno, perché quella di ieri era l’ultima sera) che gli agnolotti erano eccellenti, la grigliata più che buona, i prezzi buoni, e l’ambiente piacevole. E che la band media italiana di liscio (nel caso, gli Alex Cabrio), pur non essendo ovviamente comparabile con l’emozione di un concerto vero, dà tranquillamente la pasta a qualsiasi gruppetto o cantautore di pop – rock – hip hop nostrano, sia in termini di puro intrattenimento che in termini strettamente musicali. Ovvio che deve piacervi il genere…

Per contrasto, dopo aver cercato di entrare varie volte e non esserci mai riusciti, stasera siamo andati alla famosa pizzeria Spaccanapoli di via Mazzini: ecco, una delusione. Locale pretenzioso, camerieri in tiro, pizza buona ma nulla di speciale – con una dotazione di tonno piuttosto micragnosa -, pasta mediocre, scotta e arrivata fuori sincrono, e prezzi piuttosto elevati. Sarà meglio concentrarsi sulle sagre.

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giovedì 16 Agosto 2007, 19:54

Security (2)

Dunque, dicevamo come le procedure di sicurezza per entrare negli Stati Uniti siano disumane; anche quelle per uscire, però, non sono male.

In particolare, dopo aver effettuato il check-in a LAX, mi è stato detto che dovevo riprendermi la valigia e portarla personalmente al controllo di sicurezza. Fatta la coda, ho consegnato la valigia e mi è stato chiesto se la serratura fosse aperta; ovviamente non lo era, visto che le valigie aperte vengono spesso saccheggiate durante il trasporto.

Il poliziotto mi ha guardato come se fossi uno spacciatore, e mi ha mostrato un cartello che offriva ai viaggiatori le tre seguenti opzioni:
1) Lasciare la valigia aperta;
2) Utilizzare una serratura “approvata dal governo americano”, che presumibilmente vuol dire che ha un sistema di passepartout che permette ai poliziotti di qualsiasi aeroporto americano di aprirla a tua insaputa;
3) Accettare il fatto che la serratura potrebbe essere spaccata dai poliziotti per controllare cosa c’è dentro.

Io ho cominciato a protestare, e dopo un po’ di discussione la risposta è stata: va bene, allora aspetta dall’altro lato del passaggio, così puoi vedere se la valigia passa il controllo o se la devi aprire.

Vado dall’altro lato del posto di controllo e mi metto a guardare gli inservienti, per vedere quand’è che arriva la mia valigia. Errore mortale: mi si precipitano addosso due altri poliziotti, e mi intimano sgarbatamente di andare via, e stare oltre il nastro. Io mi metto prontamente oltre il nastro… e scopro che da quella posizione si vede ancora meglio cosa fanno i controllori; però sono oltre il nastro e non possono dirmi nulla.

Dopo qualche minuto, vedo la mia valigia uscire dalla macchina a raggi X, e ovviamente viene selezionata per il controllo. In tre la poggiano su un tavolino, e cominciano a spingere sui pulsanti a scatto per aprirla. Non ci riescono… e non hanno alcuna intenzione di chiedere la chiave. Intuendo cosa sta per succedere, mentre uno dei tre si dirige a prendere un martellone dall’altro lato del tavolo, tiro fuori la chiave della valigia, la alzo sopra la mia testa e comincio a fare ampi cenni, gridando “Key! Key!”. Riesco appena in tempo a richiamare l’attenzione di uno degli inservienti, che viene fino al nastro a prendere la chiave.

Seguono cinque minuti in cui una gentile signorina mette le mani ovunque nella mia valigia. Temo che ci saranno problemi, visto che ho acquistato vari libri, di cui uno chiaramente sovversivo. Invece, alla fine richiude la valigia, e mi riporta persino la chiave. La valigia viene portata via per l’imbarco, mentre io vado ai controlli di sicurezza (mi tolgono anche le scarpe, ma ormai non ci faccio più caso).

Tra l’altro, cosa degna di nota, per la prima volta mi hanno fermato anche a Francoforte, alla dogana nel passaggio tra lato non-Schengen e lato Schengen: mi hanno fatto aprire il computer e si sono assicurati che fosse vecchio e italiano. Col dollaro debole, penso che comincino a stare attenti alla gente che compra elettronica durante i viaggi agli Stati Uniti.

Chiudo con un aneddoto carino: ancora a LAX, dopo i controlli, sono andato ad attendere l’imbarco in una splendida lounge, quella da cui ho postato la puntata precedente. Ero lì spaparanzato godendomi riso e gamberi e birra Kirin dal buffet giapponese, quando arriva una famigliola abbronzatissima, padre madre e due bambini. Dal loro comportamento, e non appena aprono bocca, li riconosco subito: sono un temutissimo esemplare di venditori di cessi della Brianza. Parlano a voce altissima disturbando tutti i presenti; commentano tra loro “Uè, cazzo, guarda quanti giapponesi” e “Figa, ma c’è la birra gratis!”, mentre il dodicenne viziato, con i suoi vestiti firmati, comincia a rompere le scatole a voce altissima, facendo osservazioni quasi più stupide di quelle di suo padre. Poi i quattro si avvicinano al banco e imboscano banane e lattine di coca-cola, che tanto gli sequestreranno all’imbarco.

Di fronte a tanta calamità, insensibili alle occhiate disgustate del mondo civile, il giunonico staff tedesco della lounge non può restare indifferente. E così, a un certo punto una hostess crucchissima passa dalla ragazza giapponese dietro di me, le chiede “Frankfurt?”, la ragazza risponde di sì, e la hostess le dice: “I would like to inform you that unfortunately we are slightly late, we will board ten minutes later.”. La giapponese annuisce; la hostess viene avanti, arriva da me, mi chiede “Frankfurt?”, io rispondo di sì, e dice anche a me la stessa frase. Va avanti così con tutti, finché non arriva dagli zotici, al che dice: “Frankfurt?”. Quelli, con un tono di voce che sveglierebbe un morto, rispondono “Yes!”, e lei: “I would like to inform you that we are boarding right now, please follow me immediately!”.

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mercoledì 15 Agosto 2007, 21:29

L’Italia si schiera

Il tassista che mi ha riportato a casa poco fa aveva sul cruscotto un adesivo di Valentino Rossi, e stava ascoltando un CD di Zucchero. L’Italia popolare si è schierata!

(Comunque, stavolta hanno ragione loro: sia Rossi che Zucchero…)

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mercoledì 15 Agosto 2007, 03:16

Security (1)

Ci sono vari motivi per non venire negli Stati Uniti, ma uno è particolarmente pressante: la difficoltà tremenda per entrare ed uscire da questo paese.

All’andata, atterrati a LAX dopo tredici ore di volo, ci siamo prima dovuti subire venti minuti parcheggiati a terra, perché tutte le baie erano piene; dopodiché, una volta sbarcati, siamo stati scaricati in una specie di girone dantesco, ossia un enorme salone brulicante di gente, sbarrato da una fila di una cinquantina buona di sportelli, accoppiati a due a due su una doppia fila. Ogni quattro / sei sportelli c’è una coda, e già all’ingresso nel salone gli inservienti in divisa ti invitano con voce monotona ad andare avanti e ad infilarti in questa o quella massa umana.

Le code per i cittadini americani non sono brevi, ma quelle per il resto del mondo sono inumane: noi, giovedì, abbiamo fatto un’ora e mezza di coda, in piedi, lungo una serpentina di nastri che pareva non andare mai avanti, in un salone sovraffollato dove ci saranno stati quaranta gradi. Io stavo svenendo dal sonno, visto che ero completamente laggato; per fortuna ero in coda con il mio collega portoghese Francisco, che è un gran parlatore e ha mandato avanti la conversazione da solo.

Una volta giunti allo sportello, poi, il poliziotto – che non alza quasi mai gli occhi dal terminale – ti chiede come ti chiami, e perché vuoi entrare negli Stati Uniti, detto con un tono che significa “Perché vieni qui a rompere le scatole?”; e poi, “When are you getting back home?”, cioè “Quando te ne vai?”. Francisco – un pazzo – gli ha fatto la battuta, rispondendo “As soon as possible”; pensavo lo portassero via, ma il poliziotto si è limitato a guardarlo male e a rispondere “Sure, everyone should stay at home.”.

Insomma, si tratta di un sistema al limite dell’inumanità, che talvolta viene bellamente superata; come quando domenica pomeriggio si è piantato il server dell’immigrazione, e circa seimila persone sono rimaste in coda nel salone, ferme, per tre ore, o addirittura non sono state nemmeno lasciate scendere dagli aerei (perché una volta che sei a terra, in teoria, puoi chiedere asilo).

Va detto, tuttavia, che non si tratta tanto di cattiveria, quanto di una cultura in cui l’aspetto personale viene completamente cancellato, e le persone non vivono: funzionano. Ci sarebbe molto da dire su questo aspetto, e il racconto dei controlli di sicurezza non finisce certo qui, ma ora stanno imbarcando il mio volo, per cui devo andare!

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martedì 14 Agosto 2007, 06:13

Luoghi di L.A.

Los Angeles, diciamocelo, fa schifo. Avrò tempo, sperabilmente, di supportare questa affermazione postando altro materiale; se è vero che la città ha comunque un certo fascino, che deriva proprio dalla sua crassa esagerazione di qualsiasi cosa, alla fine ci si rende conto che ci sono proprio poche ragioni per visitarla, se non quella di dire di esserci stati.

In compenso, proprio girando in un ambiente così alieno saltano fuori le caratteristiche più interessanti. Ad esempio, il mio albergo si è rivelato ottimo, perchè è situato all’incrocio di Sunset Boulevard con Vermont Avenue, e quindi è attaccato a una delle rarissime stazioni della metro (non che la metro serva a molto, ma almeno porta in centro e a Hollywood); è confortevole e costa relativamente poco; e ha persino la connessione wi-fi inclusa nel prezzo.

Più inquietante, però, è il circondario. Non in termini di degrado, proprio perchè, essendo le stazioni della metro così rare, attorno ad esse si concentra la vitalità dei vari quartieri. Se mai è proprio il contrario; nel giro di un isolato ci sono un po’ troppe cose che incombono.

La prima, che occupa due interi blocchi, è una strana corporation che si fa un sacco di pubblicità alla radio, e che non ho ancora capito se è un ospedale, un centro di chirurgia estetica, o una assicurazione. La cosa inquietante è che essa risponde al nome di Kaiser Permanente; e con un nome così, faccio fatica ad addormentarmi, temendo ogni sera di trovarmi la Gestapo fuori dalla porta.

La seconda, proprio sul lato opposto dell’incrocio, sono gli altri due blocchi dell’ospedale infantile di Los Angeles, e in particolare del Centro Ricerche Saban. Ora, ho già capito che lo show business muove la città; e difatti le attrazioni principali sono la Mostra Planetario Leonard Nimoy, la nuovissima Walt Disney Concert Hall, il capannone della Geffen Contemporary (Geffen, per i meno esperti, è il discografico dei Guns’n’Roses e uno dei tre soci della Dreamworks), e così via. Ma che l’ospedale infantile sia finanziato da Haim Saban mette abbastanza i brividi: verranno i Power Rangers a curare i bambini?

Ma tutto ciò è nulla rispetto alla grande cittadella che occupa tre o quattro blocchi subito dietro: è il quartier generale mondiale della chiesa di Scientology. Ho avuto in effetti qualche sospetto quando, facendo il giro dell’isolato in macchina, mi sono trovato in L. Ron Hubbard Way; e così, è saltata fuori una stradina in pavè con un sacco di droni in giacca e cravatta che uscivano dagli edifici. Ho resistito all’istinto di schiacciarli, ma sono stato ben attento a non passare più da lì. Ora sono incerto se andare a vedere, avendo già evitato il palazzo a quindici piani della L. Ron Hubbard Life Exhibition, che sta proprio in mezzo a Hollywood. Che faccio, oso?

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lunedì 13 Agosto 2007, 10:59

Una serata di rock

Qui è quasi l’una di notte, e sono seduto sul pensatoio della mia camera d’albergo per cercare di mettere giù almeno una pallida traccia di quella che è stata una serata eccezionale, che ricorderò a lungo.

Mi sono messo in strada quasi un’ora in ritardo, che si era accumulata nelle tappe precedenti – il Getty Center sulle colline di Santa Monica, e poi un’altra cosa che avevo nella lista di “da fare almeno una volta nella vita”, cioè guidare dall’inizio alla fine di Mulholland Drive; e poi il check-in in albergo -, e un po’ con l’angoscia di non conoscere la strada, che un percorso di ottanta chilometri visto su un atlante è una cosa, ma nella pratica può rivelarsi un trappolone. Per fortuna, le highway erano scorrevoli, tranne in un paio di punti, e così sono arrivato a Costa Mesa alle sette in punto.

Subita la coda per l’ingresso al parcheggio, e sganciati otto dollari per entrare – che si aggiungono a 60 di biglietto, 6 di prevendita, 4 di commissione, e un’ottantina tra auto e benzina – mi presento al Will Call, dove mi porgono un biglietto intestato a “Victorio Bartola” (per fortuna la carta di credito corrisponde). Mentre mi metto nella coda pedonale per entrare, strabuzzo gli occhi: c’è scritto proprio settore 2, fila D, posto 20. Come vi avevo detto, generalmente nei giorni precedenti Ticketmaster mi aveva prospettato le file dalla Q in su… entro sperando che sia veramente la quarta fila, e lo è, ed è pure al centro perfetto della platea! Davanti a me ci sono solo quattro file, più una decina di file di seggiole nella buca dell’orchestra; in poche parole, non solo sono perfettamente centrale e a non più di quindici metri dal palco, ma i miei occhi sono esattamente all’altezza degli occhi di chi sta sul palco. Stante che il posto è tutto pieno fino alla cinquantesima fila, devo aver avuto una botta di fortuna – tipo un blocco di biglietti rimesso in circolazione all’ultimo momento – che mi ha fatto finire lì.

Il Pacific Amphitheatre si rivela un posto da concerti, assolutamente perfetto. E’ fatto ad anfiteatro, ad arco con il palco al centro e in basso, e con le gradinate che salgono verso l’alto; noi dovremmo saperlo, visto che i teatri greci e romani erano così, e invece dove facciamo gli spettacoli a Torino? Beh, c’è ampia scelta tra gli stadi di calcio (con trenta – cento metri di prato in mezzo), una vasca piatta in un parco (vedi Traffic), un cortile ghiaioso di una ex fabbrica (Colonia Sonora), o, perchè no, un palazzetto rettangolare costruito per ospitare tre partite di hockey. Il problema è che la musica in Italia è un riempitivo; ci sono dei grandi spazi costruiti in modo scriteriato, qualcuno li deve riempire e così ci si ficcano dentro i concerti, senza nessun rispetto per chi li va a vedere.

Qui, invece, la visibilità e l’acustica sono perfette; tutti i posti sono a sedere e preassegnati; la prima fila è attaccata al palco, con le persone che potrebbero toccare i piedi dei musicisti, visto che il palco non è alto tre metri, ma cinquanta centimetri – tanto sono le gradinate a salire. In più, il teatro è all’aperto e scavato nel terreno, riducendo l’impatto visivo e sonoro sulla zona circostante, e migliorando l’acustica.

Ma veniamo al concerto; mentre entro e mi accomodo, sul palco c’è già un signore sulla sessantina, con i capelli bianchi e lunghi, accompagnato da una band di giovanotti. Non so chi sia – il programma prevedeva i Thin Lizzy, ma mi avevano detto che sarebbero stati sostituiti – però il tizio roccheggia e blueseggia che è un piacere, suonando un po’ di tutto, facendo gare vocali con il chitarrista, e cantando con una voce eccezionale. A un certo punto, verso la fine del set, comincia a parlare di una canzone famosa che ha scritto oltre trent’anni fa, e spiega che è stato il primo caso di qualcuno che abbia suonato sul palco con una tastiera a tracolla. Se la infila, attaccano il pezzo, e… oddio, è il riff di Frankenstein!

Per chi non lo conoscesse, Frankenstein è un classico pezzo strumentale degli anni ’70, che non solo fa da colonna sonora allo sballo di Homer in una puntata dei Simpson, ma è uno dei brani più difficili di Guitar Hero I. Me lo ritrovo lì a sorpresa, ma se il pezzo è Frankenstein allora il tizio è Edgar Winter, di cui non avevo mai visto la faccia. L’esecuzione è eccezionale, dilatata a una decina di minuti; lui rifà tutte le parti del pezzo, cioè comincia con la tastiera, poi la posa e prende il sax ed esegue la parte di sax, poi lo posa e passa alle percussioni per fare l’assolo di batteria, poi si rimette la tastiera per il finale: tutto suonato benissimo. Ovazione!

Approfitto della pausa per spararmi un salsiccione in panino con peperoni e cipolle – qui non ci sono i paninari, c’è direttamente un barbecue ben organizzato all’ingresso – e torno giusto in tempo per la seconda band, i Blue Oyster Cult. Sono dei tizi che paiono più giovani, diciamo sui cinquanta, insomma in linea con l’età media della platea. Suonano un po’ come gli Scorpions dei primi dischi, anche se sono ben antecedenti e quindi saranno i tedeschi ad essersi ispirati. La platea conosce un buon numero di pezzi e si scalda parecchio. Io ne conosco solo uno… Godzilla, il secondo pezzo di Guitar Hero della serata. Tecnicamente comunque sono molto bravi, il chitarrista impressiona, il bassista pure… ottimo numero.

Poi, alle nove in punto (non alle undici e un quarto dopo essersi fatti pregare per novanta minuti, come succede in Italia) salgono sul palco i Deep Purple. Li vedo benissimo, posso contare i capelli rimasti e vedere ogni espressione: che godimento! Attaccano con Pictures of Home, un brano del periodo classico ma dei meno noti; segue un brano da Purpendicular, di quelli che servono a far scatenare la chitarra; è l’unico che non conosco. La platea si siede sul brano recente, ma sui classici si scatena; il terzo brano è Into The Fire, sempre dai dischi classici, un’altra chicca da intenditori. Il quarto poi è un superclassico, Strange Kind Of Woman, che addirittura ho suonato nei pub; la si canta tutti in piedi, e io ne conosco ogni singola nota…

Bisogna dire che Gillan è un po’ giù di voce, ma in realtà si sa che l’ha finita nel 1980. Morse, invece, è inarrestabile; non solo fa tutti gli assoli che faceva Blackmore nota per nota, ma ce ne infila anche altre in mezzo tra una e l’altra, così per spregio. E’ un vero mostro, e a tratti diventa quasi il protagonista unico, anche se gli altri seguono bene.

A questo punto fanno Rapture Of The Deep, il brano eponimo dell’ultimo disco, che io trovo bellissimo ma che quasi nessuno conosce, e tutti ascoltano un po’ distrattamente; peccato. Di lì in poi, però, è un delirio. La scaletta prevede Woman From Tokio, e poi una parte solista dove Morse pare voler suonare alla chitarra tutto il Clavicembalo Ben Temperato di Bach, però compresso in quattro minuti: un pezzo sinfonico come si usava negli anni ’70. Finito questo, attaccano Knocking At Your Back Door, e poi uno dei classici brani da concerto, Lazy, con tutti gli assoli e le pause e le note come nei concerti originali di trentacinque anni fa. Poi viene il momento del tastierista Don Airey, che si esibisce in un pezzo di piano classico a cui segue una girandola di suoni elettronici da cui esce fuori Perfect Strangers. E poi, due brani dall’energia devastante come Space Trucker e Highway Star, e lì la folla è veramente fuori di sè, tutti sono in piedi, cantano e urlano, e non ce n’è per nessuno, non ho mai visto un concerto così esaltante.

In effetti, a ben guardare, non si capisce bene quale sia il punto di forza dei Deep Purple, ciò che li rende dopo quarant’anni di carriera ancora il top assoluto dell’hard rock. I testi delle canzoni sono generalmente insignificanti; loro si sono presi e mollati decine di volte, e non sono certo un modello. Dev’essere l’energia che c’è in questi pezzi, la forza trascinante; e il fatto che – a differenza dell’altra volta in cui li avevo visti, nel 1992, in cui suonavano con lo scazzo ed ero rimasto molto deluso – in questi anni sembrano proprio divertirsi, godere di essere ancora su un palco a suonare davanti alla gente, ed esserne grati.

Chiudono il concerto portando sul palco Edgar Winter e chitarrista, e suonando insieme a lui Smoke On The Water; et voilà, terzo pezzo di Guitar Hero in una sera sola. Vanno fuori, tornano dentro e fanno il bis, Hush, con tutta la platea che fa il coro. Ne vorremmo ancora, ma hanno suonato un’ora e mezza e considerando che viaggiano sui sessanta e sono in tour dalla primavera, non si può fare di più. Salutano e scappano stremati, Paice ha allagato il palco dal sudore, Glover è secchissimo, privo di linfa.

Mentre mi sciroppo gli ottanta chilometri del ritorno in autostrada senza pena, accelerando al grido di “I’m an highway star”, penso che valeva assolutamente la pena di vedere questo concerto; tra il luogo esotico, la posizione perfetta, e la grande musica, una cosa così in Italia non la potrò vedere mai (purtroppo). Spero che esca il DVD, così almeno potrò conservare le immagini!

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domenica 12 Agosto 2007, 02:53

Sembra facile

Come vi dicevo, sono a Los Angeles per due giorni di meeting del Board di ICANN, visto che nessuno è riuscito a convincere gli americani che a Ferragosto il pianeta deve chiudere per ferie. Il meeting finisce stasera (mentre scrivo, qui è sabato pomeriggio), e, avendo fatto tutto il viaggio fin quaggiù, mi sono preso la domenica libera prima di tornare… poi ho preso anche il lunedì, perchè martedì ci sono due conference call che farò da qui e che altrimenti avrei mancato. (Prima che maligniate, le due notti di Travelodge le pago io, e anche la macchina che tocca affittare per muoversi in codesta città.)

Dunque, essendo per due giorni in una delle città più famose, eleganti e brutte del pianeta, mi son detto: fosse che c’è qualche evento interessante? C’era: perchè domani sera, a cinquanta chilometri da qui (quindi sempre dentro la città), suonano i Deep Purple; li ho mancati quando sono venuti in Italia in primavera, e non è male l’idea di vederli ancora una volta prima che vadano in pensione.

L’unico problema è stato comprare il biglietto.

Difatti, gli efficientissimi americani fanno tutto via Web: e così, ancora in Italia, vado sul sito di Ticketmaster e faccio tutta la trafila. Il sito di Ticketmaster è una buffa imitazione di una coda vera; in pieno delirio efficientista, ogni singola pagina del processo di vendita ha un tempo che scorre, partendo da uno o due minuti. Se non completi l’inserimento dei dati prima che scada il tempo, la prenotazione viene interrotta e ti tocca ricominciare da capo; questo anche se sono le due di notte e sei l’unico su tutto il pianeta che sta cercando di prendere un biglietto per quell’evento. In più, a seconda del momento, il sito ti dà disponibilità a caso: una volta trovi la quarta fila, tre minuti dopo c’è solo la trentesima, cinque minuti dopo ti dice che sono esauriti e poi ti rioffre la quarta fila.

Riuscito finalmente a digitare i dati abbastanza in fretta, arrivo in fondo e… il sito si pianta: scopro difatti che non è possibile vendere i biglietti a chi non ha una carta di credito con un indirizzo negli Stati Uniti o in Canada. Come ci si può fidare di carte di credito di paesi strani e misteriosi, tipo la Germania o l’Italia? E così, il sito comincia a rimbalzarmi all’infinito, finché mi arrendo.

Il posto dove si terrà il concerto, il Pacific Amphitheatre, non ha una propria biglietteria online; eppure, a forza di cercare, trovo un modulo di contatto per la Fiera di Orange County, che lo ospita. Poco prima di partire, senza troppa convinzione, lascio un messaggio spiegando il problema.

Capirete la mia sorpresa quando ieri mattina, arrivato qui, trovo una gentile mail che non solo risponde alla mia, ma non mi manda a stendere; e vi garantisco che per gli Stati Uniti, dove tutto è una procedura standardizzata, è davvero strano. La signorina Danielle mi invita a rispondere fornendo i miei dati, in modo che possa emettere un biglietto e lasciarmelo allo sportello del Will Call (nei paesi anglosassoni si usa tenere i biglietti in biglietteria, per farli ritirare il giorno dell’evento).

La mail è di giovedì mattina; sono passate ventiquattr’ore; io rispondo subito. Dopodiché, aspetto; e non arriva risposta. A pranzo, ancora niente. La sera, nulla di nulla. Sarà mica che Danielle ha preso il venerdì libero? Nella sua mail c’è un numero di telefono, e allora corro in camera per telefonare.

E qui, scopro che non posso: per qualche motivo, i due telefoni della mia camera d’albergo a cinque stelle non mi permettono di fare chiamate. Pigiato il 9 per uscire, pigiato l’1 per le interurbane, composta qualche cifra del numero, il telefono si mette a fare strani suoni. Paciocco un po’ con i tasti e la cosa peggiora ulteriormente, nel senso che il telefono addirittura si pianta. Arriva l’ora di cena (le 18) e devo andare.

Stamattina, ancora nessuna risposta; mando una gentile mail di sollecito, per sapere se il mio primo messaggio è arrivato; ancora nulla. Nella pausa pranzo, torno in camera e riprovo a telefonare; ancora casini telefonici. Pigio il pulsante della reception, parlo un po’ con l’impiegata, che alla fine resetta qualcosa: posso telefonare. Peccato che non risponda nessuno: Danielle sarà presumibilmente in vacanza, o addirittura ammalata, morta, traslocata su Marte. Vedo immagini di me aggrappato ai cancelli dell’arena che faccio gli occhioni come il gatto con gli stivali di Shrek, mentre tutti dentro si dimenano al ritmo di Highway Star.

Per fortuna, arriva il colpo di genio: scopro nelle pieghe del sito un altro numero di telefono. Chiamo, e risponde Ticketmaster; la vocina automatica mi chiede se voglio biglietti per Stevie Wonder. No, grazie, e allora mi metto in coda per l’operatore, subendomi una voce registrata che per vari minuti mi dice che “we will be with you in a moment”, e nel frattempo mi magnifica le varie cose che posso comprare da loro. Alla fine, risponde una signorina, che, fatidicamente, mi dice che al telefono (ma non dal web) accettano anche le carte di credito straniere. Alleluja: dopo dieci minuti di spelling (provate voi a far capire “Fenoglio” a un messicano che parla in inglese) mi confermano il biglietto. Rinfrancato e vincitore, torno nel meeting e, giusto per scrupolo, mando una terza mail a Danielle, che – se mai resuscita – non mi faccia il biglietto.

Trenta secondi dopo, mi arriva la risposta: “Ah, ok, allora non te lo faccio più!”. Ma porco cacchio! Ma allora sei stata un giorno e mezzo davanti alla mail senza rispondere! allora sei bastarda dentro!

Due ore dopo, arriva un’altra mail da Dave, sempre dello staff della fiera, che si offre di farmi un biglietto, e comunque mi dice che c’è ancora parecchio posto, certamente non faranno l’esaurito, e potrei fare senza problemi il biglietto la sera stessa. Ma non potevate dirmelo subito?

Bon, insomma: vediamo se riuscirò a vedere questo concerto; domani mattina prendo un’auto qui a Santa Monica, mi faccio il mio giretto del circondario – magari vado anche al Getty Museum, che sta in un posto impossibile lungo l’autostrada – poi faccio il check-in all’albergo e mi reco a Costa Mesa: incrociate le dita per me.

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