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sabato 13 gennaio 2018, 12:47

Il grande successo, il grande tradimento

Come potete immaginare, conosco Deborah Montalbano da molti anni, da quando, qualche tempo dopo l’inizio della nostra avventura in Comune, si avvicinò al gruppo M5S Torino Circoscrizione 5, all’epoca l’anima dura e pura del movimento di periferia. Si è fatta strada nel gruppo semplicemente dandosi da fare per il suo quartiere, le Vallette, e per le persone che lo abitavano; in mezzo a tanti aspiranti ospiti di Santoro (pardon, Paragone), che volevano soprattutto conquistarsi un riconoscimento sociale e magari economico, lei si è sempre occupata davvero di chi aveva bisogno.

Il rapporto tra noi non è mai stato facile; eravamo troppo diversi, lontani anni luce per estrazione sociale, per cultura, per visione del mondo. A lei, come a tanti altri attivisti, io sembravo (e venivo fatto sembrare alle mie spalle) troppo pacato, probabilmente un venduto, visto che non urlavo mai in aula contro “i piddini” come invece faceva Chiara. Ero anche, nell’ultimo periodo, stanco, mobbizzato e francamente stufo, usato da Chiara e dallo staff del Movimento come discarica delle questioni che portavano tante rogne e nessuna visibilità; tra esse, il supporto alle persone senza casa o senza lavoro che Deborah invariabilmente ci segnalava era probabilmente la prima. Io ci ho messo comunque tutte le energie che ancora avevo, ma a lei, immagino, sarà sembrato che delle Vallette mi importasse poco, anche per il distinguo, che io cercavo sempre di tenere a mente ma che pochi altri capivano, tra aiutare un cittadino a far valere i propri diritti e aiutare un conoscente ad avere qualcosa grazie alla politica.

Dopo le elezioni, in cui Deborah dalle Vallette ha portato e ricevuto un sacco di voti, l’ho vista apparire come presidente della commissione sanità e servizi sociali. Poteva sembrare logico, perché era il tema per cui ha sempre combattuto; eppure, sin dal principio ho pensato che la cosa non avrebbe funzionato, anzi, che sarebbe finita in uno scandalo.

Infatti, nominare Montalbano presidente della commissione sanità e servizi sociali è stato come nominare primario di chirurgia del maggiore ospedale cittadino uno che ha subito tredici operazioni a cuore aperto: un errore di logica sin dal principio. Eppure, questa era l’idea del Movimento nella sua antica fase nobile: portare la gente nelle istituzioni, perché a differenza dei “politicanti”, la gente ha esperienza diretta dei problemi che vive. Detta in questo secondo modo, non sembra ragionevole?

Un fondo di ragione c’è: perché “la gente” sono anche i comitati, le associazioni, i gruppi che approfondiscono le questioni spesso molto più di quei politici e funzionari che cercano solo di raggiungere un risultato col minimo sforzo e non pestare i piedi a nessuno; sono molti di quella metà abbondante di italiani che non va più a votare, spesso per qualunquismo, ma spesso invece perché il livello della politica (tutta) è troppo basso rispetto ai loro valori e alle loro capacità. L’obiettivo di “far entrare i cittadini nelle istituzioni”, dunque, era sensato; purché fosse accompagnato da una selezione fatta nel modo giusto, per capacità e per merito.

E’ solo più tardi, durante la metamorfosi movimentista dell’assalto al Parlamento, che questo obiettivo è stato reinterpretato nel modo che portava più consenso, quello della cuoca di Lenin; quello per cui chiunque può amministrare un Paese, e a maggior ragione tu, sì tu che sei un precario o un disoccupato e che, detto col massimo rispetto, non sai fare granché, non hai avuto l’educazione e le opportunità e non capisci i problemi complessi della nostra società, ma come una Eliza Doolittle o un Billy Ray Valentine della politica puoi venire rapidamente trasformato in uno statista di primo piano dall’alto, per volere di qualcuno nell’élite.

Paradossalmente, riuscire a mettere una come Montalbano in quella posizione è stato un grande successo del M5S; la dimostrazione che pigmalionare la politica è tecnicamente possibile. E però, è anche la dimostrazione che fatta così, con un giacobinismo dei poveri invece che con un percorso strutturato di crescita e di trasformazione personale, alla fine non può funzionare.

E non funziona anche per un motivo molto più serio di questi che sono usciti sui giornali, dell’auto blu presa una volta per emergenza o dei duecento euro di taxi; perché il cittadino che ha subito tredici operazioni a cuore aperto, costruendosi per forza di cose nel frattempo una rete di amici che ne hanno subite cinque o sette o trenta, messo a governare la sala operatoria finisce per dimenticare le questioni di sistema e ragionare soprattutto sulle operazioni proprie e dei propri amici, senza una visione terza; inevitabilmente, confonderà il portare una voce con il doverla ascoltare e mediare con tutte le altre e con l’interesse collettivo. Avere una presidente di commissione servizi sociali utente degli stessi, che vive in una casa popolare di cui fa fatica a pagare l’affitto, che ha amici e conoscenti continuamente in attesa di una casa o di un sostegno, costituisce un conflitto di interessi mostruoso messo in mano a una persona che difficilmente, e non per colpa sua, avrà i mezzi culturali per gestirlo.

Dunque, era chiaro sin dal principio che Deborah non doveva essere lì e che messa lì avrebbe combinato disastri. Eppure, trovo troppo facile quello che ora Chiara Appendino e il M5S torinese (per non parlare di Di Maio, al quale interessa solo l’immagine pubblica) stanno facendo nei suoi confronti.

Deborah, la sua attività, il suo quartiere, sono stati il cuore della campagna elettorale di Chiara Appendino; lo strumento scelto astutamente per spezzare nell’immagine la distanza siderale che oggettivamente esiste tra Chiara, ragazza bene della Torino benissimo, e la cosiddetta “gente comune”. Le cose che ha fatto Deborah sono probabilmente indifendibili sul piano legale e certamente lo sono su quello politico e su quello sostanziale, le sue dimissioni sono inevitabili, ma io non riesco a prendermela più di tanto con lei, che è solo un pesce piccolissimo e inconsapevole in un gioco molto più grande.

Me la prenderei di più, invece, con chi ha usato la gente come lei per ottenere il supporto delle periferie, promettendo di cambiare tutto, e poi non solo non ha mantenuto la promessa, ma, dopo un po’, scopre che quelli delle periferie sono gente problematica, impresentabile ai salotti buoni, e tutto sommato non servono più (mentre, per dire, quel Ceresa prima dirigente di Fassino e ora di Appendino, che si interessava alle multe degli amici, e soprattutto che ha guidato GTT nel percorso verso l’attuale quasi bancarotta, è ancora lì).

E allora, la vicenda della popolana esibita, lasciata a se stessa e poi scaricata rappresenta il vero, grande tradimento di questa storia: quello che il Movimento 5 Stelle, ormai arrivato al potere, ha compiuto nei confronti della gente semplice che ci ha creduto e che ce lo ha portato, e delle sue richieste di un cambiamento che al massimo riguarderà gli eleganti problemi di noi ciclisti borghesi (e per ora nemmeno quelli), ma che non scalfirà minimamente le gerarchie sociali della città di Torino.

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