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sabato 23 Ottobre 2010, 10:21

Normalità pelosa

Ha fatto molto scalpore in città, in questi giorni, la vicenda del volantino-offerta di lavoro che scriveva esplicitamente “NO PERDITEMPO E NO STRANIERI”. Si sono subito scatenate le analisi sociologiche e le reazioni poltiiche, con Chiamparino che parla di “grave episodio di razzismo” e si prostra davanti al commissario europeo romeno. Dato che sul volantino c’è un numero di cellulare, i responsabili saranno presto presi e assicurati alla giustizia. Tutto risolto?

Per quanto mi riguarda, sono stato più interessato (sorpreso no, le prevedevo) delle reazioni dal basso, che sono molto ben esemplificate dalla lettera pubblicata oggi su Specchio dei Tempi:

«Scrivo in merito ai volantini che girano per Torino: offrono lavoro nei centri commerciali e non vogliono stranieri. Subito si è levato in coro di sdegno e rabbia, con richieste di scusa agli stranieri per questa forma di razzismo. Ma non è razzista anche chi cerca dipendenti dai 18 ai 24 anni? Perchè nessuno chiede scusa anche a chi, come me, ha 49 anni e viene discriminato per l’età? Troppo vecchio per lavorare? Davvero non sono più in grado di fare niente? «Io ho bussato a tante porte ma nessuna si è aperta, anzi non ci sono state neanche risposte. E dire che ho venti anni di esperienza nel settore commercio «Eppure io sono italiana e devo far fronte alle spese come tutti, immigrati e non. Per cui mi sento discriminata anch’io e mi sembra un razzismo per il quale non si indigna nessuno».

Molto pochi, tra i lettori italiani della Stampa, si sono preoccupati degli stranieri discriminati sul posto di lavoro; quasi tutti hanno invece pensato “e io?”. Ognuno di noi si è sentito discriminato per qualcosa, spesso a ragione; non di rado, a un colloquio di lavoro si viene respinti perché si è bassi, perché si è brutti, perché si ha la erre moscia che suona un po’ snob, perché non piace il colore della cravatta, o, più spesso, perché si è donna o perché non si è più giovani (in certi casi anche perché si è troppo giovani).

D’altra parte, uno dei principi basilari della nostra società è la proprietà privata; se l’azienda è mia, assumo chi voglio (se la casa è mia, la affitto a chi voglio) e non sono tenuto a fornire spiegazioni. Questo principio ha cominciato ad essere mitigato con le lotte per i diritti dei neri negli Stati Uniti, nel dopoguerra, e ha progressivamente dato vita a una folta legislazione che discrimina per non discriminare, obbligando i privati ad assumere, per esempio, un disabile ogni 15 dipendenti (uno dei motivi per cui certi grandi gruppi si organizzano in micro-aziende di 14 dipendenti ognuna) o vietando, appunto, l’aperta discriminazione degli stranieri e delle donne (“aperta” perché comunque se tu non assumi qualcuno non sei tenuto a fornire ragioni, dunque ti basta non dire chiaramente che è una questione di genere o di colore della pelle; in molti casi il datore di lavoro non è nemmeno cosciente del suo pregiudizio ed è convinto di aver scelto in modo oggettivo).

Cosa distingue, allora, ciò che è una discriminazione accettabile – richiedere la laurea o una età non superiore a 25 anni – da una discriminazione inaccettabile, da vietare per legge? Non lo distingue niente; è un fattore culturale, una scelta politica. E allora è anche giusto che ogni categoria si faccia sentire per chiedere protezioni migliori; credo che una legge che vietasse le discriminanti di età negli annunci di lavoro riscuoterebbe un enorme consenso, nella nostra società di vecchi.

D’altra parte, non servirebbe a nulla: le aziende continuerebbero ad assumere i giovani, che costano meno e si lasciano sfruttare senza opporre resistenza, così come continueranno a non assumere gli stranieri se non li vogliono, qualsiasi legge venga fatta; a dimostrazione che sui temi sociali la legge ha un importante ruolo di sostegno, ma le battaglie si vincono o si perdono a livello culturale.

E allora, tutta questa indignazione per chi ha messo nero su bianco la normalità, quello che in silenzio fanno in molti, suona anche un po’ ipocrita; come se i politici non sapessero che il razzismo strisciante e crescente deriva dalla loro incapacità ventennale di gestire l’immigrazione in maniera appena decente; come se il problema, come spesso in Italia, non fosse il fare qualcosa di male, ma il dirlo apertamente.

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8 commenti a “Normalità pelosa”

  1. ginogori:

    scusa “ma no perditempo” che cavolo mi significa?

    …pare gli annunci delle roie…

  2. Mike:

    La proprietà privata è un concetto arificiale, che nasce dall’esistenza delle leggi, e vi possono essere leggi che limitano la proprietà privata.

    La ditta che vuole costruire inceneritori sul suo terreno, perché non può farlo se non seguendo un iter di autorizzazioni e con un controllo ex post del funzionamento?

    A questo punto lo stato può decidere di regolamentare i rapporti tra persone in maniera tale da minimizzare di danni possibili. Se le leggi sono inapplicabili è un altro discorso, ma questo non vuole dire che il principio per cui lo stato puo` regolamentare i rapporti fra privati sia sbagliato.

    In Italia queste nosme sono spesso disattese ed aggirate.
    Esiste una legge che impedisce di discriminare per sesso, eppure in italia il tasso di occupazione femminile e la natalità sono i più bassi della UE (tra gli ultimi posti). Questo produce una mancanza di capacità produttiva perché perso magari molto valide vengono cacciate perché sono rimaste incinte. Salvo che mandare via una donna perché ha figli si ritorce contro le aziende che così perdono delle persone valide, che vengono espulse dal mercato del lavoro non per incapacità proprie ma per preconcetti.
    Detto questo pero`se non ci fosse la 903/77 quale sarebbe la situazione?

  3. Antonio Fucile:

    “Cosa distingue, allora, ciò che è una discriminazione accettabile – richiedere la laurea o una età non superiore a 25 anni – da una discriminazione inaccettabile, da vietare per legge? Non lo distingue niente” Eh no, poffarbacco! L’art. 3, comma 1, della Costituzione non ti dice niente? Le discriminazioni sono ammissibili, ma solo se sostenute da criteri oggettivi (che non sono nè un fattore culturale, nè una scelta politica!).
    Esempio: a me, Megapresidente della Megaditta, serve qualcuno in grado di svolgere mansioni di fatica. Non assumerò persone gracili, ma questo è perfettamente consentito. L’importante è che: 1) io espliciti che assumerò solo persone dotate di una vigoria fisica tale da svolgere il lavoro che richiedo; 2) oltre a questo “discrimine”, io non ne usi altri (colore della pelle, lingua, sesso, luogo di nascita, età…). Altrimenti sto facendo una discriminazione: lo confermerà qualsiasi giudice del lavoro. Possiamo chiamarla “razzismo” o “vattelapesca”, ma sempre discriminazione è.
    Tra l’altro aggiungo una considerazione: secondo me quasi certamente quel volantino è razzista, ma sottolineo il “quasi”. Vorrei prima capire dal punto di vista degli autori come mai cercavano persone “non straniere”. Insomma: potrebbe essere un motivo non discriminante, in questa specifica situazione (non ho aperto il link). Anche se non riesco a immaginare minimamente come sia possibile, vorrei prima sentire la loro versione…
    Chiedo scusa se mi sono un po’ scaldato, ma l’argomento “discriminazioni” mi agita parecchio.

  4. vb:

    Antonio, fino a 200 anni fa i neri erano schiavi e fino a 70 anni fa in Italia le donne non potevano votare… Quelle che oggi sono considerate discriminazioni inaccettabili cent’anni fa magari erano la normalità, proprio perché era diversa la cultura di quel tempo.

  5. Antonio Fucile:

    Sono d’accordo sul discorso “storico”, ma l’art. 3 della Costituzione serve proprio a mettere “una pietra” sul passato. Lo ripeto: oggi e nel futuro non sono più possibili discriminazioni basate solo su fattori culturali o su scelte politiche, finchè sarà in vigore questa Costituzione (e anche il diritto europeo si occupa molto di portare avanti un analogo concetto di “non discriminazione”).
    Piuttosto si può discutere sull’applicazione pratica, ma le leggi italiane ed europeee in materie non sono granchè opinabili nè “passeggere”. Spero di essermi espresso in modo più chiaro. In ogni caso grazie dell’ospitalità.

  6. Giovanni:

    Vittorio ha mille ragioni. Ci sono persone fragili e malate che sanno spostare montagne con la forza delle idee facendo a meno della forza dei muscoli. Chi discrimina dimostra solo la propria fesseria e povertà culturale.

  7. Lara:

    Per noi donne la maternità è molte volte fonte di discriminazione sul lavoro. Grazie Vittorio per la sensibilità che hai nei nostri confronti.

  8. Piero:

    La Legge, dal mio punto di vista, è una trappola mortale fonte di discriminazioni, perché per definizione, da come si legge ipocritamente nelle aule dei tribunali: “la Legge è uguale per tutti”.

    Se la legge è uguale per tutti, vuol dire che siamo tutti schiavi della legge. Poiché ogni persona ha esigenze diverse, la Legge non può essere uguale per tutti, ma deve tenere conto delle diverse esigenze. Ma ciò è praticamente impossibile. Da qui si dimostra che la Legge è una delle tante forme di schiavitù più o meno subdole, fonte di discriminazioni. Una legge per essere “buona” deve essere al servizio dell’uomo, e non l’uomo al servizio della legge, altrimenti tanto vale.

    La Legge quindi mette l’uomo in una condizione di servo (nel senso che non è libero di fare come vuole, ma deve osservare certe norme dettate da un potere superiore a lui estraneo: Dio nella teocrazia, il popolo nella democrazia, il re nella monarchia, i migliori nell’aristocrazia).

    C’è da chiedersi se la condizione di sottomissione alla Legge porta alla felicità, perché il fine della vita è vivere liberi “felici e contenti”, e non sottomessi al giogo della Legge che il più delle volte si trasforma in burocrazia.

    Ritorniamo sempre lì, ai principi del Vangelo che liberano l’uomo dalla schiavitù d’Egitto, mettendo le sue esigenze e necessità prima di ogni altra cosa, ancor prima della Legge, con un semplice principio: non fare agli altri ciò che non si vuole sia fatto a noi o, eliminando le due negazioni, fare agli altri ciò che si vuole sia fatto a noi, sempre nel rispetto della persona e delle sue esigenze.

    Alla luce di questo principio evangelico è chiaro che la proprietà privata per esempio, pilastro della nostra società cristiana, con la legge che la legittima, vanno in senso opposto, perché nessuno vuole essere espropriato di ciò che gli appartiene in comproprietà, perché la proprietà privata ti espropria in modo subdolo di un bene che ti appartiene in comunione con tutti, per destinarlo all’uso esclusivo di un solo soggetto, discriminando tra proprietari e nullatenenti, anziché tra stranieri e residenti.

 
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