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martedì 19 Maggio 2020, 22:41

Dororo

Dororo è un classico fumetto di Osamu Tezuka che segna un momento di svolta nella sua carriera, passando dalla produzione per ragazzi (Astro boy, la Principessa Zaffiro e Kimba il leone bianco, quello che assolutamente la Disney non ha scopiazzato, come evidente dal fatto che c’è ben una lettera diversa nel nome) a una produzione più matura, quella che oggi definiremmo “graphic novel”. A cinquant’anni dalla prima versione animata, ne è uscita l’anno scorso una moderna – ed è molto bella.

Intanto è visivamente notevole, dagli sfondi (la natura meravigliosa del Giappone medievale) alle animazioni (a parte l’episodio 15, l’episodio 15 sembra disegnato da un team di liceali a cui hanno dato mezza giornata per fare un cartone di venti minuti, ma dicono si tratti di una regia sperimentale analogica e quindi va bene così). Ma poi è bella la storia, una riflessione su cosa sia l’umanità, quanto sia data dal corpo e quanto dall’anima e come la si cerchi e la si trovi, cosa sia e cosa comporti il potere nel bene e nel male, e come si costruisca un futuro di pace in tempi difficili.

Naturalmente non è una serie per bambini, a meno che ai vostri bambini non piaccia vedere arti mozzati volanti che nemmeno nella Principessa Mononoke, schizzi di sangue ovunque e mostri di ogni genere; e naturalmente, essendo un fumetto giapponese degli anni ’60, entrambi i protagonisti sono orfani vagabondi senza famiglia e gli altri personaggi muoiono circa tutti a ogni puntata. Un LOL invece per il povero fratello-rivale che si chiama Tahōmaru, che vuol dire letteralmente “l’altro tizio”: schifato dalla mamma sin nel nome.

Comunque, Dororo è attualmente in visione (in originale sottotitolato) su Amazon Prime Video: vale la pena.

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sabato 16 Maggio 2020, 16:19

Ti conosco mascherina

16 aprile. Cirio annuncia: “cinque milioni di mascherine per tutti i piemontesi”. Il costo è di 6 milioni di euro (1,20 euro a mascherina chirurgica). Forse le pagavo meno io comprandone cento in farmacia, ma lasciamo stare.

2 maggio. Il Comune di Torino annuncia: “arrivate le mascherine dalla Regione, da lunedì 4 inizia la distribuzione, ve le porteranno a casa gli amministratori di condominio”. Appendino fa un video su Facebook.

4 maggio. La Regione rende obbligatorie le mascherine in tutti i luoghi chiusi accessibili al pubblico e sui mezzi pubblici, ma nessuno a Torino ne ha ancora ricevuta mezza. In attesa delle istituzioni, i torinesi si sono arrangiati per i fatti propri da un pezzo, magari pagando le mascherine chirurgiche quattro euro l’una o cucendosele da soli.

6 maggio. Gli amministratori di condominio giustamente fanno notare che consegnare le mascherine a casa a tutti ha un costo che il Comune non paga, quindi lo faranno pagare ai condomini. Nessuno ci aveva pensato, ma comunque per i poitici è colpa degli amministratori di condominio. Nel frattempo, le mascherine non sono ancora arrivate.

8 maggio. Il Comune di Torino annuncia: “è iniziata oggi la distribuzione delle mascherine”. Appendino si fa un selfie su Facebook, in posa con un pacco di mascherine in mano.

9 maggio. Molti amministratori comunicano che il Comune, dopo i primi pacchi di mascherine, gli ha spostato in avanti la date di ritiro di una settimana. Quasi nessuno in città ha avuto le mascherine, che poi si scoprono essere una per ogni nucleo familiare, probabilmente contando sul fatto che in ogni famiglia sia rimasta solo una persona che non è né disoccupata né in quarantena da settimane in attesa di un tampone.

11 maggio. Il Comune annuncia ufficialmente la “riprogrammazione del piano di distribuzione agli amministratori di condominio”. Le consegne sono ferme. I giornali titolano: “Coronavirus, a Torino il pasticcio delle mascherine gratis”. Appendino, su Facebook, si vanta di avere appena riasfaltato corso Potenza: le mascherine sono ufficialmente un problema del passato.

16 maggio. Il povero Unia viene mandato avanti a dare la cattiva notizia: anche se meno della metà delle famiglie torinesi ne ha avuta una, la distribuzione delle mascherine è sospesa a tempo indeterminato e non si sa quando potrà riprendere. Su Facebook Appendino da una settimana parla solo più di piste ciclabili (anche se non farà nemmeno quelle, disegnerà solo delle bici sui controviali con la vernice).

In tutto questo fiume di annunci quasi mai seguiti da fatti, l’unica cosa che la politica per settimane si è quasi sempre dimenticata di dire è che i soldi per le mascherine non erano nemmeno i loro: venivano dalle donazioni dei piemontesi.

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giovedì 14 Maggio 2020, 19:52

La torta di riso abbonda

Ho conosciuto Alice Salvatore da Genova nel 2014. C’erano le elezioni europee insieme alle regionali piemontesi, e organizzammo un grande comizio del M5S in piazza Castello per presentare i candidati. Lei venne su apposta fino a Torino e si presentò da noi scortata da un personal assistant (non ricordo chi fosse, spero un amico volontario, però le correva dietro come un consulente d’immagine), e piantò una scenata unica perché secondo lei, visto che alle europee Piemonte e Liguria sono insieme, dovevamo darle il microfono in mano e farle fare mezz’ora di comizio alla folla per garantire una “competizione equa” per le preferenze. Mi scuso per aver privato i torinesi di quell’esperienza; sicuramente avrebbe conquistato migliaia di voti. In compenso, credo di essermi conquistato io un nemico interno (non che scarseggiassero).

Negli anni successivi io ero già ai margini e piuttosto deluso, ma seguii a distanza tramite amici le sue performance liguri. Lascerò ad altri, se vorranno, il racconto dei dettagli, ma la Salvatore si distinse da subito per la sua totale fedeltà ai vertici e per la grande aggressività nell’attaccare le persone che esprimevano una qualunque idea pensante e non allineata, a partire dallo storico consigliere genovese Paolo Putti.

Ottenuta candidatura ed elezione in Regione, il suo capolavoro furono le elezioni comunali genovesi del 2017, in cui “spintaneamente” prima Putti e poi Cassimatis furono fatti da parte per assegnare la candidatura a sindaco alla terza scelta Pirondini, da lei molto caldeggiato. Fu sempre più flop, e alla fine il M5S, pur veleggiando oltre il 30% alle politiche, non è andato mai nemmeno vicino a conquistare né il sindaco né la Regione.

Arriviamo così alle prossime elezioni regionali di quest’anno, dove evidentemente lei dava per scontato di essere di nuovo candidata a presidente, con la rielezione e lo stipendio assicurato per altri cinque anni; e aveva anche vinto la votazione tra gli attivisti su Russò (non una sorpresa, visto che quelli a cui lei non piaceva sono fuori dal Movimento da un pezzo).

Lo scenario politico però è cambiato, e poco dopo Russò ha anche deciso che bisognava allearsi col PD, logicamente con un altro candidato presidente, che non fosse di nessuno dei due partiti. Dopo due mesi di congelamento da lockdown è arrivata la sua risposta: da volto-selfie del M5S ligure senza mai una critica e pronta alla competizione elettorale, una improvvisa e profonda epifania l’ha portata in coscienza al dissidio totale verso il M5S di oggi, in cui non si riconosce più.

E così, ha deciso di candidarsi lo stesso a presidente, ma con un suo nuovo movimento politico, ripercorrendo ironicamente gli stessi passi degli esecrati Putti e Cassimatis, al tempo ampiamente accusati di tradimento.

Il movimento si chiama “IL BUONSENSO”, e come vedete nella foto la scritta e il tipo di caratteri nel simbolo sono circa gli stessi de “IL BUON RISO”, ha solo cambiato un paio di lettere. In linea con la sua nota modestia, il simbolo contiene anche il suo nome a caratteri cubitali e persino un disegno del suo volto. Cosa pensare? Come si usa dire in questi casi, il suo probabile destino è il prefisso telefonico (zerodieci per cento).

Ma non riesco nemmeno più a incazzarmi: detto tra noi, chi se ne frega. Son solo qui a chiedermi come sia nata la maledizione di noi italiani, costretti invariabilmente, nonostante i tentativi, a subire un mondo politico che non ci disgusta nemmeno più, ma ci fa solo ridere amaro, sapendo che il buon riso è ormai l’unica cosa che la nostra classe politica è ancora in grado di darci.

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lunedì 27 Aprile 2020, 21:21

La cena dei cretini, con mascherina

Una ennesima prova del fatto che siamo governati da una banda di inetti è la vicenda delle mascherine, che vale davvero la pena di riassumere per bene.

Intanto, all’inizio hanno detto che le mascherine erano inutili, non servivano a niente, e voi stupidi cittadini smettetela con la psicosi da mascherine, per poi dopo due mesi ammettere che erano utili e anzi devono metterle tutti, però non lo potevano dire, e ancora non le rendono obbligatorie (a differenza di mezzo mondo fuori dall’Italia dove sono già obbligatorie e facilmente disponibili), perché non sanno come assicurarle a tutti.

Le mascherine non ci sono perché due mesi fa hanno fatto la prima genialata: hanno imposto per legge che le Dogane potessero sequestrare tutte le mascherine in corso di importazione e darle alla Protezione Civile, in cambio di un indennizzo minimo che sarà pagato forse tra mesi.

Il risultato è che tutte le ditte italiane specializzate nel settore, che stavano per immetterne milioni sul mercato, hanno bloccato gli ordini: che senso ha pagare un fornitore cinese e pure il trasporto se poi, appena le mascherine arrivano in Italia, lo Stato se le prende gratis? Sarebbe solo buttar via i propri soldi.

Nel frattempo, la Protezione Civile, che avrebbe dovuto mettere in piedi l’importazione per tutti, era in difficoltà: hanno provato a scrivere su Google “acquisto mascherine”, non è uscito niente, allora hanno scritto “buy mascherins”, ma dopo vari tentativi sono arrivati solo su siti in cinese, e nessuno ci capiva niente.

Risultato, dopo un lungo periodo di blocco in cui la gente moriva, hanno permesso a chi sapeva farlo di ricominciare a importarle, passando al meccanismo degli appalti pubblici urgenti. Questo ha permesso almeno alle farmacie e agli ospedali di riuscire pian piano a procurarsele, anche se a prezzi elevati.

Intanto, gli appalti pubblici sono “casualmente” finiti in buona parte a scatole vuote dai proprietari misteriosi, che nell’oggetto sociale avevano tutt’altro, ma magicamente si son viste arrivare soldi pubblici per decine di milioni di euro, per poi dire “eh purtroppo le mascherine non arrivano, sono bloccate in Cina, ci spiace” – e nel frattempo tenersi i soldi.

Tra questi “imprenditori” c’è l’ex presidente della Camera Irene Pivetti, che ha preso un appalto per 30 milioni di euro, ma non contenta però, invece di consegnare le mascherine alla Protezione Civile, ne ha fatte finire diverse nelle farmacie liguri a prezzi da strozzinaggio; ed erano pure prive della certificazione.

Dopo due mesi, mentre gli italiani si sono arrangiati come potevano, arriva la nuova genialata: diciamo che tutti sono obbligati a mettere le mascherine, ma per evitare le proteste, fissiamo noi il prezzo per legge: 90 centesimi, anzi no, 50 centesimi, perché siamo il governo del popolo! Risultato: stamattina le mascherine sono immediatamente sparite dai negozi, perché chi le ha pagate al fornitore due euro l’una come può venderle a cinquanta centesimi?

Al che oggi il governo ha precisato: no, scusate, pagheremo noi la differenza ai negozianti. Ma naturalmente a babbo morto! Non credo che vedremo riapparire le mascherine tanto presto, se non sottobanco; sono talmente inetti che son riusciti a riportare in Italia il mercato nero, una roba che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale.

Ma in tutto questo tempo non hanno fatto l’unica cosa che andava fatta, cioé – due mesi fa, non adesso – convocare le associazioni di categoria e dire a tutte le industrie del tessile che chi poteva si riconvertisse a fare mascherine, e che lo Stato avrebbe pagato i costi di riconversione e garantito volumi di acquisto adeguati. Questo avrebbe reso l’Italia autonoma e avrebbe permesso di mettere sul mercato mascherine a prezzo naturalmente basso, creando anche posti di lavoro in Italia. Ma no, quello era comunismo!

Non si possono indirizzare le imprese, salvo poi trovarsi dopo due mesi con l’epidemia che non passa anche per mancanza dei dispositivi di protezione individuale, e tentare di fare una manovra che è molto più “comunista” di quella, ma che fallisce subito.

Che banda di incapaci…

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domenica 26 Aprile 2020, 10:16

Covid-19 e PM10, è ufficiale: i giornali italiani sparano titoli a caso

Ho letto con interesse le notizie per cui “è ufficiale, il PM10 trasmette il coronavirus”, come da ineffabile titolo dell’Agenzia AGI (ma tutti i giornali sono della stessa forza), che cita un “annuncio” della Società Italiana di Medicina Ambientale che direbbe che “il coronavirus è stato ritrovato sul particolato”.

Ma essendo abituato a verificare le notizie, sono andato sul sito della società stessa per leggere nel dettaglio. Bene, l’annuncio non c’è: in home page c’è il link a un corso per pubblici amministratori (“patrocinato dalle Regioni ospitanti”, chissà se sganciando soldi pubblici), in cui si spiega cos’è il PM10 ma di covid-19 non si parla; e la sezione “Pubblicazioni COVID-19”, che nel menu è proprio a fianco della pagina per le donazioni, la vedete qui sotto nello screenshot.

C’è, è vero, un “position paper” di un mese fa. Come dice il nome, non è uno studio scientifico soggetto a verifica e revisione di altri scienziati, ma rappresenta semplicemente l’opinione dell’associazione. In pratica, l’opinione è che esista un legame tra PM10 e coronavirus perché hanno ritrovato una correlazione statistica tra le aree con più morti e le aree con più inquinamento.

Ma chiunque mastichi un po’ di pensiero razionale ormai sa che una correlazione statistica non prova affatto una relazione di causalità, come si vede anche dalle mappe che imperversano su Facebook e “dimostrano” la correlazione tra coronavirus e antenne cellulari, o tra coronavirus e supermercati, o tra coronavirus e piccole-medie imprese (“il virus è stato inventato per far chiudere i negozi della gente e arricchire i ricchi!”).

Il livello di prova scientifica è quello; il resto del paper è dedicato a dire che siccome in Cina hanno trovato dei batteri nel PM10, o l’inquinamento peggiora il morbillo, allora il PM10 deve per forza anche spargere il covid-19 – ma senza nessuna prova sperimentale o clinica.

Insomma, lo studio che proverebbe il ritrovamento dell’RNA del virus sul PM10, possibilmente con peer review di scienziati terzi qualificati, io non l’ho trovato. L’unica cosa che è apparsa su una rivista scientifica (il BMJ) è una versione riassuntiva in inglese del position paper, pubblicata non come articolo ma come commento a un altro articolo, e solo con un bel punto interrogativo al fondo dell’affermazione: “Is there a Plausible Role for Particulate Matter in the spreading of COVID-19 in Northern Italy?” (chissà).

Probabilmente l’articolo scientifico vero e proprio, quello con la scoperta del fatto che il virus infetta le persone viaggiando sul PM10, è ancora in corso di pubblicazione, ma fin che non esce e non lo si può leggere, non si capisce da cosa siano giustificati i titoli dei giornali, e a maggior ragione cosa sia “ufficiale” (un bel niente).

Dopodiché, è del tutto possibile che l’inquinamento dell’aria – che di sicuro non fa bene e va combattuto – giochi un ruolo anche in questa epidemia, anche solo come fattore di rischio che peggiora statisticamente l’esito della malattia. Solo, prima di sparare notizie terroristiche e spaventare la gente facendo credere che si possa morire semplicemente respirando il PM10, sarebbe bene avere qualche prova in più.

Del resto, se anche ci fossero davvero tracce di coronavirus sul PM10 (cosa non sorprendente, visto che le hanno trovate anche nelle fogne e più o meno ovunque), mi pare molto probabile che siano tracce deboli e non infettive; altrimenti, semplicemente, nella Pianura Padana ce lo saremmo già preso tutti.

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mercoledì 22 Aprile 2020, 09:41

Gomme invernali e democrazia

Un altro bell’esempio dell’approssimazione con cui è gestito il lockdown, in contrasto a principi di base della democrazia, è quello delle gomme invernali.

Sì, perché il 15 aprile è scaduto il periodo, e l’obbligo di rimettere le gomme estive entro il 15 maggio non è stato né abolito né rinviato. Oddio, obbligo: in realtà pare sia un obbligo solo per certe categorie di gomme invernali e non tutte, per le altre è solo un consiglio. Anche se alcuni però sostengono che girare con le gomme invernali d’estate sia insicuro comunque, e quindi passibile di multa in ogni caso: non si sa, dipende dal poliziotto che ti ferma.

Certamente, girare con le gomme invernali d’estate non è il massimo né dell’efficienza energetica né della sicurezza; del resto, fino all’estate scorsa ci facevano una testa tanta che era assolutamente necessario fare tutti il cambio tempestivamente, nonostante il costo. Oggi, improvvisamente non è più un problema, o forse sì, boh.

I gommisti, peraltro, sono aperti, ma solo per i veicoli usati per uno stato di necessità previsto dall’autocertificazione: in quel caso, si è anche autorizzati ad andare dal gommista a cambiare le gomme. Quindi, le ambulanze o le macchine della polizia possono andare. Ok, ma se io devo usare tutti i giorni la macchina per andare a lavorare? Anche quella è una necessità, direi. Va bene, ma se la uso per fare la spesa? Comunque la uso, se l’auto non è sicura è un pericolo anche per pochi chilometri. Ma se vado dal gommista dicendo che la uso per quello, e mi fermano, probabilmente mi fanno la multa per uscita non necessaria. Ma qual è un’uscita sufficientemente necessaria da giustificare il cambio gomme? Boh.

Riassumendo: l’obbligo di cambiare le gomme è in vigore senza cambiamenti, anche se non si sa quanto sia un obbligo. I gommisti sono aperti, ma se ci vai potrebbero multarti, a discrezione di quanto è rigido il poliziotto del momento. Quindi converrebbe fregarsene, salvo che rischi dopo il 15 maggio di prenderti una multa non appena tocchi la macchina, sempre a discrezione del poliziotto.

Quando si parla di lockdown all’italiana incompatibile con la democrazia, secondo me non è tanto per le limitazioni, ma per come ci rende totalmente sottomessi all’arbitrio del potere, che può punirti a piacimento sfruttando la vaghezza e l’incoerenza delle regole che lui stesso ha scritto: tutto l’opposto della “rule of law” che vincola anche il re, cosa che sin dal medioevo è la base della democrazia.

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domenica 19 Aprile 2020, 11:51

Un nuovo patto per un lockdown più intelligente

Una delle capacità fondamentali di un buon governante è capire quando i sacrifici che chiede ai cittadini sono sostenibili e quando non lo sono.

Quasi due mesi fa, lo Stato ha fatto un patto con gli italiani: i cittadini dovevano stare a casa per qualche settimana, mentre il governo avrebbe contenuto e ridotto l’epidemia per riportare la situazione quasi alla normalità. I cittadini hanno sostanzialmente rispettato la loro parte del patto; lo Stato no, per suoi errori e disorganizzazione. Magari era impossibile fare di meglio (mah), ed è chiaro che riaprire troppe attività, ora o a breve, sarebbe irresponsabile, ma il rischio adesso è quello di una generale perdita di fiducia nello Stato e di una rivolta silenziosa, già visibile nel percepibile aumento della gente per strada, con successiva nuova epidemia e caos.

Per questo è necessario rivedere le restrizioni in maniera intelligente, mantenendo i divieti che servono ma evitando i divieti stupidi, quelli che frustrano inutilmente la gente senza contribuire significativamente a contenere l’epidemia. Basterebbe passare a principi semplici, ma ben definiti:

1. Qualsiasi attività che non provochi un contatto diretto con persone che non siano un convivente o un familiare (nel seguito “terzi”) è permessa.

2. Le attività che richiedono un contatto diretto con terzi sono permesse se ricadono tra questi casi:

  • attività lavorative che non possono essere svolte in telelavoro;
  • esami, interventi e visite mediche prescritti da un medico o da altre autorità sanitarie;
  • acquisti e ritiri di beni o servizi presso qualsiasi negozio o attività aperta al pubblico;
  • accesso a uffici pubblici e privati per pratiche che non possono essere svolte a distanza né rinviate senza creare danno a nessuno;
  • spostamenti e attività necessarie ad evitare un grave rischio per la salute o la sicurezza di qualcuno;
  • altri casi di necessità preventivamente autorizzati dalla Polizia Municipale del Comune in cui ci si trova.

Quanto sopra è permesso indipendentemente dalle distanze da percorrere, ma solo se le attività per cui si lavora o presso cui ci si reca sono legittimamente autorizzate a restare aperte. Tali attività devono comunque adottare accorgimenti per ridurre il più possibile i contatti diretti.

3. Al di fuori delle attività permesse, ognuno è tenuto a rimanere all’interno del proprio domicilio.

4. E’ permesso scegliere il proprio domicilio presso qualsiasi abitazione in cui si evitino contatti diretti con terzi. Se si dispone di più di un domicilio adatto, è permesso spostarsi tra essi secondo le condizioni del punto 5.

5. Gli spostamenti a piedi o su un veicolo, se da soli o insieme soltanto a conviventi o familiari, sono permessi se funzionali allo svolgimento di una attività permessa e solo evitando contatti diretti con terzi. Gli altri spostamenti sono permessi solo se funzionali alle attività permesse di cui al punto 2 e solo indossando i dispositivi di protezione individuale. Limiti geografici agli spostamenti possono essere imposti separatamente se vi è la necessità di contenere il contagio all’interno di determinate aree.

6. Un contatto diretto è definito come uno tra i casi seguenti:

  • parlare con un’altra persona a meno di due metri di distanza;
  • restare a meno di due metri di distanza da una o più persone per più di due minuti;
  • stare in uno stesso spazio chiuso con una o più persone per più di quindici minuti, se la superficie dello spazio chiuso è inferiore a 40 mq per persona.

7. Chiunque, durante lo svolgimento delle attività permesse, è tenuto a comportarsi in modo da ridurre numero e durata dei contatti diretti con terzi e, durante di essi, a usare i dispositivi di protezione individuale.

Quanto sopra (di cui naturalmente si possono discutere i dettagli) garantirebbe già una maggiore libertà, ma sarebbe una libertà limitata a situazioni che non creano rischio significativo, dando in modo intelligente una valvola di sfogo alla popolazione; ed eviterebbe multe totalmente prive di senso, come quella alla famiglia di Grosseto che portava la bimba a un controllo post trapianto, o alla famiglia scesa in tre a buttare l’immondizia (che rischio crea?), e anche soprusi da dittatura orwelliana, come la gente che, a seconda di come gira al poliziotto, viene multata perché c’era troppo vino nella spesa, o perché poteva andare in un’altra farmacia più lontana ma dentro il Comune, o perché ha usato un autolavaggio che pure era autorizzato ad aprire.

Sarebbe una buona base per proseguire un lockdown che pure è pesante per tutti, ma che altrimenti diventerà sempre più insopportabile di fronte al mix di fallimento sanitario e repressione inutile, con tanto di elicotteri mandati a pattugliare i parchi e le spiagge mentre la gente aspetta per settimane un tampone.

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domenica 12 Aprile 2020, 12:17

Taglio pasquale

È primavera, fa caldo, l’ultima volta che sono andato dal barbiere era metà febbraio, e i capelli cominciano a dare fastidio – anche perché i miei non crescono in lunghezza, ma in altezza e in volume. Speravo di poter rivedere presto Anna, la mia parrucchiera cubana che ha ereditato clienti e negozio dal povero Dante, lo storico barbiere di corso Francia mancato qualche anno fa dopo una lunga malattia. Ma venerdì sera, all’ennesimo annuncio di nessuna riapertura in vista per settimane, ho deciso che dovevo fare da solo.

Ho passato la serata a documentarmi sulle macchinette tagliacapelli, e poi a preoccuparmi: a quanto pare non sono l’unico con questo problema, per cui su Amazon tutti i modelli più gettonati sono esauriti e disponibili solo tra un paio di settimane, mentre gli altri prevedono la consegna dopo il 22 aprile. Su molti negozi online i tagliacapelli sono difficili da trovare, ma alla fine mi ha salvato Unieuro: aveva ancora disponibile un Philips che sembrava adatto, per 46 euro consegna compresa. Il problema è che non erano specificati tempi di consegna; molti e-commerce ormai hanno un grosso avviso che dice “non possiamo garantire tempi, ci saranno ritardi”.

Tuttavia, provando a fare l’acquisto, ho scoperto che chiedendo la consegna in negozio – quello di Porta Nuova è aperto, anche a questo scopo – era garantita la disponibilità entro 5 giorni lavorativi. Bene, penso, arriverà alla fine della prossima settimana, comunque prima di Amazon, e posso andarlo a ritirare alla prossima uscita per la spesa.

E invece mi hanno sorpreso: ieri mattina, a meno di 12 ore dall’ordine, è arrivato l’avviso che il prodotto era già disponibile e potevo ritirarlo. E così, spinto dal fastidio di una nuca troppo spessa, ho fatto una ulteriore puntata fuori, fino a una Porta Nuova post-apocalittica e completamente deserta, e ho recuperato il mio tagliacapelli.

Restava l’impresa di usarlo. Pensavo che sarebbe stato un disastro, e invece tra me e Elena, nonostante la nostra inesperienza, è venuta fuori una cosa più che accettabile. Certo, in pratica l’unico taglio che siamo stati in grado di fare è una rasatura uniforme a due centimetri con effetto coperta pelosa, ma è venuta fuori sorprendentemente a posto. Non vedo comunque l’ora che riaprano i barbieri, ma almeno per un po’ sono a posto.

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sabato 4 Aprile 2020, 10:24

Una rapida analisi dei dati (3)

Vedo in molti di voi i primi segni di cedimento. Anzi, vedo molti che non ci hanno nemmeno provato, che cercano ogni scusa per uscire tutti i giorni a fare la corsetta, il giro col bambino, la spesa di tre euro al supermercato. Vedo anche quelli che postano le analisi costituzionali, “la mia libertà ingiustamente limitata”. Vedo quelli che si ritengono vittima di un complotto, che dicono che in realtà non muore poi tanta gente, che si poteva andare avanti normalmente. Vedo quelli che, comprensibilmente, dicono che va bene ancora un po’ ma poi basta, che entro maggio comunque si deve riaprire.

Allora, stamattina ho pensato di rispiegare per bene ancora una cosa, senza entrare troppo nella matematica (ben spiegata nel post da cui è tratta la figura sotto). Una epidemia si diffonde secondo un suo valore caratteristico chiamato R0, che dipende dalla sua contagiosità e da quanto le persone si incontrano tra loro. Se R0 > 1 ogni persona ne infetta più di un’altra e il numero dei malati aumenta, se R0 < 1 il numero dei malati diminuisce; col tempo, quando compare un grande numero di immuni (e siamo ancora molto lontani da esso, persino se ipotizziamo di avere moltissimi malati asintomatici) il fattore R effettivo diminuisce naturalmente perché non ci sono più persone da infettare. Con un tasso normale di contatti sociali, il covid-19 ha un R0 almeno pari a 2, e cresce velocemente.

Per questo, nel momento in cui “si riapre”, se in giro ci sono ancora dei casi, l’epidemia riparte esattamente come all’inizio, come se non ci fossimo mai fermati, vanificando tutti i sacrifici che abbiamo fatto. Basta guardare la figura qui sotto.

Questo vuol dire che si può “riaprire” solo nei seguenti casi:
1) è stato trovato un vaccino e quasi tutti sono stati vaccinati;
2) il numero di casi in Italia è sceso a zero, e siamo in grado di controllare anche le infezioni di ritorno, chiudendo per bene le frontiere;
3) il numero di casi è diventato basso, e la riapertura è molto parziale, facendo in modo che i contatti siano molto meno del normale e quindi mantenendo R0 inferiore o al massimo quasi uguale a 1, e preparandosi a tornare subito al blocco se si scopre che R0 è risalito sopra 1.

Inizialmente, confido che speravo nel caso 2: ci chiudiamo in casa, portiamo R0 molto sotto 1, ammazziamo l’epidemia in un paio di mesi, eradichiamo il virus e riapriamo tutto, come hanno fatto (dicono) in Cina. Ma poi siete arrivati voi: quelli che non ci provano nemmeno, quelli che cercano ogni scusa per uscire “tanto non incrocio nessuno, che male faccio?”. Ma ogni uscita ha comunque una probabilità di un incrocio e di un contagio; magari è molto bassa, ma se milioni di persone escono, una probabilità molto bassa moltiplicata per milioni di persone fa migliaia di contagi. E non è una buona giustificazione il fatto che siano permesse uscite anche più pericolose, come quelle per chi lavora nei servizi essenziali: quelle non si possono eliminare senza far morire tutti di fame, la vostra passeggiata invece sì.

Il risultato di tutto questo è che secondo un recentissimo paper dell’Imperial College il blocco italiano non è riuscito nemmeno a far scendere R0 chiaramente sotto 1; secondo loro, siamo probabilmente attorno a 1,1-1,2. Il che vuol dire che l’andamento oscillante dei dati di questi giorni potrebbe non preludere a un progressivo calo delle infezioni, ma restare così all’infinito, potenzialmente per anni, fin che non ci siamo infettati tutti. Oppure potrebbe trasformarsi in un calo, ma lentissimo, portando a “zero o quasi” e alla parziale riapertura solo in autunno – e nel frattempo passando tutta la primavera e tutta l’estate chiusi in casa con molta gente in bancarotta. Possiamo sperare che l’ulteriore stretta di due settimane fa dia nei prossimi giorni una spinta più chiara verso il basso, ma non è detto che faccia più di tanto.

Questo perché? Perché i cinesi non sono pieni di gente che reclama il suo diritto costituzionale alla corsetta e al giro al mercato, noi sì.

(Faccio notare che su questa questione la prestazione del sistema sanitario è irrilevante, il sistema sanitario cura meglio o peggio chi si è infettato e determina il numero dei morti, ma non influenza il numero dei contagi: quello è solo determinato dal comportamento sociale e al massimo dalle protezioni, tipo le mascherine che ufficialmente non servono ma che comunque un governo decente dopo un mese e mezzo avrebbe procurato a tutti – ma questa è un’altra storia.)

Quello che voglio dunque sottolineare è che i segni di cedimento di cui parlavo all’inizio allontanano la riapertura, e non il contrario. Ogni uscita fatta oggi, specialmente quelle fatte senza criterio e senza protezioni, vuol dire settimane di uscite in meno più avanti, vuol dire maggiori danni economici e più gente senza lavoro. Uscendo, non rischiate soltanto voi, ma danneggiate tutti, compresi quelli che sono diligentemente in casa da oltre un mese. Non c’è nessun diritto costituzionale, nessuno sfinimento da bambini in casa che possa alterare questa realtà. Pensateci.

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domenica 22 Marzo 2020, 09:59

Una rapida analisi dei dati (2)

Per mantenere un po’ di ordine mentale in ciò che sta succedendo, ecco una nuova analisi dei dati matematici.

L’Italia è stata messa in “lockdown”, quello in vigore fino a ieri, tra domenica 8 e mercoledì 11 marzo. Come vi scrissi in un post di allora, qualsiasi misura ha un effetto sui contagi che nella realtà è immediato, ma nei numeri rilevati e comunicati alle sei di sera si vede con un ritardo legato al tempo di incubazione e di crescita dei sintomi fino al momento del tampone, che a Wuhan risultava essere mediamente di 12 giorni. Trattandosi di una media sulla somma di casi singoli, questo vuol dire che i primi effetti dovrebbero vedersi 9-10 giorni dopo, e poi aumentare ed essere pienamente efficaci dopo un paio di settimane.

L’obiettivo del “lockdown” è quello di far scendere il fattore R0 dell’epidemia, cioé il numero medio di persone contagiate da ogni infetto, sotto 1. Infatti, se R0<1 ogni nuovo infetto contagia meno di un’altra persona e quindi il numero dei nuovi casi tende a diminuire, fino ad azzerarsi; se R0>1 invece il numero tende ad aumentare e si ha una crescita di tipo esponenziale, in cui a essere costante non è il numero di nuovi casi, ma la percentuale dei nuovi casi rispetto al valore precedente.

Quindi, l’andamento dei nuovi casi ci dice se siamo riusciti a bloccare la diffusione esponenziale del virus oppure no; nel momento in cui R0 scende sotto 1, i nuovi casi dovrebbero stabilizzarsi in valore assoluto per qualche giorno e poi iniziare a scendere.

L’andamento nazionale è la somma degli andamenti dei vari focolai, ma vista anche la concentrazione dell’epidemia nelle zone chiuse per prima, ci aspettavamo che intorno al 18 marzo la crescita percentuale cominciasse a scendere, e che intorno a oggi il numero di casi iniziasse a stabilizzarsi. Questo era importante perché, come scrissi alla fine del post precedente, “sappiamo che un blocco stile Wuhan (cioé compresi uffici, fabbriche e tutti i negozi non strettamente vitali) funziona. Non sappiamo se funzioni un blocco come l’attuale”.

I dati, nella realtà, hanno fatto qualcosa di piuttosto imprevisto. La crescita percentuale fissa dell’esponenziale dei nuovi casi, che prima delle misure era del 20-25%, ha iniziato a scendere già attorno al 13 marzo, ma dal 16 si è assestata con impressionante regolarità attorno al 14% e non è più scesa. In pratica, da una settimana siamo ancora in fase di crescita esponenziale, soltanto più lenta, con un tempo di raddoppio di 5-6 giorni invece che di 2-3. In compenso, il cambio di trend che ci aspettavamo negli ultimi 3-4 giorni non è minimamente apparso.

Come interpretare questi dati? Ci sono diverse possibilità.

Una è che i nostri tempi di ritardo siano più lunghi del previsto, magari per problemi del nostro sistema di rilevamento dei casi, o perché ci vogliono diversi giorni perché la maggior parte della gente inizi davvero a rispettare le prescrizioni. Questo vorrebbe dire che gli effetti visti una settimana fa sono quelli delle misure prese l’ultima settimana di febbraio, e che vedremo quelli dell’8 marzo tra qualche giorno. Potrebbe dunque darsi che già il “lockdown” delle scorse settimane fosse sufficiente, e serva solo avere pazienza.

L’altra è invece che il “lockdown” applicato fino a ieri sia insufficiente a far scendere R0 sotto 1, e che questo calo sia già l’effetto delle misure dell’8 marzo, e che sia finito così, dimostrandosi largamente insufficiente. In questo secondo caso, vedremo continuare la crescita al 14% ancora per 10-12 giorni; magari un po’ meno, visto che i primi effetti in questa ipotesi si sarebbero visti cinque giorni dopo le prime misure. Poi, scopriremo gli effetti del nuovo lockdown più stretto deciso stanotte.

Il problema è che, se siamo nel secondo scenario, al punto attuale dell’epidemia ogni giorno di ritardo nell’introdurre misure più stringenti significa migliaia di morti in più. Applicando il 14% di crescita per dieci giorni a partire da oggi, si ottengono 145.000 nuovi casi e quasi 17.000 nuovi morti. Applicandolo invece a partire da ieri, con un solo giorno di anticipo si sarebbero potuti evitare (o fortemente ridurre) 25.000 casi e quasi 4.000 morti. E tutto questo senza considerare che in realtà l’effetto delle misure sul numero dei morti è ritardato rispetto a quello sui nuovi casi, e infatti i morti stanno tuttora salendo al 18-19%.

Capite dunque perché, nel dubbio, il governo si sia finalmente deciso a introdurre nuove restrizioni. A dire il vero, credo che il governo le abbia introdotte adesso per calcoli politici, perché le stavano già introducendo le Regioni con loro ordinanze e Conte non voleva perdere il ruolo di leader agli occhi degli italiani. Ad ogni modo, hanno un senso: se si vedrà un netto calo già nei prossimi giorni le si potrebbe parzialmente riconsiderare, altrimenti ce le terremo senz’altro per settimane.

Nel frattempo, ecco, se – a parte chi lavora nelle attività essenziali, e ha tutta la mia gratitudine – poteste cortesemente stare a casa quando non è strettamente necessario a sopravvivere, fareste un favore a tutti.

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