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martedì 4 Giugno 2019, 13:31

La sinistra baciapile

Ci fu un tempo, tra gli anni ’60 e ’70, in cui la sinistra italiana prese forza rispondendo a una richiesta di progresso sociale. Una parte dei temi erano economici: i diritti sul lavoro, la redistribuzione delle ricchezza tra le classi sociali, le opportunità di educazione e crescita per tutti. Una parte, però, erano sociali; l’Italia era allora una società chiusa e fortemente cattolica, e questo si rifletteva in termini oppressivi sulle donne, sugli omosessuali, sui diversi di ogni genere, a partire dai divieti sul divorzio e sull’aborto.

In quell’epoca fu soprattutto la sinistra ad abbracciare questa battaglia, concentrandola su un principio fondamentale: la laicità dello Stato. Non era un principio nuovo, perché la battaglia per l’affrancamento dalla religione di Stato inizia nell’Ottocento, dopo l’era napoleonica, con la carboneria e con i grandi liberali alla Cavour. Nell’Italia repubblicana, però, l’area laica e liberale è sempre stata molto ridotta; e fu quindi la sinistra a essere determinante.

Fino a vent’anni fa, dunque, ricondurre la religione a un affare privato, garantendo piena libertà di culto a tutti purché nessuno pretendesse di usare lo Stato per imporre il proprio credo agli altri, era una bandiera delle forze di sinistra; e questo ha indubbiamente portato un grande progresso sociale, che si è tradotto in una vita migliore, più indipendente e più libera per tutti. In quell’epoca, un politico di sinistra, pur accettandole, non avrebbe mai esaltato la classica processione della statua della Madonna per le strade, o una pubblica piazza piena di persone in preghiera; perché la religione deve rimanere un affare privato, confinata nelle case e nei luoghi di culto.

Questo, però, è velocemente cambiato negli ultimi vent’anni; e ora siamo ai politici di sinistra che postano citazioni di papa Francesco ogni tre per due, e si esaltano di fronte alle foto della fine del Ramadan, cerimonia religiosa che diventa talmente pubblica da occupare un intero parco e da bloccare il traffico in tutta Torino nord. E sono proprio quelli della sinistra più radicale – e, a Torino, della sinistra del M5S – ad esaltarsi di più; ne sono testimoni le deliranti dichiarazioni dell’assessore Giusta su quanto sia bello e giusto festeggiare la Repubblica in moschea.

Alla fine, questo è un altro effetto del sostegno acritico all’immigrazione senza limiti, per cui l’idea di porre un qualsiasi limite alla pratica pubblica dell’Islam – che è cosa ben diversa dal discriminare gli immigrati – viene equiparata al razzismo; e siccome limitare l’invadenza dell’Islam sarebbe razzismo, ma non si può privilegiare una religione sulle altre, non si può nemmeno limitare l’invadenza della Chiesa Cattolica.

E però, questa demolizione del principo di laicità proprio da parte di chi l’ha sempre sostenuto non è senza conseguenze. E’ un altro tassello della trasformazione della sinistra in una forza conservatrice e reazionaria, non solo sul piano economico, ma anche sul piano sociale; perché la conseguenza dell’accettare la religione nella sfera pubblica è il continuo arretramento sulla libertà e sui diritti di chi religioso non è, un film già visto peraltro negli ultimi decenni in tutto il mondo islamico, da Iran e Afghanistan al Nord Africa, e in tutto l’Est Europa cattolico, a partire dalla Polonia; è l’imposizione culturale, prima ancora che legale, di vestiti sempre più lunghi, di aborti sempre più difficili, di mogli e di figlie sempre più oppresse.

Se la sinistra fa la destra, il risultato è che le elezioni vanno alla destra vera; e se oggi abbiamo Salvini che bacia il crocefisso e prende una marea di voti, è anche per questi vent’anni di progressivo divorzio tra la sinistra e la laicità. Sotto la doppia pressione degli imam e dei vescovi, la società italiana avrebbe davvero bisogno di difendere il principio costituzionale della separazione tra Chiesa e Stato; peccato che non si veda alcuna forza politica intenzionata ad abbracciarlo.

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lunedì 27 Maggio 2019, 08:52

Commento a un cataclisma elettorale

Alla fine è stato un cataclisma ancora più grande del previsto. Sinceramente pensavo che le polemiche delle ultime settimane avrebbero un po’ fermato la Lega e rilanciato il M5S, e invece è successo l’opposto: per la Lega (34%) è un trionfo, per il M5S è un disastro storico (dal 33 al 17 per cento in un anno). In un partito normale, Di Maio andrebbe a casa con ignominia e ci sarebbe un nuovo capo politico, ma questo non succederà e ci troveremo in una situazione preoccupante: Di Maio disposto a concedere qualunque cosa a Salvini pur di non tornare a elezioni e rimanere al governo. Nel frattempo, nessuna autocritica, nemmeno le dimissioni di un Toninelli qualsiasi (grazie per le risate ma sei il numero 2 dei responsabili dopo Gigi).

Resta la tristezza di un progetto potenzialmente epocale che non solo è finito in merda per aver cacciato quasi tutta la gente valida pur di garantire soldi e potere a Giggino & friends, ma che ha sdoganato la Lega, presentandola da solo come l’alleato credibile nella lotta al sistema e la prima scelta per tutti i delusi.

Di fatto, il centrodestra è al 50% ed è, per la prima volta, dominato da formazioni di destra vera; come anche in Francia e in Gran Bretagna, ma molto più che lì, l’Italia è in mano a un nazionalpopulismo apparentemente da operetta ma molto pericoloso. Anche Mussolini, all’inizio, sembrava un cretino che non sarebbe durato. La Lega di oggi non è il fascismo, perché la storia non si ripete mai esattamente uguale, ma è una nuova manifestazione della cazzaraggine italiana che potrebbe anche finire altrettanto male, visto l’entusiasmo che scatena tra i reparti di polizia.

Il PD festeggia, indubbiamente è andato bene (23%), ma fino a un certo punto; non ha fatto né detto assolutamente nulla se non mettersi lì, e così ha preso i voti col naso turato di chi voleva fermare Salvini, proprio come vent’anni fa prendeva quelli di chi voleva fermare Berlusconi. Il problema è che in questo modo sterilizza l’opposizione alla Lega invece di rilanciarla, perché è difficile che solo per naso turato possa andare tanto più in alto di così, e per governare serve il 30-35%.

Il premio masochismo però va, come sempre, all’area di centrosinistra e di sinistra alternativa al PD: tre liste da 2-3% l’una sono un suicidio politico. Anche solo mettendone insieme due avrebbero fatto il quorum. Così stanno tutti a casa; speriamo che imparino per il futuro, perché serve disperatamente qualcosa di nuovo e di forte vicino al PD.

Nota di colore: un saluto agli amici del Partito Pirata che hanno preso lo 0,23%, un terzo dei voti del Partito Animalista. Era chiaro che finiva così, almeno loro si saranno divertiti; nulla di male, ma sarebbe bello prima o poi che anche su quel tema ci fosse qualcosa di più serio.

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venerdì 24 Maggio 2019, 14:29

Dichiarazione di voto svogliato

Domenica si vota, e alla fine ho deciso di fare il solito post di dichiarazione di voto, anche se mai come questa volta ho pochissima voglia di andare a votare.

Le cose sono più semplici per le elezioni europee. Io penso che tutto nell’Unione Europea possa essere discusso, persino l’euro, ma non la nostra appartenenza all’Unione e il progetto di unificazione europea nel lungo periodo. Per questo vale la pena di votare per un partito europeista, e le scelte non sono molte.

Se devo guardare ai programmi e all’appartenenza istintiva, la scelta va senz’altro al Partito Pirata, nel quale peraltro sono candidati diversi amici. Sarebbe però un voto di pura rappresentanza, dato che è più facile che la Juve vinca la Champions piuttosto che vedere il Partito Pirata al 4% nelle condizioni attuali; e spero che loro si dedichino una buona volta a costruire un partito vero, anziché sparire come ogni volta fino alle successive elezioni europee.

Se uno quindi vuole un voto che pesi, l’unica scelta è +Europa/Italia in Comune, che però mi ha un po’ deluso non candidando Marco Cappato (che anzi ha lasciato il partito dopo un congresso che ha lasciato tutti perplessi), e nemmeno (da noi) Federico Pizzarotti; la mia preferenza andrebbe allora a un radicale puro come Igor Boni. Tra queste due possibilità deciderò all’ultimo.

Le elezioni regionali sono invece un disastro: i candidati presidente sono tutti deludenti. Il mio omonimo pentastellato è il peggio che il M5S potesse esprimere, uno che vive di politica da quasi dieci anni senza aver mai fatto niente di notevole se non stare in scia a Bono e Castelli. Chiamparino è Chiamparino, ha raggiunto i limiti di età da un pezzo. Cirio lo conosco poco, ma sembra un altro quadro di partito. La tentazione quindi è di fare come Fantozzi, entrare in cabina e tirare lo sciacquone.

Se no, l’alternativa è votare una persona che stimo, turandosi il naso su lista e presidente. Ci sono diverse persone che apprezzo dalla mia esperienza in consiglio comunale e che potrei raccomandare, partendo dall’ing. Piera Levi-Montalcini nei Moderati (o, se siete molto cattolici, Silvio Magliano) per arrivare a Marco Grimaldi in sinistra libera uguale o come si chiama adesso (l’ho chiesto già una volta e non l’ho ancora capito). C’è Silvio Viale in +Europa, che avrei votato sicuramente se non avessero aggiunto “Sì Tav” sul simbolo; e c’è Roberto Carbonero, già leghista non salviniano, nell’UDC (anche se l’UDC per me sarebbe davvero troppo). E il M5S? Beh, non lo voterò, ma se lo votassi darei la preferenza a Paolo Vinci, per amicizia e perché è uno di quelli che c’è da tempi non sospetti, che ha fatto i gazebo al gelo con me (“fatto” nel senso che lui li procurava e aggiustava pure) e che di sicuro non sgomita per essere eletto.

Insomma, per la prima volta farò parte del grande gruppo dei delusi che sceglierà all’ultimo; ma spero che il ragionamento possa comunque esservi utile.

P.S. Se vi serve, a questo indirizzo trovate tutti i candidati alle regionali a Torino e provincia, una informazione quasi impossibile da reperire.

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domenica 5 Maggio 2019, 11:14

Pagare le tasse è quasi bellissimo

Tra ieri mattina e stamattina mi sono dedicato alla mia dichiarazione dei redditi online. Bontà loro, il software diventa disponibile dal mese di maggio; anche se la versione online ha tuttora diversi errorini, ad esempio nel testo di accompagnamento di varie caselle e sezioni. Il modo migliore per accertarsene è confrontare col PDF del modello cartaceo, che invece è corretto; sicuramente si tratta di programmatori pigri/affrettati che facendo la nuova versione a partire da quella dell’anno scorso si sono persi alcuni aggiornamenti dei testi, in parte anche ovvi (se sto presentando la dichiarazione consuntiva dei redditi 2018, l’acconto sull’addizionale comunale sarà ben per l’anno 2019 anche se c’è scritto 2018).

Nonostante questo, e nonostante per qualche motivo i moduli online generino un carico di CPU da supercomputer ogni volta che li apri, il meccanismo ormai è piuttosto funzionale, e con lo SPID ci sono sempre più opzioni utili; per esempio ho scoperto quest’anno il portale della tessera sanitaria, che ti permette di vedere in dettaglio tutte le spese sanitarie già inserite nel precompilato, che io verifico una per una con le ricevute che ho in mano e con il foglio contabile in cui le registro durante l’anno.

Insomma: ci son voluti vent’anni (qualcuno ricorda le orride applicazioni Java per Windows di inizio secolo?), ma adesso su questa procedura sembriamo quasi un Paese civile. Quasi, perché comunque farsi la dichiarazione dei redditi in proprio è sempre istruttivo: scopri la marea di bizantinismi e piccoli regali che costano più di quello che valgono, come intere sezioni del modulo riservate solo a chi ha affittato casa ai terremotati ma solo per il terremoto del 2009, o il codice speciale per indicare che le case a Venezia possono pagare un po’ meno di tasse sull’affitto rispetto a tutto il resto d’Italia. Magari, razionalizzandoli un po’ si abbasserebbero le tasse per tutti…

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sabato 9 Febbraio 2019, 14:12

Fattura elettronica all’italiana

Non ho partita IVA e non uso le fatture elettroniche, ma l’altro giorno ho rinnovato dei domini su OVH. Dopo un po’ mi è arrivata una mail che avevo immediatamente considerato spam: una PEC inviata a un indirizzo non PEC, da un mittente sconosciuto, con oggetto “POSTA CERTIFICATA: Invio File 288612651”. Invece è una fattura elettronica: ditemi voi come dovrei capirlo.

La mail arriva da SOGEI (garanzia assoluta), e contiene cinque allegati in formati illeggibili, prevalentemente XML. Il testo della mail è:

“Invio file IT06157670966_09Lgm.xml, con identificativo 288612651.In allegato il file contenente la fattura ed il file contenente i metadati.
La mail e’ inviata dal Sistema di Interscambio per la fatturazione elettronica (L. 244/2007).
Se il file allegato presenta estensione .xml.p7m vuol dire che e’ stato firmato digitalmente con firma Cades; per aprirlo e’ necessario installare sul proprio computer un apposito software.
Tali software sono facilmente reperibili sul web sia a pagamento che gratuitamente (licenza open source). Il file xml ottenuto dopo aver ‘decifrato’ la firma puo’ essere agevolmente visualizzato
in formato PDF utilizzando la funzionalità ‘Visualizza PDF Fattura’ dell’area ‘Fatturazione elettronica’ del sito Fatture e Corrispettivi.
Per qualsiasi necessita’ di chiarimenti non rispondere a questa mail, ma utilizzare i tradizionali canali di assistenza presenti sul sito www.fatturapa.gov.it.”

Essenzialmente, l’unica cosa che si capisce è che non gli devo rompere i coglioni chiedendogli un aiuto per mail, ma posso solo mandare un messaggio dal sito che nessuno leggerà. Il resto è incomprensibile persino per un programmatore Web, a meno che non sia specializzato in fatture elettroniche all’italiana. Del resto, nemmeno le lettere accentate sono codificate correttamente.

Dopodiché, se vado sul sito “www.fatturapa.gov.it” non c’è nessuna funzionalità (anzi, funzionalitÃ) “Visualizza PDF Fattura”. Quella sta su “ivaservizi.agenziaentrate.gov.it”, che però non è menzionato da nessuna parte. Però su questo sito, dopo aver fatto il login con SPID, l’interno è vuoto e mi dice “Utenza di lavoro senza autorizzazioni”.

Secondo voi come faccio ad avere un maledetto PDF di una maledetta fattura da venti euro?

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mercoledì 6 Febbraio 2019, 15:22

Una piccola cronistoria delle operazioni di pulizia del M5S di Torino

Non volendo troppo commentare i fatti di questi giorni nell’amministrazione comunale torinese, mi sono limitato a mettere insieme un riassunto dei fatti.

Novembre 2015: Appendino, appena scelta candidata sindaca, nomina Giordana (fino ad allora sconosciuto al M5S) come suo braccio destro e capo del programma. Basta chiedere in giro per scoprire che è un ex staffista di assessori PD, ex Fare, ex AN, ex FUAN, certo non una persona da Movimento. Gli attivisti del M5S torinese, con poche eccezioni, tutti zitti e concentrati sulla lista per le comunali.

Giugno 2016: Appendino, appena eletta sindaca, nomina Giordana suo capo di gabinetto (praticamente “sindaco ombra”) e come suo capo ufficio stampa Pasquaretta (fino ad allora sconosciuto al M5S). Basta chiedere in giro per scoprire che è un giornalista sportivo del giro Juve, nonché PR di discoteche e di “Torino Erotica”, noto per il carattere aggressivo, che sbarra le porte anche ai colleghi che hanno sostenuto il M5S da tempi non sospetti. Gli attivisti del M5S torinese, ora diventati in massa consiglieri comunali, ancora tutti zitti.

Giugno 2017: Appendino e Giordana sono coinvolti nelle indagini sui fatti di piazza San Carlo. Una volta il M5S li avrebbe fatti dimettere, ora tutti zitti e concentrati a difendere il potere. Giordana resta lì; l’unico cambiamento è che viene cacciata l’assessora tecnica all’ambiente, Giannuzzi, per dare un posto in giunta al capogruppo Unia.

Ottobre 2017: Appendino e Giordana sono coinvolti in una seconda indagine, per un falso nel bilancio del Comune. Gli attivisti ancora tutti zitti.

Novembre 2017: Pasquaretta diventa capo di gabinetto, quando si scopre (tramite una soffiata ai giornali fatta da chissà chi) che Giordana ha fatto togliere una multa a un amico dal presidente di GTT, e a quel punto si dimette. Di Battista dichiara che il M5S torinese è pulitissimo, anzi se facessero così anche gli altri “resterebbero in tre”, anche se non si capisce chi siano gli altri, visto che nessun capo di gabinetto precedente è mai stato intercettato mentre faceva togliere multe.

Agosto 2018: Dopo la scoperta di una sua consulenza al Salone del Libro di dubbia consistenza e regolarità, che gli avrebbe permesso di intascare 5000 euro extra e che diventa oggetto di una ennesima indagine, Pasquaretta si dimette da capo di gabinetto. Il M5S torinese è talmente impegnato a fare pulizia che Appendino gli cerca un nuovo posto e che Laura Castelli lo ingaggia nel proprio staff a Roma.

Gennaio 2019: Parte una ennesima indagine su Appendino e il suo staff (la quinta, sesta, boh, si è perso il conto), quando si scopre che Pasquaretta avrebbe ricattato Appendino per farsi sistemare dopo le dimissioni, minacciando altrimenti di rivelare alla magistratura fatti sulla giunta Appendino che “avrebbero fatto venire giù il Comune”. I giornali dicono che Pasquaretta abbia chiesto mazzette a imprenditori per fargli ottenere colloqui con assessori e portare avanti progetti di loro interesse; e che dopo le dimissioni abbia ottenuto una ennesima consulenza in Basilicata, con relativo lauto compenso, in maniera irregolare (parte una indagine anche a Potenza). Appendino non ha mai denunciato il ricatto, né ha spiegato ai torinesi quali siano queste cose che “avrebbero fatto venire giù il Comune” (forse le scopriremo nei prossimi mesi); secondo le cronache, si sarebbe invece data da fare ad accontentare Pasquaretta. Il M5S torinese, quello che non ha mai cacciato né Giordana né Pasquaretta nonostante il profilo noto sin dal principio e poi le indagini multiple, quello che ha sempre accettato passivamente qualunque decisione della sindaca (compresa la marcia indietro sul 90% del programma) pur di non mettere a rischio le cadreghe, rilascia la seguente dichiarazione:

“Il Movimento 5 Stelle è sano, qui a Torino come in Italia e nessuno può provare il contrario.”

Sembra un po’ un tizio in fuga che grida “non mi prenderete maiiiii!”, ma questa è solo una impressione personale.

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domenica 11 Novembre 2018, 11:44

Una domanda sul futuro di Torino

Ieri si è, di fatto, aperta in prospettiva la campagna per le elezioni comunali torinesi del 2021.

Innanzi tutto, Appendino e il M5S sono morti che camminano, perché da una parte hanno perso il sostegno di quelle elite cittadine che pensavano che tutto sommato una persona come Chiara, che di quell’ambiente fa parte, potesse garantire una gestione più dinamica ed efficiente del vecchio Fassino; e dall’altra hanno deluso tutti quelli che li hanno votati per avere una amministrazione decisamente alternativa che funzionasse meglio della precedente e che rivoluzionasse la città, cosa che non è successa. E’ possibile che possano recuperare all’ultimo cambiando decisamente passo, ma pare difficile.

Il vero dramma è che l’affondamento del M5S rischia di affondare con sé l’idea stessa che una alternativa al governo dei salotti buoni, del triangolo PDFiatPolitecnico e delle grandi opere sia possibile – e questa è una responsabilità storica gravissima di Appendino & friends.

La piazza di ieri era piena della stessa gente che nel 2011 veniva ad ascoltare Grillo; gente normale, preoccupata per l’evidente degrado di Torino e delusa dall’incapacità dell’amministrazione (che molti di loro hanno votato). Furbescamente, l’elite di cui sopra adesso si traveste di populismo di segno opposto, elimina le bandiere di partito e però mette il cappello sulla delusione spingendola nella direzione che a lei conviene, quella del solito modello cementizio e megalomane (TAV, Olimpiadi, ipermercati…). In questa situazione, la gente sarà spinta al ritorno al passato, appena appena rinnovato in superficie con la promozione delle ex seconde file per raggiunti limiti di età di Fassino e Chiamparino, e/o con la classica cooptazione del professore/notaio/professionista di turno.

Eppure, i ragionamenti sui modelli di sviluppo originariamente alla base del Movimento 5 Stelle (e del movimento No Tav) sono ancora validi. La gente giustamente vuole sviluppo, ma davvero l’unico modello di sviluppo è quello del cemento? Io credo di no. Allora, come fare a disaccoppiare il fallimento del M5S, indiscutibile, dal fallimento del modello alternativo di sviluppo, che in realtà non è affatto fallito, perché il M5S non l’ha nemmeno provato? E’ possibile sostenere quel modello alternativo senza che esso sia identificato con l’impreparazione, l’arroganza e l’inefficienza dimostrati dal M5S in questi due anni e mezzo, e come?

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lunedì 1 Ottobre 2018, 14:15

Alcune domande sul reddito di gigginanza

Ci sono alcune cose che non ho capito del reddito di gigginanza, ossia la versione Di Maio del reddito di cittadinanza – e parlo di “versione Di Maio” perché il reddito di cittadinanza sarebbe una cosa seria, una misura che da anni viene discussa e sperimentata in mezzo mondo per provare ad affrontare in modo nuovo gli effetti della globalizzazione e della digitalizzazione dell’economia; ma qui non si capisce più cosa sia davvero.

All’inizio, infatti, anche nelle proposte del M5S il reddito doveva essere dato a tutti, potenzialmente a 60 milioni di italiani in quanto cittadini, come sostegno a tempo indeterminato “perché esisti”, e come forma di redistribuzione della ricchezza generata dall’automazione e dalla delocalizzazione, che tendono naturalmente ad eliminare i posti di lavoro meno qualificati e a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi.

Era una visione nobile che guardava lontano, però si è capito che nel breve termine il progetto non stava proprio aritmeticamente in piedi, e allora, sin dalla scorsa legislatura e poi nel programma elettorale, Di Maio ha trasformato il reddito di cittadinanza in un sussidio di disoccupazione per 6,5 milioni di persone sotto un altro nome: te lo do ma solo fin che non trovi un nuovo lavoro, e solo se non rifiuti più di tre offerte di lavoro.

Poi però si è giustamente fatto notare che se ci sono 6,5 milioni di disoccupati non si capisce dove possano saltar fuori 6,5*3 = 19,5 milioni di offerte di lavoro; se ci fossero, i 6,5 milioni non sarebbero disoccupati. Allora, per rispondere all’accusa piuttosto sensata di voler mantenere i fancazzisti a vita (o, in alternativa, di sparare ogni giorno a cazzo la prima cosa che gli veniva in mente), Di Maio ha cambiato di nuovo versione, e il reddito di cittadinanza è diventato un lavoro socialmente utile: te lo do, ma solo in cambio di 8 ore a settimana di lavoro nel tuo Comune.

Ora, a parte il fatto che i lavori socialmente utili esistono da decenni e non hanno mai “abolito la povertà”, il problema è che 6,5 milioni di persone sono oltre un decimo degli italiani; a Torino, proporzionalmente, le persone da far lavorare nel Comune sarebbero 90.000, forse di più. Ma l’intero Comune di Torino ha 10.000 dipendenti: come farebbe a gestire 90.000 persone, generalmente poco qualificate, che lavorano un solo giorno a settimana, con un ricambio continuo che impedisce qualsiasi tipo di formazione o di pianificazione del lavoro? Ogni dipendente comunale avrebbe ogni giorno due persone diverse che lo guardano da dietro le spalle in attesa di fare qualcosa, e dovrebbe smettere di fare il suo lavoro per istruirli, salvo poi averne due diversi il giorno dopo? Oppure queste persone dovrebbero auto-organizzarsi e fare da soli qualcosa, pulire le strade, tagliare l’erba… ma in tal caso, chi gli dà i mezzi, chi gli spiega cosa devono fare, chi controlla il lavoro che fanno? Dove trovano i Comuni i fondi e il tempo per gestire questa massa di persone?

E se poi anche si riuscisse a organizzare questo tipo di lavori, anche per un numero molto minore di persone, cosa sarà dei lavoratori di tutte le imprese e cooperative che attualmente forniscono servizi ai Comuni in subappalto? Verranno lasciati a casa perché il loro lavoro sarà già coperto dai “precari istituzionali” del reddito di cittadinanza? E poi si darà il reddito di cittadinanza anche a loro?

Ma allora, facendo un debito pubblico aggiuntivo da decine di miliardi di euro per sostenere il lavoro, non era meglio limitare il sussidio a un più modesto sostegno temporaneo per chi perde il lavoro, e poi investire nella creazione di posti di lavoro veri, dignitosi, inquadrati regolarmente, non dico nel privato tramite incentivi alle aziende (eresia!), ma almeno in quei settori in cui il pubblico impiego è davvero sottodimensionato? Sarebbero stati di meno, ma sarebbero stati reali, utili, stabili, e persino, se ci si fosse impegnati in tal senso, meritocratici.

O il problema era che così non si potevano gridare tanti slogan dal balcone, non si potevano sollecitare i voti di così tante persone, non si potevano dare soldi a pioggia a mezza Italia, anche a chi li aspetta come beneficio clientelare in cambio di nessuna fatica?

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domenica 23 Settembre 2018, 11:23

A proposito della storia di Tokyo

Nel grande museo sulla storia cittadina situato oltre il fiume Sumida, nel quartiere in cui nacque e visse Hokusai, quest’anno c’è una mostra per celebrare il centocinquantesimo anniversario dalla fondazione di Tokyo. A questo punto dovreste stupirvi: davvero Tokyo, la più grande megalopoli del pianeta, è stata fondata solo nel 1868?

La realtà è che Tokyo è una città fondata tre volte. Nacque la prima volta nel 1457 come castello fortificato, vicino a un piccolo villaggio di pescatori, col nome di Edo e col ruolo di sede di un clan minore.

Nacque la seconda volta quando nel 1590 il castello abbandonato fu acquisito da Ieyasu Tokugawa, che ne fece la propria sede feudale e iniziò enormi lavori di fortificazione e risistemazione di tutta l’area, deviando fiumi e reclamando terra dal mare; nel frattempo, a forza di vittorie in battaglia, Tokugawa divenne il primo shogun del Giappone e Edo divenne la capitale di fatto del Paese, ma non di nome: anche se lo shogun come “taikun” era il vero regnante, formalmente l’imperatore restò in carica e continuò a risiedere a Kyoto.

Nacque per la terza volta quando nel 1868, dopo la guerra civile seguita all’apertura del Giappone all’estero dopo l’arrivo delle cannoniere americane, il restaurato imperatore Meiji decise di elevare la città anche formalmente al grado di capitale, cambiandole il nome in Tokyo, cioé “capitale orientale”. Se chiamare la capitale “capitale orientale” vi pare un po’ troppo descrittivo, ricordate comunque che anche Pechino e Nanchino vogliono dire semplicemente capitale del nord e capitale del sud.

Alla fine, la fondazione vera è probabilmente la seconda, che rappresenta un po’ quello che per Torino rappresentò il trasferimento della capitale del ducato di Savoia. Risale a quell’epoca la forma attuale del centro “storico” della città, con la sua rete di fiumi e canali concepiti originariamente come difese del castello, compreso il primo storico ponte che collegava il castello alle strade verso nord, il Nihonbashi (ponte del Giappone). Ed è proprio con la famosissima veduta del monte Fuji dal Nihonbashi, dipinta anche da Hokusai, che vi lascio andare: peccato che negli anni ’60 abbiano deciso di costruirci sopra una superstrada.

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mercoledì 27 Giugno 2018, 17:40

Travaglio Fede

L’ho già detto altre volte, ma io alla famiglia Travaglio sono legato da un rapporto, ancorché non particolarmente stretto (non li sento da un paio d’anni), che va oltre la politica. Li ho conosciuti già nel secolo scorso, prima che Marco andasse da Luttazzi e diventasse Marco Travaglio; sono stato a casa loro, anzi nel 2010, per le regionali, andai personalmente a casa dei genitori a portare una pila di volantini. Lo stesso rapporto affettivo c’è con il Fatto Quotidiano in generale; andai a Milano da Peter Gomez a discutere di progetti Web ben prima di diventare un politico, e lo ricordo prendere la parola a mio favore durante una puntata della Zanzara.

Eppure, quando oggi ho letto l’editoriale di Travaglio intitolato “L’Olimpiade dei cretini”, non sapevo bene se mettermi pietosamente a ridere o se incazzarmi. Praticamente, dopo una lunga premessa, l’editoriale è dedicato a dire che sì, le Olimpiadi sono tradizionalmente un disastro economico per le città che le ospitano e la fonte di sprechi e corruzione (e di finanziamento alle mafie, aggiungo io, anche se Travaglio pare esserselo dimenticato), però se le fa il M5S è diverso.

Contrordine compagni, abbiamo sempre detto che le Olimpiadi erano uno spreco ma ora abbiamo scoperto che portano ricchezza! E le riolimpiadi a cinque stelle saranno diverse, perché magicamente gli impianti abbandonati, ormai in gran parte ridotti a ruderi irrecuperabili (lo diceva anche il buon Pagliassotti in questo servizio di quattro anni fa di un giornale che curiosamente si chiamava proprio come quello di Travaglio), saranno ricostruiti con la sola imposizione delle mani e senza alcuna spesa, e non ci saranno sprechi e corruzione, no no.

Pur di promuovere il grande affare, Travaglio arriva a prendersela con i consiglieri comunali del M5S che si sono permessi di fare il loro lavoro e chiedere di vedere e discutere la candidatura prima di inviarla, visto che il dossier di Torino 2026 è noto a Travaglio, ad Appendino, a Grillo, a Christillin, Chiamparino e compagnia bella, ma non al consiglio comunale e ai torinesi, che dovrebbero essere gli unici a decidere. Nella teorica democrazia diretta del M5S, i cittadini avrebbero dovuto decidere tramite un referendum; ma anche in quella rappresentativa attualmente in vigore, è il sindaco ad obbedire ai consiglieri comunali e non l’opposto. Ma Travaglio, fregandosene della democrazia, gli dà invece direttamente dei cretini.

Questa è la degna conclusione di una involuzione che dura ormai da qualche anno, in parallelo alla presa del potere da parte del M5S, con cui Travaglio si è trasformato da vittima dell’editto bulgaro a megafono del nuovo potere pentastellato, diventando per Di Maio ciò che Fede fu per Berlusconi. Il Travaglio di vent’anni fa se la prendeva coraggiosamente contro il potere, contro Berlusconi presidente del Consiglio, contro le mafie; il Travaglio di oggi fa killeraggio politico, prendendosela con una manciata di persone normali, sconosciute ai più, che hanno l’unico torto, dopo aver mandato giù tanti tradimenti del programma e delle promesse fatte ai cittadini, di aver concluso che quello sulle Olimpiadi è talmente clamoroso da non poter essere lasciato passare. Non c’è niente di coraggioso in quel che fa il Travaglio di oggi; anzi, è un attacco funzionale al potere e del tipo peggiore, quello fatto dai potenti non contro altri potenti, ma contro chi non ha i mezzi mediatici per potersi difendere.

Ma questo attacco scomposto a mezzo stampa è anche, secondo me, controproducente per lo stesso blocco di potere confindustrial-chiampa-grillino che vuole le Olimpiadi: perché più i consiglieri che si oppongono alle Olimpiadi vengono insultati e derisi, più perderanno la faccia se faranno marcia indietro, visto che ormai sarebbe come ammettere “sì, siamo dei cretini”. Già in molti dicono: vedrete che cederanno perché alla fine sono interessati alla poltrona, è gente senza arte né parte che ha bisogno dello stipendio da politico per vivere, pronta a obbedire a qualsiasi ordine. Se alla fine il dissenso rientrerà, questa sarà l’immagine che resterà attaccata ai consiglieri.

In politica, alla fine, i compromessi impossibili sono all’ordine del giorno; eppure sarebbe bello, un sussulto del Movimento che fu, vedere davvero uno scontro finale su un tema così importante e così simbolico. Al di là degli slogan e delle rivendicazioni di circostanza, e molto al di là delle questioni personali, questi sono stati due anni sempre più tristi per tutti i sostenitori di un tempo, per chi credeva in un sogno di cambiamento che, ormai è chiaro, non si è realizzato e non si realizzerà. Se anche i consiglieri staccassero la spina a questa tristezza, non sarebbe certo un male.

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