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martedì 26 Ottobre 2010, 18:19

Efficienza italiana

Oggi vorrei pubblicare e farvi leggere questa lettera, scritta da qualche funzionario dell’ambasciata italiana in Pakistan al tecnico locale di una nostra azienda, in risposta alla sua richiesta di visto per potersi recare presso la sede aziendale in Italia.

italian-embassy-544.jpg

In pratica, visto che nonostante il loro duro lavoro non riescono a smaltire la coda, nessuno riesce più ad andare in Italia, a meno di chiederlo con anticipi geologici.

Ovviamente in Pakistan ci stanno già ridendo dietro…

[tags]italia, ambasciate, ministero degli esteri, pakistan[/tags]

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lunedì 25 Ottobre 2010, 10:34

La cresta

La vita può essere tragica; tutti noi speriamo di non trovarci mai di fronte a drammi che però accadono tutti i giorni. Tra questi drammi c’è sicuramente la morte improvvisa e imprevista di persone giovani; esaminando i dati che il nostro Istituto Nazionale di Statistica mette a disposizione dentro uno ZIP contenente un foglio Microsoft Excel (evviva l’accessibilità) si scopre che nel 2007 in Italia sono morte 9375 persone tra i 20 e i 40 anni. La prima causa di morte sono, come noto, gli incidenti stradali (22,7%); meno noto è che la seconda, che presto potrebbe diventare la prima anche in questa fascia di età, è il cancro (21,7%). La terza causa di morte, a debita distanza ma comunque con più di 800 vittime, è il suicidio (8,8%). Queste cause sono tutte e tre, in modi diversi, sintomi di disfunzioni della nostra società, e sono talmente diffuse che se ne parla il meno possibile; si parla molto di più di cause di morte numericamente ben meno rilevanti, come l’omicidio (2,7%) e l’AIDS (1,9%).

Nell’elenco non compare la causa che ultimamente va più di moda sui giornali: la “malasanità”. Soltanto due giorni fa, sulla cronaca cittadina, l’ennesimo caso: una ragazza di 33 anni morta in sala operatoria durante la sostituzione di una valvola cardiaca, una operazione teoricamente di routine. Quasi sempre, il sottotitolo è lo stesso: i parenti che gridano “ce l’hanno ammazzata”, “vogliamo giustizia” e “qualcuno deve pagare”.

E’ comprensibile ed umano che una persona che sta vivendo una tragedia del genere parli così e senta il bisogno di trovare un colpevole (meno giustificabile che ciò venga rilanciato dai giornali e dalle televisioni). Se ci pensate, però, queste affermazioni tradiscono la concezione piuttosto distorta della vita e della morte che permea la nostra società: una concezione basata sull’aspirazione all’immortalità, e persino su una certa fiducia nel fatto che l’uomo possa dominare qualsiasi condizione avversa impostagli dalla natura.

Nel caso specifico, l’operazione di routine consiste nell’addormentare qualcuno in maniera innaturalmente profonda, aprirgli il cuore, togliergli un vecchio pezzo di plastica che sostituisce la sua valvola cardiaca difettosa e metterne uno nuovo. A guardarla bene, non si capisce come si possa essere arrivati a considerare una cosa del genere “di routine”. Come umanità, possiamo senz’altro esserne orgogliosi, ma non credo che abbia senso pensare il successo di queste terapie come un diritto, e dunque il fallimento di una operazione chirurgica come un omicidio; non solo perché la fallibilità è umana – se fosse richiesto il 100% tondo di successo in tutto ciò che facciamo, nessun umano potrebbe guidare un veicolo: ci risparmieremmo quasi ventimila morti l’anno solo in Italia, ma la nostra società non funzionerebbe più – ma perché il rischio di morte è intrinseco ed ineliminabile in una operazione di quel tipo, e nella maggior parte dei casi avviene senza alcun errore da parte dei medici.

Con tutta la nostra scienza, non sappiamo perché ogni anno decine di neonati muoiano di “sindrome della morte improvvisa nell’infanzia”; muoiono in culla, e basta. Quando si vivono drammi del genere, dal punto di vista del singolo è difficile, forse impossibile, farsene una ragione; dal punto di vista collettivo, però, è un chiaro invito ad abbassare la cresta, e a spiegare agli individui che non tutto è sotto il nostro controllo.

[tags]malasanità, morte, omicidio, medicina, scienza[/tags]

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domenica 24 Ottobre 2010, 20:22

La signora Annarella

Per chi non li avesse visti su Facebook, lascio anche qui i video del mio nuovo idolo, la signora Annarella: altro che Bersani e Di Pietro, questa sì che è opposizione.

[tags]roma, montecitorio, opposizione, annarella[/tags]

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sabato 23 Ottobre 2010, 10:21

Normalità pelosa

Ha fatto molto scalpore in città, in questi giorni, la vicenda del volantino-offerta di lavoro che scriveva esplicitamente “NO PERDITEMPO E NO STRANIERI”. Si sono subito scatenate le analisi sociologiche e le reazioni poltiiche, con Chiamparino che parla di “grave episodio di razzismo” e si prostra davanti al commissario europeo romeno. Dato che sul volantino c’è un numero di cellulare, i responsabili saranno presto presi e assicurati alla giustizia. Tutto risolto?

Per quanto mi riguarda, sono stato più interessato (sorpreso no, le prevedevo) delle reazioni dal basso, che sono molto ben esemplificate dalla lettera pubblicata oggi su Specchio dei Tempi:

«Scrivo in merito ai volantini che girano per Torino: offrono lavoro nei centri commerciali e non vogliono stranieri. Subito si è levato in coro di sdegno e rabbia, con richieste di scusa agli stranieri per questa forma di razzismo. Ma non è razzista anche chi cerca dipendenti dai 18 ai 24 anni? Perchè nessuno chiede scusa anche a chi, come me, ha 49 anni e viene discriminato per l’età? Troppo vecchio per lavorare? Davvero non sono più in grado di fare niente? «Io ho bussato a tante porte ma nessuna si è aperta, anzi non ci sono state neanche risposte. E dire che ho venti anni di esperienza nel settore commercio «Eppure io sono italiana e devo far fronte alle spese come tutti, immigrati e non. Per cui mi sento discriminata anch’io e mi sembra un razzismo per il quale non si indigna nessuno».

Molto pochi, tra i lettori italiani della Stampa, si sono preoccupati degli stranieri discriminati sul posto di lavoro; quasi tutti hanno invece pensato “e io?”. Ognuno di noi si è sentito discriminato per qualcosa, spesso a ragione; non di rado, a un colloquio di lavoro si viene respinti perché si è bassi, perché si è brutti, perché si ha la erre moscia che suona un po’ snob, perché non piace il colore della cravatta, o, più spesso, perché si è donna o perché non si è più giovani (in certi casi anche perché si è troppo giovani).

D’altra parte, uno dei principi basilari della nostra società è la proprietà privata; se l’azienda è mia, assumo chi voglio (se la casa è mia, la affitto a chi voglio) e non sono tenuto a fornire spiegazioni. Questo principio ha cominciato ad essere mitigato con le lotte per i diritti dei neri negli Stati Uniti, nel dopoguerra, e ha progressivamente dato vita a una folta legislazione che discrimina per non discriminare, obbligando i privati ad assumere, per esempio, un disabile ogni 15 dipendenti (uno dei motivi per cui certi grandi gruppi si organizzano in micro-aziende di 14 dipendenti ognuna) o vietando, appunto, l’aperta discriminazione degli stranieri e delle donne (“aperta” perché comunque se tu non assumi qualcuno non sei tenuto a fornire ragioni, dunque ti basta non dire chiaramente che è una questione di genere o di colore della pelle; in molti casi il datore di lavoro non è nemmeno cosciente del suo pregiudizio ed è convinto di aver scelto in modo oggettivo).

Cosa distingue, allora, ciò che è una discriminazione accettabile – richiedere la laurea o una età non superiore a 25 anni – da una discriminazione inaccettabile, da vietare per legge? Non lo distingue niente; è un fattore culturale, una scelta politica. E allora è anche giusto che ogni categoria si faccia sentire per chiedere protezioni migliori; credo che una legge che vietasse le discriminanti di età negli annunci di lavoro riscuoterebbe un enorme consenso, nella nostra società di vecchi.

D’altra parte, non servirebbe a nulla: le aziende continuerebbero ad assumere i giovani, che costano meno e si lasciano sfruttare senza opporre resistenza, così come continueranno a non assumere gli stranieri se non li vogliono, qualsiasi legge venga fatta; a dimostrazione che sui temi sociali la legge ha un importante ruolo di sostegno, ma le battaglie si vincono o si perdono a livello culturale.

E allora, tutta questa indignazione per chi ha messo nero su bianco la normalità, quello che in silenzio fanno in molti, suona anche un po’ ipocrita; come se i politici non sapessero che il razzismo strisciante e crescente deriva dalla loro incapacità ventennale di gestire l’immigrazione in maniera appena decente; come se il problema, come spesso in Italia, non fosse il fare qualcosa di male, ma il dirlo apertamente.

[tags]immigrazione, lavoro, annunci, stranieri, discriminazione, donne, xenofobia, torino, chiamparino[/tags]

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mercoledì 20 Ottobre 2010, 18:06

I cantieri del quartiere Parella (4)

Pensavate che fosse finita? Ma no, certamente… rispetto all’ultimo post, ne hanno combinate ancora!

Dovete sapere che attorno a casa mia è diventato molto difficile parcheggiare, da quando hanno aperto il cantiere del parcheggio di piazza Chironi eliminando un centinaio di posti auto. Se prima parcheggiavo tranquillamente sotto casa fino alle 18, adesso non c’è mai un posto e bisogna andare verso corso Lecce.

Bene, a inizio della scorsa settimana apprendiamo una ferale notizia: troviamo tutto il tratto di via Zumaglia sotto casa punteggiato di segnali di divieto di sosta e fermata, per un paio di centinaia di metri. I lavori del teleriscaldamento sono arrivati anche da noi, e non per breve tempo: su ogni cartello è appiccicato un foglio di carta su cui è scritto che il divieto durerà dal 14 ottobre al 22 novembre, più di cinque settimane per duecento metri di lavori.

Il 14 ottobre, giovedì scorso, la via è perfettamente sgombra: tutto pronto per iniziare i lavori. Se non che, purtroppo, non si vede nessuno: in tutta la giornata non arriva nemmeno mezzo operaio. Venerdì 15 la via è ancora sgombra, ma nemmeno allora si presenta qualcuno. A quel punto molti, stufi di girare inutilmente cercando parcheggio, sfidano il divieto e ricomincia l’occupazione della via. Nel weekend molti sono fuori Torino, ma lunedì la via è di nuovo piena di auto in sosta, infilate alla bell’e meglio tra un cartello e l’altro (visto che sono stati messi sulla carreggiata). Nemmeno lunedì mattina appaiono le ruspe.

Oggi, in compenso, guardo i cartelli e scopro che qualcuno è passato… a cambiare i fogli: ora dicono che i lavori saranno dal 21 ottobre al 30 novembre. Di fatto, per una settimana il parcheggio è stato vietato inutilmente: disagi inutili, inquinamento inutile, rumore inutile, solo perché non sono nemmeno capaci a programmarsi il lavoro. Vedremo se domani mattina si presenteranno davvero le ruspe!

Speriamo almeno che dopo questi lavori sistemino per bene l’asfalto, perché non solo la gobba di cui ho parlato nell’ultimo post è ancora lì, ma ieri mattina su di essa c’è stato un altro bell’incidente…

[tags]torino, parella, cantieri, lavori, traffico, appalti[/tags]

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martedì 19 Ottobre 2010, 17:40

Aggiornamenti sulle comunali a 5 stelle

Alcuni di voi, dopo i post passati, mi hanno chiesto aggiornamenti su come procedano le vicende della lista civica torinese del Movimento 5 Stelle. Il tema è delicato, ma mi sembra comunque giusto fare un piccolo e asettico rapportino.

In queste due settimane si sono tenute due riunioni serali. Nella prima si sono confrontate le due visioni a riguardo della composizione della lista, quella (da me sostenuta) che spingeva per una lista interamente fatta dai cittadini attraverso le primarie, e quella che spingeva per una lista fatta all’interno del gruppo di una ventina di persone che si è riunito regolarmente in questi mesi. Alla fine, in una riunione abbastanza partecipata, si è optato per una soluzione di compromesso che accontentasse o scontentasse ugualmente tutti: dunque si è scelto di affidare la scelta del candidato sindaco (si suppone che per i consiglieri ci saranno meno aspiranti che posti, come è sempre stato) a un doppio voto parallelo – uno tra gli “attivisti” e uno tra tutti i cittadini. Ciascuno dei risultati dei due voti peserà per il 50%.

Chiaramente, un sistema di questo tipo non rispetta in senso stretto il principio “ognuno vale uno”, perché se supponiamo che nel primo voto votino 50 attivisti e nel secondo 500 cittadini risulterà che il voto di un attivista vale come quello di 10 cittadini. D’altra parte lo stesso principio è stato molto dibattuto; varie persone lo interpretano come “ognuno vale uno se è attivo nel Movimento”, conservando la distinzione tra attivista e simpatizzante-cittadino generico; queste persone hanno paura di ogni genere di cattivo fenomeno associato ai voti di massa, cioè di voti non informati, dati con superficialità, manipolati tramite il “rastrellamento” di amici e parenti e così via. Alla fine, la via di mezzo è stata ritenuta l’unica percorribile per non spaccare il gruppo; io sono comunque contento di avere ottenuto che le primarie pubbliche vengano fatte.

Si è anche deciso che soltanto tre candidati saranno ammessi alle primarie, affidando al gruppo degli “attivisti” una scrematura iniziale tra tutte le candidature presentate; si è inoltre deciso che solo chi è attivo nel Movimento da almeno sei mesi possa candidarsi a sindaco, mentre la candidatura a consigliere è più libera, fatti salvi i requisiti di Grillo e un controllo da parte del gruppo per evitare persone poco raccomandabili.

La riunione successiva è stata molto partecipata; si sono presentate una settantina di persone, di cui una ventina mai viste prima, grazie anche all’attività di promozione su Facebook svolta da uno dei partecipanti. Questa attività di promozione ha suscitato notevoli polemiche, in quanto una parte del gruppo ha accusato il suo autore di voler portare in riunione “truppe cammellate” per influenzare il risultato delle votazioni. La polemica è stata acuita anche dal risultato un po’ a sorpresa delle votazioni della serata: si è deciso che anche gli ultimi arrivati, se lavoreranno alacremente nel prossimo mese, potranno essere considerati “attivisti” e votare nella prima parte delle primarie; e si è deciso che per potersi candidare, sia a sindaco che a consigliere, è necessario non aver mai avuto una tessera di partito in vita propria.

Su questo punto, nei giorni dopo la riunione, si è aperto un ulteriore fronte di polemica: un gruppo di persone entrate da poco nel gruppo – tra cui alcune persone che avevano la tessera del PD fino a pochi mesi fa e un ex consigliere comunale della Margherita – hanno iniziato a contestare pesantemente la scelta di vietare le candidature agli ex tesserati, chiedendo che venisse ridiscussa, e anche a mettere in discussione la scelta di non allearsi con alcun partito.

La prossima riunione si terrà domani sera; sarà aperta al pubblico, ma, per evitare le polemiche della scorsa volta, sulle metodiche del voto tra gli attivisti saranno ammessi a votare solo gli attivisti stessi (una lista di 55 persone). Nel frattempo le discussioni continuano sul forum, che è aperto a tutti, in maniera anche parecchio accesa (io stesso ho dovuto smettere di scrivere per alcuni giorni dopo essermi trovato nel mezzo di una classica flame war).

Per quanto mi riguarda, sono in una fase di riflessione: il clima acceso e le parziali differenze di vedute sul rapporto tra Movimento e cittadini non incoraggiano la mia partecipazione, ma per portare avanti un progetto politico bisogna agire in gruppo e per far sopravvivere il gruppo ogni individuo deve accettare qualche compromesso e fare qualche passo indietro. Io ho le idee molto chiare su come vorrei cambiare Torino; non vedo l’ora che si possa finalmente parlare di questo.

[tags]movimento 5 stelle, torino, elezioni comunali, beppe grillo[/tags]

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lunedì 18 Ottobre 2010, 11:44

La vera finzione

Ho scoperto per la prima volta il lavoro degli Yes Men molti anni fa, ai tempi della loro burla ai danni della Dow Chemical. Per chi non lo sapesse, la Dow è uno dei grandi colossi multinazionali della chimica, ed è anche la proprietaria della Union Carbide, l’azienda il cui stabilimento di Bhopal, in India, provocò nel 1984 uno dei maggiori disastri artificiali della storia.

Migliaia di persone – le stime variano da 2.000 a 25.000 – morirono per una nube tossica sprigionata dallo stabilimento che, essendo in definitiva chiusura, era privo di molte misure di sicurezza (mi ricorda qualcosa). Altre decine di migliaia di persone furono rese invalide, nacquero deformi e così via. Su pressione del governo americano, i successivi processi furono depotenziati e la Union Carbide si limitò a pagare 470 milioni di dollari al governo indiano, una cifra decisamente ridotta per un disastro del genere, mentre le vittime ricevettero, quando andò bene, un sacchetto di perline (molti non ricevettero nulla). La Dow e la Union Carbide hanno sempre rifiutato qualsiasi ulteriore risarcimento, ma in maniera non esplicita: dilazionando, nascondendosi dietro gli avvocati, rifiutando i processi in India e così via.

Nel 2004, gli Yes Men – un duo di attivisti americani che nel tempo si è costruito un seguito di centinaia di aiutanti – decisero di riaccendere l’attenzione sul caso, con una burla mediatica provocatoria ma anche molto interessante per capire il nostro mondo. Prima, su un finto sito web in tutto simile a quello vero, la Dow annunciò ufficialmente di non avere alcuna intenzione di farsi carico dei danni; e non successe niente. Nessuno protestò, nessun giornalista fece articoli, nulla. Poi, con un colpo di fortuna, la BBC cercò di contattare la Dow per invitare un rappresentante a parlare di Bhopal in occasione del ventesimo anniversario – e scrisse al sito sbagliato.

Uno dei due, dunque, si travestì da portavoce della Dow, e si presentò negli studi per una intervista alla BBC. All’inizio pensavano di andare lì e dire la verità, cioè che alla Dow non frega nulla di risarcire adeguatamente i danni che ha causato, ma ormai avevano capito che la verità non interessava a nessuno: dunque dissero una bugia. In diretta su BBC World, il finto portavoce della Dow annunciò che l’azienda aveva finalmente deciso di stanziare i 12 miliardi di dollari necessari per un risarcimento decente.

Questa sì che era una notizia; tutte le agenzie la batterono, e dovettero poi dunque anche pubblicare, un paio d’ore dopo, la smentita della Dow (quella vera), che ammetteva di non avere nessuna intenzione di risarcire le vittime; e il mondo si ricordò di Bhopal.

La questione arrivò alle mie orecchie perché una delle linee di attacco della Dow fu quella che queste persone non avevano il diritto di registrare dowethics.com, visto che “dow” era un marchio registrato. La Dow è molto potente – riuscì persino a far censurare un articolo scientifico da uno dei maggiori editori scientifici del pianeta – ma l’America su queste cose è un grande Paese, per cui il sito, a norma di primo emendamento, è ancora lì (in Italia non credo che sarebbe potuto succedere).

Da allora seguo gli Yes Men, ed è per questo che stamattina, quando mi è arrivata una mail firmata dall’ufficio stampa della Chevron in cui il gigante petrolifero annuncia la campagna pubblicitaria “We Agree” e si prende l’impegno di farsi carico dei danni che causa al pianeta, ho sorriso amaramente. La burla è molto ben fatta: questo è il finto sito delle relazioni pubbliche della Chevron – notate come tutti i link rimandino al sito vero, rendendo la burla invisibile a chi non è allenato – e questo è il finto sito della campagna pubblicitaria. Vediamo se qualcuno ci casca ancora, o se anche la Chevron sarà costretta a smentire pubblicamente di volersi assumere le proprie responsabilità…

[tags]yes men, burle, multinazionali, protesta, responsabilità sociale, dow, union carbide, bbc, bhopal, chevron[/tags]

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domenica 17 Ottobre 2010, 22:49

Una domenica con Ernesto

Questo, una volta tanto, è un post tecnico dedicato a chi si diletta di amministrazione di sistemi Unix: gli altri probabilmente non ci capiranno un’acca e possono anche non leggere.

Oggi, dopo mesi di attesa, era il gran giorno previsto per l’aggiornamento di Ernesto, il mio server di casa. Ernesto è un tipo simpatico ma tosto come il tizio a cui è intitolato, uno dei più famosi forumisti del popolo granata, che in realtà si chiama Fabio ma trae il suo nickname da quell’Ernesto là, a cui dunque il server è intitolato a due gradi di distanza. Ernesto ha tre anni e mezzo di vita, avendo sostituito nel febbraio 2007 il precedente Lazzaro, che aveva svolto il compito, in varie versioni, sin dal 2001. Ernesto è nato con 320 gigabyte di disco, che all’epoca erano una buona misura, ma che ormai da mesi sono pieni, costringendomi a inenarrabili peripezie per spostare file di qua e di là. La soluzione definitiva, dunque, prevedeva la sostituzione dei vecchi dischi di Ernesto con nuovi dischi da un terabyte.

I dischi del server sono due, uguali, configurati in quello che si chiama un RAID mirror: i dati vengono scritti contemporaneamente su entrambi i dischi, in modo che se uno dei due si rompe i file possano ancora essere recuperati dall’altro. Con Linux è possibile realizzare questa configurazione in modo piuttosto semplice, di modo che poi sul computer i due dischi appaiano come un disco solo. Il cambiamento dei dischi avrebbe dovuto essere una operazione abbastanza indolore: il piano era quello di togliere quelli vecchi, mettere quelli nuovi, far partire il computer in modalità di emergenza tramite un CD con una distribuzione Linux “live”, riattaccare uno dei dischi vecchi come disco esterno infilato in un’apposita scatoletta USB, e copiare tutti i file – sia il sistema operativo che i dati – dai vecchi dischi a quelli nuovi, facendo attenzione a preservare proprietà e privilegi (cp -a).

La parte fisica del lavoro è filata via liscia; infilare e sfilare i dischi richiede qualche bestemmia, perchè lo spazio di manovra è ridotto dalla memoria che sporge e dai cavi semirigidi attaccati alla scheda madre, ma si fa senza grandi problemi. Già che aprivo, ho fatto un po’ di pulizia; erano due anni che non aprivo il case, e le ventole erano coperte di parecchia polvere, trasformata in quel tessutino grigio piuttosto fitto che si forma in questi casi; soffiando col phon e grattando i punti più complicati delle griglie e delle ventole con una bacchetta di legno (non con un oggetto metallico e comunque non sull’elettronica, e sempre a spina staccata e dopo essersi messi a terra toccando il metallo di un elettrodomestico…), ne è venuto via parecchio.

Richiuso il case, faccio partire il CD “live” con gli strumenti d’emergenza – un System Rescue CD del 2009, non sono stato nemmeno a masterizzarne uno nuovo – e il sistema parte che è un piacere. Con fdisk partiziono i nuovi dischi in maniera simile a quelli vecchi, lasciando lo spazio in più nella partizione dei dati, e marcando le partizioni di tipo “Linux RAID autodetect” (FD); con mdadm –create inizializzo i volumi virtuali RAID, associando a due a due le partizioni corrispondenti su ciascuno dei due dischi. Poi i volumi virtuali vanno formattati con mkfs; io uso da due lustri il file system Reiser, ma dato che il suo autore è attualmente sotto processo per uxoricidio ho il sospetto che possa non essere più una buona scelta. Decido dunque di provare il nuovo file system Ext4.

Formattati i volumi, uno a uno li monto e comincio a copiare i file dal disco vecchio a quello nuovo… e incontro la prima cosa strana; il volume che doveva essere grande dieci gigabyte è grande venti. Cosa sarà successo? Mi assale un orribile dubbio, ebbene sì: ho sbagliato a digitare il comando e ho creato un volume virtuale di livello 0 (RAID striping) invece che 1 (RAID mirroring). Il RAID 0 è un meccanismo completamente diverso, in cui i due dischi si sommano e non si accoppiano…

Ricomincio: fermo i volumi virtuali, li ricreo giusti, li riformatto, riparto con la copia. A questo punto, il mio volume da 10 gigabyte, che sui vecchi dischi era pieno al 60%, risulta pieno per oltre il 70%… con gli stessi file. Una veloce lista delle directory rivela l’orrido: anche i file più piccoli occupano quattro kilobyte minimo, un blocco. Chiamo anche l’esperto e mi conferma la cosa: nel 2010, il file system Extended ancora non fa quello che Reiser fa da dieci anni, ovvero impaccare i file in modo che un file di 80 byte ne usi 80 e non ne usi 4096. E allora crepa: non voglio perdere il 10% del mio spazio così, e decido di ripartire un’altra volta riformattando i volumi col file system Reiser versione 3, che ha sempre funzionato bene.

Usciamo a fare una passeggiata, spengo, quando torno faccio ripartire tutto e riformatto i volumi virtuali con Reiser. Poi cerco di montare anche le partizioni del disco esterno, per copiare i file, e ricevo uno strano messaggio d’errore: “la partizione è già occupata”. Eppure non risulta montata da alcuna parte. Cerco di capire cosa succede, ma ci vuole un po’; alla fine controllo i volumi RAID, e scopro una cosa incredibile.

Per semplificare la vita a chi usa il RAID, Linux dispone di una capacità di “autoindividuazione” dei volumi virtuali: all’avvio, legge delle informazioni dai dischi stessi e li accoppia automaticamente. Ora, non chiedetemi cosa sia andato storto, ma, facendo partire il computer con il disco vecchio già acceso e collegato esternamente via USB, il sistema ha creato i volumi virtuali non accoppiando le partizioni dei due dischi nuovi, ma accoppiando le partizioni di uno dei nuovi dischi con quelle di quello vecchio! E non è finita qui, perché quando ho riformattato con Reiser i volumi virtuali, in realtà Linux ha formattato le partizioni del disco vecchio, cancellando irrimediabilmente tutti i miei 320 gigabyte di dati…

Comunque, niente panico: anche il computer vecchio usava il RAID mirroring, per cui, per fortuna, avevo ancora lì sulla scrivania l’altro disco vecchio con tutti i dati sopra. Ho dovuto staccare tutto, aprire la scatoletta e cambiare il disco vecchio ormai svuotato con l’altro ancora pieno di dati; poi ho fatto ripartire il sistema e riformattato i volumi virtuali ancora una volta – stavolta, per sicurezza, il disco esterno era spento e staccato… Stavolta è andato tutto bene; dopo aver copiato il sistema, ho generato il nuovo file mdadm.conf come descritto qui e reinstallato il boot loader GRUB su ciascuno dei due nuovi dischi come descritto qui.

Poi ho tolto dal lettore il CD del System Rescue, ho provato l’avvio e… tutto ok! Ernesto è rinato con la massima tranquillità. Mancava solo la copia della partizione contenente i dati; ho dovuto aspettare quasi due ore che (visto il pasticcio precedente) i due dischi nuovi finissero di sincronizzare il mirror, e poi ho dato il via alla copia. Al ritmo a cui sta andando, ci vorranno circa trenta ore per copiare i trecento gigabyte di dati dal disco esterno ai nuovi dischi interni. Tanto, ora è grande e può andare avanti da solo.

[tags]server, linux, raid, installazione, hard disk[/tags]

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sabato 16 Ottobre 2010, 11:57

L’apolizia

Per prima cosa, vi faccio leggere le due lettere che Specchio dei Tempi riporta stamattina:

Una lettrice scrive:
«Domenica 10 ottobre decido di prendere il treno per Torino. Alle 17,15 mi reco alla stazione di Settimo Torinese in tempo per acquistare il biglietto allo sportello automatico, ma ahimè, la macchinetta è rotta. Mi guardo intorno e vedo la biglietteria chiusa, il giornalaio chiuso e la macchinetta stampabiglietti fuori servizio. Aspetto quindi il treno, Gtt, al binario numero 3 con altre 3 persone sprovviste come me del biglietto. Facciamo presente al capotreno la situazione venendo rassicurati. Il biglietto si può fare tranquillamente sul treno, ci dice lui, e noi restiamo ad aspettare mentre compila le ricevute. Ad ognuno di noi viene quindi consegnata una ricevuta recante il prezzo del biglietto più una sovrattassa! La sovrattassa!? Perché mai, mi chiedo, dovrei pagare una sovrattassa? «Il costo del biglietto lo pago volentieri, dico al capotreno, ma la sovrattassa (il “Diritto fisso esazione in treno”) proprio no! Il capotreno risponde che devo pagare. In alternativa posso fornire il documento e successivamente farmi fare una bella multa. «Decido di non presentare il documento e chiedo di pagare per l’ennesima volta solo il costo del biglietto. Il capotreno non ci sta e contatta l’ufficio della polizia ferroviaria di Porta Susa. La polizia!? Ma stiamo scherzando!? La polizia per una sovrattassa!? «Accorrono subito due poliziotti in divisa e mi chiedono cosa stia succedendo. Io spiego, un po’ intimorita dall’accerchiamento. Credo che non mi abbiano ascoltato perché un attimo dopo mi intimano (con una “toccatina” al braccio) di presentare al capotreno il documento per l’identificazione e la contravvenzione e mi ricordano (il tono utilizzato purtroppo non può essere reso a parole…) che “sul treno si sale con il biglietto”! «Mani in alto per me. Mi arrendo!».
C.F.

Un lettore scrive:
«Vi racconto un episodio avvenuto giovedì 14 sul treno in arrivo a Torino alle 19 proveniente da Savona. All’altezza di Carmagnola una coppia di ventenni in stato visibilmente alterato inizia a prendere a calci le porte che separano le carrozze, mandando in frantumi i vetri. Passeggeri paralizzati, attoniti. Mia moglie decide di andare in cerca del capotreno, che constata i danni e chiede i documenti ai giovani. I due dichiarano di non averli, e nel frattempo lanciavano banconote da 50 euro al capotreno minacciando mia moglie per aver “fatto la spia”. «Arrivati a Porta Nuova i due ragazzi scendono senza problemi, nessuno li blocca e nessuna pattuglia li attendeva al binario, mentre mia moglie deve chiedere al personale ferroviario di essere scortata sino alla fermata del tram per paura di ritorsioni…».
CRISTIAN ATZORI

Poi, vi rimando al filmato (peraltro non molto movimentato) che mostra i militanti del Popolo Viola fermati e identificati dalla Digos dopo essersi allontanati dal corteo studentesco dell’altro giorno.

E poi vi chiedo se non pensate che se gli italiani hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni (anche se le forze dell’ordine sono sempre tra le più gettonate) non sia solo per il nazionale benaltrismo per cui il cattivo è chi fa la multa e non chi passa col rosso, ma perché effettivamente le logiche di azione della polizia non sono più comprensibili; ammesso che ci sia ancora una logica, e non piuttosto una serie di coraggiose e scoordinate azioni dei singoli agenti, resistendo ai tagli degli stipendi e delle risorse, insieme a un sacco di altri agenti che si fanno i fatti propri o peggio rispondono a logiche deviate di varie genere, dal manganellare per il gusto di farlo fino all’obbedienza politica.

[tags]polizia, forze dell’ordine, specchio dei tempi, ferrovia, digos, istituzioni[/tags]

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giovedì 14 Ottobre 2010, 16:43

Problemi di Internet

La battaglia per il futuro di Internet in Italia e nel mondo è sempre accesa. E no, non mi riferisco al triste appello dell’Espresso per la liberalizzazione del wi-fi; la credibilità di una iniziativa lanciata dalle stesse forze politiche che hanno prima approvato (centrodestra) e poi prorogato (centrosinistra) il decreto Pisanu è sottozero; la chicca è che l’appello parte da Barbareschi, quello che rubava le battute a Spinoza dimostrando di non capire la differenza tra pubblico dominio e licenze libere, e che due anni fa proponeva addirittura l’identificazione forzata di chiunque acceda a Internet con qualsiasi mezzo; ed è promosso dallo stesso gruppo editoriale il cui presidente De Benedetti, mentre incassa miliardi di sovvenzioni pubbliche, continua a dire che Google è un parassita e gli deve dei soldi. Comunque, a meno che non siano schizofrenici, il problema non si pone: dato che tutte le forze politiche sono d’accordo, facciano decadere la norma e via, senza fare tanta scena; se no, il dubbio che gli interessi solo la scena è più che scontato.

Io volevo parlare di cose un po’ più serie, a cominciare da questa segnalazione di Stefano Quintarelli, che è sempre esotericamente addentro alle questioni che contano davvero. I dettagli li espone lui, ma, per parlare chiaro, il punto è che la nostra Agenzia Garante per le Comunicazioni – la stessa che, come dicevamo, permette tranquillamente che gli italiani vengano spennati sugli SMS – ha preso una decisione che va contro ogni logica ma che permette a Telecom Italia di mantenere una posizione dominante sul mercato delle ADSL, costringendo i concorrenti o ad aumentare i prezzi (e quindi, alla fine, noi pagheremo) o a rimanere su una infrastruttura vecchia, senza poter offrire i servizi più innovativi.

Questo genere di decisioni “tecniche” vengono prese nel silenzio più assoluto; noi non ne sappiamo nulla finché, a un certo punto molti mesi più tardi, il nostro operatore ci comunica che purtroppo la nostra tariffa aumenterà di qualche euro al mese; o ce lo fa digerire con un “cambio piano” promosso con una di quelle belle pubblicità ingannevoli di cui l’Italia è piena, e che vengono sanzionate per finta da un’altra autorità garante con multe irrisorie e effetti sostanzialmente nulli. Come al solito, chi dovrebbe difendere il cittadino finisce per fare poco o persino per essere un discreto complice…

Chiudo segnalando, per chi fosse interessato alle questioni più tecniche, la posizione che Quintarelli, io e alcuni altri esperti abbiamo scritto e inviato un paio di settimane fa a nome di NNSquad Italia, il nostro gruppo nazionale per difendere la neutralità della rete, nell’ambito di una consultazione pubblica della Commissione Europea. Già, perché all’estero, prima di fare le leggi, fanno davvero le consultazioni pubbliche… So che è un documento piuttosto tecnico, ma credo che sia comunque comprensibile a chiunque si sia un po’ interessato alla questione: giusto per capire quali sono i problemi.

[tags]internet, internet governance, wi-fi, pisanu, espresso, de benedetti, barbareschi, agcom, adsl, quintarelli, concorrenza, pubblicità, neutralità della rete, nnsquad[/tags]

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