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mercoledì 20 Settembre 2006, 02:29

Pearl Jam, lo spettacolo del rock!

Questa sera a Torino, nel nuovo Palaisozaki (ma trovargli un nome no? casa mia mica la chiamo col nome dell’architetto), suonava uno dei gruppi storici della mia adolescenza, i Pearl Jam; una band che per qualche anno, diciamo la prima metà dei ’90, fu sul tetto del mondo del rock, e che poi sprofondò in una serie di dischi sempre più anonimi, finchè la persi quasi di vista.

Avevo sentito i due singoli del nuovo disco in radio, e mi erano piaciuti molto; eppure, fino a pochi giorni fa non sapevo nemmeno se andare. Mi ero appuntato la data, e mio zio mi aveva incuriosito offrendomi un biglietto per il parterre. Alla fine, mi sono messo d’accordo con un amico, ma avendo deciso che siamo troppo vecchi abbiamo optato per i posti a sedere, comprati via Internet, sperando che fossero decenti (non c’era nemmeno una piantina).

La serata non inizia affatto bene; arrivo verso le 20,15 e tutto intorno alla zona olimpica è il caos. Mi reco a colpo sicuro a parcheggiare nel piazzale sterrato appena costruito come parcheggio dello stadio, e scopro che è incredibilmente sbarrato! Così mi tocca la banchina del controviale di corso Galileo Ferraris, e un discreto pezzo a piedi. Intorno ci sono le auto più varie: un discreto numero con targa francese, e altre ancora meno spiegabili (un taxi di Aulla?!?).

All’ingresso, ci sono tonnellate di bancarelle di magliette, ma solo due paninari, ovviamente presi d’assalto (il Comune sta cercando di sterminarli, e non si capisce perchè). E poi, c’è una sola biglietteria per tutto, residui, ritiro biglietti Internet, accrediti stampa… ovviamente c’è una fila enorme, che però si rivela piuttosto veloce.

Entriamo, e dentro è il caos; ci sarà una decina di migliaia di persone che ha il posto numerato, e non c’è praticamente alcun cartello per indicare i settori, se non delle decalcomanie appese nei posti meno visibili che si potessero immaginare. L’unico modo è chiedere agli steward, alcuni gentili, altri che non gliene può fregare di meno.

Arriviamo al nostro posto (secondo anello, settore 303) alle 21 in punto, e, orrore, è una vera piccionaia! Sembra il terzo anello del Delle Alpi, con il palco piccino picciò, e perdipiù coperto in parte da una barriera di plexiglass trasparente, ma solo in teoria. E’ la moda olimpica torinese: posti tutti a sedere ma da cui non si vede niente, perchè le barriere di plexiglass, i montanti di alluminio, i parapetti azzurrati, ai fini del calcolo delle visibilità vengono equiparati al vuoto, come se non ci fossero. Che il tutto funzioni lo crede solo Chiamparino.

Del resto, la scarsa visibilità comincia a esserci impedita da quelli che, ovviamente, si alzano e vanno ad affacciarsi al parapetto. Dovrebbero stare seduti, ma d’altra parte, signori, s’è mai visto un concerto rock dove la gente sta zitta e seduta, perdipiù in un posto dove si vede pochino? Ma chi le pensa queste strutture, un vecchio sessantenne che va a vedere solo Orietta Berti? Davanti a noi una famigliola insiste nello stare seduta ai propri posti e nel prendere a urlacci tutte le coppie di fighetti che gli si piazzano davanti, scambiando con loro risate di scherno, vaffanculi e insulti vari. Non scatta la rissa solo perchè la più accesa è una signora; il raro steward passa e fa finta di non vedere, direi che anche a lui frega solo di vedere il concerto.

Il quale concerto inizia puntualissimo, alle 21,05, cogliendo tutti di sorpresa; e la situazione peggiora. I Pearl Jam attaccano con qualche pezzo classico, tra cui Animal e Elderly Woman Behind The Counter…, ma è un disastro: sembra di sentire una radiolina messa di fronte a un muro di cemento, con un riverbero infinito. L’acustica, insomma, è orrenda, la visibilità è ridicola e sto per metterci una croce sopra: Palaisozaki mai; come l’Olimpico, tanto bello ma totalmente inadatto per quello per cui sarebbe stato costruito, un vero spreco di soldi pubblici.

Io e Andrea pensiamo già a come far causa per farci ridare i soldi, quando, tentare per tentare, decidiamo di provare ad andare in un altro settore. Basta già andare nella metà inferiore del secondo anello – quella in cui i numeri di settore iniziano per 2 – perchè le cose cambino nettamente. Lì, intanto, si è tutti in piedi (nonostante la teoria dei posti a sedere) e non ci sono scazzi; in questo modo, si può almeno cantare e ballare. Poi la gente è rada, perchè molti si sono spostati in basso, e si trova posto senza sgomitare. E comunque, la visibilità è buona, e anche l’acustica, probabilmente grazie anche a qualche aggiustamento dal mixer, migliora notevolmente.

E così, comincia il vero concerto; proprio durante il trasloco Eddie Vedder legge un testo in pseudoitaliano, per spiegare che “in tempi di guerra, cantiamo parole di pace”. Attaccano quindi con i due singoli del nuovo disco, prima Life Wasted e poi World Wide Suicide; questo secondo, con mia sorpresa, mi esce fuori a memoria e lo canto tutto – ma sono le melodie vocali di Eddie ad essere straordinarie e a scolpirsi da sole in testa, con quella voce che ti riempirebbe di brividi anche se cantasse il bugiardino del Maalox.

Il gran tiro mi esalta e finisco già la voce, ma per fortuna i PJ vanno avanti e fanno quello che, direi, è l’ultimo disco (che non ho mai sentito) per intero o quasi. Temo la noia e invece queste canzoni, pur al primo ascolto, sembrano una più bella dell’altra. Certo, la gente non le sa, e solo un paio di manipoli di scatenati le cantano, in cima al parterre; ma l’atmosfera è bella, raccolta, con delle belle luci di coreografia, e si fa molto apprezzare. Passa un’oretta, e ne esco – oltre che rappacificato con l’Isozaki, che anzi sfoggia un bel colpo d’occhio e una ottima acustica nei pezzi meno rumorosi – voglioso di comprare il nuovo disco.

Poi, però, ci fanno capire di avere un po’ scherzato, e attaccano i pezzi vecchi; e il concerto si trasforma. Fanno Do The Evolution per scaldarsi, ma la vera svolta è quando attaccano Rearviewmirror, uno dei superclassici della mia adolescenza, che ho cantato e suonato da solo e in gruppo in tutti i modi e tutte le versioni possibili. Lo attaccano alla velocità della luce, quasi hardcore, con una chitarra anfetaminica costretta nevroticamente in un reticolo di pennate, che costruisce il riff ossessivo sotto la voce di Eddie.

In platea la cantano quasi tutti, ma il primo miracolo della serata deve ancora venire. La canzone ha una parte centrale – una manciatina di battute, sul disco – in cui rallenta di colpo, e diventa quasi una pila; dove l’energia si accumula in una sacca di sospensione per poi esplodere nel finale. Bene, qui tutto il palazzo è l’accumulatore, ed è l’energia dei nostri movimenti, contorti sotto una luce blu, ad impilarsi. Ma poi, invece di esplodere, loro rallentano, scemano, e vanno avanti per diversi minuti a guardarsi, improvvisare, fare assoli in questo ritmo che è foriero di attesa e di tensione insieme, come una delle infinite “scene prima del duello” che citavo giorni fa parlando di Sergio Leone. E quindi respiro, stacco la spina, resto sorpreso e un po’ sperso, e mi chiedo dove vogliono andare a parare, se attaccheranno qualcos’altro, se finirà così; e nel frattempo, piano piano, impercettibilmente, loro ricominciano ad accumulare e poi di botto attaccano, in un tripudio che scuote il palazzo, la parte finale, a velocità ancora più supersonica, “saw things, saw things, clearer, clearer, once you were in my rearviewmirror”, con quella scivolata subito dopo che sembra uno scordamento improvviso della tonalità, e un finale devastante, in cui loro pestano, tutti urlano e fanno i cori, e sembra un sacrificio umano e una rivolta di piazza contro la condizione esistenziale degli esseri umani, e bisognerebbe spaccare le chitarre per poterci stare dietro. Dopo un’altalena di emozioni io non ne ho più, e quando la canzone si sblocca di botto mi risalgono su dallo stomaco quindici anni di vita, i flash uno dopo l’altro, chiari e ben visibili, di tutto quello che è rimasto indietro nello specchietto; rischio seriamente il collasso psicoemotivo per improvviso vomito mentale. E difatti, dopo l’accordo finale, loro scappano esausti dietro le quinte per l’intervallo, e io quasi mi accascio sulle poltroncine.

Cinque minuti e la band è di nuovo sul palco; ora si fa sul serio. Questa musica mi riporta dritto ai miei terribili sedici anni, alla prima volta che sentii i Pearl Jam, presentati da Radio Rai come “una delle maggiori promesse dell’anno, segnalati come sicuro successo dalla Sony; era una sera in macchina all’inizio di corso Allamano, sul postale guidato da mio padre con cui io e mio fratello subivamo, quali pacchi, l’ordinaria riconsegna settimanale da un genitore all’altro. Non sono mai bei ricordi, l’adolescenza è tormentata di suo e la mia lo è stata probabilmente più della media; questo forse spiega come il trasporto emotivo di stasera sia prevalentemente sofferente.

Il concerto ricomincia con Jeremy, e anche qui è tutto un flashback. Quel video che durò un anno su tutti gli schermi fece il successo della band, con la sua storia violenta e malata che viene ricantata ora a memoria da quasi tutto il pubblico. Dopo il breve intermezzo di Lukin si torna ai classici, stavolta Better Man, una canzone struggente e anche l’unico singolo orecchiabile di Vitalogy, un disco per il resto duro e alienato, da veri nerd sospesi tra il tentato suicidio e la follia definitiva (resta tuttora il mio preferito). Ma Better Man è facile, inizia piano e poi si lancia a tutto vapore, e Eddie fa cantare due strofe al pubblico, che risponde subito, “she dreams in color she dreams in red, can’t find a better man”.

Penso che non si possa andare oltre, e invece, a sorpresa, arriva anche di meglio: attaccano Black, una canzone che sta nelle mie radici; quando suonavo in un gruppo, difatti, la facevamo sempre, ed era uno dei nostri pezzi più forti. E anche se all’epoca non potevo ancora capire fino in fondo la disperazione di cui parla (“All the love gone bad / turned my world to black”), la conosco ancora nota per nota, le svisate di basso, i legati di voce e poi ancora il finale lunghissimo e arroccato su quel motivo in falsetto che cantavo io, proprio io, e che ora cantano in ventimila all’unisono. Anche a noi succedeva che il pubblico si unisse al falsetto ed andasse avanti a cantarlo da solo, ma qui, quando loro infine smettono di suonare, noi non vogliamo lasciar scappare questa emozione; per parecchi secondi il pubblico continua a cantare e battere le mani a ritmo mentre loro stessi guardano stupiti ed Eddie si inchina sul palco.

Tremor Christ è un altro pezzo del quadro di Vitalogy, e uno di quelli piuttosto oscuri; anche qui la conosco nota per nota, ma si vede che non è una favorita del pubblico. A questo punto quindi loro giocano l’asso e attaccano Alive, forse la loro canzone più famosa, il cui ritornello viene cantato in coro da tutti i presenti, non uno in meno, ed è un muro di voci che non ho mai sentito, nemmeno allo stadio quando si fa “La gente”; una sensazione davvero impressionante.

Anche questo è un gran finale, e difatti escono; ma poi tornano di nuovo e attaccano Blood, di cui viene esaltata l’anima funky, mentre l’urlato di Eddie parte a un volume pazzesco (mixeriiistaaaa!). Tutto il palazzo si fa rosso sangue, mentre a un certo punto, su una delle varie riesplosioni della canzone, Eddie fa un salto con spaccata altissimo, davvero incredibile; se qualcuno fosse riuscito a fermare in una foto proprio quell’attimo, sarebbe la foto del rock al suo massimo.

Segue Even Flow, anche questa attaccata a una velocità incredibile, quasi speedcore; e non è la fretta di finire, e nemmeno l’abitudine che porta sicuramente a velocizzare i pezzi suonati e risuonati, ma veramente una carica energetica che deve scaricarsi, e che esce in un ritmo frenetico, negli assoli, nelle pose e nelle corse avanti e indietro per il palco. Nel lungo pezzo centrale un platinato Mike McCready si spara un assolo pazzesco scendendo addirittura giù dal palco, e per risalire suona una nota lunga e gonfiata che tiene con una mano mentre con l’altra si arrampica, per poi riprendere il resto dell’assolo come niente fosse. E subito dopo, Matt Cameron si produce in un assolo di batteria, signori un assolo di batteria nel 2006, ed è straordinario, mica una palla unica come buona parte di quelli di quando l’assolo di batteria era obbligatorio per legge.

Finisce che loro sono visibilmente contenti, e il pubblico è in delirio; potremmo andare avanti tutta la sera, a catarsi adolescenziali e cori generali, con grande soddisfazione. Eddie promette che non passeranno altri sei anni prima del prossimo tour europeo, e io penso che sono talmente preso da questo concerto che se domani non giocasse il Toro potrei andare fino a Pistoia per risentirli.

Nel frattempo, però, attaccano Baba O’Riley degli Who, e io immagino mio zio, grande fan dei mezzi morti e mezzi quasi, in delirio là in basso nel parterre. Ok, è un bel pezzo, grazie, Eddie salta e si dimena in tutti i modi possibili, e nel frattempo accendono le luci e ci accingiamo ad andare… quando d’improvviso sul palco compare un contrabbasso elettrico e, a sorpresa, ci regalano ancora Indifference. Detto tra noi, la suonano maluccio, ma non importa; che emozione risentire il pezzo simbolo della depressione adolescenziale e post-adolescenziale, la canzone che ha inculcato in milioni di giovani di tutto il mondo un progetto di vita come questo:

Oh, I will stand arms outstretched, pretend I’m free to roam
Oh, I will make my way through one more day in hell…
I will hold the candle till it burns up my arm
Oh, I’ll keep takin punches until their will grows tired
Oh, I will stare the sun down until my eyes go blind…
I’ll swallow poison until I grow immune
I will scream my lungs out till it fills this room
How much difference
How much difference
How much difference does it make
How much difference does it make

Negli anni l’ho ascoltata in vasche da bagno di acqua ormai gelida, nella mia stanza con le luci rigorosamente spente, persino da ubriaco: ah, quanta depressione gratuita! In effetti dovrei fargli causa, ma stavolta la fanno con tutte le luci del palazzo accese, e la canzone diventa innocua, più un “come eravamo quando tu avevi la metà dei tuoi anni” che una vera minaccia.

Infine, il concerto si chiude davvero, con loro che si stringono e si abbracciano sul palco davanti a un meritatissimo, lunghissimo applauso.

Ho la sensazione che i Pearl Jam siano finalmente usciti dal tunnel, e siano diventati un gruppo maturo; che, anche come persone, abbiano superato le proprie disavventure e infelicità per diventare quarantenni solidi e adulti. E che quindi, come altri gruppi di spessore, siano pronti per regalarci altri dieci o vent’anni di buona musica, magari non più geniale, ma sempre di gran classe.

Se poi dal vivo continueranno a regalare serate come questa… che concerto, ragazzi! Onestamente non ne ho visti molti con questa energia e questa emozione, anzi forse non ne ho visto nessun altro! Dopo un concerto ROCK come questo, con la R la O la C e la K maiuscole, sarebbe da andare a scolarsi una bottiglia di Jack Daniel’s dal manico della chitarra, e che diavolo! In onore dei bei vecchi tempi in cui si è giovani e, con l’anima disperata e utopica del rock, si pensa di poter cambiare il mondo o in alternativa autodistruggersi prima di dovercisi adeguare, e poi invece non succede nè l’una nè l’altra cosa e ci si ritrova un po’ più delusi e cinici di prima, ma in fondo più sereni, e sempre pronti a roccheggiare quando ce n’è l’occasione. Sono carichissimo, ma mi bastano un paio di sorpassi alla GT4 in mezzo al traffico (che cazzo ti fai i fari, vecchio amante del liscio, con quella Panda di merda piantata a due all’ora in mezzo al corso!) per liberare l’energia senza danno alcuno. Lunga vita al rock’n’roll!

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martedì 19 Settembre 2006, 19:48

Poesia a piene mani

Sicuramente conoscete Vincenzo Mollica, il “giornalista” che per qualche non tanto oscuro motivo ha in appalto l’intera sezione culturale dei telegiornali Rai, svolta a botte di complimenti a tutti e spudorate promozioni di libri e spettacoli di amici e parenti tramite il servizio pubblico.

Bene, stasera al TG3 il poeta della valle Caudina ha superato se stesso: dovendo presentare l’ultimo disco dell'”amico” Zucchero (che dal canto suo cerca disperatamente di fare il Santana de noantri, solo senza saper suonare), intitolato Fly, ha terminato il suo infinito panegirico con il seguente geniale, originale, emozionante slogan: “Con Fly, si vola!”.

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martedì 19 Settembre 2006, 18:10

La Stampa libera

Stamattina ho assistito alla maggior parte di questo convegno, organizzato da La Stampa per annunciare la decisione di rilasciare sotto licenza Creative Commons i supplementi Tuttolibri e Tuttoscienze.

Innanzi tutto, la decisione è ottima; per i pochi che non li conoscono, si tratta di due supplementi che da una quindicina d’anni parlano rispettivamente di libri, musica, teatro e cultura in genere, e di scienza e tecnologia, ospitando interventi e articoli veramente di livello. Come confermato informalmente sul luogo, pare che la decisione riguardi non solo il futuro, ma anche tutti gli arretrati, che fino ad oggi La Stampa vendeva su appositi CD. Si tratta del primo caso in Europa, tra i quotidiani, e segna certamente una pietra miliare nella diffusione di questo tipo di modelli distributivi all’interno della carta stampata; complimenti quindi sia al team di Creative Commons Italia, che immagino abbia spinto l’idea, sia ai vari responsabili della Stampa.

Per quanto riguarda l’evento, io sono ovviamente arrivato in ritardo – volevo andare in bici, ma mi sono alzato troppo tardi, e poi parcheggiare in zona Castello del Valentino è stato comunque difficile. La sala del Castello è veramente eccezionale, merita andarci soltanto per l’atmosfera, con gli affreschi restaurati da poco e le finestre che danno sul Po!

Quando arrivo, sta parlando l’editore, John Elkann, persona di cui le conoscenze dirette mi dicono un gran bene, ma che ha un disperato bisogno di un corso di public speaking: in questo caso, vabbe’ che sono le nove e mezza, ma sta leggendo con aria assonnata un discorso prestampato, da un foglio tenuto a mano, alto e dritto in verticale, in modo quasi da coprire la faccia, con un mono-tono che, in termini culinari, equivarrebbe ad un bollito misto senza salse.

E’ decisamente più a proprio agio il direttore, Giulio Anselmi, che espone alcune considerazioni interessanti sull’intenzione della Stampa di costruire un ciclo di feedback tra il giornale stampato e il sito, chiedendo ai lettori di commentare sul sito articoli e notizie e riportandone poi sul giornale del giorno dopo un riassunto; pare che abbiano finalmente capito che non è affatto detto che Internet cannibalizzi i quotidiani, se i quotidiani non dormono.

Sul palco ci sono anche Carlo Olmo (preside di Architettura di cui ho buoni ricordi dai tempi in cui facevo il rappresentante al Poli), presumo in rappresentanza del Rettore Profumo, e Marco Ajmone Marsan, nientepopodimenoche il mio relatore della tesi di laurea, anche se presumo che fosse sul palco non a tale titolo ma in quanto Direttore dell’Istituto di Ingegneria dell’Informazione e altra roba (ci siamo capiti) del CNR, e al posto di Chiamparino. Ma quando arrivo hanno già parlato, mi spiace; ad ogni modo, tutto l’evento è filmato e distribuito liberamente qui.

Subito dopo, la moderatrice Anna Masera (con cui ho appena litigato in pubblico un paio di settimane fa, con gran rispetto s’intende) introduce il panel successivo. Il primo è Juan Carlos De Martin, professore del Poli e anima di Creative Commons in Italia, che fa una spiegazione eccellente, concisa ma chiara anche ai non addetti ai lavori, di cosa siano le licenze CC; la cosa lo appassiona e si vede. Segue Domenico Ioppolo, della Stampa; poi arriva il pezzo forte, cioè l’intervento di Stefano Rodotà.

La mia stima per il professore è nota, ma oggi sono assolutamente stupefatto: credo di essere una persona piuttosto addentro a questi temi e piuttosto avvezza alla riflessione innovativa per conto proprio, ma lui, in un intervento a braccio di mezz’oretta, riesce a darmi almeno una decina di spunti di riflessione e di connessioni interessanti. Ad esempio, è chiaro a tutti il problema del diritto all’oblio, ma il suo collegamento con l’importanza della facilità di pubblicazione libera creata da Internet, per cui invece di far cancellare o far rettificare si possono pubblicare in proprio informazioni aggiornate, è meno ovvio. Ed è davvero importante, come lui fa, far notare a questa platea di manager ed editori che il tema non è una contrapposizione ideologica tra chi vuole il diritto di condividere e chi vuole proteggere una proprietà, ma una discussione anche pratica su quale sia il modello distributivo che massimizza la creazione e la remunerazione dell’ingegno, in uno scenario di creazione di massa e immateriale. (Mi sono spiegato?)

Dopo Rodotà parte il coffee break, e quindi il momento delle chiacchiere; il break è lungo e quindi aggancio un po’ tutti, cominciando da Rodotà stesso (con cui devo organizzarmi per il nostro “comitato Nicolais, e già che ci sono gli dò la buona notizia: ad Atene si farà il workshop sulla Costituzione di Internet), e poi il giro dei libertari torinesi di Hipatia, fino a Pistoletto. Incrocio Andrea Glorioso con cui pianifichiamo un po’ di attività, e alla fine faccio anche a tempo a salutare i ragazzi dello streaming e pure Vittorio Pasteris. E riesco anche ad abboffarmi di paste secche! (La coda del caffè però risulta indomabile.)

Ho ancora mezz’oretta, che mi permette di ascoltare innanzi tutto Piero Bianucci, il direttore di Tuttoscienze e giornalista molto apprezzato, nonchè il promotore del primo sito della Stampa e, via via, di questa svolta di oggi. Prende la parola Pistoletto e ricorda una serie di punti importanti, fino a giungere alla sua concezione (che merita accurata riflessione) del “terzo paradiso”.

Poi tocca ad Angelo Raffaele Meo, che tira fuori le slide; saranno le stesse che ho già visto varie volte? Invece no, ce ne sono di nuove – memorabile quella con tre gigantesche morti nere con tanto di falce, con scritto sotto “liberalizzazione”, “privatizzazione” e “globalizzazione”, e con la conclusione “Questo mercato fa più morti della guerra” – e il discorso è ancora più convincente del solito; per quanto Meo sia un pelo troppo vetero-ideologico dal mio punto di vista, non solo non ho dubbi sulla sua conclusione – il sistema della proprietà intellettuale va ripensato – ma apprezzo la chiarezza con cui anticipa e vede certi fenomeni. Ottima la citazione del “fabbricatore personale”, un oggetto che potrebbe cambiare il mondo: mi fa venir voglia di lavorarci. L’intervento, insomma, è un successone, concluso da un lunghissimo applauso.

Sta per prendere la parola Marco Ricolfi, ma purtroppo devo fuggire per un appuntamento. Scappo e rinuncio al resto del convegno, anche se avrei volentieri preso la parola e dato il mio contributo con il mio classico intervento sul ruolo degli utenti (De Martin ha comunque già ricordato come dal 40 al 60 per cento degli utenti Internet, circa mezzo miliardo di persone, la usino anche per condividere propri contenuti).

Spero che prima o poi ci sarà una occasione di dibattere di questi temi in grande stile anche a Torino, ad esempio sul modello del WOS che si è svolto a Berlino in questo weekend; noto però con piacere che, anche grazie al tanto vituperato giornale cittadino, non siamo affatto così indietro come ci piace pensare. Anzi, chissà che, sull’onda di queste scelte, non sia proprio La Stampa a spingere la nascita di un altro evento di cartello a Torino.

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lunedì 18 Settembre 2006, 18:38

Vecchi, furiosi e combinaguai

Bene, ho visto che il mio post minimalista sulla morte di Oriana Fallaci ha scatenato una pioggia di commenti, anche piuttosto accesi. A questo punto mi sento in dovere di precisare meglio la questione, e di proporre un punto di vista spero interessante.

La storia della Fallaci è nota a tutti; una giornalista anticonformista, laica ed emancipata, cosmopolita e conosciuta in tutto il mondo, idolo delle femministe e della sinistra e come tale adorata, persino al di là delle sue oggettive qualità artistiche, come giustamente obiettava Bruno; che negli ultimi anni diventa ancora più famosa per una serie di posizioni estremamente dure – sicuramente intolleranti, c’è chi dice razziste – contro l’Islam.

Noi, però, spesso commettiamo l’errore di giudicare le persone da quello che dicono, senza cercare di capire da dove arrivano quei pensieri. E’ invece soltanto attraverso la compassione – in senso proprio, cioè sentire insieme, immedesimarsi nelle emozioni e nei sentimenti delle persone – che si può cercare di comprendere ciò che passa nella testa di una persona.

La chiave di interpretazione, per me, sono state due frasi dell’intervista postuma che La Stampa ha pubblicato sabato mattina, citate direttamente in prima pagina. La prima frase diceva più o meno “Ho avuto una vita difficile e infelice, non capisco perchè tutti mi detestino”; e la seconda “Invidio tutte le donne incinte, perchè stanno per diventare immortali; io ho preso l’abitudine di chiamare bimbi i miei libri, ma è una magra consolazione”.

In altre parole, mi immagino la Fallaci come una vecchia signora frustrata dalla solitudine e dal rimpianto per alcune delle scelte e dei casi della vita (si sa che il suo unico grande amore morì in prigione dopo un paio d’anni, torturato dai colonnelli greci). In tutte le persone infelici esiste la necessità psicologica di trovare qualcun altro con cui prendersela, per evitare di pensare troppo a prendersela con se stessi. Per questo scopo, come “brutti e cattivi” e allo stesso tempo fornitori di una santa missione con cui giustificare la propria esistenza, gli islamici sono perfetti.

Naturalmente, non c’è solo questo; le argomentazioni della Fallaci hanno certamente delle basi filosofiche, per quanto io non le condivida affatto. Ma questo, secondo me, spiega la fissazione ossessiva con cui, in vecchiaia, lei si è concentrata su questo solo argomento; nonchè la cattiveria, la violenza verbale e l’assoluta mancanza di dubbi con cui sostenere le proprie opinioni. Perchè, se pensi di aver sacrificato una parte significativa della tua felicità alla difesa di una causa collettiva, ammettere dubbi e deviazioni dalla causa stessa corrisponde ad ammettere i dubbi (sicuramente covati) sulle tue scelte di vita.

In questo, la Fallaci è tutt’altro che un caso isolato (del resto la vecchiaia porta comunque con sè una sclerotizzazione dei valori e delle visioni del mondo, e penso che non si possa continuare a essere onestamente di sinistra dopo i sessant’anni). Un’altra persona, un tempo illuminata ed arguta, che in vecchiaia diventa puerilmente ossessionata e concentrata su un presunto nemico è il Forattini con la bava alla bocca contro D’Alema e compagni.

E poi, c’è il mistero del Rottweiler di Dio, che insiste nel rilasciare dichiarazioni che farebbero impallidire un inquisitore rinascimentale: tutte le opinioni sono legittime, ma chi di noi, se non sotto effetto di stupefacenti, citerebbe in pubblico come maestro di pensiero un imperatore medievale che era violento, totalitario e bigotto pure per quell’epoca, tanto da metterselo fin nel patronimico? Si dimostrerà un vecchio rancoroso anche lui, o possiamo sperare che metta giudizio?

La cosa veramente preoccupante, a ben vedere, è che le paturnie esistenziali o le antipatie senili di un vecchio o di una vecchia possano finire per alimentare conflitti mondiali, o perlomeno per scatenare un po’ di ammazzamenti in giro per il mondo. Forse sarebbe bene che gli anziani, non importa quanto potenti o geniali siano stati nell’età adulta, si ritirassero in buon ordine quando l’arteriosclerosi comincia ad avanzare.

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domenica 17 Settembre 2006, 23:56

Overbooking

Circa tre ore fa, all’aeroporto di Francoforte, arrivo al gate del mio volo per Torino – in teoria, pochi minuti prima che finisca l’imbarco – e trovo una folla di gente sparpagliata e pigiata nella sala e attorno al bancone; molta di più di quella che può entrare in uno dei (relativamente) piccoli aerei da meno di 150 posti che Lufthansa usa sulla tratta.

Pochi secondi dopo, la signorina prende in mano il microfono e fa il seguente annuncio: “Il volo è esaurito a causa di overbooking. Stiamo ancora cercando alcuni passeggeri disposti volontariamente a partire domani mattina con l’aereo delle 8,55. Offriamo il pagamento dell’albergo, della cena, della colazione e un buono da 350 euro oppure 250 euro in contanti.”

La reazione, contrariamente alle aspettative, è tiepida. Anche io, in effetti, mi pongo il problema: potrei arrivare in ufficio più tardi, non ho nessuno che mi aspetta a casa, perchè non restare? La cifra offerta non è affatto piccola. Poi mi faccio un esame di coscienza, e decido che sono troppo stanco, ho già dormito in albergo stanotte, non ho voglia di cenare da solo e ho soltanto il desiderio di arrivare a casa.

Dopo un po’, comunque, ci ripenso e mi avvicino; tuttavia, mancano solo tre volontari e siamo in quattro potenziali interessati, e gli altri tre sono un gruppo di ragazzi più giovani di me che hanno passato i cinque minuti precedenti a dirsi con entusiasmo “Ehi, ma è quello che guadagno in una settimana!” o “Fico, finalmente cambio il computer!”. Decido che, in effetti, non ho particolare bisogno dei soldi – sicuramente meno di loro – e ascolto la mia voglia di casa.

Ad ogni modo, se l’offerta vi sembra strabiliante, ripensateci: difatti, come ho scoperto ascoltando le conversazioni in sala, a Francoforte c’era una fiera che è finita oggi, e mezzo aereo era riempito da uomini d’affari che tornavano indietro. E’ ampiamente probabile che alcuni di questi si siano svegliati all’ultimo; e lo stesso volo intraeuropeo in economy che con qualche settimana d’anticipo Lufthansa ti dà per 100 euro più tasse, se comprato due giorni prima può costarne tranquillamente 700 o 900, cifra che di tasca mia non pagherei, ma che per un manager, essendo sborsata dall’azienda, non è mai un problema. Nei 600-800 euro di differenza ci stanno tranquillamente sia l’albergo e la cena che i 250 euro in contanti per chi resta a piedi; a Lufthansa conviene quindi vendere questi biglietti anche se il volo è già pieno, e ci guadagna comunque parecchio.

Apprezzo però il fatto che, invece di limitarsi a beccare gli ultimi che arrivano e dirgli “rimanete a terra, questo è il buono per l’albergo e ci vediamo domani”, Lufthansa cerchi dei volontari e li compensi in modo comunque significativo. Non credo che tante altre compagnie facciano lo stesso.

P.S. Anche nel corso di questo giro finesettimanale ho timbrato tutte le caselle: mi sono difatti precipitato in bagno in tutti e tre gli aeroporti coinvolti (nell’ordine Franz-Josef-Strauss, Tegel e Francoforte). Ma l’aria di aeroporto sarà diuretica?

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venerdì 15 Settembre 2006, 14:30

Non sono sempre i migliori che se ne vanno

Dialogo avvenuto cinque minuti fa (mentre scrivevo la bloggata precedente) qui in ufficio, a proposito di una news che ancora non sapevo:

Collega: “Adesso ti tocca bloggare anche sulla Fallaci!”
Io: “La Fallaci? Che ha fatto? Ma non è ancora morta?”
Collega: “Eh, appunto: è morta oggi…”

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venerdì 15 Settembre 2006, 14:27

Prezzi turchi

Ok, il kebabbaro nuovo dove mi ha portato Simone, pur se situato in estrema periferia, con vista su bidoni dell’immondizia e binari del tram abbandonati, è gentile, simpatico, e anche piuttosto buono (per quanto non al livello del mitico Demir di piazza Adriano). Ma dieci euro per un piatto di kebab e una bottiglietta d’acqua??

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giovedì 14 Settembre 2006, 23:44

(h)Umor gobbo

Forse voi non sapete che allo stadio vige una censura ferrea: voi potete preparare tutti gli striscioni che volete, ma quando cercate di entrare trovate degli sgarbati poliziotti che ve li fanno aprire, li leggono, e poi decidono se possono entrare o meno. Aggiungetevi che una buona percentuale dei tutori dell’ordine sono gobbi, e capirete il perchè di alcuni episodi ben lontani dal buonsenso, accaduti domenica prima di Toro-Parma.

Insomma, posso capire che una bara bianconera di polistirolo possa essere di cattivo gusto, ma da qui a lasciarla fuori ce ne passa; ed è divertente il racconto del tizio che si presenta con una normalissima bandiera, e che viene fermato per cinque minuti da tre poliziotti che cercano di capire se dentro l’asta, che suona cava, sia nascosto un pericolosissimo messaggio sovversivo da estrarre dentro lo stadio.

Ma, ecco, c’è gente che passa giornate a realizzare i propri due aste – che, per i meno tecnici, sono quegli stendardi quadrati, spesso con una scritta, che vengono retti mediante due aste infilate verticalmente sui due lati e tenute una per mano con le braccia larghe, in modo che il tessuto resti disteso e che la scritta si legga bene – e meriterebbe più rispetto. Capisco che un due aste doubleface con scritto davanti

AAA JUVE CERCASI

e dietro

BBB JUVE RESTACI

possa far rosicare il poliziotto gobbo di turno, ma non si capisce in base a quale criterio, se non il tifo, il suddetto poliziotto possa tacciare la scritta di “antisportività” e sequestrare l’oggetto, senza alcun mandato; tanto è vero che il due aste è poi stato raccolto all’esterno da un altro tifoso, che, entrando dal cancello a fianco, non ha avuto alcun problema. Sarà la mancanza di umorismo dei poliziotti gobbi.

Certo, non è solo questione di senso dell’umorismo ma proprio di umore generale. Tra i tifosi del Toro, normali e ultras, c’è stata la corsa all’abbonamento, che ha esaurito le due curve e i distinti solo con le tessere annuali (oltre 19.000), e quindi anche creato problemi di occupazione del ridotto spazio in curva. Chi bazzica gli ultras sa che il prestigio di un gruppo è legato a quanto centrale in curva campeggia il suo striscione, e che esiste quindi la corsa a conquistarsi, spesso con la forza, le zone centrali; ma a tutto c’è un limite, motivo per cui tra la ventina di gruppi ultras del Toro ci sono state quest’estate varie riunioni, con ampie e tranquille discussioni, che hanno determinato pacificamente quali gruppi stanno in una curva e quali nell’altra, e in che posizioni.

I gobbi, invece, pur avendo staccato solo 8.000 abbonamenti e apprestandosi ad entrare in uno stadio mezzo vuoto, hanno preferito fare così.

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giovedì 14 Settembre 2006, 19:27

Lascito olimpico

Non sto (ancora) parlando dello stadio Olimpico, del cui scempio peraltro l’intera città si è finalmente accorta.

Invece, di fronte a casa mia, sull’angolo di piazza Massaua, in uno dei punti più strategici di Torino, a un semaforo dalla tangenziale e con la fermata della metro proprio davanti, hanno aperto per le Olimpiadi un Holiday Inn. Oddio, tre mesi prima dei Giochi era ancora uno scheletro di cemento armato, tanto che nessuno pensava fosse possibile finirlo in tempo; e invece, con uno sprint incredibile, sono riusciti ad aprire tutto proprio il giorno della cerimonia inaugurale.

E’ un bell’albergo, per quanto il colore verzolino faccia storcere il naso a molti; non ho mai visto le camere, ma sulla strada ci sono delle enormi vetrate da cui si poteva osservare la sala colazione, una serie di salottini, di sale riunioni… il tipico arredo da albergo internazionale d’affari e da turismo, comunque carino ed elegante.

Eppure, nonostante veda relativamente spesso dei taxi che fermano davanti alla porta, da qualche giorno sulle vetrate sono comparsi due cartelli: “Affittasi garage interrato da 150 posti con licenza di uso pubblico” e “Affittasi locali commerciali da 50 a 600 mq“. Nel contempo, con lo scopo di preparare i suddetti locali, la sala colazione e le sale riunioni sono già state sbaraccate.

Forse che tutti i discorsi che ci sono stati ammanniti per anni, sul lascito turistico delle Olimpiadi, si sono rivelati una favola? Peraltro spero davvero che quest’agosto non siano venuti a Torino troppi turisti: si sarebbero trovati di fronte a una città niente affatto deserta, ma con praticamente tutti i locali e i negozi del centro chiusi, e avrebbero avuto serie difficoltà a mangiare un panino, figuriamoci a fare shopping.

Infatti, la maggior parte dei negozianti torinesi, tra una lamentela sulla crisi e un incontro col sindaco contro la pedonalizzazione del centro, quest’anno ha fatto quattro o cinque settimane di ferie, tutte rigorosamente attorno ad agosto. Probabilmente avevano fatto troppi soldi durante le Olimpiadi.

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mercoledì 13 Settembre 2006, 21:38

La società frustrata

Stasera, leggendo in giro, sono finito tramite il blog di .mau. in quello di una persona che non conosco, anche se mi sono subito ricordato di aver letto il blog tempo fa. Si tratta del racconto fatto da un tecnico di alto livello che lavora in un centro ricerca di una grande multinazionale (Siemens) che, d’improvviso, viene chiuso per essere trasferito all’estero, dove il lavoro qualificato costa meno. Di lì in poi, per oltre due anni, il blog racconta della progressiva spoliazione delle competenze locali, della fuga o cacciata di parte del personale e delle varie riorganizzazioni che chi resta deve subire; il tutto con un tono estremamente polemico e vittimistico, sin dalla pagina introduttiva, come se ciò che succede al protagonista fosse uno scandalo collettivo e non una normale, per quanto spiacevole, vicenda lavorativa privata.

Adesso che mi ricordo, avevo già contestato l’approccio all’epoca, sulla base del fatto che non è sovvenzionando o difendendo artificialmente delle situazioni lavorative non più competitive che possiamo garantirci un futuro, anche in produzioni molto qualificate. Ma il punto non è questo.

La cosa che mi ha colpito stasera, leggendo qua e là con la curiosità di scoprire come si era evoluta nel frattempo la vicenda, è stato un post di fine luglio in cui si narra degli ennesimi brutti segnali, in vista della fusione tra la divisione cellulari di Siemens e Nokia, con le conseguenti paure per il posto di lavoro; il post finisce con la seguente frase:

“Morale, quest’anno faccio vacanze costose, visto che l’anno prossimo potrei non potermele permettere…”

Ecco, detto che i pensieri espressi in rete possono essere fraintendibili, che quello che segue è un volo pindarico pieno di inferenze non provate, e che comunque ognuno ha legittimamente i propri desideri e le proprie esigenze di vita, questa frase mi ha colpito non una ma due volte.

La prima è stato per aver citato le “vacanze costose” come ciò a cui si sarebbe dovuto rinunciare per colpa della crisi sul posto di lavoro, insomma come la rinuncia simbolo del passaggio a uno stato di inaccettabile depauperamento – o, al contrario, come il giusto premio che si ottiene avendo un lavoro “adeguato”. In altre parole, mi ha colpito come si sia incredibilmente alzato il livello di aspettativa su ciò che molte persone ritengono il minimo equo compenso da ricevere dalla società in cambio del proprio lavoro; non soltanto il sostentamento, una casa decente, la possibilità di crearsi una famiglia, ma anche i gadget tecnologici e appunto le vacanze costose (e, si noti bene, non necessariamente belle ma sicuramente costose).

La seconda è stata il ragionamento secondo cui, se l’anno prossimo penso o temo di guadagnare meno di quest’anno, quest’anno spendo di più invece che di meno. Se ci pensate, questo è veramente perverso: i nostri padri, i nostri nonni, sono partiti con poco (i nostri nonni si sono trovati un paese quasi senza economia e raso al suolo dalla guerra…), e, con un lavoro quantitativamente e qualitativamente incomparabilmente più duro del nostro, hanno fatto sacrifici tutta la vita per comprarsi una casa, una macchina, e mandare i figli all’università. Le generazioni vicine alla mia, i trentenni e i quarantenni di oggi, pur di fronte a un mondo con molte meno certezze (ma anche a una situazione economica di partenza molto migliore), e pur vedendo come una prospettiva catastrofica il dover rinunciare ad una estate alle Seychelles (o forse proprio per quello), non hanno nessuna intenzione di risparmiare o di sacrificare alcunchè per costruirsi un futuro; l’imperativo è soddisfare subito, qui e ora, le proprie voglie istantanee, senza guardare in faccia niente e nessuno, e poi si vedrà.

Ho preso l’esempio di una persona che, ripeto, non conosco, ma che dal blog si evince colta, preparata, non certo succube degli spot televisivi o del modello di vita velina-calciatore-Briatore; ne deduco (ma basta guardarsi attorno) che per l’italiano medio è anche peggio. Del resto, giusto per citare un sintomo tra molti, i finanziamenti al consumo di ogni genere, da quelli delle banche ai terrificanti Prestitò telepromozionati per giungere alle carte di credito con dilazione di pagamento incorporata, stanno vivendo un boom senza precedenti. Il paese tradizionalmente più risparmiatore d’Europa si è trasformato nel regno dell’indebitamento a rate.

Eppure, il ragionamento non si può fermare qui. Perchè la psicologia insegna che il consumo moderno è soprattutto una forma di gratificazione, e la gratificazione da shopping – come quella da cibo, da fumo, da alcool – diventa tanto più impellente quanto più vengono a mancare le forme di gratificazione più normali e tradizionali, prima tra tutti quella dei rapporti interpersonali in tutte le loro forme, associazione amicizia amore e sesso tra le altre, e poi quella della realizzazione pubblica, del riconoscimento tra pari, delle soddisfazioni professionali.

E allora, forse tutto questo debito e questo apparente edonismo individuale hanno una causa profonda, cioè la frustrazione tremenda che, in modo ancora sotterraneo ma ben percepibile, attraversa tutta la nostra società. Una frustrazione che è, purtroppo, strutturale; non solo per via dei meccanismi economici basati sulla creazione di desideri artificiali funzionali al consumo, o della parcellizzazione e dequalificazione dei posti di lavoro; ma anche per via del modo in cui, in una società basata troppo spesso sull’arroganza, sulla competizione spinta all’estremo, sulla libertà individuale senza limiti etici e sull’instabilità professionale e personale, i rapporti umani di qualsiasi genere si sono inceppati.

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