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giovedì 3 agosto 2017, 14:06

Palestina (8) – Nella moschea dei patriarchi

Mohamed è un ragazzone ben vestito, dalla maglietta viola. Avrà venticinque anni e parla un inglese perfetto; potrebbe essere un qualsiasi studente arabo di una università di Londra, e invece è qui a Hebron, nella sua città, a fare (anche) la guida ai turisti. Dà subito l’impressione di uno che ne ha viste molte, e che comunque è perfettamente in controllo della situazione; del resto, di turisti a Hebron non ce ne sono molti, e gli unici due gruppi che vedremo durante la mattinata saranno il nostro e un gruppetto di altri tre turisti affidato al suo amico del cuore, anch’egli di nome Mohamed; ed entrambi i gruppetti saranno osservati con interesse durante tutto il giro.

Mohamed appare nella veranda di un negozietto di souvenir sulla piazza della Tomba dei Patriarchi, l’unico aperto. Dall’altra parte c’è una specie di stazione dei pullman israeliana, con cibo self service e libri in ebraico; da questa c’è il negozietto degli arabi. Non c’è nessuna protezione, nessuna separazione; eppure per qualche motivo il confine tra la luce abbacinante che allaga la piazza deserta e l’ombra scura della veranda del negozio segna il salto da un mondo all’altro. La nostra guida israeliana non entra nella veranda, ci lascia a mezzo metro da lì; e da lì, varcando la soglia, siamo nelle mani dei palestinesi.

Mohamed ci tiene a mettere subito le cose in chiaro, e per prima cosa tira fuori la stampa A3 di una cartina, in inglese, impaginata in modo professionale e perfettamente plastificata. La cartina mostra il centro storico di Hebron, ed evidenzia tutte le restrizioni a cui sono sottoposti i palestinesi.

Noi ci troviamo vicino alla scritta “Bab al-Khan”, al checkpoint all’incrocio tra tre strade: quella rossa (riservata agli israeliani) che arriva da est, dove ci ha lasciati l’autobus; quella viola verso nord (dove il passaggio dei palestinesi è vietato salvo una autorizzazione specifica, come quella che ha Mohamed), che sale verso l’ingresso della moschea; e quella tratteggiata verso ovest, che porta agli insediamenti ebraici, e che è una terra di nessuno: una volta era piena di negozi, ma sono stati tutti chiusi per ordine dell’esercito israeliano, per motivi di sicurezza.

Il checkpoint in quel punto è in realtà semplicemente una transenna, dietro la quale stanno in piedi un paio di soldati; hanno solo chiesto conferma alla nostra guida israeliana che non ci fossero musulmani nel gruppo, visto che altrimenti avrebbero dovuto avere l’autorizzazione speciale. Più serio è il checkpoint in cima alla salita, a cui ci porta Mohamed, per passare dall’area H2 ebraica all’area H2 islamica: qui ci guardano dentro le borse, prima di farci passare verso l’ingresso della moschea.

Nel vicolo che porta alla moschea si vede un altro checkpoint, che praticamente è solo un tornello; oltre, una non meglio precisata opera di beneficenza islamica, legata al governo palestinese, sta distribuendo cibo alle famiglie arabe di Hebron. A giudicare dalla coda, una metà abbondante della popolazione di Hebron sono bambini…

Seguo Mohamed sulla scalinata che porta dentro la moschea; da vicino, sembra ancora più grosso. Ci confermerà poi che una delle sue varie attività è il pugilato, e che sono molti i giovani palestinesi che lo praticano, come forma di autodifesa verso i soldati israeliani.

Arriviamo all’ingresso della moschea dei patriarchi. Siamo tutti vestiti, come si dice in inglese arabo, “modestamente”; già il giorno prima ci avevano avvertiti di indossare pantaloni lunghi e, per le donne, coprire bene spalle e corpo. Nonostante questo, a Elena e alle altre donne del gruppo viene imposto una specie di cappuccio del Ku Klux Klan, per non offendere l’Islam e i fedeli presenti nella moschea.

La moschea è quasi completamente vuota, sia perché non è ora di preghiera, sia perché per arrivarci ci sono i checkpoint, ma è ben tenuta ed estremamente affascinante; davanti alle tombe dei patriarchi, protette da una inferriata, i fedeli lanciano monete e oggetti portafortuna.

Arriviamo proprio mentre un gruppo di persone si accinge a calare delle candele per illuminare la sottostante grotta di Macpela, quella in cui i resti dei patriarchi, secondo la leggenda biblica, sono effettivamente stati sepolti.

A un certo punto, un corridoio vicino alle tombe finisce contro una paratia di legno. Di là, ci spiegano, è la parte degli ebrei, la sinagoga. Le stanze di alcune tombe hanno una finestra che dà da un lato e un’altra che dà dall’altro, in modo da permettere a entrambi i gruppi di vederle. Ma per evitare che da una finestra possano tirare qualcosa contro i fedeli di diversa religione che stanno dietro l’altra, tra le due, in mezzo alla stanza chiusa, è stata collocata una protezione trasparente.

La moschea dei patriarchi è davvero un’oasi di pace, anche se fa specie sapere che anche lì dentro si sono sparati e massacrati; durante la visita, ci è stata ampiamente descritta più volte tutta la scena della strage di Hebron “palestinese”. Non dimenticare, non perdonare mai, punire tutti per le colpe di uno, sostenere sempre di avere un diritto in più e una vittima in più degli altri, è l’approccio tipico delle guerre etniche come questa. Questo lo abbiamo visto meglio subito dopo, quando Mohamed ci ha fatti uscire dalla moschea e portati nel cuore del conflitto: dentro l’antico mercato di Hebron.

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