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venerdì 8 Novembre 2019, 18:37

Rocketman è meglio di Bohemian Rhapsody

Dunque, sul volo del ritorno dal Canada ho finalmente visto Rocketman, e dunque ora posso rispondere anch’io alla domanda cinematografica dell’anno: ma Joaquin Phoenix vincerà l’Oscar? No, scusate, intendevo: ma è meglio Rocketman o Bohemian Rhapsody?

Ecco, è meglio dire da subito (io non lo sapevo) che si tratta di due film completamente diversi: Bohemian Rhapsody è una biografia, Rocketman è un musical. E’ vero, Rocketman racconta la storia e la carriera di Elton John dall’infanzia fino agli anni ’80, ma bastano i primi cinque minuti, in cui penserete di stare vedendo La La Land in London, a farvi capire che qui cantano, ballano e ogni tanto volano pure come in un fottuto film Disney.

Questa, però, è anche la forza del film: perché alla fine, se da Bohemian Rhapsody mettete un attimo da parte la strepitosa performance di Rami Malik e le canzoni dei Queen e vi concentrate sulla sceneggiatura e sui dialoghi, cioé sul cuore di qualsiasi film, ecco, Bohemian Rhapsody si riduce alla triste agiografia dell’avvocato dei Queen, con più scene in cui lui spunta dal nulla e impone le mani per salvare il mondo mentre quei quattro rockettari dalla sessualità comunque dubbia lo guardano adoranti.

Oddio, alla fine anche Rocketman forse si può ridurre all’obiettivo di far cantare di nuovo I’m Still Standing a Taron Egerton, come già aveva fatto in Sing, il secondo film d’animazione più sottovalutato del decennio dopo il meraviglioso quanto mal promosso Kubo-e-non-so-che-cavolo-ci-hanno-messo-in-italiano-per-allungare-il-titolo-che-se-no-si-confondeva-con-un-furgone. Ma tornando a Rocketman, il punto è che se anche gli togli il fanservice (e Bohemian Rhapsody è invece puro fanservice dal primo all’ultimo minuto, senza quello non c’è niente) Rocketman resta un film con ambizioni artistiche più che sostenibili, un musical su un ragazzino di grande talento e grande successo ma a cui manca l’amore. Ok, quindi bastava che rimandassero in sala Tommy e saremmo stati tutti più felici (e non a caso in Rocketman Pinball Wizard c’è), ma anche così, dai, sono passati 45 anni, se anche scopiazzi il soggetto da te stesso e dai tuoi amici non se ne accorgerà nessuno.

Questa scelta è comunque molto coraggiosa, perché togliendo il fanservice Rocketman spiazza proprio il suo pubblico predestinato, quello dei fan di sir Elton (e ai più giovani magari sir Elton dice poco, ma è stato il musicista più venduto al mondo per tutti gli anni ’70 o quasi). Infatti in giro è pieno di recensioni di fan che gli danno quattro, perché è impossibile, è uno scandalo, al famoso concerto del Troubadour che si vede nel film lui non ha mica davvero suonato Crocodile Rock, che anzi non era ancora stata composta; e come mai non si parla degli arrangiamenti, delle evoluzioni stilistiche, delle note sul retro della prima edizione in vinile del quarto album (sapete, i fan sono così). E oltretutto, visto il soggetto ci si aspetterebbe anche un film pieno di manzi e di lingue al verde, ma – a parte Crudelio Demon, l’inevitabile manager cattivo di tutti i film sulle band – non si vede nemmeno granché da quel punto di vista (o forse non lo si vede nell’edizione Air Canada).

Insomma, Rocketman è soprattutto un film coraggioso, che invece di fare una puntata lunga di Techetechetè sulla musica di Elton John prova a fare qualcosa di originale e di artistico, e ci riesce anche piuttosto bene. Già solo per questo, per me è un grande sì.

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sabato 12 Ottobre 2019, 12:21

Segnali di resa

Come sapete, non ho mai simpatizzato per la politica dell’accoglienza a prescindere e delle frontiere spalancate, ma nemmeno per il razzismo o per l’idea di una società “pura” e monoculturale. Tra i due estremi, ho sempre pensato che comunque ci fosse più illuminazione e futuro in chi vuole accogliere, rispetto a chi vuole rifiutare. Eppure, più passa il tempo e più mi preoccupo dei segnali che vedo: i segnali di una resa progressiva della società europea a chi, venendo da culture diverse dalla nostra, vorrebbe cancellarne i principi di laicità e modernità.

A differenza del razzismo, generalmente sguaiato e immediatamente visibile, i segnali di resa sono seminascosti; ne parlano solo i media di “centrodestra”, e siccome spesso li esagerano in maniera indegna, con titoli acchiappaclick da vomito, viene facile ignorarli del tutto. Ma sotto il titolo c’è comunque un fatto reale, il comportamento di una parte di società – ben inserita e sovrarappresentata ai vertici delle nostre istituzioni – che non capisce che all’aggressione antica, atavica, di un millenario istinto di sopraffazione tipico di tutte le religioni monoteiste (oggi in Europa il problema è l’integralismo islamico, ma il cristianesimo lo è stato mille volte) bisogna rispondere con la forza e con la fermezza, non con la dolcezza e con la tolleranza. E invece, si scopre che i terroristi islamici arrivano facilmente fino nei posti più delicati della struttura statale, quelli vitali per combatterli, perché nessuno ha il coraggio di buttar fuori un poliziotto al primo segno di radicalizzazione, perché “oddio poi è razzismo”.

Il razzismo c’è, è un problema che è necessario risolvere per costruire una società pacifica nel futuro, ma è troppo semplice dire che l’unico problema culturale fondante della società di oggi sia il razzismo. Anche solo dai simboli, persino quelli più banali come la nazionale di calcio (il più sacro simbolo laico nazionale a livello popolare) improvvisamente presentata come una fila di modelli mulatti vestiti di verde, o dalle reazioni scomposte all’idea che un commissariato europeo abbia nel suo nome la difesa dello stile di vita europeo, si capisce che davvero abbiamo un altro grosso imprescindibile problema che ci può ipotecare il futuro: quello di non sapere più chi siamo, quali siano i nostri simboli e i nostri valori, e cosa ci distingua dal resto del mondo, specialmente da quel resto del mondo, gran parte di esso, che passa la vita ad ammazzare ed ammazzarsi l’un l’altro.

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martedì 24 Settembre 2019, 21:17

La triste verità sull’ambiente

Vi giuro, non volevo parlare anch’io di Greta Thunberg, ma mi sembra che siate tutti abbastanza fuori strada, divisi tra sostenitori e critici. Ma lei è solo una ragazzina, e per quanto lodevole non può salvare il mondo, perché non ha la minima idea di come funzioni davvero. Greta che grida, piange e attacca i politici rassicura esattamente come rassicurava Grillo, suggerendo soluzioni semplici a problemi complessi, ma con un piccolo problema: non funzionano.

E’ duro sentirselo dire, ma per quanto sia giusto mettere in atto ogni passo possibile contro il cambiamento climatico, non esiste una soluzione che sia efficace, immediata e socialmente sostenibile. Esistono soluzioni parziali che miglioreranno le cose piano piano, forse troppo piano per la scala del problema. Accelerare più di tanto, però, non è fattibile, e non per cattiveria dei politici o per ingordigia degli industriali.

Semplicemente, al momento l’umanità non dispone di tecnologie e risorse sufficienti a garantire neanche lontanamente il nostro stile di vita ma a emissioni zero. E non è una questione di cambiare la macchina, di riciclare la plastica o di non andare in vacanza in aereo – quelle, permettetemi, sono meritorie cagate. E’ tutta la nostra organizzazione sociale – la creazione e distribuzione del cibo, la generazione di energia, le attività che permettono a ognuno di guadagnare i soldi con i quali sopravvivere – che non può prescindere dall’inquinamento.

Oggi, vivere tutti a emissioni zero – e non solo una manciata di ricchi con abbastanza soldi per mangiare vegano e comprare una Tesla – vorrebbe dire vivere molto peggio e in molti casi morire di fame, innanzi tutto nei paesi non occidentali, che già oggi generano due terzi delle emissioni e hanno ancora meno alternative di noi.

Per cui, fate attenzione a che Greta non vi intrattenga troppo, distraendovi dal vero problema: siamo davvero disposti, tutti, a rinunciare in profondità al livello di benessere materiale che abbiamo raggiunto, e non solo per due o tre cose superficiali? Io penso di no, e quindi, quale politico potrebbe mai porsi come obiettivo una cosa del genere? E’ impossibile; è solo possibile tirare avanti minimizzando i danni, e sperando che, ancora una volta, l’umanità riesca a cavarsela.

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domenica 8 Settembre 2019, 18:54

Festival delle sagre 2019 – Giorno 2 – La recensione

Bene, dopo la recensione di ieri potevo lasciarvi senza i piatti di oggi? Ovviamente no. E vi confesso subito un’altra cosa: ho fatto ciò che non andrebbe fatto, e oggi sono andato in auto, perché dovevo poi fare altre commissioni in zona. E’ andata bene perché sono arrivato presto, prima delle 10, approfittandone per vedere la minima ma interessante mostra sull’usura medievale presso il Museo Diocesano; quindi ho evitato la tradizionale coda in uscita al casello di Asti Ovest, e sono riuscito a parcheggiare in centro – due cose che normalmente sarebbero impossibili. Ho però dovuto rinunciare quasi completamente al vino, e già questo è un buon motivo per venire in treno.

Senza ulteriore indugio, ecco i piatti di oggi; in buona parte sono dei classici, resi possibili anche dall’essere arrivati presto e aver fatto il giro alle varie casse a comprare quasi tutti i tagliandini entro le 11:20, prima che iniziasse la distribuzione. Volendo avrei persino potuto prendere le tagliatelle al tartufo, uno dei sacri graal delle sagre (scusate il paragone, ma camminando per il centro ho scoperto che la Grotta di Merlino si è espansa e ha aperto pure ad Asti). Ma mi sono limitato. Ah, e se vi sembra troppa roba, sappiate che oggi eravamo in due a dividercela.

1. Tajarin di mais ottofile con ragù di salsiccia (Antignano) – 8

Un superclassico che non delude mai; la differenza secondo me la fa il sugo, che ha quell’accento in più che li distingue dalle offerte concorrenti. Vista la lunga coda, va preso per primo ed è uno dei posti in cui mettersi a fare la coda al ritiro prima che aprano; la coda è già lunga ma quando iniziano a servire poi sono veloci.

2. Bollito misto (Moncalvo) – 9

Vedi la recensione di ieri; l’ho talmente decantato che Elena ha voluto mangiarselo, ma sapendo che lì anche al ritiro si sarebbe formata una lunga coda, l’abbiamo ritirato subito e usato da antipasto (come peraltro si fa spesso anche col fritto misto).

3. Involtini di peperone con tonno e acciughe (Motta di Costigliole) – 8,5

Anche questo deriva da ieri, e avendolo riprovato (perdipiù con zero coda) gli ho anche dato mezzo voto in più. Diventerà un mio piatto fisso.

4. Lasagnette della vigilia (Castello d’Annone) – 9

Ogni assiduo frequentatore delle sagre ha il suo piatto del cuore e per me è questo. In pratica, si tratta di una lasagnona di pasta all’uovo tagliata a pezzettoni, condita con una specie di bagna caoda molto acciugosa, piuttosto agliosa, e completata da un certo laghetto di olio (e burro?). Non delude mai, ed è pure comoda perché è l’unico stand in cui oltre ai tagliandini ti danno un numero progressivo, per cui se la compri all’inizio puoi presentarti dopo mezz’ora, quando davanti allo stand c’è già un grumo di gente e stanno disperatamente cercando il sessantasette, e agitarti da un lato dicendo “ehi, io avevo il diciannove!” e venire servito su due piedi.

5. Cotechino e purea di ceci (Cantarana) – 8,5

Questo è un piatto che nessuno conosce e che invece merita molto, almeno se vi piace il cotechino. La carne è di notevole qualità, e la purea di ceci, che ha il gusto della farinata ma la consistenza del puré di patate, ci si sposa benissimo. Avrete anche il pane per pulirla per bene…

6. Tomini elettrici (Cantarana) – 7

I tomini erano meglio della media del tomino da ristorante, del genere più cremoso che solido, e con sopra un ottimo bagnetto, elettrico (agliato e piccante) al punto giusto. Però alla fine, tra tante cose particolari, secondo me finiscono per perdersi un po’.

7. Tonno di coniglio (Serravalle) – 7,5

Il tonno di coniglio è un altro piatto piemontese piuttosto difficile da trovare, anche perché la sua preparazione richiede davvero tanta fatica – immagino poi fatto su scala delle sagre… Io lo apprezzo e lo mangio volentieri, e qui il suo guazzetto di olio e pepe, che poi è ciò che dà senso al piatto, era molto buono; però la carne era un po’ troppo sbriciolata e rimasta un po’ dura. Comunque complimenti a quelli di Serravalle per la voglia – è un’altra cosa che prendo regolarmente.

8. Gnocchi alla cunichese (Cunico) – 7,5

Un altro piatto che provoca sempre l’assalto; e son buoni, eh. Il sugo cunichese (non meglio specificato) è un pomodoro che probabilmente ha anche un po’ di carne dentro. Nel complesso, però, non mi hanno esaltato, forse anche perché ero già un po’ pienotto. La fila del ritiro era anche lunga ma molto veloce, insomma è un piatto fattibile come rinforzino a metà.

9. Panna cotta al miele d’acacia (Moncalvo) – 8,5

Anche questo un bis da ieri, di nuovo eccelso; e se fare la panna cotta è facile, fare un’ottima panna cotta non lo è affatto.

10. Bonet (Revignano) – 8

Tanto per cominciare, questo è un bonet. Non è un budino, non è una mousse di cioccolato, non è un crumble di amaretti, non è un creme caramel al cioccolato: è un bonet, e anche se ci si aspetterebbe che in Piemonte tutti capissero la differenza, il ristorante medio ti rifila regolarmente un budino. Il bonet di Revignano, poi, è collaudatissimo e impeccabile, e nonostante io sia dell’antitetica e incompatibile parrocchia della panna cotta, è comunque impossibile non apprezzarlo. E poi, c’era sempre quell’ottimo moscato in abbinamento…

Il conto di oggi, con due bicchieri di vino, e prendendo uno di tutto ma due tajarin e due lasagnette, è stato di 46,40 euro in due: direi più che onesto.

Ora avrei finito fino all’anno prossimo, ma per concludere, permettetemi una domanda: ma secondo voi, uno (e non uno solo) che arriva davanti a due cassonetti marchiati rispettivamente “PIATTI E POSATE USA E GETTA” e “CARTA” e getta i piatti sporchi nel cassonetto della carta, che problema mentale ha?

Ok, sicuramente sono i più tamarri di tutti, quelli che arrivano dalle periferie gobbe di Torino e si riconoscono per due cose, ovvero 1) si mettono in coda per la friciola di Mombercelli e 2) la chiamano “friciùla”. Ma insomma, sapranno almeno leggere le scritte a caratteri cubitali sui cassonetti? Evidentemente no.

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sabato 7 Settembre 2019, 22:37

Festival delle sagre 2019 – Giorno 1 – La recensione

Normalmente, al festival delle sagre di Asti vado la domenica a pranzo: c’è un po’ meno gente e c’è tutto il pomeriggio per digerire. Stavolta, tuttavia, trovandomi solo a Torino il sabato sera, ho deciso di raddoppiare, avendo così modo di sperimentare un po’ di piatti che normalmente non prendo (i piatti interessanti sono molti di più di quelli che un umano possa mangiare in un pasto…). E così, a grande richiesta, ecco la recensione.

Prima, volendovi bene, i dettagli logistici. Ovviamente ad Asti si va in treno, per la precisione col treno delle 17:30, che ti scarica lì alle 18:05; sedendosi sulla seconda carrozza dalla cima, si scende proprio davanti al sottopassaggio e si batte la folla. Arrivando a quell’ora, si ha il tempo di acquistare gli scontrini per un po’ di piatti quando c’è ancora poca coda, prima che inizi la distribuzione alle 18:30 (facciamo alle 18:36, maledetta banda dei bersaglieri e la sua inutile esibizione extra-lunga quando tutti volevamo solo il via per mangiare); e questo fa risparmiare molto tempo dopo.

Certo, alle 18:15 la coda alla cassa del fritto misto era già così:

Ecco, ma fatevelo dire: non andate al festival delle sagre per prendere il fritto, o quelle altre due o tre robe che tutti vogliono, tipo gli agnolotti del plin o le tagliatelle al tartufo. C’è tanta altra roba ottima con molta meno coda, e quei piatti lì potete reperirli alle sagre dei singoli paesi, o dal vostro spacciatore monferrino di fiducia (che nel nostro caso, per il fritto, è il Nuovo Cicòt di Molinasso di Frinco – un posto stile Rubio definito “nuovo” perché la sala è stata rifatta negli anni ’70). Ma ogni volta vedo le maree di folla in coda per la friciola di Mombercelli, che poi sarebbe un maledetto gnocco fritto con salumi come alla festa dell’Unità di Bologna, e insomma, va bene a quelli di Mombercelli che ci fanno il 70% del PIL annuale di tutto il paese, ma davvero non vi capisco.

Veniamo dunque ai voti per i miei acquisti di questa volta, recensiti in ordine di ingurgitazione (considerate che alle 18:22 io già possedevo gli scontrini per tutto tranne i tajarin).

1. Crostone al lardo (San Marzanotto) – 6,5

Di tutto, è quello che mi ha convinto di meno: il pane non sa decidersi se essere morbido o croccante ma comunque è gnecchetto, e la pappa di lardo non è abbastanza sottile da sciogliersi e non è abbastanza spessa da soddisfare il morso. Non male eh, ma non lo riprenderei.

2. Crostone al bagnetto con acciuga (San Marzanotto) – 7,5

Questo era già meglio, il bagnetto era buono e le acciughe erano carnose, ma resta il problema del pane.

3. Involtini di peperone con tonno e acciughe (Motta di Costigliole) – 8

 

Alla Motta hanno iniziato male: pur con una manciata di persone in coda son riusciti a farmi aspettare dieci minuti per un piatto che doveva essere pronto, ma in realtà c’era una signora (una sola) che estraeva gli ingredienti da un cassone e li impiattava piano piano. E però, valeva la pena: era veramente buonissimo. Deve piacervi il povron… io domani però lo riprendo.

4. Tajarin al sugo di carne (Boglietto di Costigliole) – 7

Questa è stata una improvvisazione, perché nei miei pre-acquisti mancava un primo, e passando davanti allo stand non c’era grande coda. Erano buoni, ma niente di indimenticabile: se ne avete voglia e non volete fare la coda per altri primi più rinomati, come gli ottofile al coniglio, possono essere un buon filler, un po’ come quelle canzoni nate per fare il terzo brano del lato B del disco.

5. Salsiccia alla barbera (San Damiano) – 8

Questa è stata la sorpresa positiva della serata. L’ho presa come secondo secondo, per curiosità e perché non c’era tantissima gente, pensando: ok, è salsiccia, che vuoi che sia? E invece era notevole: era in un sughetto addensato che restituiva il fondo di vino e un ricco mix di verdure, e la salsiccia era solida e piacevole al morso. Veramente buono anche il nebbiolo che offrivano in accompagnamento.

6. Bollito misto (Moncalvo) – 9

Su un voto così alto ho riflettuto a lungo, perché della Pro Loco di Moncalvo sono un affezionato, e ogni volta (questa compresa) ci scappa pure la chiacchierata col sindaco, che è un sant’uomo che troverete tranquillamente alle sagre a buttare l’immondizia e servire i piatti, e insomma non vorrei esser di parte. Ma no, il bollito stavolta era veramente eccelso; la testina in particolare era grassa al punto giusto, piacevolmente appiccicosa; il cotechino sapeva di carne e di spezie, e non di trito per gatti; e il bagnetto era bagnetto, non pesto, non ketchup, non prezzemolo caramellato. E poi, una sleppa di ottima carne per dodicimila lire… Andate subitissimo a fare lo scontrino, che poi la coda per il ritiro è umana anche dopo; e godetevelo senz’altro. (L’unica osservazione è che io avevo una mano sola e loro mi han dato le posate in un sacchettino di plastica; senza un posto su cui appoggiarsi, aprire il sacchettino e tagliare la carne era una mission impossible.)

7. Panna cotta al miele d’acacia (Moncalvo) – 8,5

Sarà che me l’ha servita il sindaco, ma era ottima la panna cotta e ottimo il miele: un’altra cosa che domani riprenderò (tanto la panna cotta ha una cassa a parte).

8. Zabajone al moscato con savojardi (Revignano) – 7,5

Questo è un superclassico delle sagre, e ci sta giusto bene a riempire quel buchino che ti rimane quando è ora di avviarti al treno. Lo zabajone è inappuntabile come sempre, i savoiardi però non mi hanno detto granché, mi son sembrati anche un po’ secchetti. Notevolissimo invece il moscato offerto in abbinamento, per chiudere è perfetto.

Conto:
– Crostone al lardo 2,00€
– Crostone bagnetto e acciughe 2,50€
– 1 bicchiere di barbera 1,00€
– Involtini di peperone 3,00€
– Tajarin al sugo di carne 3,50€
– Salsiccia alla barbera 4,00€
– 1 bicchiere di nebbiolo 2,00€
– Bollito misto 6,20€
– 1 bicchiere di barbera 1,00€
– Panna cotta 2,00€
– Zabaione 2,00€
– 1 bicchiere di moscato 2,00€
Totale: 31,20€

Insomma, nonostante i nemici della contentezza abbiano imposto un inusitato rincaro del bicchier di vino da 0,50€ a addirittura due euro in certi casi, alla fine ci si abboffa di robe buone, ci si sversa a sufficienza e si osservano con scherno un sacco di clueless tamarroes per un prezzo più che accettabile (aggiungeteci 10,50€ per il regionale a/r). Con buona pratica e sinuoso scivolamento di code, io alle 19:54 ero sul treno del ritorno, e sono arrivato a casa prima delle nove.

Bene, per oggi ̬ tutto, e ci vediamo domani a pranzo Рe ricordate: dotatevi della mappa sul cellulare e pianificate le vostre mosse; se siete in due, parallelizzate le code (uno alla cassa e uno al ritiro); e osservate bene la situazione prima di piazzarvi, perch̩ quasi sempre le casette hanno una coda/un lato pieno di gente e un altro lato che fa lo stesso servizio ma con molta meno coda. E poi divertitevi!

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giovedì 5 Settembre 2019, 13:56

Bella gente al Regio

Ieri mi hanno portato al Teatro Regio a vedere un bel concerto di musica classica. Volevo raccontarlo, ma siccome non ho tempo, l’ho fatto fare a una intelligenza artificiale, appositamente allenata con tutti gli articoli di Bruno Gambarotta per Torinosette; ed ecco cosa ha prodotto.

“Ieri sera sono andato al Regio a vedere l’inaugurazione di Settembre Musica. Tanta bella gente, un teatro tanto bello neh! Offrivano persino caffé e cioccolatini all’ingresso. C’erano tutti: signori, signore, politici, imprenditori, ereditieri e ereditiere, belle madame vestite eleganti, gli ospiti dell’Opera Pia Lotteri al completo.

Entriamo, ci sediamo, certo che il nostro teatro è proprio una bomboniera! Dopo un po’ arriva l’orchestra, si siedono tutti, ma c’è un attimo di panico: ne manca uno, proprio lì davanti in prima fila! Com’è, come non è, alla fine tutto si risolve: arriva l’orchestrale mancante e tutti lo applaudono per ringraziarlo di essere venuto.

A quel punto inizia la musica… e invece no! Proprio come alla sagra della tinca di Valfenera, sale sul palchetto il presentatore, solo che invece di annunciare i Divina e DJ Robertino, si mette a spiegare che adesso suoneranno un concerto di Beethoven, che però sembra uno di Mozart, e le madame dietro di me si chiedono allora perché fare un concerto di Beethoven se volevano suonare Mozart, e nessuno lo sa, che la musica classica è una roba di finezza, da specialisti!

Insomma, presenta che ti presenta, passano dieci minuti e finalmente il presentatore dichiara aperte le danze e se ne va. A quel punto tutti trattengono il fiato, che devono arrivare i maestri, e infine è così, ma con la sorpresa neh! Infatti arriva un vecchiettino tutto impaludato, che si muove talmente piano che sembra pure lui un ospite dell’Opera Pia Lotteri, e gli orchestrali lo sorreggono: è il famoso direttore d’orchestra indiano, Ermal Meta. Ma dietro di lui, improvvisamente, una gattara!

Arriva insomma questa tizia sui settant’anni, tutta scarmigliata, coi capelli grigi lunghi e spettinati, una magliettina, e una gonnellona a fiori fin per terra di quelle che costano dodicimila lire al mercato di piazza Benefica, e sembra che abbia appena posato le crocchette della colonia felina di via Moretta e sia salita lì sul palchetto per ballare, in attesa di un cascamorto o di altri gatti da portare a casa. E invece si siede lì e niente, gli altri iniziano a suonare, la musica di Mozart di Beethoven si sviluppa sinuosa come le gobbe delle piste del Melezet, e lei lì, seduta sullo sgabello che pensa ai suoi gatti.

Passano così cinque minuti buoni senza che faccia niente, che ti chiedi se forse i gatti non sono dentro il pianoforte e lei è lì per cambiargli l’acqua, ci sarà una pausa, insomma succederà qualcosa. E invece a un certo punto inizia a suonare, e suona bene eh! Incredibile che una gattara suoni il piano così bene. Tutti sembrano stupiti, ma è il miracolo dell’arte, che anche le persone più umili se hanno il talento possono finire al Regio a suonare davanti agli assessori del Comune e della Regione.

E così la prima parte finisce in tripudio, tutti che applaudono che nemmeno al gol di Torrisi, e al gol di Torrisi venne giù il Comunale eh! Applaudono talmente che lei si ispira e improvvisamente suona una roba imprevista che nessuno sa cos’è. Le madame più fini dicono: sembra un tedesco dell’Ottocento, Schumann, Schubert, Schumacher, uno così! E poi ne suona anche un’altra, però ci dicessero cos’è che così cerchiamo il disco, che era proprio bella. Tutti applaudono ancora, uno le porta anche dei fiori, lei fa un gesto come a dire “grazie, ben gentili, ma scusate che domani c’ho i mici da accudire, buona notte!”, e se ne va.

Poi c’è la pausa, andiamo fuori e c’è l’intermezzo Lavazza, con cui anche noi possiamo suonare: ci danno una bacchetta e ci fan suonare le tazzine a ritmo di samba come gli indiani gentili del Mato Grosso, che bella pensata! Non so chi faccia le promozioni di Lavazza ma dev’essere un genio, ad apporre suoni di tazzine e bonghi dopo Mozart di Beethoven, ci stavano bene come il cacio sulle linguine all’astice.

Dopo un po’ manca per un attimo la luce: come nei migliori dormitori delle caserme, è il segnale di tornare dentro. Ci sediamo e c’è solo più Ermal Meta, che ci dà le spalle seduto su un seggiolone alto e vuoto, che sembra gli manchi solo il tupin sotto per fare la cacca senza alzarsi, che poveretto a quell’età ha sicuramente dei problemi, neh!

Dunque la seconda parte è tutta di musica francese. Si capisce che è francese perché, vista anche l’ora tarda, dopo dieci minuti dormiamo tutti. Il compositore francese le prova tutte per vincere la noia, fa i pianissimi, i fortissimi, gli adagi, gli allegri, gli allegretti, tutto il campionario ma niente, una noia, signori miei! All’ultima parte si capisce che è indispettito che tutti dormano, allora fa suonare tutti insieme, gli archi, i fiati, i tamburi, persino le campane che ci siam chiesti se bruciasse di nuovo il Duomo, e invece no, c’era proprio una campana sul palco! Ma compositore caro, non si spaventa così la gente alle undici di sera, che già ho la pressione alta, e il dottore mi dice che devo evitare gli sforzi.

E insomma, è stata una bella serata, e lasciate perdere quei maicontent che dicono che Torino è una città morta: è viva, vivissima! Che siamo usciti fuori alle undici e un quarto ed era persino ancora aperta la metro. Altro che la città grigia degli anni settanta: e son sicuro che a Milano, un concerto così se lo sognano!”

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martedì 4 Giugno 2019, 13:31

La sinistra baciapile

Ci fu un tempo, tra gli anni ’60 e ’70, in cui la sinistra italiana prese forza rispondendo a una richiesta di progresso sociale. Una parte dei temi erano economici: i diritti sul lavoro, la redistribuzione delle ricchezza tra le classi sociali, le opportunità di educazione e crescita per tutti. Una parte, però, erano sociali; l’Italia era allora una società chiusa e fortemente cattolica, e questo si rifletteva in termini oppressivi sulle donne, sugli omosessuali, sui diversi di ogni genere, a partire dai divieti sul divorzio e sull’aborto.

In quell’epoca fu soprattutto la sinistra ad abbracciare questa battaglia, concentrandola su un principio fondamentale: la laicità dello Stato. Non era un principio nuovo, perché la battaglia per l’affrancamento dalla religione di Stato inizia nell’Ottocento, dopo l’era napoleonica, con la carboneria e con i grandi liberali alla Cavour. Nell’Italia repubblicana, però, l’area laica e liberale è sempre stata molto ridotta; e fu quindi la sinistra a essere determinante.

Fino a vent’anni fa, dunque, ricondurre la religione a un affare privato, garantendo piena libertà di culto a tutti purché nessuno pretendesse di usare lo Stato per imporre il proprio credo agli altri, era una bandiera delle forze di sinistra; e questo ha indubbiamente portato un grande progresso sociale, che si è tradotto in una vita migliore, più indipendente e più libera per tutti. In quell’epoca, un politico di sinistra, pur accettandole, non avrebbe mai esaltato la classica processione della statua della Madonna per le strade, o una pubblica piazza piena di persone in preghiera; perché la religione deve rimanere un affare privato, confinata nelle case e nei luoghi di culto.

Questo, però, è velocemente cambiato negli ultimi vent’anni; e ora siamo ai politici di sinistra che postano citazioni di papa Francesco ogni tre per due, e si esaltano di fronte alle foto della fine del Ramadan, cerimonia religiosa che diventa talmente pubblica da occupare un intero parco e da bloccare il traffico in tutta Torino nord. E sono proprio quelli della sinistra più radicale – e, a Torino, della sinistra del M5S – ad esaltarsi di più; ne sono testimoni le deliranti dichiarazioni dell’assessore Giusta su quanto sia bello e giusto festeggiare la Repubblica in moschea.

Alla fine, questo è un altro effetto del sostegno acritico all’immigrazione senza limiti, per cui l’idea di porre un qualsiasi limite alla pratica pubblica dell’Islam – che è cosa ben diversa dal discriminare gli immigrati – viene equiparata al razzismo; e siccome limitare l’invadenza dell’Islam sarebbe razzismo, ma non si può privilegiare una religione sulle altre, non si può nemmeno limitare l’invadenza della Chiesa Cattolica.

E però, questa demolizione del principo di laicità proprio da parte di chi l’ha sempre sostenuto non è senza conseguenze. E’ un altro tassello della trasformazione della sinistra in una forza conservatrice e reazionaria, non solo sul piano economico, ma anche sul piano sociale; perché la conseguenza dell’accettare la religione nella sfera pubblica è il continuo arretramento sulla libertà e sui diritti di chi religioso non è, un film già visto peraltro negli ultimi decenni in tutto il mondo islamico, da Iran e Afghanistan al Nord Africa, e in tutto l’Est Europa cattolico, a partire dalla Polonia; è l’imposizione culturale, prima ancora che legale, di vestiti sempre più lunghi, di aborti sempre più difficili, di mogli e di figlie sempre più oppresse.

Se la sinistra fa la destra, il risultato è che le elezioni vanno alla destra vera; e se oggi abbiamo Salvini che bacia il crocefisso e prende una marea di voti, è anche per questi vent’anni di progressivo divorzio tra la sinistra e la laicità. Sotto la doppia pressione degli imam e dei vescovi, la società italiana avrebbe davvero bisogno di difendere il principio costituzionale della separazione tra Chiesa e Stato; peccato che non si veda alcuna forza politica intenzionata ad abbracciarlo.

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lunedì 27 Maggio 2019, 08:52

Commento a un cataclisma elettorale

Alla fine è stato un cataclisma ancora più grande del previsto. Sinceramente pensavo che le polemiche delle ultime settimane avrebbero un po’ fermato la Lega e rilanciato il M5S, e invece è successo l’opposto: per la Lega (34%) è un trionfo, per il M5S è un disastro storico (dal 33 al 17 per cento in un anno). In un partito normale, Di Maio andrebbe a casa con ignominia e ci sarebbe un nuovo capo politico, ma questo non succederà e ci troveremo in una situazione preoccupante: Di Maio disposto a concedere qualunque cosa a Salvini pur di non tornare a elezioni e rimanere al governo. Nel frattempo, nessuna autocritica, nemmeno le dimissioni di un Toninelli qualsiasi (grazie per le risate ma sei il numero 2 dei responsabili dopo Gigi).

Resta la tristezza di un progetto potenzialmente epocale che non solo è finito in merda per aver cacciato quasi tutta la gente valida pur di garantire soldi e potere a Giggino & friends, ma che ha sdoganato la Lega, presentandola da solo come l’alleato credibile nella lotta al sistema e la prima scelta per tutti i delusi.

Di fatto, il centrodestra è al 50% ed è, per la prima volta, dominato da formazioni di destra vera; come anche in Francia e in Gran Bretagna, ma molto più che lì, l’Italia è in mano a un nazionalpopulismo apparentemente da operetta ma molto pericoloso. Anche Mussolini, all’inizio, sembrava un cretino che non sarebbe durato. La Lega di oggi non è il fascismo, perché la storia non si ripete mai esattamente uguale, ma è una nuova manifestazione della cazzaraggine italiana che potrebbe anche finire altrettanto male, visto l’entusiasmo che scatena tra i reparti di polizia.

Il PD festeggia, indubbiamente è andato bene (23%), ma fino a un certo punto; non ha fatto né detto assolutamente nulla se non mettersi lì, e così ha preso i voti col naso turato di chi voleva fermare Salvini, proprio come vent’anni fa prendeva quelli di chi voleva fermare Berlusconi. Il problema è che in questo modo sterilizza l’opposizione alla Lega invece di rilanciarla, perché è difficile che solo per naso turato possa andare tanto più in alto di così, e per governare serve il 30-35%.

Il premio masochismo però va, come sempre, all’area di centrosinistra e di sinistra alternativa al PD: tre liste da 2-3% l’una sono un suicidio politico. Anche solo mettendone insieme due avrebbero fatto il quorum. Così stanno tutti a casa; speriamo che imparino per il futuro, perché serve disperatamente qualcosa di nuovo e di forte vicino al PD.

Nota di colore: un saluto agli amici del Partito Pirata che hanno preso lo 0,23%, un terzo dei voti del Partito Animalista. Era chiaro che finiva così, almeno loro si saranno divertiti; nulla di male, ma sarebbe bello prima o poi che anche su quel tema ci fosse qualcosa di più serio.

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venerdì 24 Maggio 2019, 14:29

Dichiarazione di voto svogliato

Domenica si vota, e alla fine ho deciso di fare il solito post di dichiarazione di voto, anche se mai come questa volta ho pochissima voglia di andare a votare.

Le cose sono più semplici per le elezioni europee. Io penso che tutto nell’Unione Europea possa essere discusso, persino l’euro, ma non la nostra appartenenza all’Unione e il progetto di unificazione europea nel lungo periodo. Per questo vale la pena di votare per un partito europeista, e le scelte non sono molte.

Se devo guardare ai programmi e all’appartenenza istintiva, la scelta va senz’altro al Partito Pirata, nel quale peraltro sono candidati diversi amici. Sarebbe però un voto di pura rappresentanza, dato che è più facile che la Juve vinca la Champions piuttosto che vedere il Partito Pirata al 4% nelle condizioni attuali; e spero che loro si dedichino una buona volta a costruire un partito vero, anziché sparire come ogni volta fino alle successive elezioni europee.

Se uno quindi vuole un voto che pesi, l’unica scelta è +Europa/Italia in Comune, che però mi ha un po’ deluso non candidando Marco Cappato (che anzi ha lasciato il partito dopo un congresso che ha lasciato tutti perplessi), e nemmeno (da noi) Federico Pizzarotti; la mia preferenza andrebbe allora a un radicale puro come Igor Boni. Tra queste due possibilità deciderò all’ultimo.

Le elezioni regionali sono invece un disastro: i candidati presidente sono tutti deludenti. Il mio omonimo pentastellato è il peggio che il M5S potesse esprimere, uno che vive di politica da quasi dieci anni senza aver mai fatto niente di notevole se non stare in scia a Bono e Castelli. Chiamparino è Chiamparino, ha raggiunto i limiti di età da un pezzo. Cirio lo conosco poco, ma sembra un altro quadro di partito. La tentazione quindi è di fare come Fantozzi, entrare in cabina e tirare lo sciacquone.

Se no, l’alternativa è votare una persona che stimo, turandosi il naso su lista e presidente. Ci sono diverse persone che apprezzo dalla mia esperienza in consiglio comunale e che potrei raccomandare, partendo dall’ing. Piera Levi-Montalcini nei Moderati (o, se siete molto cattolici, Silvio Magliano) per arrivare a Marco Grimaldi in sinistra libera uguale o come si chiama adesso (l’ho chiesto già una volta e non l’ho ancora capito). C’è Silvio Viale in +Europa, che avrei votato sicuramente se non avessero aggiunto “Sì Tav” sul simbolo; e c’è Roberto Carbonero, già leghista non salviniano, nell’UDC (anche se l’UDC per me sarebbe davvero troppo). E il M5S? Beh, non lo voterò, ma se lo votassi darei la preferenza a Paolo Vinci, per amicizia e perché è uno di quelli che c’è da tempi non sospetti, che ha fatto i gazebo al gelo con me (“fatto” nel senso che lui li procurava e aggiustava pure) e che di sicuro non sgomita per essere eletto.

Insomma, per la prima volta farò parte del grande gruppo dei delusi che sceglierà all’ultimo; ma spero che il ragionamento possa comunque esservi utile.

P.S. Se vi serve, a questo indirizzo trovate tutti i candidati alle regionali a Torino e provincia, una informazione quasi impossibile da reperire.

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domenica 5 Maggio 2019, 11:14

Pagare le tasse è quasi bellissimo

Tra ieri mattina e stamattina mi sono dedicato alla mia dichiarazione dei redditi online. Bontà loro, il software diventa disponibile dal mese di maggio; anche se la versione online ha tuttora diversi errorini, ad esempio nel testo di accompagnamento di varie caselle e sezioni. Il modo migliore per accertarsene è confrontare col PDF del modello cartaceo, che invece è corretto; sicuramente si tratta di programmatori pigri/affrettati che facendo la nuova versione a partire da quella dell’anno scorso si sono persi alcuni aggiornamenti dei testi, in parte anche ovvi (se sto presentando la dichiarazione consuntiva dei redditi 2018, l’acconto sull’addizionale comunale sarà ben per l’anno 2019 anche se c’è scritto 2018).

Nonostante questo, e nonostante per qualche motivo i moduli online generino un carico di CPU da supercomputer ogni volta che li apri, il meccanismo ormai è piuttosto funzionale, e con lo SPID ci sono sempre più opzioni utili; per esempio ho scoperto quest’anno il portale della tessera sanitaria, che ti permette di vedere in dettaglio tutte le spese sanitarie già inserite nel precompilato, che io verifico una per una con le ricevute che ho in mano e con il foglio contabile in cui le registro durante l’anno.

Insomma: ci son voluti vent’anni (qualcuno ricorda le orride applicazioni Java per Windows di inizio secolo?), ma adesso su questa procedura sembriamo quasi un Paese civile. Quasi, perché comunque farsi la dichiarazione dei redditi in proprio è sempre istruttivo: scopri la marea di bizantinismi e piccoli regali che costano più di quello che valgono, come intere sezioni del modulo riservate solo a chi ha affittato casa ai terremotati ma solo per il terremoto del 2009, o il codice speciale per indicare che le case a Venezia possono pagare un po’ meno di tasse sull’affitto rispetto a tutto il resto d’Italia. Magari, razionalizzandoli un po’ si abbasserebbero le tasse per tutti…

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