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martedì 13 Aprile 2021, 09:14

La bella estate del 2020

Stamattina mi sono preso il tempo di scrivere un post lungo, ragionato e basato sui numeri a proposito delle riaperture estive. Qualsiasi cosa ne pensiate, vi prego di leggerlo fino in fondo prima di commentare.

Mi sono messo a scriverlo perché a proposito dell’estate vedo troppa faciloneria. Leggo: d’estate il virus non circola, l’anno scorso fino a settembre non ce n’era. Oppure: ma se l’anno scorso abbiamo fatto praticamente tutto quello che volevamo, vuoi che quest’anno coi vaccini non facciamo almeno lo stesso? Si dice: ma cosa aspetta il governo ad annunciare la riapertura di tutto da giugno? Nessuno concepisce l’idea di potersi trovare in zona rossa o anche solo gialla, coi ristoranti e le spiagge chiuse, fino ad agosto. Eppure, dal punto di vista strettamente sanitario sarebbe uno scenario realistico, e vediamo perché.

Cominciamo con lo sfatare alcuni miti sull’estate scorsa, grazie al grafico qui sotto. L’anno scorso, quando a inizio giugno si è riaperta la mobilità tra regioni, avevamo circa 300 nuovi casi al giorno, circa 2000 a settimana. In termini del parametro usato oggi per i colori, avevamo 3 (tre) casi settimanali per 100.000 abitanti.

Per confronto, la soglia dell’attuale zona bianca, che dovrebbe dare il via libera a tutto, è 50 casi per 100.000. Anche supponendo che l’estate scorsa ci sfuggissero molti più casi di oggi, parliamo di almeno un ordine di grandezza di differenza. Peraltro, l’unico esperimento di zona bianca coi parametri attuali è stato un disastro: la Sardegna ha retto due settimane. Insomma, l’agognata zona bianca di oggi non ha “pochi casi”; sono comunque tanti.

In termini di andamento, l’anno scorso a giugno l’epidemia ha continuato a ritirarsi, ma non a grande velocità. All’ultima settimana di giugno, quando la gente ha finito di avere paura e ha ricominciato a girare davvero, la discesa si è fermata e il trend si è stabilizzato per un paio di settimane. Abbiamo segnato il minimo di sempre il 14 luglio, con 114 casi. Di lì in poi, però, è subito partita la risalita esponenziale; a fine luglio avevamo 380 casi, a Ferragosto 629, il 23 agosto 1210. Lì abbiamo almeno chiuso le discoteche, e la risalita è rallentata un po’, ma non si è più fermata: 1733 casi il 4 settembre, 1907 il 18 settembre. Poi hanno riaperto le scuole e altra botta verticale: 2844 il 3 ottobre, 5724 il 10 ottobre. Il resto è storia.

Morale: non è affatto vero che d’estate il virus non circola, che il caldo lo uccide, che stando tutti all’aperto non c’è pericolo. Probabilmente l’estate rallenta un po’ il contagio, ma una volta che riapri quasi tutto (comunque l’estate scorsa erano chiusi gli stadi, i concerti, le sagre) l’esponenziale riparte anche in piena estate. Qui stiamo già parlando di riaprire gli stadi l’11 giugno: fate un po’ voi.

E’ indubbio che quest’anno ci sia una grande novità: i vaccini. Ma qual è l’effetto dei vaccini sul contagio? Indubbiamente è forte, come mostrano Israele e Regno Unito – ma solo se sono vaccinati quasi tutti. Peraltro, gli USA e il Cile dimostrano invece che anche a campagna vaccinale ben più avanzata della nostra è possibile una nuova ondata, se si eliminano troppe restrizioni. Nessuno sa ancora bene come funzioni questo effetto in termini quantitativi, ma proviamo a fare un modello.

Supponiamo che il vaccino sia efficace all’80% a prevenire il contagio in ogni forma, anche asintomatica, considerando anche che molti quest’estate avranno avuto una sola dose e quindi che l’efficacia sarà ridotta. Attualmente abbiamo dato almeno una dose a nove milioni di persone; realisticamente, a inizio giugno questo numero potrebbe essere arrivato attorno a venti milioni, forse venticinque se siamo molto bravi. In pratica, circa il 40% degli italiani avrà una probabilità di contagiarsi ridotta dell’80%, il che – supponendo, cosa peraltro non vera, che questi italiani siano mediamente quelli che poi vanno in giro durante l’estate – vuol dire una riduzione della probabilità media di contagio di circa un terzo (0,8*0,4).

Questa è una buona notizia se, come succede in questo periodo di restrizioni colorate, l’Rt è poco superiore a 1; in questo caso, una riduzione di un terzo lo fa scendere sotto 1 e fa spegnere l’epidemia. Se però siamo in condizioni di liberi tutti e tutto aperto, con un Rt di 1,5, 2, 2,5, l’effetto è al massimo quello di rallentare leggermente la crescita esponenziale. In altre parole, anche con la campagna vaccinale attuale, riaprendo tutto a inizio giugno è molto probabile che l’epidemia ripartirebbe rapidamente, come successe l’anno scorso da metà luglio in poi.

A inizio luglio, forse, potremmo essere arrivati a 30-35 milioni di vaccinati con almeno una dose, con una riduzione dell’Rt del 40%; a inizio agosto la riduzione potrebbe essere del 50%. Ma per un virus il cui R allo stato libero è stimato attorno a 3, continuerà a essere ancora troppo poco per eliminare tutte le restrizioni – anche se, da agosto, potrebbe bastare l’effetto delle mascherine, possibilmente FFP2, se solo tutti le portassero davvero.

C’è però ancora un’altra obiezione: visto che l’anno scorso anche con epidemia in espansione abbiamo vissuto tranquilli fino a fine settembre, non potremmo fare lo stesso? Restiamo chiusi fino a inizio giugno, abbattiamo i casi, e poi gestiamo l’estate cercando di non farli risalire troppo e di arrivare a settembre-ottobre, contando che per allora si arrivi alla famosa immunità di gregge; nel momento in cui il fattore di riduzione dovuto ai vaccini superasse i due terzi, si dovrebbe avere Rt minore di 1 anche senza restrizioni e l’epidemia morirebbe.

Bene, allora quanti casi pensiamo di avere a inizio giugno? La settimana scorsa è stata la prima in cui si è visto un calo netto: 20% di nuovi casi in meno rispetto alla settimana precedente, per un totale di “soli” centomila nuovi infetti. Supponiamo di andare avanti così per le sette settimane che ci separano da giugno; vuol dire una moltiplicazione per 0,8^7 = 0,21. In pratica, arriveremmo ad avere circa 21.000 casi settimanali, ossia circa 35 casi per 100.000 abitanti, sufficienti per la zona bianca ma dieci volte superiori a quelli con cui abbiamo riaperto tutto un anno fa.

Attenzione, però; perché noi, invece di tenere duro, dopo una settimana abbiamo già riaperto le scuole, con contestuale candida ammissione del ministro Speranza di come questo avrà un effetto sui contagi. Entro un paio di settimane cominceremo a riaprire a furor di popolo i ristoranti e i teatri. Con questa prospettiva, è difficile pensare che il calo continui a questo ritmo. Se supponiamo che il calo medio nelle prossime settimane sia del 10%, che comunque non è poco, arriveremo a inizio giugno con oltre 50.000 casi a settimana, con l’Italia ancora prevalentemente gialla ma la gente già con il canotto sul portapacchi della macchina.

Ma persino nel caso migliore, riaprire tutto a inizio giugno con 20.000 casi settimanali vuol dire comunque trovarsene magari nuovamente 100.000 a fine luglio. E poi che fai? Certo, i morti non dovrebbero essere molti e gli ospedali dovrebbero essere piuttosto liberi, avendo vaccinato gli anziani, ma bisogna essere pronti a cambiare completamente il nostro approccio.

Già, perché alla fine di questa lunga disamina il messaggio dovrebbe essere chiaro. Non sappiamo niente di certo, e magari quanto sopra si rivelerà completamente sbagliato, e succederà qualche miracolo per cui davvero l’estate farà sparire la malattia. Ma mettendo insieme un po’ di banale matematica e l’umore degli italiani, lo scenario più probabile è che a giugno – o al massimo a luglio, se Speranza tiene duro – si apra comunque tutto, e ci si appresti però a una estate ben diversa dalla scorsa, con il covid in circolazione ovunque e centinaia di migliaia di italiani contagiati, molti asintomatici e in giro. In questo scenario, bisogna essere preparati ad abbandonare il sistema dei colori e a non chiudere niente in nessun caso, nemmeno con numeri che anche solo oggi provocherebbero la zona rossa scura con macchie scarlatte e bubboni neri, e nemmeno con, comunque, decine di morti al giorno, forse anche di più.

Probabilmente è questo lo scenario che ha in mente il governo. Cioé no, un pezzo di governo secondo me pensa davvero di tenere chiuso fin che non arriviamo a cento casi al giorno, ma sono dei pazzi e finiranno politicamente linciati entro breve. Ma per il resto, questa mi sembra la strada più probabile; capite però perché il governo esiti ad annunciarla apertamente, visto che comunque c’è anche una grossa parte di Paese che si chiude in casa, invoca il manganello sui ristoratori e chiama i vigili se il vicino riceve due amici.

P.S. Come corollario, se avete più di sessant’anni io vi consiglio comunque di pianificare vacanze solo in luoghi ben isolati. Se non sarete vaccinati rischierete grosso, e se lo sarete, davvero volete rischiare di essere in quello sfortunato 5% su cui il vaccino ha poco effetto? Vedete voi.

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domenica 11 Aprile 2021, 10:03

Quella sedia me la tiro in testa

La pessima, dilettantistica reazione dell’Italia al sofagate di Ankara, ormai diventato un Draghigate, sta degenerando di ora in ora. Io spero ancora che l’Italia avesse un piano, che le parole di Draghi siano state ispirate dal ministro degli Esteri Di Maio nell’ambito di una strategia logica e ragionata, ma la logica non si vede apparire e dunque sembra sempre più credibile che siano venute fuori così, come chiacchiere da bar tra anziani, magari seguite a uno scambio di battute tra nonno Mario e nipote Gigi in una cena tra parenti davanti al telegiornale.

La situazione, insomma, sembra indicativa di quello che sembra essere un grosso problema di fondo, cioè la disconnessione della classe politica italiana dalla realtà del mondo, sia sul piano interno che sul piano esterno. Perché anche sul piano interno, permettetemi, le scene di donne PD che piazzano sedie vuote qua e là nelle sedi istituzionali sono pietose, primo perché non hanno capito che il problema non è turco ma interno all’Unione Europea, e secondo perché a un paese sull’orlo della povertà e di una crisi di nervi generale sai che gliene frega della sedia della Von der Leyen.

Ma è sul piano esterno che questa vicenda, come quella con l’India per i marò, come quella con l’Egitto per Regeni e Zaky, dimostra una arroganza non pari alle effettive possibilità. L’Italia si comporta come se alzare la voce servisse a mettere a posto quei Paesi, tipo “oddio s’è incazzata l’Italia, sdraiamoci subito a porgere le nostre scuse o saranno casini”. La realtà è esattamente opposta.

Infatti, in termini geopolitici, l’Italia è la ruota di scorta sgonfia dell’Europa, a sua volta junior partner della NATO; se a qualcuno di quei Paesi frega qualcosa di non far incazzare qualcuno, o se ha un problema con l’Occidente e lo vuole risolvere, va a parlare con Washington, Londra, Berlino e Parigi; oppure va a parlare con Mosca e Pechino e chi se ne frega più dell’Occidente. L’Italia, invece, è il perfetto Paese scendiletto: non conta un cazzo, ma è un Paese altamente simbolico da prendere a schiaffi per dimostrare forza e indipendenza (per i paesi islamici, c’è persino il bonus Papa).

E così, più noi apriamo bocca e più finiamo per pagare risarcimenti all’India, per far tenere Zaky in carcere proprio per il gusto di farlo, e adesso per prendercela nel posteriore con le commesse militari alla Turchia, che i nostri amici europei saranno ben lieti di prendere al nostro posto. Però noi gliene abbiamo dette quattro eh! Wow, siamo il Paese dei diritti!

Dunque è facile prevedere che noi, con le nostre pezze al culo, di riffa o di raffa finiremo per indietreggiare, giusto in modi e tempi che ci permettano di salvare un po’ la faccia. Del resto, non si capisce nemmeno come chiamare Erdogan un dittatore dovrebbe facilitare una eventuale transizione turca a un nuovo assetto di potere. A dire il vero, non si capisce proprio cosa diavolo stessimo cercando di fare.

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giovedì 8 Aprile 2021, 09:37

Il gioco della sedia

Tutti si sono scandalizzati per la provocazione di Erdogan nell’incontro diplomatico tra lui e le istituzioni europee, e per la mancata risposta da parte del presidente del Consiglio Europeo Michel. “Erdogan è arrogante, maleducato e sessista e l’Europa avrebbe dovuto reagire”, è il commento generale.

In diplomazia, però, le cose non sono mai così semplici, e così dirette nel significato. Naturalmente Erdogan non ha fatto questo perché è maschilista e voleva umiliare una donna, ma perché ha visto una opportunità: quella di spaccare e indebolire l’Europa, sottolineando che nel rapporto è lui il più forte.

Intanto, in Europa vivono almeno dieci milioni di turchi, sette solo in Germania: una cifra enorme. Una parte di loro è scappata dalla Turchia anche per motivi politici, ma una parte significativa, probabilmente preponderante, è qui per lavorare ma è orgogliosissima di essere turca, e in genere anche molto contenta di Erdogan. Già solo per questo, l’Europa non può permettersi di rompere i rapporti con lui, o rischia seri problemi interni e persino il terrorismo. Per Erdogan, rispondere in questo modo a una missione in cui l’Europa si presenta da lui col ditino alzato proprio per contestargli i diritti umani è un modo per ribadire che nel rapporto tra Europa e Turchia è la Turchia che comanda.

Simmetricamente, proprio perché eravamo stati noi a chiedere l’incontro, era diplomaticamente impossibile per i due leader europei contestare apertamente la situazione. Questo avrebbe creato un incidente diplomatico che avrebbe vanificato l’intero viaggio, e che gli avrebbe pure fatto fare la figura dei polli col resto del mondo. Si sono messi in una situazione in cui potevano solo subire.

Ma quel che Erdogan sapeva – e che sanno tutti – è che l’Europa non è affatto unita. Se notate, mentre la scontentezza di Von der Leyen è emersa subito (e lei si è subito fatta supportare dal suo partito, l’EPP), Michel ha impiegato 36 ore a rispondere. L’ha fatto solo perché stava venendo preso a pesci in faccia da tutta la pubblica opinione, ma la sua posizione iniziale, ribadita per tutte le 36 ore dal suo staff, era che l’incidente era deplorevole ma alla fine era giusto così, perché lui non è alla pari di Von der Leyen, ma più alto in grado; cosa che, se notate, ai media è stata detta e fatta dire sin da subito.

Del resto, l’idea che in un incontro diplomatico si facciano “sorprese”, e la parte ospite non abbia idea di come funzionerà l’incontro, è ridicola: generalmente tutto, compresa la disposizione delle sedie, viene discusso e concordato prima nel dettaglio. Può darsi che Erdogan abbia fatto un agguato, ma può anche darsi che il suo staff e quello di Michel abbiano concordato questa sistemazione, e che lui ci abbia visto una opportunità per ribadire che lui, nonostante a livello mediatico nessuno lo caghi e la maggior parte degli europei manco sappia che esiste, conta più di Von der Leyen, non pensando che la cosa sarebbe finita sui giornali in questo modo.

E infatti, ancora nel suo messaggio Michel non dice che i turchi hanno sbagliato, ma che hanno interpretato il protocollo in maniera troppo stretta (sottinteso: lui invece avrebbe graziosamente concesso alla sua sottoposta di sedergli vicino). Al contrario, lo staff di Von der Leyen dice che lei è esattamente pari grado di Michel e che il protocollo è stato sbagliato: una cosa molto diversa. I due staff, come racconta Politico, sono andati avanti per tutto il giorno a ripetere con fermezza in pubblico cose opposte.

E’ questa la genialità diplomatica di Erdogan: ha messo il dito nella piaga vera, cioè nel fatto che “in Europa non si sa chi comanda”. Ed è vero, perché le tre istituzioni fondamentali – Commissione, Parlamento e Consiglio – finiscono spesso a litigare sulle reciproche competenze invece che a lavorare insieme per l’Europa. E’ vero perché le procedure per arrivare a una decisione senza scontentare nessuno sono talmente lunghe e complesse che quasi tutto richiede anni, e non di rado non arriva mai in porto (qualcuno ha visto la nuova legge sui cookies in discussione dal 2016?).

Noi europei siamo talmente rincoglioniti che questo lo facciamo passare come un valore: siamo tutti fratelli e decidiamo solo se siamo tutti d’accordo e se qualcuno non è d’accordo passiamo tanto tempo a parlare per non rompere la nostra amicizia. La realtà è che questo è il meno peggio che possiamo fare, in un continente in cui la maggior parte delle persone si sente ancora orgogliosamente irlandese, olandese, italiana, polacca o portoghese invece che europea, e nessuna capitale europea vuole più cedere un briciolo di potere a Bruxelles, anzi. Ma quello che tendiamo a dimenticare è che la nostra elevata democrazia e la complicazione burocratica delle nostre procedure hanno un costo crescente, come dimostra anche l’impietoso confronto con il resto del mondo occidentale sulle vaccinazioni.

Sarebbe eccessivo biasimare Michel e von der Leyen for questa situazione, che loro hanno soltanto ereditato. Ma forse, tra tanti orizzonti 2027 e piani strategici, sarebbe opportuno porsi davvero il problema di come ripensare la struttura dell’Unione Europea in modo che sia chiaro a tutti chi comanda.

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domenica 7 Marzo 2021, 10:10

In sostanza, i Lordi erano meglio

Il mattino dopo Sanremo 2021, posso dire che l’old grey whistle test l’hanno vinto i due tizi con la pattinatrice a rotelle. Il festival invece l’hanno vinto i Maneschi, Naziskin, insomma quei lì, gente che piacerebbe di sicuro molto ad Axl Rose, però non l’Axl Rose dell’epoca, ma quello grasso e bolso di adesso.

Noi torinesi, granata e No Tav portiamo comunque a casa il premio della critica ed è un bel risultato, anche se pure al quarto ascolto non sono ancora riuscito a capire completamente tutto quello che dice (vai un po’ più piano per noi vecchi, e che diamine!).

Si potrebbe aggiungere che il secondo posto di Fedez è un insulto al bel canto e anche al brutto canto, ma lui non ha nemmeno cantato e quindi avrebbe dovuto fare la fine della Osella-Stievani-Rosadeimobili di Formula 1: fuori alle qualifiche del venerdì.

Ma alla fine la cosa più triste di tutto il Sanremo 2021 è che gli unici che sapevano davvero cantare, sia in gara che tra gli ospiti, avevano almeno settant’anni; con l’aggravante che Mauro Ferrara degli Extraliscio, a parte la serata delle cover, era confinato alle seconde voci, anche se loro restano l’unica proposta interessante del festival e gli unici che vorrei vedere in un concerto dal vivo (in teoria vedrei volentieri anche Gazzè, ma ormai ripete sempre lo stesso pezzo arrangiato sempre nello stesso modo, quindi mi sa che è meglio rimettere su i suoi primi dischi).

Riassumendo, un Sanremo sempre più stanco gioca la carta Lordi con 15 anni di ritardo sull’Eurofestival; chissà se gli salverà la vita. I Lordi, comunque, erano meglio.

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giovedì 18 Febbraio 2021, 13:27

Un veloce riassunto di presente e futuro del M5S

Riassumendo:

Prossimi passaggi:

  • Crimi espelle i 15 senatori
  • i 15 senatori contestano l’espulsione perché Crimi è stato abolito
  • la Raggi annuncia la sua ricandidatura a sindaca di Roma (non c’entra, ma l’ha già annunciata almeno cinque volte senza che nessuno nel M5S la degnasse di attenzione)
  • Casaleggio espelle Crimi
  • Grillo espelle Casaleggio
  • Di Battista espelle Grillo
  • Di Maio espelle Di Battista
  • la Raggi annuncia di nuovo la sua ricandidatura a sindaca di Roma
  • Di Maio si candida a sindaco di Roma per il PD
  • Conte espelle Di Maio
  • una intelligenza artificiale segretamente lasciata da Casaleggio su Rousseau prima di essere espulso espelle Conte
  • un tribunale riammette i 15 senatori nel gruppo M5S, allora se ne vanno tutti gli altri
  • su Rousseau viene eletto un nuovo direttivo composto da Scanzi, Travaglio, Gabanelli, Fusaro e il Gabibbo
  • il Gabibbo espelle Travaglio
  • Scanzi espelle il Gabibbo
  • parte una battaglia legale tutti contro tutti per il simbolo, fin che un tribunale non stabilisce che è di proprietà di Mastella
  • Draghi espelle tutto il Parlamento e tra due ali di folla diventa presidente di tutto a vita.
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martedì 9 Febbraio 2021, 18:24

I giornali, l’antisemitismo e il disprezzo per gli ultimi

Premetto, giusto per chiarezza, che a me regolarmente danno del sionista antipalestinese e amico di Israele, quindi credo di poter parlare dello scandaloso post di Monica Amore senza poter essere accusato di antisemitismo più o meno coperto.

Naturalmente quella vignetta (che non ho visto: mi baso sui racconti) è una schifezza, e qualsiasi altra persona se ne sarebbe resa conto prima di condividerla. Ma Monica no, perché è fatta così, perché (e in questo non potremmo essere più diversi) la sua storia, la sua cultura, il suo approccio alla vita la portano a credere possibili cose che io definirei immediatamente complotti, bufale e propaganda, e perché anche dei tragici riferimenti culturali ovvi a chiunque altro possono volare alto sopra la sua testa.

Ma allora, vi chiederete, perché una persona così sta nel consiglio comunale di Torino? (E non per sbaglio: alle elezioni prese 565 preferenze, che per dire furono quasi il triplo di quelle di un attuale assessore.) Beh, è semplice: perché è una persona che si sbatte davvero e con impegno per gli altri, per quelli come lei. Per gente, ed è tanta, che non ha avuto la fortuna che ho avuto io, quella di partire da condizioni sociali che garantivano un minimo di solidità economica e un facile accesso all’istruzione superiore e alla conoscenza, e che fatica a capire le complessità del mondo, ma ha uguale bisogno, e soprattutto uguale diritto, di essere ascoltata dalle istituzioni. Per gente che proprio per il suo livello culturale finisce sempre presa in giro da tutti, e poi turlupinata, e poi fregata ancora, nel lavoro, nei contratti, nella burocrazia, nelle cose di tutti i giorni, da quelle élite che poi la guardano anche dall’alto in basso perché è “ignorante”.

Se avessi visto per tempo il post in questione, avrei fatto l’unica cosa che aveva un senso fare: spiegare a Monica cosa volevano dire davvero quelle figure, e magari farla parlare con qualche amico ebreo che potesse efficacemente farle capire cos’è davvero l’antisemitismo e cosa concretamente abbia voluto dire nelle vite di milioni di persone.

Di sicuro non mi sarei affrettato a scaricarla come hanno fatto i vertici del M5S: capisco che davanti alla pressione della stampa sia difficile fare altrimenti, ma i voti di Monica e delle persone che rappresenta hanno fatto tanto comodo per vincere le elezioni, e i voti ricevuti vanno sempre rispettati e onorati. Di sicuro non mi sarei precipitato a prendere in giro la sua cultura e il suo curriculum vuoto come hanno fatto oggi diversi esponenti del PD, dimostrando di non avere più alcuna idea di quale dovrebbe essere in teoria la fascia sociale rappresentata dal centrosinistra.

Men che meno, però, avrei reagito come hanno reagito i giornali in oggetto: perché è evidente a me, e credo pure a Monica, che il direttore de La Stampa che pubblica una reazione video intitolata “Il post di Monica Amore con le vignette antisemite è un gesto infame: cosa ne pensano i vertici di M5S?” non ha come obiettivo prioritario quello di combattere l’antisemitismo; sta più che altro montando il caso il più possibile per mettere in difficoltà il M5S ai massimi livelli.

Mi sembra pure questo un uso strumentale, e dannoso, della questione; di sicuro una reazione del genere non aiuta le persone che fanno girare quel tipo di vignetta a capire e superare i propri pregiudizi e tutti i tristi luoghi comuni sugli ebrei ricchi che controllano i media. Ma soprattutto, ironicamente, questa reazione prova a posteriori che, se si eliminano le caricature antisemite e ci si limita alla partigianeria dell’informazione italiana, il post di Monica aveva davvero molto senso.

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lunedì 1 Febbraio 2021, 13:57

Di regole e rischi di contagio

Vi chiedo perdono se questo post sarà un po’ lungo, ma spero che vi sarà anche utile a capire come funziona (o dovrebbe funzionare) la gestione di una pandemia. Nasce dal fatto che l’interessante discussione di ieri su Facebook sulla messa e sulle distanze in chiesa mi ha fatto accorgere di una cosa che non avevo ancora focalizzato.

Personalmente, durante questa pandemia, distinguo ciò che è pericoloso da ciò che non è pericoloso in base alla lettura regolare di report e articoli scientifici. Spesso, come è normale, i report si contraddicono un po’, ma ormai, dopo un anno, sappiamo con buona certezza diverse cose:

  • i contagi all’aria aperta sono molto improbabili, a meno che non ci si fermi a parlare con un positivo senza mascherina, o non si attraversi la nuvola di uno che ha appena tossito senza mascherina, o non si stia per mezz’ora tutti pigiati; del resto, nonostante i moralismi sui giornali, nessuno ha ancora mostrato legami statistici evidenti tra maxi assembramenti in piazza e forti ondate di contagi nella zona;
     
  • i contagi da superficie, toccando un oggetto su cui qualcuno ha lasciato del virus, sono altrettanto improbabili, anche se su questo i dati sono minori ed è comunque provato che il virus resiste per diversi giorni sulle superfici a temperatura ambiente, e ben di più a bassa temperatura (da qui i contagi nei mattatoi);
     
  • le situazioni di pericolo sono dunque principalmente quelle in cui si sta al chiuso per un periodo di tempo superiore a, diciamo, dieci minuti (c’è chi dice 5, c’è chi dice 15), e nella stanza c’è o c’è appena stato un infetto;
     
  • la probabilità di infettarsi dipende sia dall’efficacia della mascherina dell’infetto, sia dal tempo di permanenza, sia da quanto l’infetto è malato, in quanto alcune persone “super-spreader” emettono cariche infettive molto superiori alle altre, e pare che il 20% dei malati sia responsabile dell’80% dei contagi o giù di lì; dipende anche da cosa fa l’infetto, perché respirare normalmente emette relativamente poche particelle, mentre parlare (in particolare dicendo lettere tipo p e t), e ancora di più gridare o cantare, e ancora di più tossire, provoca una emissione di fiotti di particelle potenzialmente infette;
     
  • al chiuso, il fatto di mantenere le distanze è relativamente poco rilevante; la distanza minima di sicurezza, misurata sulla ricaduta di particelle sputate, sarebbe due metri (mentre noi, a differenza di altri paesi, ne abbiamo imposto uno, che è di suo insufficiente), ma va bene solo se non c’è circolazione d’aria; bastano una corrente d’aria o un condizionatore per trasportare le particelle anche a 5, 10, 20 metri di distanza attraverso una sala o un ufficio, come nel famoso diagramma del ristorante di Wuhan che vedete sotto, tanto che c’è anche chi dice che aerare le stanze con le persone dentro sia controproducente;
  • per questo, gli ambienti più pericolosi sono quelli chiusi in cui la gente “emette” particelle senza mascherina (ristoranti), in cui c’è tanta gente rispetto al volume, o in cui il ricambio d’aria è minimo (tipo un ascensore, se uno ci stesse dentro più di un minuto).

In base a tutto questo, io stimo il rischio di quello che sto per fare e mi comporto di conseguenza, decidendo se accettarlo o meno e come proteggermi.

Ieri ho invece scoperto un sacco di gente che applica un principio piuttosto diverso: se una cosa è permessa dalle regole è certamente sicura, altrimenti è molto pericolosa. Quindi, tu spieghi che c’è una situazione di pericolo e loro rispondono “quindi sono state violate le regole?”, tu dici che le regole erano rispettate e loro rispondono “allora certamente non c’è pericolo”.

Ora, non so bene come si faccia a essere ancora convinti di questo a fronte del fatto che le regole cambiano ogni settimana, e che cose indicate fino a un minuto prima come vietatissime sono d’incanto permesse o viceversa. Il punto delle regole restrittive infatti non è distinguere ciò che è sicuro da ciò che è pericoloso, ma gestire il rischio in maniera statistica.

Infatti, il numero di contagi ogni giorno è pari al numero di persone infette in circolazione moltiplicato per il rischio medio di contagio delle attività che fanno (rischio medio che si riflette direttamente sul famoso Rt). Immaginate di avere un tabellone in cui a ogni attività è associata una probabilità di contagio: sarà un insieme di valori sparsi per tutto il campo tra zero (nessun rischio) e uno (contagio sicuro). Permettendo o vietando una attività, in funzione anche di quanto tale attività è frequente, si altera il rischio medio complessivo delle attività di tutti.

Per questo motivo, se diminuisce il numero di persone infette in circolazione si possono permettere attività più rischiose, facendo risalire un po’ il rischio medio; viceversa, durante i momenti di picco bisogna ridurre il rischio medio vietando attività anche meno rischiose.

Naturalmente, un paese efficiente avrebbe un tracciamento efficiente e saprebbe stimare almeno un po’ il fattore di rischio di ciascuna attività. In Italia, invece, non si faceva bene il tracciamento nemmeno quando i casi erano dieci, figuriamoci oggi. Infatti, il governo non è mai stato in grado di produrre dati precisi su dove e come avvengono davvero i contagi; ogni tanto qualche ministro fa una sparata, citando vaghi numeri senza fonte purché utili alla sua propaganda. Ma i dati veri non sono mai stati pubblicati e non sono nemmeno emersi di straforo, segno che essenzialmente non ci sono proprio.

Per questo, le nostre scelte su cosa chiudere e cosa aprire vanno un po’ per imitazione di altri paesi più organizzati (vedi l’ansia di inseguire Merkel prima di Natale), parecchio per le fisime dei decisori e dei media, a cui “pare” che una cosa sia pericolosa e lo ripetono fin che non diventa ufficialmente tale, e molto per scelta politica, in base a chi accontentare e chi scontentare e ai costi in termini di consenso, prima ancora che economici.

In conclusione, non c’è dubbio che le regole siano utili e che vadano generalmente rispettate, e che nell’aggregato siano importanti per contenere la pandemia, ma riferirsi alle regole per capire cosa sia sicuro e cosa no non è una grande idea; men che meno la conclusione completamente errata a cui spesso arriva chi lo fa, cioè che la gestione della pandemia sia una questione di polizia, e che tutto si risolverebbe militarizzando le strade e le case in modo che tutte le regole siano rispettate alla lettera, cosa che secondo loro farebbe certamente scendere a zero i contagi.

Quando si discute invece di quanto un determinato comportamento sia davvero pericoloso, è bene invece lasciare stare le zone colorate del momento, e riferirsi soltanto alla meccanica di spostamento di piccole goccioline piene di virus; anche perché il virus non ha preferenze politiche né riguardi costituzionali, e si limita a spostarsi nell’aria e riprodursi più che può.

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domenica 10 Gennaio 2021, 11:35

Il disco della settimana

Era l’ottobre 1994, Ligabue aveva già finito le idee e aveva trascorso l’annata a riascoltare tutti i dischi dei REM degli anni ’80 (è noto che, come i Litfiba, anche i REM veri sono quelli degli anni ’80, fino a prima della firma con una major e del grande successo). E così se ne uscì con un disco che era, diciamo così, molto ispirato ad essi, a partire dal singolo di lancio, che era semplicemente una cover di It’s the end of the world as we know it (canzone peraltro molto bella, al punto che i REM stessi ne fecero una quasi cover con un nuovo titolo dieci anni dopo).

Il disco conteneva però questo piccolo gioiellino di chitarra acustica (e piano, nella versione su disco), che potrebbe veramente essere un pezzo dei REM, ed è un complimento. Anche il giochino della seconda voce che parte all’improvviso cantando qualcosa di completamente diverso è copiato dai REM, e senza grande sforzo: solo nel gennaio 1994, pochi mesi prima, era uscito Your Ghost, il singolo di lancio della sfortunata carriera di Kristin Hersh, con Michael Stipe che appariva dal nulla a metà pezzo, come un fantasma, a cantare “you were in my dream”. Your Ghost è un pezzo bellissimo e soprattutto molto in linea col clima totalmente depresso della musica del 1994, l’anno d’apice del grunge e del suicidio di Kurt Cobain; ma può darsi che dopo la morte di Cobain nessuno avesse più tanta voglia di depressione, perché del singolo e della cantante si persero presto le tracce.

Il pezzo di Ligabue invece, come Ligabue stesso, è ancora qui con noi, e non so se sia un bene. Ma se a fare il secondo ci si mette Mauro Pagani, persino in modalità “timbrare il cartellino, due svisate di flauto e via”, lo possiamo tranquillamente passare come disco della domenica mattina per un inizio di 2021 collettivamente depresso come il 1994, anche se per motivi diversi. Speriamo che domenica prossima il clima sia più rosa e meno “giallo rafforzato”, che non ho ben capito che colore sia ma temo assomigli molto al marrone.

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giovedì 7 Gennaio 2021, 14:16

Così muore un populista

Vedo molta confusione nelle analisi politiche sul modo in cui è finita la presidenza Trump. In particolare c’è gente che dice: visto, noi abbiamo sempre detto che i politici populisti puntano al colpo di stato, e che non dovrebbe nemmeno essergli permesso di esistere.

In realtà, quello di ieri non è stato affatto un tentativo di colpo di stato. Lo era forse nella testa di quelli che hanno provato a entrare in Parlamento, magari dello stesso Trump e di altri ingenui stupidotti americani. Ma anche se entri in massa nel Parlamento e lo conquisti, poi che fai? Non è così che si fa un colpo di stato nel ventunesimo secolo. Lo si fa con i media, con l’apparato statale e/o con l’esercito, e nessuno dei tre, ieri, era al seguito dei trumpiani. Anzi, i media – specialmente i social – non vedevano l’ora di poterlo finalmente censurare per bene.

In fondo, la parabola di Trump conferma l’assunto di base per cui i populisti al potere devono adeguarsi al sistema. Se non lo fanno, finiscono per isolarsi e ridicolizzarsi da soli; se sono pazzi, come forse è adesso Trump, possono rischiare di fare grossi danni, ma non di distruggere il sistema. Del resto, non appena si è capito che il cavallo era definitivamente perdente, persino i suoi fedelissimi, Pence in testa, hanno immediatamente iniziato il riposizionamento verso lidi più sicuri; e quei pochi che ancora circondano Trump, come quelli che ancora circondano Berlusconi, son lì solo per ereditare i suoi residui voti.

Quindi, insomma, tranquillizzatevi; ieri, alla fine, non è successo niente di che. L’episodio sarà certo ingigantito all’infinito nei racconti e nei commenti, essenzialmente per suggerire alla gente di non rompere troppo le scatole, una cosa che al potere piace sempre ricordare. Ma poi, ragazzi, la ricreazione è finita.

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martedì 5 Gennaio 2021, 19:12

Sulle prossime elezioni comunali

Oggi mi hanno girato questo appello per la nascita di una lista civica di centrosinistra per le prossime elezioni comunali (l’appello, se ben capisco, è perché ne nasca una sola invece di tante in concorrenza tra di loro). Lo riporto qui, per chi può essere interessato, e colgo l’occasione per qualche commento o confessione personale.

Naturalmente mi fa piacere che alcuni dei firmatari dell’appello abbiano pensato a me come una persona potenzialmente da coinvolgere. Un po’ mi sorprende anche, perché diversi degli attuali esponenti del PD cittadino, pur nell’ambito di ampia e reciproca stima, mi hanno sempre considerato un po’ troppo liberale e liberista per il centrosinistra, nonostante io in tutta la mia “carriera” di elettore abbia sempre, tranne che nel periodo M5S, votato da quella parte (un paio di volte persino comunista… ah, la gioventù 😃 ). Ma va detto che al giorno d’oggi le differenze ideologiche sono minime e c’è una grande area grigia al centro in cui probabilmente ricado anch’io, a maggior ragione in una elezione amministrativa.

Come ben sa chi mi segue da sempre, considero le cariche elettive come una forma alta di servizio pubblico, nella quale bisogna darsi da fare e mettere le proprie energie e competenze al servizio della “clientela” che ti paga lo stipendio, cioè dei cittadini. Quando l’ho fatto credo di averlo fatto bene, sia quantitativamente che qualitativamente; almeno, questo è il responso che ho avuto più o meno da chiunque, tranne che dalla base e dalla dirigenza del M5S.

Allo stesso tempo, se la mia esperienza in politica è finita come è finita, e al di là delle evidenti dinamiche degenerative interne al Movimento 5 Stelle una volta annusato il potere, vuol dire che probabilmente non sono così adatto a questo tipo di attività.

Ammetto – non so se l’ho mai detto prima – che sedere in Sala Rossa era un sogno che avevo fin da ragazzo. Quando si è realizzato, per un breve lasso di tempo ho pensato che forse avevo trovato la mia strada, un modo di esprimere un certo talento con soddisfazione reciproca, mia e della collettività; ma quello che è successo dopo mi ha fatto abbandonare questa idea. E poi, dopo il modo in cui è finita l’altra volta, non so con che faccia potrei di nuovo chiedere il voto a chicchessia, né come potrei ottenerlo.

Per quanto dunque sia sempre ben disposto a partecipare a uno scambio di idee sul futuro di questa città, non credo che abbia molto senso una mia partecipazione attiva alla prossima elezione comunale. Ma se qualcuno di voi vuole provarci, perché no: per me, è stata comunque una esperienza che valeva assolutamente la pena di essere vissuta.

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