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Archivio per il giorno 11 Marzo 2010


giovedì 11 Marzo 2010, 18:44

Ignoranti e fieri di esserlo

All’inizio pensavo quasi che fosse una cosa seria, leggendo sul giornale l’ennesima polemica pre-elettorale sulla cultura: un settore che in Italia vuol dire politica, dato che si parte dal principio che qualsiasi attività culturale debba necessariamente essere foraggiata dallo Stato.

Una volta la diatriba era tra quelli che volevano spendere più fondi pubblici nella cultura “per educare le masse” e quelli che volevano tagliare le spese “per abbassare le tasse”; poi la sinistra ha letto velocemente un bignami sulle teorie economiche del mercato e ha cominciato a dire che “la cultura ha una ricaduta economica” per giustificare non solo le attività che effettivamente portano turismo e vitalità, ma anche la continuazione delle elargizioni agli amici; dato infatti che “la cultura è per definizione in passivo”, questo è il tipico settore dove nessuno viene mai chiamato a rispondere della bontà degli investimenti pubblici.

Dunque trovo legittima la discussione sul Mao, il museo d’arte orientale aperto in pompa magna lo scorso anno con una spesa di 14 milioni di euro (di cui 11 del Comune di Torino), che ha incassato in biglietti poco più di 300.000 euro nell’anno di lancio (chissà in futuro). Allo stesso tempo non trovo sensato il calcolo fatto dai protestanti del centrodestra, tra cui l’ubiqua Barbara Bonino (per carità, anche noi attacchiamo manifesti in quantità, ma lei avrà consumato per le sue affissioni metà della foresta amazzonica), secondo cui investimento / ricavi = 43 anni dunque l’investimento è un po’ troppo a lungo termine.

Non solo è sbagliato in termini finanziari (se mai bisognerebbe confrontare con l’utile, non con l’incasso totale…), ma è sbagliato in generale, perché effettivamente un buon museo porta gente a visitare la città e dunque è una spesa pubblica che poi si moltiplica generando un ritorno sul territorio, anche in posti di lavoro, gettito fiscale e così via. Un museo poco interessante, però, no; e dunque la domanda vera – che, come ricorderete, mi ero posto anch’io visitando il Mao all’apertura – è se la collezione sia sufficientemente valida da attirare visitatori in numero commisurato all’investimento.

Alla fine però, quando sono giunto in fondo all’articolo, non ho potuto che mettermi a ridere leggendo la risposta dell’ineffabile assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri. Riporto il suo ragionamento per intero: “Gli autori del comunicato stampa non sono mai andati in Inghilterra o negli Stati Uniti dove l’ingresso ai musei è gratuito in quanto i musei stessi sono considerati alla stessa stregua delle scuole la cui frequenza è obbligatoria e gratuita? Cosa si dovrebbe dire in questi casi: che per rientrare nei costi sostenuti per costruire e gestire, ad esempio, il Metropolitan Museum di New York (leggermente più alti di quelli del MAO), si dovrà aspettare l’eternità?”

Insomma, la giustificazione di Alfieri è: non ha senso dividere investimento per ricavo annuale da biglietti, perché per i musei gratuiti cosa viene fuori, infinito? Lasciamo perdere il fatto che, come dicevo, economicamente questo genere di ragionamento non sta proprio in piedi; ma c’è un altro piccolo dettaglio.

Perché è vero che i musei inglesi sono generalmente gratuiti (a libera donazione), ed è una delle cose che apprezzo e che denota la civiltà di quel paese, ma negli Stati Uniti è un altro paio di maniche. In particolare, io ho visitato il Metropolitan di New York non più di un anno fa, e vi posso garantire che l’ingresso si paga e non poco. Ma non è necessario aver mosso il sedere fuori dal proprio ufficio, basta andare sul sito per scoprire che l’ingresso al museo costa 20 dollari a testa, non proprio due lire (ovviamente li vale tutti).

Dunque, se chi dovrebbe programmare l’offerta culturale della città e la sua sostenibilità economica non solo non sa fare dei conti che stiano in piedi, non solo non ha la minima idea di quanto costi entrare in uno dei più famosi musei del mondo, ma non è nemmeno capace a prendersi Internet e controllare prima di fare dichiarazioni ai giornalisti, come possiamo fare che faccia delle scelte un minimo sensate?

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