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domenica 11 novembre 2018, 11:44

Una domanda sul futuro di Torino

Ieri si è, di fatto, aperta in prospettiva la campagna per le elezioni comunali torinesi del 2021.

Innanzi tutto, Appendino e il M5S sono morti che camminano, perché da una parte hanno perso il sostegno di quelle elite cittadine che pensavano che tutto sommato una persona come Chiara, che di quell’ambiente fa parte, potesse garantire una gestione più dinamica ed efficiente del vecchio Fassino; e dall’altra hanno deluso tutti quelli che li hanno votati per avere una amministrazione decisamente alternativa che funzionasse meglio della precedente e che rivoluzionasse la città, cosa che non è successa. E’ possibile che possano recuperare all’ultimo cambiando decisamente passo, ma pare difficile.

Il vero dramma è che l’affondamento del M5S rischia di affondare con sé l’idea stessa che una alternativa al governo dei salotti buoni, del triangolo PDFiatPolitecnico e delle grandi opere sia possibile – e questa è una responsabilità storica gravissima di Appendino & friends.

La piazza di ieri era piena della stessa gente che nel 2011 veniva ad ascoltare Grillo; gente normale, preoccupata per l’evidente degrado di Torino e delusa dall’incapacità dell’amministrazione (che molti di loro hanno votato). Furbescamente, l’elite di cui sopra adesso si traveste di populismo di segno opposto, elimina le bandiere di partito e però mette il cappello sulla delusione spingendola nella direzione che a lei conviene, quella del solito modello cementizio e megalomane (TAV, Olimpiadi, ipermercati…). In questa situazione, la gente sarà spinta al ritorno al passato, appena appena rinnovato in superficie con la promozione delle ex seconde file per raggiunti limiti di età di Fassino e Chiamparino, e/o con la classica cooptazione del professore/notaio/professionista di turno.

Eppure, i ragionamenti sui modelli di sviluppo originariamente alla base del Movimento 5 Stelle (e del movimento No Tav) sono ancora validi. La gente giustamente vuole sviluppo, ma davvero l’unico modello di sviluppo è quello del cemento? Io credo di no. Allora, come fare a disaccoppiare il fallimento del M5S, indiscutibile, dal fallimento del modello alternativo di sviluppo, che in realtà non è affatto fallito, perché il M5S non l’ha nemmeno provato? E’ possibile sostenere quel modello alternativo senza che esso sia identificato con l’impreparazione, l’arroganza e l’inefficienza dimostrati dal M5S in questi due anni e mezzo, e come?

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lunedì 1 ottobre 2018, 14:15

Alcune domande sul reddito di gigginanza

Ci sono alcune cose che non ho capito del reddito di gigginanza, ossia la versione Di Maio del reddito di cittadinanza – e parlo di “versione Di Maio” perché il reddito di cittadinanza sarebbe una cosa seria, una misura che da anni viene discussa e sperimentata in mezzo mondo per provare ad affrontare in modo nuovo gli effetti della globalizzazione e della digitalizzazione dell’economia; ma qui non si capisce più cosa sia davvero.

All’inizio, infatti, anche nelle proposte del M5S il reddito doveva essere dato a tutti, potenzialmente a 60 milioni di italiani in quanto cittadini, come sostegno a tempo indeterminato “perché esisti”, e come forma di redistribuzione della ricchezza generata dall’automazione e dalla delocalizzazione, che tendono naturalmente ad eliminare i posti di lavoro meno qualificati e a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi.

Era una visione nobile che guardava lontano, però si è capito che nel breve termine il progetto non stava proprio aritmeticamente in piedi, e allora, sin dalla scorsa legislatura e poi nel programma elettorale, Di Maio ha trasformato il reddito di cittadinanza in un sussidio di disoccupazione per 6,5 milioni di persone sotto un altro nome: te lo do ma solo fin che non trovi un nuovo lavoro, e solo se non rifiuti più di tre offerte di lavoro.

Poi però si è giustamente fatto notare che se ci sono 6,5 milioni di disoccupati non si capisce dove possano saltar fuori 6,5*3 = 19,5 milioni di offerte di lavoro; se ci fossero, i 6,5 milioni non sarebbero disoccupati. Allora, per rispondere all’accusa piuttosto sensata di voler mantenere i fancazzisti a vita (o, in alternativa, di sparare ogni giorno a cazzo la prima cosa che gli veniva in mente), Di Maio ha cambiato di nuovo versione, e il reddito di cittadinanza è diventato un lavoro socialmente utile: te lo do, ma solo in cambio di 8 ore a settimana di lavoro nel tuo Comune.

Ora, a parte il fatto che i lavori socialmente utili esistono da decenni e non hanno mai “abolito la povertà”, il problema è che 6,5 milioni di persone sono oltre un decimo degli italiani; a Torino, proporzionalmente, le persone da far lavorare nel Comune sarebbero 90.000, forse di più. Ma l’intero Comune di Torino ha 10.000 dipendenti: come farebbe a gestire 90.000 persone, generalmente poco qualificate, che lavorano un solo giorno a settimana, con un ricambio continuo che impedisce qualsiasi tipo di formazione o di pianificazione del lavoro? Ogni dipendente comunale avrebbe ogni giorno due persone diverse che lo guardano da dietro le spalle in attesa di fare qualcosa, e dovrebbe smettere di fare il suo lavoro per istruirli, salvo poi averne due diversi il giorno dopo? Oppure queste persone dovrebbero auto-organizzarsi e fare da soli qualcosa, pulire le strade, tagliare l’erba… ma in tal caso, chi gli dà i mezzi, chi gli spiega cosa devono fare, chi controlla il lavoro che fanno? Dove trovano i Comuni i fondi e il tempo per gestire questa massa di persone?

E se poi anche si riuscisse a organizzare questo tipo di lavori, anche per un numero molto minore di persone, cosa sarà dei lavoratori di tutte le imprese e cooperative che attualmente forniscono servizi ai Comuni in subappalto? Verranno lasciati a casa perché il loro lavoro sarà già coperto dai “precari istituzionali” del reddito di cittadinanza? E poi si darà il reddito di cittadinanza anche a loro?

Ma allora, facendo un debito pubblico aggiuntivo da decine di miliardi di euro per sostenere il lavoro, non era meglio limitare il sussidio a un più modesto sostegno temporaneo per chi perde il lavoro, e poi investire nella creazione di posti di lavoro veri, dignitosi, inquadrati regolarmente, non dico nel privato tramite incentivi alle aziende (eresia!), ma almeno in quei settori in cui il pubblico impiego è davvero sottodimensionato? Sarebbero stati di meno, ma sarebbero stati reali, utili, stabili, e persino, se ci si fosse impegnati in tal senso, meritocratici.

O il problema era che così non si potevano gridare tanti slogan dal balcone, non si potevano sollecitare i voti di così tante persone, non si potevano dare soldi a pioggia a mezza Italia, anche a chi li aspetta come beneficio clientelare in cambio di nessuna fatica?

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domenica 23 settembre 2018, 11:23

A proposito della storia di Tokyo

Nel grande museo sulla storia cittadina situato oltre il fiume Sumida, nel quartiere in cui nacque e visse Hokusai, quest’anno c’è una mostra per celebrare il centocinquantesimo anniversario dalla fondazione di Tokyo. A questo punto dovreste stupirvi: davvero Tokyo, la più grande megalopoli del pianeta, è stata fondata solo nel 1868?

La realtà è che Tokyo è una città fondata tre volte. Nacque la prima volta nel 1457 come castello fortificato, vicino a un piccolo villaggio di pescatori, col nome di Edo e col ruolo di sede di un clan minore.

Nacque la seconda volta quando nel 1590 il castello abbandonato fu acquisito da Ieyasu Tokugawa, che ne fece la propria sede feudale e iniziò enormi lavori di fortificazione e risistemazione di tutta l’area, deviando fiumi e reclamando terra dal mare; nel frattempo, a forza di vittorie in battaglia, Tokugawa divenne il primo shogun del Giappone e Edo divenne la capitale di fatto del Paese, ma non di nome: anche se lo shogun come “taikun” era il vero regnante, formalmente l’imperatore restò in carica e continuò a risiedere a Kyoto.

Nacque per la terza volta quando nel 1868, dopo la guerra civile seguita all’apertura del Giappone all’estero dopo l’arrivo delle cannoniere americane, il restaurato imperatore Meiji decise di elevare la città anche formalmente al grado di capitale, cambiandole il nome in Tokyo, cioé “capitale orientale”. Se chiamare la capitale “capitale orientale” vi pare un po’ troppo descrittivo, ricordate comunque che anche Pechino e Nanchino vogliono dire semplicemente capitale del nord e capitale del sud.

Alla fine, la fondazione vera è probabilmente la seconda, che rappresenta un po’ quello che per Torino rappresentò il trasferimento della capitale del ducato di Savoia. Risale a quell’epoca la forma attuale del centro “storico” della città, con la sua rete di fiumi e canali concepiti originariamente come difese del castello, compreso il primo storico ponte che collegava il castello alle strade verso nord, il Nihonbashi (ponte del Giappone). Ed è proprio con la famosissima veduta del monte Fuji dal Nihonbashi, dipinta anche da Hokusai, che vi lascio andare: peccato che negli anni ’60 abbiano deciso di costruirci sopra una superstrada.

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mercoledì 27 giugno 2018, 17:40

Travaglio Fede

L’ho già detto altre volte, ma io alla famiglia Travaglio sono legato da un rapporto, ancorché non particolarmente stretto (non li sento da un paio d’anni), che va oltre la politica. Li ho conosciuti già nel secolo scorso, prima che Marco andasse da Luttazzi e diventasse Marco Travaglio; sono stato a casa loro, anzi nel 2010, per le regionali, andai personalmente a casa dei genitori a portare una pila di volantini. Lo stesso rapporto affettivo c’è con il Fatto Quotidiano in generale; andai a Milano da Peter Gomez a discutere di progetti Web ben prima di diventare un politico, e lo ricordo prendere la parola a mio favore durante una puntata della Zanzara.

Eppure, quando oggi ho letto l’editoriale di Travaglio intitolato “L’Olimpiade dei cretini”, non sapevo bene se mettermi pietosamente a ridere o se incazzarmi. Praticamente, dopo una lunga premessa, l’editoriale è dedicato a dire che sì, le Olimpiadi sono tradizionalmente un disastro economico per le città che le ospitano e la fonte di sprechi e corruzione (e di finanziamento alle mafie, aggiungo io, anche se Travaglio pare esserselo dimenticato), però se le fa il M5S è diverso.

Contrordine compagni, abbiamo sempre detto che le Olimpiadi erano uno spreco ma ora abbiamo scoperto che portano ricchezza! E le riolimpiadi a cinque stelle saranno diverse, perché magicamente gli impianti abbandonati, ormai in gran parte ridotti a ruderi irrecuperabili (lo diceva anche il buon Pagliassotti in questo servizio di quattro anni fa di un giornale che curiosamente si chiamava proprio come quello di Travaglio), saranno ricostruiti con la sola imposizione delle mani e senza alcuna spesa, e non ci saranno sprechi e corruzione, no no.

Pur di promuovere il grande affare, Travaglio arriva a prendersela con i consiglieri comunali del M5S che si sono permessi di fare il loro lavoro e chiedere di vedere e discutere la candidatura prima di inviarla, visto che il dossier di Torino 2026 è noto a Travaglio, ad Appendino, a Grillo, a Christillin, Chiamparino e compagnia bella, ma non al consiglio comunale e ai torinesi, che dovrebbero essere gli unici a decidere. Nella teorica democrazia diretta del M5S, i cittadini avrebbero dovuto decidere tramite un referendum; ma anche in quella rappresentativa attualmente in vigore, è il sindaco ad obbedire ai consiglieri comunali e non l’opposto. Ma Travaglio, fregandosene della democrazia, gli dà invece direttamente dei cretini.

Questa è la degna conclusione di una involuzione che dura ormai da qualche anno, in parallelo alla presa del potere da parte del M5S, con cui Travaglio si è trasformato da vittima dell’editto bulgaro a megafono del nuovo potere pentastellato, diventando per Di Maio ciò che Fede fu per Berlusconi. Il Travaglio di vent’anni fa se la prendeva coraggiosamente contro il potere, contro Berlusconi presidente del Consiglio, contro le mafie; il Travaglio di oggi fa killeraggio politico, prendendosela con una manciata di persone normali, sconosciute ai più, che hanno l’unico torto, dopo aver mandato giù tanti tradimenti del programma e delle promesse fatte ai cittadini, di aver concluso che quello sulle Olimpiadi è talmente clamoroso da non poter essere lasciato passare. Non c’è niente di coraggioso in quel che fa il Travaglio di oggi; anzi, è un attacco funzionale al potere e del tipo peggiore, quello fatto dai potenti non contro altri potenti, ma contro chi non ha i mezzi mediatici per potersi difendere.

Ma questo attacco scomposto a mezzo stampa è anche, secondo me, controproducente per lo stesso blocco di potere confindustrial-chiampa-grillino che vuole le Olimpiadi: perché più i consiglieri che si oppongono alle Olimpiadi vengono insultati e derisi, più perderanno la faccia se faranno marcia indietro, visto che ormai sarebbe come ammettere “sì, siamo dei cretini”. Già in molti dicono: vedrete che cederanno perché alla fine sono interessati alla poltrona, è gente senza arte né parte che ha bisogno dello stipendio da politico per vivere, pronta a obbedire a qualsiasi ordine. Se alla fine il dissenso rientrerà, questa sarà l’immagine che resterà attaccata ai consiglieri.

In politica, alla fine, i compromessi impossibili sono all’ordine del giorno; eppure sarebbe bello, un sussulto del Movimento che fu, vedere davvero uno scontro finale su un tema così importante e così simbolico. Al di là degli slogan e delle rivendicazioni di circostanza, e molto al di là delle questioni personali, questi sono stati due anni sempre più tristi per tutti i sostenitori di un tempo, per chi credeva in un sogno di cambiamento che, ormai è chiaro, non si è realizzato e non si realizzerà. Se anche i consiglieri staccassero la spina a questa tristezza, non sarebbe certo un male.

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mercoledì 20 giugno 2018, 12:12

Italia spaghetti pizza mandolino (2), ovvero se non ci fosse l’ACI bisognerebbe evitare di inventarlo

Volete sapere come finisce la storia che vi ho raccontato lunedì? Ecco qui.

Ieri mattina alle otto meno un quarto, con una giornata di lavoro da fare e un aereo da prendere alle sette di sera, mi sono presentato agli uffici di Equitalia in centro a Torino. C’erano già quattro persone, tutte in panico: un grosso cartello sulla porta avvertiva che il servizio quella mattina sarebbe stato ridotto o forse nemmeno aperto, causa “assemblea sindacale”. Tu hai cinque giorni per pagare, ma loro possono farne saltare uno perché sì, tanto tu non hai niente da fare, che ti costa tornare domani?

Per fortuna alle otto e un quarto hanno comunque aperto un discreto numero di sportelli, e dopo aver difeso coi gomiti la posizione acquisita nei confronti di un appena arrivato e ridente sessantenne lampadato con l’aria da manager, che in quanto tale voleva passare prima di tutti perché lui ha da fare non come noi sfaticati, spiego all’inserviente cosa devo fare e lui mi dà tre numerini per tre code diverse: una per ripagare per la seconda volta la mia cartella per 569 euro, una per chiedere il rimborso del pagamento precedente di 519 euro, e una per chiedere il documento per la rimozione del fermo amministrativo.

Ovviamente i primi due mi hanno chiamato insieme, ma devo dire che sono stati gentili, permettendomi di rimpallare da uno sportello all’altro e fare le due cose in parallelo, e quello del pagamento mi ha addirittura fatto lui anche il documento per il fermo.

Qui, però, si è ripresentato Kafka: la signora del rimborso mi ha chiesto se invece non volessi usare il pagamento non andato a buon fine in compensazione per il ripagamento della cartella. In pratica, dunque, tu non puoi pagare un debito INPS con un credito IRPEF, ma una volta che loro il credito IRPEF se lo sono comunque preso e tenuto mettendoti intanto il fermo a tua insaputa, esso diventa un credito Equitalia e quello è compensabile con il debito INPS: diabolico!

Peccato che scegliendo questa strada avrei dovuto aspettare un tempo imprecisato perché la compensazione fosse effettuata, rimanendo nel frattempo col fermo sulla macchina. Quindi l’unica soluzione per sbloccare subito l’auto era ripagare la cartella separatamente e chiedere il rimborso del primo pagamento. Ovviamente la cartella continua a maturare interessi (circa il 10% in due anni e mezzo) e va pagata subito, mentre il rimborso avverrà “mah, non si sa, se tra un paio d’anni non l’ha ancora ricevuto si faccia sentire”: mi sono messo un appunto su Google Calendar nel giugno 2020.

Ma il punto più assurdo deve ancora venire: pago, mi danno la quietanza e il nulla osta all’annullamento del fermo, con quello vado all’ACI in via Giolitti per far togliere il fermo al PRA e… non si può: manca un documento. Quale? Ma il certificato di proprietà dell’auto, quello che prova che io ne sono il proprietario e che mi è stato dato dodici anni fa quando l’ho comprata.

Ecco, dunque fateci caso: il PRA, che è il registro pubblico istituito per tenere traccia di chi è il proprietario di ogni auto, pretende da me la prova bollata cartacea che io sia il proprietario dell’auto, pena il rifiuto della pratica. Ma allora cosa esiste a fare?

Per fortuna io sono organizzato, per cui sono ritornato fino a casa, ho scartabellato in vari raccoglitori e alla fine ho trovato il certificato, l’ho portato in un’altra sede ACI accanto all’ufficio, e per 60 euro da oggi la mia auto è di nuovo autorizzata a circolare.

Ovviamente devo ancora pagare entro venerdì altri 540 euro di multa, perché il ricorso si può fare ma quando mai lo vincerai, e poi forse lo Stato mi lascerà in pace… almeno per un po’, a meno che nel frattempo io non sia definitivamente emigrato altrove.

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lunedì 18 giugno 2018, 13:57

Italia spaghetti pizza mandolino, ovvero una storia di ordinario delirio fiscale

Ieri pomeriggio ho accolto due colleghi tedeschi del mio team; per fargli apprezzare l’Italia, li ho portati in giro per Torino, poi li ho caricati in macchina e siamo andati a mangiare in Monferrato. E’ stata un’ottima serata, fino a quando, nella rotonda all’uscita dell’autostrada di Milano, sono stato fermato dalla polizia stradale.

Porgo al poliziotto patente e libretto, lui mi chiede l’assicurazione, gli spiego che l’assicurazione non è più obbligatoria, mi dice “ah sì, allora guardo online”, poi se ne va in macchina per diversi minuti. Io spiego ai colleghi che è normale, che stanno guardando in un database, loro mi chiedono come mai ci vogliano diversi minuti. Il poliziotto torna, e mi fa: ho una brutta notizia, risulta un fermo amministrativo sulla sua macchina.

Ricorderete che anni fa avevo avuto una vicenda con Equitalia che pretendeva soldi; secondo me e secondo il mio commercialista non erano dovuti, ce ne avevano scorporato un pezzo, poi avevano minacciato il fermo amministrativo e quindi, a ottobre 2015, avevo pagato gli 800 euro che volevano e chiuso la faccenda… o almeno così pensavo. Spiego che ho pagato, e il poliziotto mi fa: deve provarmelo, se no le faccio la multa. Io sono organizzato, gli recupero la ricevuta digitale dal cloud, e lui risponde: no così non va bene, io ho bisogno di qualcosa su carta, con un timbro. Purtroppo io non giro con tutta la mia contabilità in auto, così alla fine lui torna in macchina e mi dice di aspettare.

Passano cinque, dieci, quindici minuti, coi miei colleghi tedeschi che ridacchiano e cominciano a fare l’unico commento possibile, cioè “Italia spaghetti, pizza mandolino!”. Alla fine mi chiamano e mi consegnano un foglio compilato in triplice copia a mano, un capolavoro certosino con decine di fittissime righe di dati, e 500 euro di multa. Mi dicono: ma se ha pagato non c’è problema, vada all’ACI entro cinque giorni e le annullano tutto.

Io spiego gentilmente che oggi e domani ho appunto il meeting del mio team, con gli ospiti tedeschi, e poi domani alle 19 ho un aereo per la Colombia e sarò via due settimane per lavoro; ma questo è indifferente, per lo Stato italiano nessuno ha niente da fare se non stare dietro alla sua burocrazia e a enti che scavano buchi per permettere poi ad altri enti di riempirli, giustificando nel frattempo un sacco di stipendi pubblici (ah, ma è colpa dell’euro). Ma non importa: o così, o la multa diventa di 1500 euro.

A questo punto arruolo Elena, che stamattina comincia una trafila per uffici pubblici. All’ACI la mandano via: il fermo amministrativo risulta, è stato messo a gennaio 2016, quindi noi non c’entriamo, parlatene con Equitalia. Allora va da Equitalia, fa una prima coda di due ore, allo sportello le dicono che il pagamento non era valido perché è stato fatto con una compensazione, e c’è una circolare ministeriale (nemmeno una legge) che dice che quella compensazione si può fare solo per certe tasse ma non per altre.

E’ vero, io a ottobre 2015 pagai compensando con un credito IRPEF; l’Agenzia delle Entrate si prese regolarmente gli 800 euro, scalandomeli dai miei crediti; nessuno mi disse niente, e da allora non mi è stato più notificato né alcun debito pendente, né il fermo amministrativo suddetto. Ma a quanto pare Equitalia ha deciso che il pagamento non era valido, ha messo il fermo senza avvertirmi, e se ne è stata ben zitta continuando a far maturare interessi.

Dopo un’altra ora di coda, Elena viene passata a un altro sportello Equitalia, a cui le dicono che è comunque colpa mia, perché io avrei dovuto sapere che anche se lo Stato si era preso i soldi il pagamento poteva non essere valido. Quindi l’unica soluzione è ripagare una seconda volta la cartella con soldi contanti allo sportello (solo bancomat o assegni circolari), poi fare domanda di annullamento del fermo amministrativo, ma nel frattempo pagare anche la multa perché il fermo amministrativo è legittimo anche se non è stato notificato, e poi fare domanda di restituzione del credito che l’Agenzia delle Entrate si è tenuta due anni e mezzo fa, che è “parcheggiato” (parole loro). Naturalmente sulla cartella che io ripago devo aggiungere due anni e mezzo di nuovi interessi, mentre sul credito “parcheggiato”, che sarebbe rimasto “parcheggiato” all’infinito senza essermi restituito, lo Stato non mi riconosce niente.

Io son qui che mi chiedo cose come “come facevo a sapere di non poter usare la macchina se nessuno me l’ha comunicato?”. Alla fine, però, l’unico commento possibile è davvero “Italia spaghetti pizza mandolino”: sperando che prima o poi la Germania ci invada.

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venerdì 1 giugno 2018, 09:24

Cambiare tutto per non cambiare niente

Non è facile essere un ex del M5S e commentare la politica in questo momento: i tuoi ex colleghi, schifati da tutti tranne che dai propri ultrà e dagli aspiranti riciclandi, si rifanno sfottendo te come cinquenni perché loro sono al potere e tu non sei più sul carro vincente, mentre i benestanti europeisti con lo stipendio di giada, quelli che oggi si allarmano e contestano ma che ignorando per vent’anni dalle loro posizioni di potere i problemi dell’immigrazione e dell’economia hanno creato le premesse sociali per questa situazione, ti considerano comunque un complice.

Tuttavia, tutto sommato questo mi permette di avere una visione abbastanza oggettiva dell’insieme del nuovo governo. E’ senza dubbio un insieme improbabile; è fatto di un po’ di establishment, ex presidenti di banca e direttori generali di Confindustria, ex ministri di Monti, di Letta, di Ciampi messi lì a garantire che nulla cambi veramente nelle cose importanti; un po’ di leghisti, gli unici che sembrano avere idee chiare su quello che vogliono, che però consiste in buona misura in un mondo medievale fatto di fucili, orgoglio patrio e omofobia; e un po’ di grillini, scelti per fedeltà a Di Maio e piazzati nei ministeri meno rilevanti, che danno l’impressione di essere lì da turisti che hanno vinto un viaggio premio, e di non avere molte idee concrete e grandi possibilità di concludere alcunché.

Da cittadino italiano, come a qualsiasi governo, anche a questo auguro di fare il meglio possibile, visto che ne va della mia vita quotidiana. Li giudicheremo sui fatti, anche se i fatti devono arrivare subito, e qualsiasi tentativo di dire “lasciateci lavorare” e “è colpa di quelli prima” va respinto da subito; la situazione generale è pessima ma era perfettamente nota a tutti già prima della campagna elettorale, quindi ciò che è stato promesso e scritto nel contratto può essere realizzato in fretta senza scuse.

Prevedo comunque che molte delle sparate difficilmente realizzabili saranno realizzate solo per finta, anche se la propaganda dirà il contrario; arriverà la flat tax, ma con un aumento di tasse su tutto il resto per compensare; la legge Fornero sarà abolita per introdurne un’altra quasi uguale; e ci sarà un reddito di cittadinanza, ma in realtà sarà un sussidio di disoccupazione poco più ampio di quello di Renzi.

Resta comunque la considerazione che mentre la Lega è rimasta se stessa, e a Salvini per conservare il consenso basterà prendere a fucilate un po’ di barconi, invece il M5S per andare al governo ha rinnegato tutto ciò che ha sempre detto, da cima a fondo: niente alleanze, niente compromessi, ministeri assegnati per competenza, e persino “né di destra né di sinistra”, visto che molti punti del contratto, specie in termini di visione sociale, sono esplicitamente di destra.

Qualcuno ha scritto che se i dirigenti grillini di oggi incontrassero i se stessi del 2009 riceverebbero uno sputo in faccia; non è completamente vero, perché i dirigenti grillini di oggi sono quelli che già allora erano disponibili a qualunque compromesso pur di arrivare al potere, altrimenti se ne sarebbero andati nel frattempo. Ma indubbiamente, se il Di Maio di oggi andasse a una riunione del meetup di Napoli del 2009 verrebbe fischiato e mandato via.

Alla fine, questo periodo storico dimostra platealmente l’immutabilità del potere, che si trasforma per rimanere se stesso, cooptando i rottamatori e i loro slogan per svuotarne la carica distruttiva. Era già successo con i leader del ’68, diventati boiardi e dirigenti dell’Italia di fine secolo, e succederà anche con questa nuova generazione; e comunque, se l’alternativa è un’avventura ventennale fascista o venezuelana, la conservazione non è nemmeno poi così male.

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sabato 12 maggio 2018, 10:29

Whatsapp: il software chiuso è un incubo

Dopo quattro anni, Elena ha un cellulare nuovo (Xiaomi, comprato da Hong Kong). E quindi, abbiamo dovuto trasferire le chat dal vecchio cellulare.

Con Telegram non c’è il minimo problema; le memorizza in cloud e sono sempre disponibili su tutti i dispositivi. Certo, non a tutti può piacere che le proprie conversazioni siano sul cloud, ma io non discuto segreti di stato (mi chiedo invece quanti parlamentari discutano di segreti di stato su Whatsapp: e la CIA festeggia).

Whatsapp, invece, è stato un delirio. In teoria, almeno attivando l’apposita opzione, anche lui memorizza le chat su Google Drive e le ripristina quando lo installi su un nuovo telefono. Peccato che il ripristino sia possibile solo la prima volta che lo esegui; nel nostro caso, il ripristino per qualche motivo si è piantato e dopo diverse ore era ancora lì, per cui l’abbiamo chiuso… e solo dopo abbiamo scoperto che, così facendo, rinunci per sempre a recuperare i vecchi messaggi.

O meglio, una soluzione c’è: come loro stessi dicono, bisogna disinstallare e reinstallare l’applicazione, in modo che lui ti chieda di nuovo se vuoi ripristinare. E’ un po’ come: se non hai ricevuto il PIN del bancomat quando ti è stato dato, chiudi e riapri il conto in banca. Ma tanto non hai alternative, e quindi lo fai.

Peccato che però, nel frattempo, se hai proceduto all’installazione e attivato il backup su Google sul nuovo telefono, questo automaticamente ha cancellato il backup precedente, sostituendolo con un backup (vuoto) dei messaggi (inesistenti) sul nuovo telefono. Whatsapp, infatti, permette di tenere nel cloud un solo backup da un solo dispositivo per volta.

Beh, ho pensato, sul vecchio telefono però i messaggi ci sono ancora; si potrà rifare il backup da lì. E invece no, perché Whatsapp, a differenza di Telegram e degli altri, ti vieta di farlo funzionare su più di un telefono per volta, per cui la vecchia applicazione si è automaticamente disattivata installando quella nuova.

A questo punto cominciavo a essere piuttosto arrabbiato, e ho provato il metodo da amministratore di sistema: copiare il file in cui sono memorizzati i messaggi dal vecchio cellulare a quello nuovo. Loro ti danno delle istruzioni, che però sono sbagliate; per esempio, sul vecchio telefono i file di Whatsapp non erano nella scheda di memoria, ma in un altro percorso sulla memoria interna.

Recuperato poi il file dei messaggi, si pone il problema di come trasferirlo sul nuovo telefono… e lì mi sono preso il piacere, visto che Whatsapp rifiutava di servirmi, di usare Telegram per spedire il file di Whatsapp sul nuovo telefono come allegato.

Ma anche ricevuto e scaricato il file sul nuovo telefono, non sapevo dove metterlo: il percorso “Whatsapp/Databases” segnalato dalle loro istruzioni non esisteva né sulla scheda di memoria né sulla memoria interna. Alla fine ho deciso di provare a creare io la cartella, ci ho messo dentro il file, ho aperto l’applicazione, sono andato nelle impostazioni dei backup e… mi diceva che il backup c’era, ma non dava alcuna opzione per ripristinarlo.

A quel punto ho nuovamente disintallato e reinstallato Whatsapp per vedere se così lo ripristinava, ma durante l’installazione l’applicazione mi ha detto: hai già installato Whatsapp troppe volte, devi aspettare sette ore prima di poter ricevere un nuovo SMS di verifica. Per fortuna c’era almeno l’alternativa di farsi telefonare da una voce automatizzata, e così ho fatto. A quel punto, finalmente l’applicazione ha visto il backup che io gli avevo messo sotto il naso e l’ha importato correttamente.

Morale: Whatsapp fa schifo, ma tutti lo usano perché tutti lo usano, e Facebook, che lo possiede, se ne approfitta per fare le cose male e per imporre limitazioni che non hanno nessun vero senso tecnico o di sicurezza, ma seguono logiche commerciali. Se soltanto ci fosse un regolatore con le palle sufficienti per imporre l’uso di standard pubblici e aperti, sarebbe possibile per altri realizzare app compatibili con Whatsapp e molto migliori!

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sabato 28 aprile 2018, 09:28

GTT, Torino non è Londra

Spero di sbagliarmi, ma temo che sia saltata fuori una ulteriore fregatura dell’aumento dei biglietti del tram, quello che già aveva scandalizzato tutti un paio di mesi fa.

Per gli utenti saltuari come me, abolito il comodo carnet da 15 corse a 1,17€ l’una, le nuove opzioni sono due:
– quando fai una sola corsa nel giorno, comprare il biglietto singolo a 1,70€;
– quando ne fai più di una, comprare il giornaliero a 3€ o il biglietto da 7 giornalieri “multi-daily” da 2,50€ l’uno.

Peccato che GTT abbia fatto ieri un comunicato in cui si dice che i nuovi giornalieri saranno acquistabili solo dai possessori della tessera elettronica BIP (bisogna farsi la tessera, un’altra barriera per l’uso saltuario, ma vabbe’; hanno già detto che persino per il biglietto singolo ci vorrà la tessera) ma soprattutto che:

“Chi è in possesso di una card Bip con un biglietto urbano dovrà utilizzarlo prima di poter caricare i biglietti Daily e Multi Daily 7: infatti la logica del sistema BIP è di far risparmiare il cliente e su tale logica sono impostati i parametri tecnici che regolano la vendita e la validazione di più titoli sulla stessa smartcard.”

Ora, non si capisce bene, ma da questa frase sembra che la tessera NON supporti la possibilità di caricarci sopra sia biglietti singoli che giornalieri e di scegliere ogni volta quale usare. Non solo: una volta che la carichi con il multi daily da 7 giornalieri, devi per forza esaurirli tutti prima di poterci caricare sopra un biglietto singolo. E anche se la tessera permettesse di caricare entrambi i biglietti, “i parametri tecnici” sono settati in modo da validarti sempre il giornaliero al primo accesso del giorno, anche se hai un biglietto singolo e lo vorresti usare! (e naturalmente hanno la faccia tosta di dirti che è “per far risparmiare il cliente”!!)

In pratica, questa è una manovra surrettizia per renderti difficile ottimizzare la spesa: dovresti avere non una tessera ma due, caricare su una i biglietti singoli e sull’altra i giornalieri, e distinguerle bene (visto che all’aspetto sono uguali) per timbrare ogni volta quella giusta (e dato che sono basate su RFID, basta avvicinarle al lettore, ad esempio perché pigiati su un bus, per validarle anche involontariamente).

Oppure… la cosa più semplice, e l’obiettivo palese di tutto questo, è usare solo il carnet di giornalieri e rassegnarsi a pagare 2,50€ la corsa singola (!) quando nel giorno ne fai una sola.

Ricordo come funziona a Londra e in altri posti che hanno le tessere dal secolo scorso: tu sulla tessera hai un credito, al primo accesso ti fa pagare il biglietto singolo, poi quando con gli accessi successivi arrivi al prezzo del giornaliero lo pareggia e non ti addebita più niente per il resto della giornata. Era tanto difficile fare lo stesso?

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sabato 21 aprile 2018, 18:17

L’amaca e l’ostracismo dei buoni

Oggi Michele Serra è ampiamente deriso e insultato in rete per aver scritto un pezzo piuttosto banale che si limita a riproporre un luogo comune del pensiero conservatore universale, cioè che i poveri sono mediamente più ignoranti e più delinquenti dei ricchi (luogo comune che peraltro, se depurato da qualsiasi classificazione morale in termini di buoni e cattivi, riflette una oggettiva statistica sociale che però deriva dalle stesse condizioni ambientali che esamina). Probabilmente Serra se lo merita, anche se mi stupisce lo stupore di chi si stupisce perché un esponente della sinistra novecentesca si ritrova nel 2018 dal lato dei ricchi.

Ma questo nasconde effettivamente un problema più generale, che è ben riassunto da questo pezzo di un giornalista conservatore americano, assunto e subito licenziato da una rivista teoricamente “aperta a opinioni diverse” perché troppo conservatore, aggrappandosi a una battuta sulla pena di morte che era chiaramente una battuta ma che è poi stata ripresa, distorta e ingigantita apposta dai progressisti sui social media e sui giornali amici, senza nemmeno permettergli di spiegare davvero le sue idee.

Il problema più generale è che anche se sono state le politiche economiche di destra, molto più di quelle di sinistra, a garantire il successo globale dell’Occidente (e persino quello dell’Oriente, quando le ha infine abbracciate), l’egemonia culturale è però oggi in mano ai liberal, specie a quelli conditi in salsa di populismo, anticapitalismo e pauperismo; ed è molto difficile esprimere idee diverse sui media popolari e sui social, tanto più se scritte in modi letterari colti che facilmente si prestano al fraintendimento degli ignoranti e alla manipolazione dei furbi, senza essere sommersi di insulti e ostracizzati.

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