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Archivio per il mese di Gennaio 2011


mercoledì 19 Gennaio 2011, 17:18

L’ultima parola sul Movimento 5 Stelle di Torino

Sono lieto di pubblicare l’ultimo e definitivo aggiornamento sulla costituzione della lista del Movimento 5 Stelle per le elezioni comunali di Torino.

Come ricorderete, esistevano due aspiranti liste, a cui era stato dato tempo fino a fine dicembre per presentare i propri candidati, per poi svolgere una primaria online tra i simpatizzanti del movimento. Infatti, nel corso di dicembre noi abbiamo messo in piedi un sito di presentazione, cominciato a esporre in un blog alcune proposte per la città, e raccolto tutta la documentazione necessaria alla certificazione dei candidati.

Con nostra sorpresa, al ritorno dalle ferie natalizie lo staff di Grillo ci ha comunicato che l’altra lista non era riuscita a presentare un numero sufficiente di candidati (quello richiesto dalla legge per la validità delle liste alle elezioni comunali) e che la documentazione di molti loro candidati era incompleta (mancavano i certificati penali che ne provassero lo stato di incensurati).

Dunque, essendo noi la sola lista validamente presentata, non c’è stato bisogno di alcuna votazione online e noi siamo stati direttamente riconosciuti come Movimento 5 Stelle Torino; i nostri nomi sono ora elencati come candidati nello spazio ufficiale di Torino su beppegrillo.it. Pertanto, è stata definitivamente confermata anche la mia individuazione come candidato sindaco, cosa che prendo con contentezza ma anche con serietà, dato che è una responsabilità non indifferente. Da tutte le parti si dice che Torino ha bisogno di “un sindaco giovane e competente” e io spero di poterlo essere… certo più di un Fassino.

Quanto all’altro gruppo, non essendo stato certificato non è autorizzato a presentarsi come Movimento 5 Stelle o a usare il simbolo, e deve chiudere o rinominare i profili Facebook e il dominio Internet; questo non per cattiveria ma per chiarezza, dato che, per definizione, ci può essere una sola lista del Movimento in ogni elezione. Dopodiché, se vorranno aiutarci costruttivamente saranno benvenuti, e se invece vorranno smettere, o fare politica altrove, ci spiacerà ma sarà una loro scelta personale; l’unica cosa che non possono fare è continuare a presentarsi abusivamente come “Movimento 5 Stelle Torino” o varianti confondibili (anche perché a quel punto starebbero violando coscientemente sia le regole del Movimento che la legge italiana, e Grillo li denuncerebbe per tutelare il Movimento). D’altra parte, anche loro hanno sempre detto che l’importante sono le idee e non le candidature e che avrebbero accettato il risultato del confronto tra le liste: confido che manterranno la parola.

Comunque, abbiamo perso tantissimo tempo in questa vicenda e ora c’è da rimboccarsi le maniche e lavorare; abbiamo bisogno di aiuto e collaborazione da parte di tutti i simpatizzanti. A breve vi daremo modo di segnalare cosa potete fare per il Movimento: dallo spargere le nostre informazioni al venire a volantinare fino allo svolgere alcune delle funzioni più strettamente legate alle elezioni. E poi, se siete iscritti alla piattaforma nazionale, ci sarà la possibilità di dirci quali sono le proposte più importanti da inserire nel programma, e di farne di nuove. Da soli non possiamo fare molto; vorremmo davvero ridisegnare il futuro di Torino, insieme a tutte le persone di buona volontà.

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martedì 18 Gennaio 2011, 11:32

La poesia viene da Napoli

Un corto d’autore a favore dell’acqua pubblica dal meetup napoletano: bisogna ammettere che sono creativi.

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lunedì 17 Gennaio 2011, 18:31

Attenti alle fasce

Forse ve ne sarete accorti dagli spot, o forse dai messaggi allegati alle vostre bollette: da qualche mese è arrivata per tutti la tariffazione bioraria dell’energia elettrica. Grazie a una disposizione dell’autorità competente, da luglio 2010 anche i prezzi “calmierati” sono biorari; diminuiscono dalle 19 alle 8 e nel fine settimana, mentre aumentano nei giorni lavorativi dalle 8 alle 19.

Memore del fatto che gli aumenti dei prezzi energetici raramente sono fatti nell’interesse della collettività, mi sono un po’ insospettito: è una buona cosa che si incentivi ad usare l’energia quando costa meno produrla, ma alla fine sarà un cambiamento a costo zero? Mi sono insospettito ancora di più perché sul sito dell’autorità, così come nella pletora di blog e siti specializzati, si trovano molti avvisi e tanti comunicati trionfalistici, ma da nessuna parte si trova un confronto tra vecchi e nuovi prezzi; la tabellina sul sito dell’authority è fantastica, bella colorata ma senza uno straccio di cifra, nemmeno relativa. Le bollette non aiutano, illeggibili come sempre, anzi l’authority ha pure sanzionato Iren perché non ha nemmeno messo le informazioni illeggibili.

Alla fine, cercando ben bene, trovo questa tabella da cui desumo che, rispetto alla tariffa monoraria il cui primo scaglione (per residenti) è di 10,5 cent/kWh, la tariffa bioraria diventa 9,7 cent/kWh fuori ora di punta e 11,9 cent/kWh nelle ore di punta. Lo sconto quando l’energia costa poco è di 0,8 cent (-7,6%) ma l’aumento quando costa di più è di 1,4 cent (+13,3%): praticamente il doppio.

Se da una parte diminuisco di uno e dall’altra aumento di due, una banale proporzione insegna che perché il totale non aumenti devo mettere nella parte che diminuisce il doppio che in quella che aumenta; in altre parole, per non perderci bisogna che almeno due terzi del vostro consumo elettrico avvenga di notte o nel fine settimana. Ciò sarebbe anche matematicamente logico, dato che una settimana ha 168 ore e che quelle a tariffa maggiorata sono 55 (il 33%): in questo modo, se il consumo è costante il totale non cambia.

Più o meno lo dice anche l’autorità, “chi consuma troppa elettricità nelle ore più costose potrebbe far aumentare la spesa rispetto al passato”. Detta così è una tautologia; bisogna leggere la parentesi per capire che “troppa” è “più di un terzo”. Ora, se voi lavorate tutto il giorno fuori casa forse potreste consumare due terzi della vostra elettricità fuori ora di punta: ma chi come me lavora da casa – ma anche chi ci vive di giorno, cioè studenti, disoccupati e pensionati – è fregato: cosa faccio, lavoro al computer di notte? Non guardo la televisione o non accendo lo stereo prima delle 19? Non uso il microonde a pranzo?

L’autorità consiglia di rimediare spostando alla notte i consumi “mobili” nel tempo, come i grandi elettrodomestici. E qui avrei qualcosa da ridire: probabilmente i soloni dell’autorità vivono in villoni unifamiliari, e non hanno mai provato la gioia di sentire la lavatrice del vicino di casa accesa sulla propria testa verso mezzanotte. Ora, quando chiamerete i vigili, il vicino potrà pure dire che lui sta solo facendo quello che gli ha detto l’autorità… oppure chiamerete l’ambulanza, per soccorrerlo dopo che è uscito sul balcone a stendere la roba bagnata al gelo dell’una di notte.

Per molti utenti, questo sarà l’ennesimo aumento mascherato; e se non ve ne siete ancora accorti è perché in questa prima fase, fino al 2012, le differenze di prezzo tra le due fasce sono volutamente minime. Possiamo anche consolarci ripetendoci una grande verità, quella che il kilowatt meglio acquistato è quello non consumato, e sperare che tutto questo spinga a un po’ di risparmio energetico; resta il dubbio su una operazione che risponderà anche a criteri di mercato, cioè far pagare di più l’energia quanto costa di più, ma che va a colpire proprio le fasce più deboli – proprio quelle che le tariffe calmierate dovrebbero proteggere dagli sbalzi del mercato.

P.S. Se non siete soddisfatti, dice l’autorità, un’alternativa c’è: rinunciare ai prezzi calmierati e passare alle “tariffe di mercato”. Un cambiamento da cui non si può tornare indietro, ma chi mai vorrà farlo? E’ noto che la concorrenza fa scendere i prezzi, grazie ad offerte chiare e competitive, illustrate e fatte sottoscrivere senza sotterfugi… no? Ah no, scusate, quella dev’essere la Svizzera

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sabato 15 Gennaio 2011, 10:19

Mirafiori, sognando Hammamet

Io, ad Hammamet, ci sono stato anni fa: ci stavamo solo di notte, alloggiati lì per la grande conferenza ONU che si teneva a Tunisi. La Tunisia era un sultanato ordinato, pieno di viali di palme e asfalto nel deserto, se non fosse che Internet era filtratissima, che ovunque c’erano gigantesche facce di Ben Ali, e che io avevo dovuto offrirmi come scudo umano europeo in uno scontro tra la polizia e una associazione dissidente locale. (Ma non pensate che il resto del Nord Africa sia diverso: l’ultima volta che sono stato al Cairo, in una via laterale del centro, improvvisamente erano partiti gli scontri – non si sa nemmeno con chi e perché – e tutto era stato bruciato e raso al suolo, per poi ritornare spettralmente calmo in mezz’oretta.)

Non so come sia Hammamet oggi, penso come il resto della Tunisia: terra bruciata che esulta, all’alba di un dittatore fuggito (presumo perché scaricato da chi può, non fatevi illusioni sulle rivolte popolari).

Per il risultato del referendum di Mirafiori, invece, non esulta nessuno: il no ha perso, ma, rispetto ai risultati delle ultime elezioni sindacali della fabbrica, al fronte del sì manca quasi il 20%, e con una vittoria così risicata si annunciano tempi durissimi e scioperi continui. Perdipiù, tantissimi hanno detto di aver votato sì solo per costrizione.

La mia bacheca di Facebook è un fiorire di promesse come “Marchionne ti aspettiamo a piazzale Loreto” (con commento “lo vorrei vedere morto a testa in giu’ e riempirlo di calci e sputi o giocare a palla con la sua testa”) e “fossi quei 421 impiegati mi guarderei bene le spalle ad andare a lavorare e tornare a casa”; sulla bacheca dei viola è ripassato anche il pugno di Lotta Continua. Non a caso, stamattina è arrivata pure una nota di Bifo Berardi, fresco fresco dal ’68, che detta la linea: “dai tunisini dobbiamo imparare come si fa” perché “le formalità della democrazia ora non debbono interessarci più”.

Io, a questo, non ci sto; non voglio un agghiacciante ritorno degli anni ’70, delle gambizzazioni dei quadri Fiat e della “lotta extraparlamentare”, con conseguente e inevitabile nuova marcia dei quarantamila e altri trent’anni di craxoberlusconismo. Io sogno Hammamet: sogno una rivoluzione pacifica, attraverso i processi nei tribunali e la mobilitazione nelle piazze, che spinga la nostra classe politica ad andarsene in esilio, mentre noi realizziamo il progetto di pace e di giustizia che abbiamo in mente.

Quello che abbiamo visto a Tunisi può esaltare la rabbia, l’aggressività frustrata; lo capisco. Ma non è giusto lasciarsi andare, nemmeno a parole. Come dimostra il movimento No Tav, la lotta può essere dura senza arrivare alla violenza contro le persone; perché in democrazia la forma è sostanza; perché chi conquista il potere con la violenza raramente lo lascia con la democrazia.

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giovedì 13 Gennaio 2011, 20:47

Destra e sinistra ai tempi della rete

Oggi pomeriggio ho scritto la posizione del Movimento 5 Stelle torinese sull’accordo di Mirafiori, e l’ho pubblicata. Uno dei primi commenti è stato: “non siete di sinistra, di più”. E io sono rimasto perplesso: perché?

Destra e sinistra sono termini che ormai vogliono dire poco; le forze politiche attuali (anche quelle “di sinistra”) sono nei fatti allineate al sistema e ne traggono beneficio e rendita di posizione, e a quel punto il modo in cui partecipano al teatrino diventa francamente poco rilevante: alleandosi al primo o al secondo turno, alleandosi con entusiasmo o dopo parole di fuoco, alleandosi su tutto o solo sulle spartizioni interessate, ma sempre alleandosi col PD±L di turno e permettendo ad esso di restare al potere, in cambio di briciole del potere stesso.

Se vogliamo operare una distinzione, dobbiamo dunque operarne una teorica: tra forze politiche che pensassero al bene comune, ci si potrebbe dividere tra quelli che pensano che il bene comune si ottenga lasciando il più possibile liberi di fare i singoli cittadini, e quelli che pensano che il bene comune si ottenga con un grandioso schema pianificato in cui lo Stato è al centro di tutto. Questa, nella lontana galassia in cui i politici sono onesti e disinteressati, sarebbe la differenza tra la destra e la sinistra.

In questo schema, un internettaro come me non può che stare dalla parte della libertà; Internet è il meraviglioso prodotto della libera e incontrollata iniziativa individuale di tantissime persone, senza alcuna pianificazione o alcun controllo centralizzato, e con regole che (almeno nella sua fase costitutiva) si evolvevano davvero dal basso.

E allora com’è che su Mirafiori parlo di tassare le stock option all’80% o mettere dazi alle importazioni? Beh, vedete, Internet è anche il meraviglioso prodotto della libera condivisione, ovvero di tante persone che hanno usato la propria libertà per farsi tra loro del bene invece che del male, capendo che così si sarebbero ottenuti vantaggi superiori per tutti. La competizione a somma zero, quella in cui ognuno costruisce per sé solo sottraendo agli altri, non sta nello spirito della rete, né funziona.

Insomma, condivisione e competizione non sono – come ci hanno fatto credere – due concetti tra loro inconciliabili, ma sono due facce della stessa medaglia. La competizione promuove l’innovazione e l’ingegno, ma non potrebbe esistere se non partisse da una base condivisa di sapere e di opportunità. Compito della politica è mantenere l’equilibrio tra le due facce della medaglia, lasciando libere le persone di sviluppare al meglio le proprie attitudini e le proprie potenzialità, ma garantendo la solidarietà necessaria perché possano esistere diritti, sicurezze e opportunità per tutti, senza le quali non c’è civiltà ma solo la giungla, e a lungo termine non c’è benessere per nessuno.

E’ per questo che è così difficile interpretare secondo i vecchi schemi quello che diciamo; e intanto, io mi colloco fieramente a destristra. Ma anche un po’ a sinestra.

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mercoledì 12 Gennaio 2011, 16:57

E’ davvero bellissimo

Lo so, sicuramente conoscete già gli spot dei libri di Alfonso Luigi Marra, avvocato penalista napoletano già europarlamentare di Forza Italia. E però, il pensiero che qualcuno possa ancora non aver visto la convincente recitazione e la dizione perfetta di Manuela Arcuri mi tormenta, e dunque eccola qui:

Osservate bene con quale maestria ella riceve un SMS (con una suoneria stile “camion in retromarcia”) ed esprime in un attimo tutto il dolore frustrante dello strategismo sentimentale a cui è sottoposta, nel personaggio della giovane avvocatessa che dovrà inevitabilmente finire per darla al “titolare del grande studio legale in cui lavora” (ogni somiglianza con fatti e persone reali è da considerarsi puramente casuale, come ci tiene a ribadire la moglie di Marra).

Ma non è solo la Arcuri a discettare del “cammino della civiltà”: ora c’è anche Lele Mora, con la sua dura denuncia del “silenzio di coloro che dovrebbero parlare”, che va ad aggiungersi ai precedenti spot di Marra stesso e soprattutto a quello, altrettanto leggendario, della figlia di Marra: che parla del testo come di “un libre dabbù di un uomme dabbù”, mentre con le mani, non vista, incarta il pesce al mercato.

La cosa agghiacciante, comunque, è che con tutta questa pubblicità – compresa quella indotta dalle prese in giro come la mia e come le manciate di remix assurdi che girano su Youtube – sarà certamente pieno di italiani che s’accatteranno sto tomo…

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martedì 11 Gennaio 2011, 19:19

La Regione dei picchiatori

Parlo abbastanza poco dell’attività dei due consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle, un po’ perché lo fanno già loro sul loro blog, un po’ perché tanto tutti i link relativi circolano ampiamente sulla mia bacheca di Facebook. Tuttavia, quello che è successo ieri è davvero assurdo!

Probabilmente saprete del loro piccolo show di fine anno in consiglio regionale, con il lancio di banconote finte ai consiglieri dei partiti, per protestare contro la loro decisione di ridursi il loro stipendio (che consta di 6.500 euro più 10.000 di “rimborso” ogni mese) solo del 10% invece che del 50% proposto dal Movimento – decisione peraltro nemmeno spontanea, ma imposta da una legge nazionale. Alla provocazione pacifica hanno risposto meno pacificamente alcuni consiglieri, in particolare un agitatissimo Boeti (PD) e il consigliere pidiellino Motta, che è arrivato a tirare un calcio a Bono; cosa che non stupisce, dato che lo stesso Motta da giovane fu condannato a otto mesi, insieme al suo amico del cuore Agostino Ghiglia, per aver picchiato due liceali di sinistra.

Bene, direte voi, a questo punto la presidenza del Consiglio Regionale prenderà provvedimenti contro l’aggressione? Nemmeno per sogno: il presidente Cattaneo ha chiesto invece pubbliche scuse ai due consiglieri a cinque stelle, e inoltre ha modificato il regolamento del consiglio regionale per impedire anche ai consiglieri di riprendere ciò che avviene in aula, lasciando solo le immagini “ufficiali” della regia regionale. Infatti, senza le riprese alternative non si sarebbe visto così bene ciò che è successo…

Si può anche non essere d’accordo con la provocazione (personalmente non è il genere di comportamento che mi piace), ma una cosa è lanciare foglietti di carta, una cosa è inseguire e aggredire un avversario politico. La cosa giusta da fare è una sola: che sia la magistratura a valutare se sono stati commessi reati. Certo, Motta è recidivo e rischia conseguenze penali serie, ma non dubito che troverà un giudice disposto alla clemenza, come in Italia ai politici accade spesso.

Ad ogni modo, il comportamento della presidenza regionale (che fa il paio con quello della maggioranza piddina del consiglio comunale, che si è rifiutata anche solo di parlare con una delegazione di operai e sindacalisti FIOM) è indicativo di come si relazionano con l’esterno i politici: a meno che non si possa manipolare l’informazione, lo fanno il meno possibile.

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lunedì 10 Gennaio 2011, 17:14

Marchionne, il sindacato e l’assenza di futuro

Sabato pomeriggio sono andato al presidio che la FIOM ha organizzato in piazza Castello per spiegare le ragioni del no all’accordo di Mirafiori. Abbiamo voluto esserci per dimostrare la solidarietà ai lavoratori (non tanto al sindacato in sé, istituzione la cui versione italica io non amo proprio), e nel frattempo io ho girato qualche immagine che vi lascio qui sotto.

Personalmente trovo l’accordo di Mirafiori scandaloso innanzi tutto nel modo in cui è maturato; è un ricatto con cui Marchionne dice “o lavorate a condizioni sempre peggiori o io chiudo le fabbriche italiane” (e non è detto che tra le due strade speri nella prima). Scandaloso, più ancora il fatto che Marchionne “ci provi”, è il fatto che il Paese si chini a novanta; che non ci sia una controparte seria in grado di giocare non in difesa, ma in attacco.

Già, perché il famoso progetto Fabbrica Italia, almeno per quanto riguarda Mirafiori, non mi convince proprio: che futuro può avere uno stabilimento che dovrebbe produrre SUV americani su licenza? E’ questo, secondo Marchionne, il veicolo del futuro, o è un modo per trascinare Mirafiori ancora per qualche anno in condizioni sempre peggiori, stile ThyssenKrupp, in attesa di poterlo chiudere per sfinimento?

Una delle cose più interessanti che ho fatto sabato è stata chiacchierare un po’ con un operaio dello stampaggio di Mirafiori. Mi ha detto più o meno “qui ci limano turni e pause perché saremmo troppo poco produttivi, eppure nel mio reparto il macchinario più recente ha almeno vent’anni e molti ne hanno quaranta; per cui, se in Volkswagen cambiano stampo in dieci minuti, noi ci mettiamo tre ore, periodo in cui la produzione resta ferma. Visto che ora la produzione è sempre più just in time e a piccoli lotti, questo vuol dire che per molto tempo la linea è improduttiva; ma non dipende dai lavoratori, ma dal fatto che la Fiat non ha mai investito per aggiornare tecnologicamente lo stabilimento”.

Ovvero, condizioni cinesi: io quest’estate ho visitato lo stabilimento Volkswagen di Shanghai e lì non ci sono robot o macchinari moderni, solo miriadi di operai con saldatori e persino cacciaviti in mano, come negli anni ’50. Evidentemente questo è il futuro che Marchionne ha in testa per le fabbriche italiane.

E qui, come dicevo, arrivano le magagne del sindacato: perché il sindacato ha passato gli ultimi trent’anni con la testa nella sabbia, confondendo la difesa dei lavoratori con la conservazione dello status quo, grazie a cui i sindacalisti hanno goduto di privilegi personali; e arrivando a difendere anche le inefficienze, come se il problema della competitività internazionale non si ponesse mai, come se non fosse inevitabile che in una fabbrica di auto arretrata e con prodotti poco competitivi presto non ci sarebbero stati più soldi per tutti, e che i tagli sarebbero stati scaricati sui lavoratori.

Io avrei voluto che fosse il sindacato a chiedere alla Fiat un piano industriale adeguato alla mobilità del “post petrolio”, basata su veicoli energeticamente efficienti e non inquinanti (e su una diversificazione verso settori attigui, come la cogenerazione) e su uno spostamento verso il trasporto pubblico e collettivo. La Fiat che idee ha per affrontare questa prospettiva? Apparentemente, nessuna. E la FIOM? Beh, temo, anche. E’ questo – non i dieci minuti di pausa di operai che peraltro lavorano già 40 ore settimanali contro le 35 dei tedeschi – che fa la differenza sulla competitività futura della nostra industria automobilistica.

A tutto questo si aggiunge però un altro scandalo, quello dell’ingiustizia sociale. Se l’Italia deve accettare sacrifici per recuperare competitività, li devono fare tutti. Non è accettabile che si peggiorino le condizioni di vita e di salute degli operai mentre Marchionne guadagna 120 milioni di euro con le sue stock option, tassate perdipiù al 12,5%. A me piacerebbe fare il conto di quanti soldi ha dato alla Fiat la collettività con la cassa integrazione, con gli incentivi alla rottamazione, con le regalie tipo l’acquisto delle aree TNE (60 milioni di euro) o la svendita dello Stadio delle Alpi a scopo di centro commerciale. Facendo i conti, potremmo scoprire che Mirafiori in realtà dovrebbe già essere nostra.

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domenica 9 Gennaio 2011, 15:40

Chi li ha costruiti rubando

Scandalizzò i benpensanti, quel famoso brano in cui De Gregori, in piena era Tangentopoli, chiedeva “stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti rubando?” (il testo ufficiale è zeppo di punti interrogativi per confondere gli avvocati del Pam). Ancora oggi viene definito “populista” e “facilone”; e per quanto sia ovvio che la risposta è “con nessuno dei due”, quei commenti per me ribadiscono soltanto la tendenza tutta italiana ad accettare con gioia i furti e i soprusi purché vengono dal potere (alle volte sembra proprio che l’italiano medio sogni solo un ombrello nel culo).

Comunque, in queste feste è scattato l’allarme sulla nuova moda del furto al supermercato con scassiera: la “scassiera” è una cassiera parente che cerca di far passare il carrello dei propri congiunti battendo sì e no un articolo su tre. Ora, è evidente che un furto del genere viene facilmente beccato, soprattutto se il carrello è pieno fino all’inverosimile di giochi della playstation e di un televisore piatto 22 pollici (e no, la scusa “me l’ha messo il bambino nel carrello di nascosto”, pur proferita, con un televisore proprio non regge). Ma a me interessa il fenomeno sociologico.

Perché di gente che fa fatica a mangiare a Torino ce n’è tanta, ed è un problema di cui si parla troppo poco; ma, dalle cronache, non pare che le famiglie di cui si parla rubassero per sopravvivere. Rubavano, invece, per “sopravvivere”: per avere anche loro il televisore piatto e i giochi della playstation o anche solo un cenone con salmone e caviale invece che pasta e pollo. Rubavano, dunque, per non sentirsi inferiori agli altri, identificando “gli altri” con il modello forzatamente sorridente che domina la comunicazione natalizia, ancora di più in un momento di crisi, in cui ai media è stato dato ordine di “diffondere positività e benessere” per non deprimere i consumi.

E’ questo che spesso fa la differenza tra felicità e infelicità: è provato che la felicità, sopra la soglia di sopravvivenza materiale, non dipende da ciò che si ha, ma dalla proporzione tra ciò che si ha e ciò che hanno gli altri: di qui gli “status symbol”. Chi si sente escluso dalla grande festa, chi ritiene di avere meno, lotta per accumulare oggetti e dunque status come può: a costo di distruggere il pianeta e sfruttare gli altri, o anche solo di rubare in un supermercato; oppure investendo il buttafuori che gli ha impedito l’ingresso in discoteca e lo ha sminuito davanti a tutti.

E’ questa dinamica negativa, indotta artificialmente nell’interesse di pochi, che va combattuta; e la sua penetrazione è davvero ubiqua, se viene presentato come un grande gesto di beneficenza il regalare a un bambino rom non un’istruzione, non un’assistenza, non il riscaldamento o una casa decente, ma una playstation (e sarebbe strano se il bambino non si lamentasse perché è il modello vecchio).

Allo stesso tempo, va poi detto che le “scassiere” erano tutte precarie stagionali, persone che probabilmente non trovano lavoro e che l’avrebbero comunque perso a breve. Insomma, per certi versi questa faccenda è anche una vendetta proletaria: tu mi sfrutti da precaria sottopagata? E io allora ti derubo. Non è una giustificazione valida, ma allo stesso tempo, a questi supermercatari, gli sta bene: perché in una società dove il lavoratore fosse considerato (come è) un valore fondamentale per l’azienda, invece che un costo secco da minimizzare, certi trattamenti di lavoro non sarebbero consentiti e prima ancora non sarebbero nemmeno concepiti. Quando gli “imprenditori” e i “manager” italiani arriveranno a capirlo davvero – non solo a parole, nelle melense e ipocrite letterine motivazionali di fine anno – sarà sempre troppo tardi.

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venerdì 7 Gennaio 2011, 18:49

Meno 18

Ero bambino e il mio tram era il 6, quando i biglietti da dieci erano una striscia colorata lunga lunga a cui la macchinetta tagliava via ogni volta dal lato un pezzettino in più (di qui il nome “obliteratrice”). C’era l’inflazione a due cifre e dunque il colore dei biglietti e il relativo prezzo variava ogni anno o giù di lì.

Poi un giorno decisero che non c’era più il 6 ma l’1, e nemmeno andava più in piazza Castello, però era sempre lo stesso tram vecchiotto, non come quei nuovi mostri che giravano come “metropolitana leggera” (dall’accelerazione direi più “scassoni pesanti”) in corso Regina. Con la nuova “griglia” avevano promesso chilometri di binari nuovi, ma intanto quelli vecchi sparivano alla velocità della luce; e negli anni seguenti, con la sola eccezione del nuovo 9, non fu altro che un susseguirsi di linee teoricamente tramviarie gestite con gli autobus per anni.

Il tram, eppure, non è un residuo del passato; in tutto il mondo sta ottenendo un nuovo successo, essendo una sana via di mezzo tra il piccolo e inquinante autobus e la costosissima metropolitana. Certo i tram moderni non sono più le vetturette agili del Novecento, ma dei barconi simili a una portacontainer su rotaie; ma sono imbattibili per le “linee di forza” del trasporto di una media città come Torino. Ciò nonostante, godono di una immagine particolarmente negativa, che porta alla tranquilla esposizione in pubblico di idee che a una analisi più attenta sollevano perlomeno qualche dubbio, come quella per cui scavare un buco enorme a fianco della Gran Madre per farci un parcheggio sotterraneo non danneggia il monumento, ma il fatto che ci giri attorno il tram sì (in fondo sono solo centoventi anni che ci gira attorno).

Attualmente, la storia simbolo del disprezzo con cui vengono visti i tram è quella del 18, la linea che dal 1982 unisce la zona di piazza Sofia a Mirafiori passando per via Bologna, via Rossini, via Accademia Albertina, via Madama Cristina, via Nizza, via Passo Buole e corso Settembrini. Si chiama così perché è la somma delle vecchie linee 1 e 8 ante riforma, e in questi ultimi anni, per via dei lavori del sottopasso di corso Spezia e poi della metropolitana verso il Lingotto, è stata prima troncata in piazza Carducci, con una navetta bus da lì a Mirafiori, e poi sostituita completamente con il bus.

Adesso, il progetto del Comune è quello di accorciarla definitivamente, fermandola per sempre in piazza Carducci. La scusa ufficiale è che essendoci la metropolitana da piazza Carducci al Lingotto, e in futuro fino a piazza Bengasi, non ha senso che in quel tratto di via Nizza passi anche un tram. Peccato che il tratto sia in tutto di tre fermate, e che rappresenti solo un pezzetto della linea 18.

I veri problemi per cui si vuol tagliare il 18 sono altri: i lavori della metropolitana sono stati fatti senza un briciolo di buon senso, spostando le fogne e i relativi tombini proprio dove c’erano i binari, e dunque ora il tram non ci passerebbe più. A monte di questo, sta la decisione di mandare in pensione qualche anno fa alcune decine di tram della serie 3100 (i classici tram arancioni di Torino), che ora giacciono a marcire in un deposito, ufficialmente accantonati. E allora, adesso che varie linee di tram (13, 16) smettono di essere gestite con i bus per la fine dei lavori di metropolitana e passante ferroviario, si scopre che non ci sono più abbastanza tram per gestire un percorso così lungo (più lungo è il percorso e più tram servono per coprirlo a parità di frequenza).

Quelle motrici sarebbero ancora recuperabili a costi senz’altro inferiori rispetto all’acquisto di altrettanti bus; e allora non si capisce perché si voglia a tutti i costi spendere dei soldi per comprare i bus, per poi costringere i passeggeri a cambiare da un tram a un bus in piazza Carducci. Visto che i binari ci sono già, perché non usarli? E’ quello che chiede una petizione di tecnici e appassionati, che io ho già firmato.

Ma gli sprechi inspiegabili non sono finiti: nel 2005 (a metropolitana già in costruzione) si sono spesi molti soldi per rifare l’impianto in tutto il tratto di via Passo Buole (già di suo un impianto relativamente recente, visto che fino agli anni ’60 la linea passava nel sottopasso del Lingotto): chilometri di binari che ora il Comune vorrebbe buttare per sempre.

Del resto, nel 2004 sono stati rifatti i binari del 18 anche in via Accademia Albertina; e anche quello rischia di restare uno spreco. Infatti, l’onnipresente lobby dei commercianti ha colto la palla al balzo per chiedere che il 18 diventi completamente bus su tutto il percorso. Perché? Perché così nel tratto iniziale di via Bologna le rotaie del tram, situate accanto al marciapiede davanti ai negozi, possono essere adibite a parcheggio, come già è in questo periodo di gestione bus provvisoria. E chi se ne frega dell’ecologia e dell’efficienza del trasporto pubblico.

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