La devastazione operata nella realizzazione del nuovo autogrill Duca d’Aosta nord (ex Stazione Centrale di Milano) è nota da tempo; ne ha parlato persino il Corriere della Sera. Oggi però ho potuto apprezzare una chicca: ha finalmente aperto un nuovo supermercato, in sostituzione di quello chiuso durante la ristrutturazione, accuratamente situato nel luogo più scomodo possibile – il fondo cieco del corridoio sotterraneo ricavato sotto la Galleria delle Carrozze, ossia l’enorme porticato d’ingresso – in modo da fare meno concorrenza possibile ai Camogli e agli Spizzichi dei bar Autogrill.
E dato che il luogo è veramente fuori mano, ma sicuramente l’affitto richiesto non è basso, chi ha ottenuto il mandato di gestirlo? Una delle più scrause catene di discount italiane.
Come sapete io non ho nulla contro i discount, tanto è vero che vi faccio la spesa regolarmente, e non mi dà nemmeno fastidio la mescolanza umana che li frequenta. Tuttavia, qualsiasi persona dotata di un minimo buon senso avrebbe subito pensato che l’accoppiata stazione + discount non sia proprio geniale.
E infatti, oggi su cinque persone in coda prima di me quattro erano barboni, chi con il bottiglione di vodka di bassa qualità , chi con il cartone di finto Tavernello – ed erano le due del pomeriggio. Abbiamo rischiato di perdere il treno mentre uno dei barboni contava le monetine per il pagamento, davanti a una cassiera che aveva l’aria di chi è costretto a tutto questo solo per campare; in quel momento nella coda si è infilata a spintoni una zingara, che è arrivata alla cassa per chiedere insistentemente dove trovare l’acetone per pulirsi le unghie.
Si dice che oggi sia la festa della Repubblica, tranne che a Varese dove il ministro Maroni celebrava Gino Paoli; e io non ho molto da aggiungere se non il caro ricordo della festa dell’anno scorso, attaccando manifesti alla Falchera e per tutta la zona nord di Torino.
E poi, i cari ragazzi della Lega Calcio hanno piazzato per oggi alle 18,30 (un orario adattissimo) l’andata della semifinale dei playoff che valgono una stagione; dunque questa giornata non è molto adatta a fare altro. A causa di questa geniale programmazione del calendario sportivo, gli ultimi tre giorni granata sono stati deliranti: infatti domenica sera si è saputo che il Toro doveva giocare oggi (e solo lunedì mattina si è saputa l’ora), e dunque c’erano due giorni e mezzo, di cui uno festivo, per vendere 20.000 biglietti, con la doppia complicazione che – trattandosi di partita fuori abbonamento – anche tutti gli abbonati dovevano andare a fare il biglietto, e che gli abbonati stessi pretendevano giustamente il diritto di prelazione sui propri posti, per non rischiare di rimanere fuori.
La soluzione organizzativa è stata questa: i titolari di abbonamento hanno avuto la giornata di lunedì per andare in una delle tabaccherie che vendono i biglietti del circuito Listicket, presentare l’abbonamento e fare il biglietto per il proprio posto, mentre gli altri potevano comprare i posti non coperti da abbonamento mediante il sito web. Da martedì mattina ad adesso, vendita libera di tutto ciò che rimaneva.
Peccato che a Torino città il circuito Listicket conti la bellezza di 20 punti vendita, non uno di più; più un’altra decina nel resto della provincia, e un paio per provincia nel resto del Piemonte. Insomma, se fate i conti, nella giornata degli abbonati ogni punto vendita ha dovuto fare un 200-300 biglietti, anche di più nei negozi particolarmente battuti. Considerando che si tratta di bar e tabaccherie che già normalmente devono servire clienti, vendere sigarette, fare le schedine del lotto e così via, e considerando che per ogni biglietto bisogna prendere i dati dall’abbonamento, controllare che corrispondano col documento, risolvere eventuali discordanze, collegarsi al sistema Listicket, stampare il pezzetto di carta e incassare i soldi, potete immaginare facilmente il risultato.
Infatti, nei punti vendita si sono formate code di decine di persone, con una attesa media di una o due ore a seconda della zona; spesso con intoppi di vario genere (connessione bloccata, carta finita, abbonamento illeggibile, problemi tipo “sono nato in Venezuela ma il sistema non lo accetta”…).
Io ho provato lunedì mattina in corso Stati Uniti, ma la coda arrivava in mezzo alla strada; davanti al bar Jolly di piazza Rivoli c’erano almeno 40 persone sul marciapiede, che non erano nemmeno ancora riuscite a entrare dentro il locale. Al pomeriggio la situazione al bar Jolly non era cambiata, ma grazie a una dritta sul forum ho scoperto che in corso Brunelleschi 84 la coda si era smaltita e c’era meno gente, e così me la sono cavata in fretta. Ieri mattina, comunque, la situazione al bar Jolly era ancora uguale, per l’arrivo di tutti i non abbonati; la coda si è sciolta solo nel pomeriggio.
Insomma, non poche persone si sono prese il lunedì di permesso dal lavoro e l’hanno dovuto usare tutto, tra code e girovagare alla ricerca del punto vendita attivo, pur di fare i biglietti per le due partite… Eh, ma quando l’anno prossimo ci sarà la magica carta di credito del tifoso, tutto si sistemerà … è noto che ciò che svuota gli stadi è la violenza, mica le complicazioni, la disorganizzazione, il trattamento da bestie e gli orari insensati imposti dalle pay-tv.
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Mai come in questi due giorni, però, il mio Facebook è stato il simbolo dell’incomunicabilità . Eliminando le discussioni futili, nove thread su dieci sono dedicati ad attaccare Israele, a chiederne la radiazione dal consesso internazionale, a organizzare cortei e manifestazioni, a minacciare di bruciare le ambasciate, a gridare appellativi come pirati, terroristi, nazisti, assassini. Il decimo thread è di amici ebrei o vicini a loro, che si lamentano della campagna mediatica di odio antisemita scatenatasi in tutto il mondo.
Le due posizioni non si parlano, non si capiscono. Le tragedie che si portano appresso finiscono anzi banalizzate nei giochini dell’ideologia italica, nelle provocazioni di Feltri per vendere qualche copia in più (che riprendono peraltro gli editoriali di giornali israeliani) o nei pacati commenti di Diego Novelli (“Un gruppo di criminali governa Israele”) e di Giulietto Chiesa (“Il 31 maggio 2010 Israele ha dimostrato al mondo di essere divenuto il pericolo principale per la pace e la sicurezza del mondo”). Finiscono in una grande fiesta di editoriali da divano.
Io, in Israele, non ci sono mai stato. Ho conosciuto persone che ci hanno vissuto, che venendo da noi ancora si stupiscono di come sia possibile entrare in un centro commerciale senza trovarci un metal detector all’ingresso, e che quando prendono un autobus non riescono a non avere paura di saltare in aria.
E ho un ex compagno di università libanese che ogni tanto mi manda dei bei powerpoint pieni di teste mozzate di bambini palestinesi e altre atrocità del genere; tanti anni fa mi raccontava che quando ammazzarono Rabin (un premio Nobel per la Pace) lui e la sua famiglia andarono a fare caroselli suonando il clacson per il centro di Beirut. E quando giocavamo a Risiko, lui si disinteressava completamente della partita; il suo unico obiettivo era conquistare il Medio Oriente e da lì fare attacchi suicidi, un carrarmatino alla volta, contro i paesi confinanti. (Una volta, un carrarmatino alla volta, distrusse una dozzina di armate del padrone di casa, che lo buttò fuori a calci dall’appartamento: non c’è nulla come Risiko per distruggere le amicizie.)
Un odio così non lo capisco, non è proprio concepibile; e non capisco come si possa essere fiduciosi per la pace. Realisticamente, temo che nulla potrà risolvere questa situazione se non, a scelta, un muro alto alto alto (più alto dei razzi Qassam) oppure l’eliminazione completa dall’area di uno dei due contendenti (e, vista la demografia, non saranno certo gli arabi). Non mi posso permettere di pensare che se fossi israeliano o palestinese sarei senz’altro un pacifista; è troppo facile pensarlo da qui. Dunque, non mi posso nemmeno permettere di giudicare; trovo che la maggior parte delle parole che volano in questi giorni, da parte di persone che hanno responsabilità istituzionali così come da parte di chi fa informazione, siano insensibili, inappropriate e dette con grande leggerezza; e che sparare sentenze, in situazioni di questo tipo, non sia poi troppo lontano dallo sparare pallottole.
C’ero tornato alcuni anni fa, a trovare un amico che aveva appena preso casa in uno dei nuovi palazzoni, esattamente di fronte a dove lavoravo, in un pezzetto di via Cervino che prima, nella storia, non era mai esistito (via Cervino è sempre stata spezzata in due, un tratto tra la ferrovia e via Gressoney e un tratto tra via Cigna e corso Vercelli, in mezzo una fabbrica). Erano i classici palazzoni nel nulla che caratterizzano la Torino dell’epoca Chiamparino; le vecchie zone industriali vengono ricoperte di cubi di mattoni tutti uguali, tutti anonimi, tutti vagamente pretenziosi, quasi tutti costruiti col cartone e/o su aree tossiche le cui bonifiche sono tutte da verificare (vedi Spina 3). Non si è ben capito chi ci dovesse andare ad abitare, e infatti molti di questi nuovi quartieri sono tuttora vuoti o quasi, caratterizzati da decine di alloggi con le persiane abbassate e mai alzate.
E certo: un fantastico centro commerciale, con il nuovo controviale che finisce direttamente dentro la discesa del parcheggio sotterraneo. Ospita un Brico e un Gigante, e poi immagino che ci sarà la solita infilata di negozietti in franchising, dagli affitti da strozzino, che tireranno a campare o chiuderanno presto. Ah, e pare che prima o poi apparirà anche un discount sull’angolo di via Valprato.
Ma se ne sentiva la mancanza: in fondo, a un chilometro di distanza ci sono solo il centro commerciale Snos (ex Vitali) di corso Mortara, con un altro Gigante; il Bennet di via Orvieto; e l’Ipercoop di via Livorno. Certo, avendo abbattuto la sopraelevata ora ci va un quarto d’ora ad arrivarci invece dei tre minuti di una volta…
La cosa più agghiacciante è il modello sociale che il piano di “sviluppo” torinese di questi anni ha messo in atto: la “crescita economica” realizzata mediante la costruzione di case-alveare, quasi tutte di scarsa qualità costruttiva (pura speculazione) e ancor più scarsa qualità estetica, completate da centri commerciali sparsi qua e là , tanto per ammazzare i negozi nel raggio di chilometri. Girando per Milano sono rimasto sorpreso dalla quantità di piccoli negozi, anche di alimentari, che ancora riempiono le vie; Torino, in compenso, sembra una città americana da quanti mall ormai ci sono. E poi ci si lamenta se intere aree sono abbandonate al degrado e alla desertificazione notturna, al massimo compensata dai negozi borderline degli immigrati.
E così, arriva il nuovo centro commerciale; era talmente urgente aprirlo che la strada non è ancora finita, e in zona si sono subito create code leggendarie, aiutate da qualche dosso alto come una muraglia e da inspiegabili fasce rosa in mezzo alla strada. Basta che i registratori di cassa comincino a girare; anche se il problema fondamentale di Torino – con quali attività lavorative dovremmo guadagnare i soldi da spendere in questi nuovi luccicanti negozi – continua a rimanere irrisolto. Però, dopo cent’anni di attesa, via Cervino è finalmente riunificata!
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Lo sfottò sportivo fa parte della vita; è un gioco, una volta lo subisci, un’altra volta lo fai. Tra i tifosi del Toro c’è chi non vede di buon occhio la supposta rivalità con il Mantova, per il semplice (e giusto) motivo che il Toro è squadra di grande tradizione le cui rivalità primarie sono con le grandi del campionato, più che con squadre di provincia che si affacciano alle serie superiori una volta ogni quarant’anni. Tuttavia, la vicenda del 2006 – che già vi avevo raccontato – e i successivi strascichi, tra cui i caroselli nel centro di Mantova alla nostra retrocessione lo scorso anno, non possono che far sì che qualcosetta vada fatto, per celebrare la retrocessione in serie C dei mantovani, con probabile annesso fallimento e ripartenza dai dilettanti, determinata in ultimo dal non essere riusciti a battere il Toro in casa domenica scorsa.
Nella mia gita io ho fatto ampie riprese, con l’intento di mettere insieme un piccolo documentario; chi è tifoso ci si ritroverà con piacere, chi disprezza il calcio continuerà a disprezzarlo, ma magari qualcuno che non l’ha mai vissuta può essere curioso di vedere dal di dentro una trasferta al seguito della squadra. Il montaggio di Mantova-Toro: Il film non è ancora finito e ci vorranno ancora dei giorni, ma stasera è il momento dello sfottò di cui sopra e dunque ho messo insieme Mantova-Toro: Il trailer. Prendetelo per ridere, e divertitevi.
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Parlando di Internet governance, sono contento di annunciare di essere una delle tre persone elette dalle varie sezioni nazionali della Internet Society nel nuovo consiglio di ISOC-ECC, il coordinamento europeo delle sezioni suddette.
In pratica si tratta di un piccolo gruppo che si occuperà di preparare e presentare alle istituzioni europee, insieme al responsabile dell’ufficio europeo della casa madre, le posizioni della comunità Internet sui temi della libertà e dell’economia della rete. Si tratta di una posizione volontaria, che probabilmente comporterà un paio di viaggi l’anno a Bruxelles, un po’ di conference call in anglofrancese e qualche nottata di lavoro per la preparazione di position paper.
Nell’ultimo paio d’anni la mia precedente attività internazionale nel settore della governance di Internet si è ridotta di parecchio (un po’ come tutto il resto, dalla vita professionale a quella privata), a causa delle energie profuse nel Movimento 5 Stelle. Non fa male allora ricominciare a lavorare un po’ su altri fronti.
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Per quanto riguarda le attività del Movimento 5 Stelle piemontese, gli ultimi giorni sono stati ricchi di novità .
Avrete senz’altro letto delle iniziative dei nostri consiglieri regionali, come la proposta di legge sulla riduzione di stipendi e prebende e la protesta per la scandalosa elezione di Angelo Burzi, già sotto processo per tangenti, a presidente della Commissione Bilancio (!). La prima notizia è che d’ora in poi il sito di riferimento per le loro attività diventa quello su beppegrillo.it; infatti, per poter gestire meglio la circolazione delle notizie, ai consiglieri è stato chiesto di utilizzare quello.
Sabato scorso a Milano, Beppe Grillo ha incontrato i consiglieri comunali e regionali eletti nel Movimento, più i candidati presidente delle regioni dove non si è raggiunta la soglia del 3%. Lo scopo dell’incontro era quello di fargli un po’ di formazione, ma a margine sono state comunicate tre regole generali:
1) Nessuna lista del Movimento può prendere rimborsi elettorali dalle casse pubbliche.
2) Sono vietate le coalizioni e le alleanze con qualsiasi partito politico (compreso il caso dei ballottaggi).
3) Non è ammesso costituire formalmente associazioni che rappresentino il Movimento sul territorio, o che diano l’impressione di farlo; in particolare non possono esistere associazioni che abbiano nel nome le parole “movimento” o “5 stelle” o che usino il logo del Movimento.
E’ stato confermato che la piattaforma di discussione nazionale sarà pronta a fine giugno, e si è detto che essa verterà inizialmente sulla preparazione del programma per le elezioni politiche 2013, oltre che sullo scambio di esperienze tra i partecipanti, per poi espandersi ad altre funzioni – inclusa quella di determinare i candidati per le elezioni amministrative in presenza di più concorrenti… anche se, a parte le grandi città , è più facile che ci sia scarsità che abbondanza di aspiranti.
Essendo già noto il problema, giovedì scorso era stata convocata una riunione dell’associazione Movimento 5 Stelle Piemonte, in cui i consiglieri regionali e il loro staff (tra cui il presidente uscente dell’associazione) si sono dimessi. I dodici soci rimasti, a maggioranza, vorrebbero trasformare l’associazione in uno dei “gruppi di amici” suddetti, senza alcun ruolo nel Movimento ma con lo scopo di promuovere dialogo e attività congiunte tra i gruppi di grillini piemontesi, a partire dal blog piemontese, che dunque cambierà indirizzo e assumerà un valore non ufficiale. Io ho accettato un mandato di “presidente a termine” per le prossime sei settimane, per gestire il cambio di nome e la riscrittura dello Statuto, che però vorrei avvenisse con una discussione pubblica, ad esempio sul forum del blog: ogni contributo è benvenuto.
D’altra parte, i consiglieri e il loro staff sono ormai indipendenti e decideranno da soli che cosa fare e chi consultare in materia. Ovviamente io resto in stretto contatto, ma per qualsiasi esigenza relativa alla Regione potete contattarli direttamente anche voi nei loro uffici di via Alfieri 19 o al numero 011-5757890.
Invito dunque tutti coloro che sono interessati alla democrazia partecipativa o che simpatizzano per il Movimento – in primis chi mi ha dato la preferenza – a registrarsi sulla piattaforma, in modo che io li possa coinvolgere quando mi sarà chiesto di prendere posizioni o semplicemente inviare annunci e aggiornamenti di tanto in tanto (registrandosi si può scegliere il livello di coinvolgimento desiderato). E’ un esperimento, e sono curioso di vedere quanta gente è interessata: nel tempo, anche in seguito agli sviluppi del sistema nazionale del Movimento, decideremo quanto portarlo avanti. E ovviamente commenti e consigli sono benvenuti – questo blog è sempre a disposizione per le discussioni in materia.
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La mia scarsa attività bloggarola di questi giorni è legata – oltre che alla stanchezza da caldo – a un paio di cose che sto preparando e che posterò tra domani e dopodomani, una delle quali è ovviamente un qualche resoconto della mia gita domenicale a Mantova.
Come anteprima, dunque, ho pensato che sarebbe stato carino lasciarvi con della musica a tema. La Mantovana o il Ballo di Mantova era nel Seicento l’equivalente di uno standard jazz di oggi: un pezzo suonato in ogni occasione e soggetto a infinite variazioni, auliche o popolari, man mano che si aggirava per l’Europa. Si va dalla versione essenziale del tema:
a una magnifica serie di variazioni per clavicembalo:
Se vi sembra di averla già sentita, non vi sbagliate: infatti questa melodia ha attraversato quattro secoli ed è ricomparsa qua e là nelle occasioni più varie, diventando La Moldava di Smetana (che sicuramente vi hanno fatto ascoltare alle medie, mentre tiravate palline al vicino di banco) ma anche l’inno nazionale israeliano.
Ora vorrei capire, secondo i discografici, chi dovrebbe incassare i diritti d’autore…
P.S. So che vi aspettavate comunque anche un video con torme di gente impazzita che urla “SERIE CCCCCCCCCC… SERIE CCCCCCCCC…”, ma state calmi, dovrete aspettare ancora un po’.
Oggi pomeriggio ho acceso la mia Playstation 3, che ormai uso molto saltuariamente; in pratica è un lettore blu-ray (ma solo con i blu-ray comprati a prezzi umani durante il mio giro a Londra, dato che in Italia ancora si pensa che i blu-ray siano un buon modo per spennare la gente) più un sistema per giocare ogni tanto a Guitar Hero ed epigoni.
Saranno stati un paio di mesi che non la accendevo in modalità console; e così, dopo aver messo il disco di Rock Band 2, mi sono ritrovato il messaggio che richiedeva di aggiornare il software del gioco, mediante uno scaricamento online… che si è prontamente piantato. Ho allora pensato che il problema fosse il mancato aggiornamento del sistema operativo della PS3, che la Sony ti obbliga a fare di tanto in tanto (una rottura di scatole gratuita e imposta dall’alto), pena il non poterti più collegare a Playstation Network e dunque non poter aggiornare i giochi, giocare in rete o inviare i tuoi punteggi; ho controllato e in effetti, nei due o tre mesi da quando l’avevo usata l’ultima volta, era stato pubblicato un aggiornamento.
Così ho scaricato l’aggiornamento, l’ho lanciato, e stavolta mi sono trovato davanti a una schermata nera con il seguente messaggio (qui una foto dell’equivalente in inglese): in pratica, accettando l’aggiornamento rinunciavo per sempre alla possibilità di installare sulla PS3 Linux o un qualsiasi altro sistema operativo, una delle caratteristiche che all’epoca del lancio era stata presentata come innovativa e qualificante e che mi aveva spinto a scegliere ancora Playstation, nonostante la concorrenza costasse decisamente di meno.
Naturalmente l’aggiornamento “non è obbligatorio”, ma se non lo faccio non posso più entrare in Playstation Network e dunque non posso giocare in rete, aggiornare i giochi, usare il media server, usare blu-ray o giochi che richiedono versioni aggiornate del sistema operativo… in pratica non posso più farci niente.
Ho scoperto che la notizia risale ad alcune settimane fa e che ovviamente ha suscitato parecchie polemiche; qualcuno è pure riuscito a farsi rimborsare parzialmente da Amazon il costo della console, in virtù del valore della funzione rimossa, ma la Sony ha prontamente richiuso le porte.
Che dire? Sono un cliente Sony da molto tempo e ho sempre riconosciuto a questa azienda la sua eccellenza tecnologica, che però si accompagna da sempre a una chiusura mentale davvero inaccettabile, che la porta a spingere formati proprietari e ad adottare comportamenti totalmente irrispettosi degli utenti e delle promesse fattegli al momento dell’acquisto.
Io d’ora in poi ci penserò quattro volte, prima di ricomprare Sony; ma episodi come questo dimostrano una volta di più che il controllo dei sistemi operativi e delle macchine da parte dei grandi produttori è un problema politico non da poco, andando a impattare come minimo sui diritti del consumatore, e non di rado anche su diritti civili come la privacy e la possibilità di libera espressione. Per non parlare del diritto di proprietà : che senso ha che io compri un apparecchio elettronico per centinaia di euro di spesa, e nonostante questo non sia libero di scegliere che sistema operativo farci girare, e anzi sia obbligato a farvi accedere via rete il produttore, che maneggia sul mio hard disk come gli pare e senza trasparenza e se non accetto mi impedisce di usare l’apparecchio che ho regolarmente acquistato?
Insomma, la Sony non dovrebbe poter fare questo senza confrontarsi con una autorità di regolamentazione pubblica e con qualcuno che rappresenti i suoi clienti; il fatto che le grandi corporation facciano un po’ quello che gli pare, senza garanzie di alcun tipo per chi usa i loro prodotti, è un problema ancora da risolvere.
Se in questa settimana non vi è ancora capitato di vedere le immagini di un gruppetto di studenti dell’Onda che entra al Salone del Libro, cerca di arrivare alla sala dove Giancarlo Caselli presenta un suo libro, i cui proventi vanno a favore di Libera e dell’azione antimafia di don Ciotti, e viene respinta con abbondante e gratuita violenza dalla polizia, con tanto di caccia al ragazzino isolato tra gli stand, vi consiglio di dedicarci dieci minuti.
Naturalmente si potrebbe partire con le generalizzazioni: e “polizia fascista polizia assassina” di qua, e “studenti fancazzisti andate a lavorare” di là . Non è questo l’interessante; a me interessa soprattutto notare una situazione che mi ha molto ricordato i racconti letti sul ’68, e forse più ancora sul ’77.
Caselli e don Ciotti sono due simboli del bene e della sinistra, giusto? Lo sono almeno per quelle persone che identificano il bene con la sinistra e non ammettono su questo discussioni; persone come Michele Dalai, editore del libro suddetto, che su La Stampasi scandalizza per l’accaduto e pianta un pippone moralista contro i giovani contestatori. Si tratta di persone talmente convinte di essere il bene, di essere nel giusto, che non riescono a concepire di poter subire una contestazione e che tale contestazione possa avere una qualsiasi ragione non dico condivisibile, non dico comprensibile, ma anche solo degna di qualcosa di più che una risposta scandalizzata.
Persone che non riescono ad accorgersi di essere invece chiuse in una torre d’avorio, in una sala pagata coi soldi degli operai e della fu classe media di cui loro non hanno mai fatto parte, dentro una ex fabbrica che la famiglia Agnelli si tolse dal groppone grazie al provvido aiuto di abbondanti fondi pubblici da loro destinati, promosse, presentate e montate in prima pagina dal giornale della famiglia suddetta, in una fiera organizzata e presieduta da un piduista (Rolando Picchioni, tessera P2 numero 2095) sempre grazie ad abbondanti fondi pubblici, protette dai manganelli della polizia al loro servizio, a presentare il libro di un “giovane uomo di legge”, tal Carlo Dalla Chiesa; uno che si è assolutamente fatto da sè, come potete leggere sul blog di suo padre, che si vanta di aver visto l’editore del libro del figlio quando stava in culla “all’Elba nel ’73”, cosa peraltro non strana dato che anche l’editore lo è in quanto “figlio di”, e precisamente dell’altro editore Alessandro Dalai, da cui lo divide profondamente la scelta della corrente PD in cui militare.
E’ questa la zona rossa dell’Italia di oggi: l’area protetta militarmente – con la forza pubblica, con l’occupazione dei media, con le auto blu e i giochi di partito, con l’uso comodo delle casse pubbliche – in cui vive l’establishment della sinistra italiana, sempre più solo, sempre più isolato, sempre più lontano dal mondo e sempre più sorpreso – anzi no, indignato – ogni volta che qualcuno osa indicare col dito la sua nudità .
Le accuse mosse da Caselli agli studenti dell’Onda, viste da fuori, sembrano davvero poco sostenibili, tanto è vero che Dalai si guarda bene dal menzionarle. Gli studenti sono stati accusati di “concorso morale” negli scontri per il G8 Universitario – altro evento da zona rossa militare costruito solo per l’orgoglio dei gerarchi della città , di cui feci al tempo un ampio reportage con tanto di foto – non per aver partecipato agli scontri stessi (cosa che andrebbe giustamente punita), ma semplicemente per avere organizzato o fatto parte del corteo.
Eppure la loro protesta scenografica ma pacifica, secondo Dalai, non ha diritto di esistere, anzi deve essere sconfitta da una silenziosa “marcia dei 400” – in realtà è stata bloccata a manganellate dalla Digos e poi dalla Celere in assetto anti-sommossa, ma anche questo Dalai non lo dice, parlando eufemisticamente di “contatto” – che, con il chiaro parallelismo con la marcia dei quarantamila, dimostra l’ormai totale riconversione mentale della dirigenza PD al ruolo del padrone d’antan, com’era l’Avvocato: un caso da manuale di invidia del pene quarant’anni troppo tardi.
E allora, che possiamo concludere? Noi che su Facebook siamo fan dei bulloni addosso a Luciano Lama non possiamo che solidarizzare con gli studenti; di cui non ci sta simpatica l’attitudine da centro sociale, ma che rappresentano la vita che reclama il suo spazio sociale, di fronte a questa congrega di anime morte che pretende di essere sempre nel giusto per diritto divino e di occupare per sempre il centro della scena con il proprio inutile bla bla.
Tanto, di bulloni ormai (e per fortuna) ne volano pochi; volano però le schede con la croce sul simbolo della Lega. La sinistra nelle piazze dovrebbe starci, non dovrebbe temerle esattamente o peggio di come le teme la destra; che girare per strada sia più facile per Borghezio che per Caselli dovrebbe farli riflettere. E invece no; e allora, che dire? Buon Formentini a tutti vent’anni fa, buon Cota a tutti al giorno d’oggi; buon Renzo Bossi a tutti fra vent’an… vabbe’, scusate, vado a vomitare.
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