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sabato 6 Maggio 2006, 13:01

Magia e silenzio

Quando hanno abbattuto lo Stadio Filadelfia, il 26 febbraio 1998, io avevo 23 anni. Ero tifoso del Toro già da venti, andavo regolarmente allo stadio da una decina abbondante, ed ero già stato abbonato per un certo numero di stagioni. Eppure, non ero mai stato al Fila.

E così, io il Filadelfia, prima che cessasse di esistere, non l’ho mai visto.

Ho scoperto della sua esistenza soltanto negli anni successivi, leggendo sui giornali le prime polemiche sulla ricostruzione promessa e mai fatta, su tutte le successive vicissitudini. La prima volta che, curioso, ci sono andato, ho fatto fatica a trovarlo: “ma è veramente questa roba qui?” Io sono un sentimentale, ma proprio non riuscivo a capire che cosa avesse quel prato di particolare. A dire il vero, non riuscivo nemmeno a capire bene come mai in un presunto monumento cittadino si dovesse entrare da un buco nella recinzione.

Poi è arrivata quest’estate pazzesca, cominciata per me timidamente, in fiduciosa attesa della fidejussione del presidente Romero; diventata poi un affanno di reload continui sulle pagine del forum di Toronews; e infine, sfociata nella settimana di passione in piazza, favorita da un agosto da cani, vuoto e solitario, in città. Da allora, il Filadelfia è diventato piano piano una meta sempre più frequente, prima come luogo di ritrovo, poi anche solo per meditazione, dipanando un fascino segreto che prima o poi, immancabilmente, ti avvolge.

Forse la svolta definitiva è stata in una fredda domenica di fine gennaio, quando, non sapendo che fare, ho tirato fuori la bici senza una meta particolare. E sono finito lì, al Fila, nel silenzio più completo. Poco più in là c’era la folla, distratta e rumorosa, davanti allo stadio Olimpico appena terminato, o nei giardini in piazza d’Armi; ma quel prato era uno specchio per pensieri in libertà.

Eppure, il Fila non è uno specchio neutro. Rimanda agli occhi attenti le tracce dei fantasmi di ottant’anni di vita, storie belle e brutte, esistenze passate che emergono all’improvviso dall’erba e dal cemento, e ti chiedono: e tu? Avrai la storia tragica di Gigi Meroni, o quella leggendaria di Enzo Bearzot? Salirai anche tu un giorno sull’aereo sbagliato per un premio beffardo, come Dino Ballarin, o ne sarai graziato da un caso miracoloso, come Sauro Tomà?

Se il calcio è la metafora della vita, il Fila è una Divina Commedia lunga cento metri, fatta di volti, di sudore, di sangue, di vite uniche e diverse chiamate a raccolta. Lo è, però, solo per chi sa vedere, capire, immaginare.

Ci sono tuttavia delle esperienze che facilitano la comprensione; una di queste fu, nello scorso febbraio, proiettare le immagini del Grande Torino, di notte, sopra l’intero campo. Un’altra invece è stata quella di giovedì, con ventimila persone in una festa grandiosa, completamente autoorganizzata da decine e decine di tifosi, che spesso senza nemmeno parlarsi e conoscersi sono passati dal Fila, chi per due ore, chi per due giorni, chi per due mesi, a tagliare gli sterpai, rimuovere immondizia, portar via macerie, smontare gli accampamenti clandestini, ripiantare l’erba del campo, e poi montare transenne e palchi, organizzare partite per 180 bambini, preparare una grigliata di dimensioni inusitate, allestire stand e banchetti, accogliere ex calciatori e vip vari, organizzare un concerto con gruppi di rilievo nazionale, e gestire l’esibizione della squadra e del presidente di fronte a un entusiasmo strabordante. Questa festa è stata un miracolo di grandi proporzioni, e se anche è vero che, come dice Gramellini, “la speranza è l’ultima a morire, e dopo arrivano i tifosi del Toro”, credo che stavolta il vecchio cuore granata abbia fatto davvero gli straordinari.

Di quanto sopra, però, nulla è stato emozionante come i due minuti di silenzio che hanno ricordato la tragedia di Superga. All’improvviso il mondo si è fermato, e una folla traboccante di ventimila anime si è zittita in modo così completo che si sentivano le auto due isolati più giù, e persino le televisioni nei salotti delle case di fronte. E’ stato uno dei momenti più eccezionali della mia vita, perchè un silenzio così denso non si trova da nessuna parte, tantomeno nel bel mezzo di una città in piena ora di punta. Lì, ogni persona si è trovata a fare i conti col vuoto e con le domande del Fila; anziani signori in lacrime che ricordavano la propria infanzia, e giovani smarriti che forse erano lì per la prima volta, ed erano un po’ storditi da quel punto interrogativo così impietoso.

Vi scrivo queste cose perchè dopo quest’estate molto è cambiato, nel rapporto tra Torino e la sua squadra di calcio. Se l’anno scorso, per un Toro-Ascoli di campionato, allo stadio c’eravamo io e gli ultras, quest’anno anche Toro-Avellino è una partita da pienone. Adesso, tutti sono del Toro, tutti ne parlano, tutti si vantano di questa rinascita; ci sono persino dei poveracci che, per rubare qualche voto, si candidano alle elezioni sotto il simbolo del Toro. Eppure, il Filadelfia è rimasto un po’ ai margini di tutto questo; molti, moltissimi tifosi non l’hanno ancora veramente scoperto.

In un’epoca di calcio caciarone, parolaio, volgare, venduto, il Filadelfia restituisce tutta la diversità di questa maglia e di questa città; concede il brivido del vuoto, il brivido del nudo. In uno stato di devastazione figlio di infinite bugie e prese in giro, elimina le finte giustificazioni facilone e ti riporta sempre, come un martello, a quella domanda: e tu? Stai anche tu dalla parte del rigore, della serietà, della fatica, della capacità, della vita talvolta tragica e talvolta dolce ma in fondo in fondo giusta, con cui il Toro ha conquistato ogni centimetro di ciò che ha, con cui Torino ha conquistato ogni centimetro di ciò che ha, spesso per poi vederselo portar via dai maneggioni e dagli arroganti?

Anche io spero che il Filadelfia venga ricostruito, almeno come centro sportivo per gli allenamenti; anzi, ho tutta l’intenzione di continuare a vivere questa storia. Ma ogni tanto, di fronte alla magia strapotente di quel vuoto così esplicito, mi chiedo se non sarebbe meglio conservarlo così.

In conclusione, credo che un medico vi direbbe che soltanto un pazzo, vittima delle proprie allucinazioni, può vedere tutte queste cose in un prato spelacchiato, in qualche moncone di gradinata. Se è così, però, è bello essere pazzi tutti assieme; perchè, per dirla con Saint-Exupery, “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

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giovedì 4 Maggio 2006, 12:20

La festa del Toro

E’ la festa del quattro maggio, l’anniversario della tragedia di Superga, e anche quest’anno si festeggia al Filadelfia, con grigliata, partite tra bambini, vecchie glorie, la squadra, e il concertone finale fino a notte. Io sto per andare là… per maggiori informazioni vi rimando a Toronews.

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mercoledì 3 Maggio 2006, 23:01

[[Mario Venuti – Un altro posto nel mondo]]

Stasera è una bella serata, per molti motivi e nessuno in particolare. Tornando a casa stanco e contento dopo l’attività fisica, Radiodue mi ha sparato senza preavviso questa canzone, e mi è piaciuta; non tanto per l’inizio (per il quale non resta altro che aspettare fiduciosi), ma per il modo in cui trasmette il senso delle infinite e sorprendenti possibilità con cui le nostre vite si intrecciano, si scontrano e si reincontrano – ma anche di come siano molte anche le possibilità che ci sfuggono, per paura, per pigrizia, per sfortuna o semplicemente per caso.

Però su una cosa non concordo: possiamo cogliere tutte le possibilità che il caso ci porge, se solo non abbiamo paura di provare, vedere che succede, e prendere e dare quel che c’è.

(Oh, lo so che è una canzone di Sanremo, ma io sulla musica non sono snob…)

lo stupore che mi colse
quando lei mi disse “sono innamorata di te”

dura troppo poco la vanità di sentirsi amati
un po’ di gratitudine poi voglia di fuggire via

non riesco a immaginare qualcuno, qualcosa che inizi
ho più dimestichezza con la fine
e non c’è niente che mi riporta indietro

ci sarà un altro posto nel mondo
una strada che riparte da qui
ci sarà un altro istante nel tempo
per vivere tutte le vite possibili che volevo io

un’auto in lontananza sfocata dal sole
viene verso di me
il caso ci porge infinite possibilità
che non possiamo cogliere e si perdono
non serve a niente ormai guardarsi indietro

ci sarà un altro posto nel mondo
una strada che riparte da qui
ci sarà un altro istante nel tempo
per vivere tutte le vite possibili

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martedì 2 Maggio 2006, 14:11

Sapessi com’è strano cercare un cesso pubblico a Milano

Avevo promesso il racconto del mio primo maggio milanese; per non tediarvi troppo, comunque, lo farò a spizzichi e bocconi.

Chiacchierando a metà pomeriggio con Fiorello Cortiana (che è candidato alle comunali, e su cui vi farò una testa tanta: votatelo) gli dicevo appunto che Milano mi sembra una città in crisi di identità, visto che molti di coloro che ci vivono non si sentono milanesi, ma torinesi, bolognesi, veneti, romani prestati temporaneamente a Milano per motivi di lavoro; e che in generale i suoi stessi abitanti sono troppo persi dietro allo stress per far caso anche solo un po’ allo stato della loro città.

Credo di aver avuto una prova di tutto questo al mattino, quando, arrivato via autostrada e dopo aver atteso per mezz’oretta ulteriori istruzioni in piazzale Lotto, verso mezzogiorno mi sono dovuto confrontare con il problema urgente di trovare un bagno pubblico.

Non che a Torino sia facile trovare un bagno pubblico; non ce ne sono molti, specie in periferia, e sono quasi invisibili. Tuttavia, ci sono una serie di luoghi dove ci si aspetterebbe di trovare con una certa probabilità perlomeno un orinatoio; i giardini e i parchi di una certa dimensione, ad esempio, o le fermate della metropolitana, o i viali alberati, o i parcheggi, o i mercati.

Peraltro so perfettamente che la soluzione italiana al problema – a differenza delle città di mezzo mondo, dove i bagni pubblici sono gratuiti, abbondanti e sempre ben tenuti – è quella di andare in un bar ed ordinare un caffè; peccato che, essendo il primo maggio, la città apparisse completamente deserta: tutto completamente chiuso.

E così, il mio primo tentativo è stato in piazzale Lotto, zona con tanto di giardini e luoghi di attrazione pubblica; nulla.

Di lì, dovendo andare a Porta Ticinese, mi sono diretto verso piazza Amendola, davanti all’ingresso della Fiera (ormai “fieramilanocity”, per distinguerla da quella nuova a Rho). Mi son detto: figurati se non c’è un bagno pubblico tra la metro e la fiera, dove in certe giornate passeranno centomila persone. E invece no: c’è un gabinetto dentro la fermata della metro, ma era fuori servizio; fuori non ho trovato nulla.

Con lo stimolo crescente, ho ripreso l’auto, ho tirato diritto e mi sono fermato alla stazione della metro di Pagano, altra zona potenzialmente interessante: c’è la stazione, un grande parcheggio, e un bel giardino. Ma in nessuno di questi luoghi c’era un gabinetto, e non ho voluto fare come un signore che, nel mezzo del giardino pienissimo di mamme e bambinetti, si è messo tranquillamente a orinare su un albero (e nessuno sembrava farci caso…).

Così ho ripreso l’auto e ho avuto l’illuminazione: certamente ci sarà un bagno alla stazione FS di Porta Genova, praticamente attaccata alla mia destinazione! Così, sgommando per le deserte vie milanesi, ho tirato dritto fino a girare a destra in via Colombo e mollare l’auto davanti alla stazione.

Entro, nel deserto generale, seguo la freccia per le sale d’attesa, ma… non porta da nessuna parte. Allora sbuco sul binario, vedo l’insegna, vado là e… entrambi i bagni di una delle stazioni più frequentate di Milano sono “fuori servizio per otturazione scarichi”.

A quel punto, piegato in due dallo stimolo, mi sono rotto le scatole e ho pensato: milanesi, volete che la vostra città sia un cesso? E cesso sia. E così, ho fatto pipì a bordo dei binari, in un angolo dove già decine e decine di persone parevano averlo fatto, nell’indifferenza generale.

Ma la mia già pessima impressione del livello di civiltà di Milano è peggiorata ulteriormente.

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lunedì 1 Maggio 2006, 09:37

Viva San Precario

Quest’anno, da buon lavoratore precario senza certezze e dallo stipendio irregolare, il mio primo maggio è all’EuroMayday a Milano (no, non è lì che la Moratti si farà fischiare per conquistare altri voti).

Non credo di condividere completamente il programma dei promotori della manifestazione (il concetto di reddito di cittadinanza, per esempio, non mi convince per nulla). Ma, insomma, ci sono motivi contingenti; e comunque è meglio errare dal lato dei deboli che da quello dei forti.

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lunedì 1 Maggio 2006, 01:34

Lessons learned

#1: Non uscire mai più con un gruppo di dodici persone formato esclusivamente da coppie.

#2: Non uscire con persone che a metà serata, vedendoti triste in un angolo, intonano Creep dei Radiohead per prenderti per il culo.

#3: Cedere alle antiche abitudini, e fare il fenomeno scolandoti direttamente la caraffa di vino da cima a fondo in un solo sorso, è Male.

#4: Comunque la mia macchina, al fondo della discesa di San Giorgio, fa i 210 senza una piega.

(oh, comunque è stato meno peggio di quel che sembra)

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domenica 30 Aprile 2006, 14:04

Non perdetelo

Dal 5 maggio al cine, il film a cartoni animati su Padre Pio.

E pensare che c’è gente che sostiene che il cinema italiano è in crisi.

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sabato 29 Aprile 2006, 22:58

Silenzio

Io non sono un fan dei minuti di silenzio. Spesso, anzi, mi fanno arrabbiare, quando sono chiamati in modo parziale, quando si sceglie di onorare certi morti e non altri, quando sono imbevuti di vuota retorica paternalista, quando vogliono imporci di onorare persone che forse, in vita, non erano poi così onorabili. Tuttavia, non mi permetterei mai di offendere un lutto e chi ne è straziato, solo per via del giudizio che della persona avevo quando era in vita.

Per questo io, come moltissime altre persone, sono rimasto allibito quando oggi allo stadio, subito prima di Toro-Avellino, gli Ultras e gli altri gruppi organizzati a centro curva hanno scelto di ignorare il minuto di silenzio per le nuove vittime di Nassiriya, proseguendo imperterriti a cantare i soliti cori da stadio. C’è stato qualche secondo di smarrimento anche in Maratona, quando il resto dello stadio ha cercato di coprire quei cori con gli applausi, ma (pare anche in seguito ad esortazioni un po’ accese da parte dei capi curva) i cori sono ripresi subito.

Pare che la cosa sia stata premeditata, perchè “agli sbirri nessun onore”, o anche, come dice uno dei motti ultrà più diffusi, ereditato dagli hooligans inglesi, “all cops are bastard”; o in alternativa – visto che, si sa, la curva del Toro, pur avendo anche i suoi bravi gruppi con la croce celtica, è prevalentemente anarchica – “nessun onore per chi imbraccia le armi e va in guerra”.

Nella successiva discussione su Toronews, ci è addirittura stato detto che bisognava apprezzare il fatto che si fossero fatti solo cori di incitamento per la squadra, e nessuno dei tradizionali cori contro le forze dell’ordine.

A me i morti di Nassiriya, lo dico chiaramente, non stanno particolarmente simpatici. Capisco tutte le osservazioni sul fatto che ci sarebbero tanti altri morti da onorare, a cominciare da quelli che i nostri alleati (noi, non mi risulta) hanno fatto in Iraq, o da quelli che hanno fatto, per deviazioni varie, le forze dell’ordine stesse. Eppure, una morte è una morte, trascina nel lutto e nello strazio tutte le persone care, e merita rispetto anche solo per questo.

Perdipiù, una persona morta servendo le nostre istituzioni, servendo insomma noi tutti, merita il rispetto dovuto a chi si è sacrificato anche per noi; perchè potremo anche non condividere le scelte del nostro governo in materia di missioni di pace internazionali, ma, una volta che esse sono state democraticamente prese, sono le scelte di tutto il Paese.

Forse è meglio lasciar perdere; forse il silenzio dovrebbe coprire allora una scelta infelice da parte di questi tifosi. Ma dovremmo chiederci com’è che l’Italia ha fallito nel creare in tutti i propri cittadini, di qualsiasi classe sociale e di qualsiasi idea politica, la mentalità di appartenenza civica, di rispetto per le istituzioni comuni, di accettazione dei diritti e dei doveri che vengono dal fatto di vivere insieme in un sistema democratico.

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sabato 29 Aprile 2006, 14:56

Quei geni di Aruba

Questo è un post di servizio, e pure tecnico: se non siete ingegneri d’Internette, probabilmente non vi è molto utile e nemmeno comprensibile.

Dunque, quando voi registrate un dominio con Aruba, loro lo fanno indicando al registro i propri name server come autoritativi per il dominio. Se però voi volete usare i vostri, cosa fate? Li configurate, e poi andate su Aruba, entrate nel vostro account, selezionate “gestione dominio”, “cambio DNS”, e scegliete di usare “Tuoi NS”; indicate il nome di uno dei vostri server, e Aruba ricava da esso l’elenco completo.

Bene, ora che cosa hanno fatto i geni di Aruba? Semplice: da qualche tempo, quando cliccate su “gestione dominio”, invece di continuare su hosting.aruba.it venite rimandati su una loro pagina specifica, che risponde all’URL http://admin.vostrodominio.it/, un indirizzo Web che loro definiscono automaticamente sui loro name server. Peccato che se voi avete già configurato il dominio sui vostri name server per poter fare il cambio, a casa vostra admin.vostrodominio.it è un nome inesistente, e quindi non riuscirete mai ad arrivare sulla pagina in questione, nè a gestire mai più il vostro dominio!

La soluzione è che voi inseriate nella vostra zona, sui vostri server, un record per il nome “admin”, facendolo puntare all’indirizzo 62.149.128.26. Almeno, spero che non cambino indirizzo a seconda del dominio… per sicurezza, potete controllare a quale indirizzo IP corrisponda admin.vostrodominio.it prima di cominciare tutta la procedura. In questo modo, potrete continuare a gestire il vostro dominio su Aruba anche dopo aver girato il dominio sui vostri name server. Ma che fatica!

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venerdì 28 Aprile 2006, 21:01

Sarò Franco

Mentre scrivo questo post, sono le otto e mezza di sera ed è appena andato in onda, sugli schermi italiani, l’ennesimo spettacolo indecoroso offerto dai nostri politici (tutti, di qualsiasi colore).

Come saprete, oggi si è votato due volte per il presidente del Senato; per due volte, i 162 senatori (compresi italianiesteri, ex presidenti, vecchi bacucchi e disallineati vari) che si riconoscono nel centrosinistra – esattamente quanti ne servono per l’elezione – sono stati chiamati a scrivere sulla scheda “Franco Marini”: nome e cognome, visto che esiste anche un senator Giulio Marini di Forza Italia, oltretutto la sintesi perfetta dei due candidati.

La prima volta, ci sono state un po’ di schede bianche, uno ha scritto “Mariti”, e uno “Marino”; però, si sa, la prima votazione è quella in cui ci si diverte, la Lega vota Calderoli (no, dico seriamente: l’hanno fatto e non si sono nemmeno messi troppo a ridere), e poi si serrano le fila per la seconda.

La seconda pareva essere andata bene: 162 voti, applauso finale, festeggiamenti, Marini che stringe la mano ad Andreotti… sennonchè, si arriva al grottesco: il centrodestra fa notare che tre persone, invece di “Franco Marini”, hanno scritto “Francesco Marini”; si rifiuta di riconoscere quei voti; a norma di regolamento, che prevede l’unanimità dei sei senatori chiamati a giudicare la cosa o altrimenti l’annullamento, i voti vengono cancellati; tutto da rifare.

Ora, le cose indecorose sono parecchie. Per quanto riguarda il centrodestra, ci si chiede quand’è che supereranno la maturità mentale di un seienne; si sa, per l’interpretazione delle schede elettorali conta che sia chiara la volontà dell’elettore, e mi sembra evidente chi quei tre votanti volessero sostenere. Attaccarsi a quello pur di non ammettere una sconfitta sa di una pochezza di spirito istituzionale veramente deludente.

Ma per quanto riguarda il centrosinistra… ora, Franco Marini non sarà il più noto politico d’Italia, ma è del mestiere da una vita, ed è stato segretario generale della CISL, e segretario del Partito Popolare; non esattamente uno che chi fa politica possa non conoscere. Ma anche non l’avessi mai sentito nominare, se ti fanno senatore (mica bidello), e poi ti chiamano a votare un candidato, in una elezione importante, tesissima, sul filo di lana… e porca miseria, ma imparati sto nome, no? Ma dove li ha trovati i senatori il centrosinistra, al CEPU?

Poi, naturalmente, ci sono le cattiverie, di cui l’altro candidato, l’uomo a L rovesciata, è peraltro un maestro. Quei tre voti potrebbero essere senatori del centrosinistra prezzolati dal centrodestra per mandare a monte l’elezione un’altra volta, senza scoprirsi troppo, così tanto per fare saltare i nervi a Prodi. Oppure, potrebbero essere senatori del centrodestra prezzolati dal centrosinistra, a cui hanno detto di scrivere Francesco in modo da controllare che votassero davvero, non pensando che qualcuno si sarebbe appigliato alla cosa. Quest’ultima è la teoria di Buttiglione, quindi non è molto credibile; ma non si sa mai.

Resta il fatto che, se anche stanotte finalmente dovessero farcela a eleggere questo grande statista alla presidenza del Senato, pare non esserci limite al degrado delle nostre istituzioni. Così facendo, quando tra un annetto si andrà a rivotare, vincerà certamente il terzo partito: quello che vorrebbe mandarli tutti affanculo.

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