Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Ven 23 - 9:41
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione
giovedì 22 febbraio 2018, 06:24

La regola del buffè

C’è una regola che dice che più fa schifo il cibo del buffè e più ne mangerai, preso da un istinto accaparratorio atavico acceso dalla scarsità. In questo caso, la serata sociale della conferenza ha lasciato a desiderare: non solo la sala era palesemente troppo piccola per tutti, non solo le due code erano troppo poche, ma delle sei opzioni in serie quattro erano impresentabili: un teorico panino di porco che dentro aveva solo insalata, un asparago bollito che mio dio non sono mica malato, riso bianco scondito che va giusto bene come padding per allineare gli spazi, e una roba di tofu e peperoni, mio Dio! tofu e peperoni, che solo in California possono essere così fighetti da mangiare sta roba, mentre nel resto degli Stati Uniti, e un po’ ovunque nel mondo civile, il tofu è cibo solo per mucche, comunisti e mucche comuniste (ma è un’ottima materia prima per la produzione degli pneumatici). Restavano i ravioli cinesi e il pollo, che infatti non facevano in tempo ad atterrare che venivano saccheggiati dalla folla. E non parliamo del bar! per avere una birra ho dovuto sgomitare che neanche un fantino al palio di Siena.

E comunque, l’albergo storico a cinque stelle proprio sulla cima di Snob Hill – è il posto dove hanno firmato lo statuto delle Nazioni Unite, per dire quanto è snob – offre solo la sala a tema isola polinesiana in cui ci troviamo. Per gli americani è una figata, ma boh: è talmente pigiata di gente che non si riesce a parlare, ti mettono al collo una ghirlanda di finti petali da cinque lire, e al centro c’è una piscina con una zattera su cui suona una band di cinesi – e penso che il batterista cinese che canta successi anni ’80, tipo Tutto Nylon di Laionel Ricci, o 666 di Mac & Jack, si stia comunque divertendo di più.

Ma non è un problema, che fuori c’è la città: l’unica vera città della California (San Francisco è una città, Los Angeles è una distesa di case). Ogni angolo è un panorama, ogni momento è un respiro di vento, ogni casa è una storia epica di frontiera e conquista e disastro e ricostruzione, e oggi anche di cinesi con QI > 150 che lavorano per Google. Basta mettere fuori il naso ed è subito meraviglia, specie su California Street, col tram a cavo che passa e anche quando non passa fa un casino tale che tiene sveglio il vicinato, ma è comunque un pezzo di Ottocento pionieristico proiettato verso il mare del Duemila.

Chissà se san Ginepro Serra, fondando la missione di San Francesco d’Assisi, avrebbe mai pensato che sarebbe finita così.

divider
giovedì 8 febbraio 2018, 13:26

Guida rapida per scegliere chi votare

Anch’io, come tutti, sono tormentato dal dubbio su cosa votare il 4 marzo: quindi, per riordinare le idee, ho preparato un elenco poco serio (come tutta la situazione) dei pro e dei contro di ciascun partito. Condividendolo, possiamo aiutare l’Italia a scegliere bene!

(p.s. Se siete esponenti o sostenitori di uno di questi partiti non prendetevela, è satira)

SINISTRA

POTERE AL POPOLO

Pro:
Spaventare i borghesi

Contro:
I borghesi sono già tutti dentro Potere al Popolo
Da giovani abbiamo preso tutti il comunismo, poi però siamo guariti
E poi se proprio volessi votare comunista questo non è abbastanza comunismo, c’è mica ancora da qualche parte il PCL? ho guardato nell’armadio ma non l’ho trovato

LIBERI E UNITI

Pro:
C’è bisogno di attenzione al bene comune, all’ambiente, ai diritti e a tutte quelle cose che una volta erano di sinistra

Contro:
Si chiamano come uno shampoo
Lo shampoo è troppo grasso
Hanno già dato il via alle scissioni prima ancora di presentare le liste
Visto quanto litigano, non si riesce nemmeno più a dire il nome senza mettersi a ridere
E’ la solita ammucchiata elettorale di sinistra che serve solo a garantire un altro giro ai suoi capi
Tasse al 99% e debiti a manetta
Immigrati… immigrati ovunque… vengono fuori dalle fottute pareti!

CENTROSINISTRA

PD

Pro:
E’ come scegliere una macchina Fiat, un po’ funziona e un po’ no ma ce l’aveva tuo padre, ce l’aveva tuo nonno e più o meno va avanti
Gentiloni è il tipo di premier che vorrei

Contro:
Renzi deve morire
Renzi non è il tipo di premier che vorrei
Non si capisce cosa aspettino a far fuori Renzi e i renziani
E comunque hanno ancora troppi impresentabili

+EUROPA

Pro:
Sono l’unica vaga novità politica di queste elezioni
La Bonino è una delle poche persone di caratura internazionale che abbiamo
Sono gli unici laici e libertari in un mare di baciapile
Un po’ di liberismo ci farebbe bene
Fuori dall’Europa c’è solo il terzo mondo

Contro:
Ok, ho capito che siete liberisti, ma non è il caso di esagerare
Due cosette da cambiare nell’Unione Europea ci sarebbero
Magari poi l’austerità non mi piace

INSIEME

Pro:
In teoria dovrebbero esserci dentro dei verdi, ma l’etichetta non è chiara

Contro:
Si chiamano come una canzone di Toto Cutugno
Sono una triste ammucchiata elettorale di frattaglie
Ma chi cazzo siete?

PARTITO FIORE PETALOSO

Pro:
Hanno il simbolo più brutto della storia, meritano un premio per il coraggio

Contro:
Ma chi cazzo siete?

SÃœDTIROLER VOLKSPARTEI

Pro:
In Alto Adige non c’è neanche una cartaccia per terra
Ottimo speck
Parlano tedesco, graditi alla Merkel

Contro:
Non si presentano nel mio collegio e in generale in nessun collegio in cui il tedesco non sia la lingua ufficiale, per cui per poterli votare bisognerà aspettare ancora una decina d’anni

DESTRACENTROSINISTRA

MOVIMENTO 5 STELLE

Pro:
Hanno anche dei candidati validi
C’è ancora gente che ci crede davvero
Non sono ancora abituati a rubare

Contro:
Hanno una tonnellata di candidati impresentabili, inclusi sciachimichisti, antivaccinisti e tantissimi arrivisti
Sono pronti ad allinearsi a qualsiasi potere forte pur di stare al potere debole
Al grillino medio bastano dieci minuti di bella vita e si attacca alla poltrona peggio di quelli prima
Di Maio presidente del consiglio saresse la barzelletta d’Europa
Se Appendino da laureata alla Bocconi in una città ben organizzata ha fatto disastri, che cosa potrebbe combinare uno steward dello stadio che non sa l’italiano, messo a governare il Paese?
Non solo fanno disastri, ma se ti lamenti ti fanno pure la morale
Tasse al 99% ma anche allo 0%, immigrati tanti ma anche pochi, insomma diciamo quello che vuoi basta che ci voti, tanto poi faremo quel che ci pare
Mai pensare di andare con gli ignoranti potendoli gestire, loro si organizzano e ti battono a colpi di pietre in testa

CENTRODESTRA

FORZA ITALIA

Pro:
Altri cinque anni di grande satira
E’ un pupazzo di gomma, quindi non può morire
Se ci va di culo ci toglie qualche tassa

Contro:
Vedi “Berlusconi” su Google
Dopo aver fatto le manifestazioni ad Arcore dieci anni fa, sarebbe duro ammettere che quel che è venuto dopo Silvio è stato peggio

LEGA BOH

Pro:
Basta immigrati
Basta immigrati
Basta immigrati
Basta immigrati
Basta immigrati
Magari con la Lega al 20% qualcuno lo capisce prima che sia tardi

Contro:
Come personale politico fanno spesso ridere
Epurano i dissidenti peggio che Di Maio
Dopo le elezioni Maroni si stacca e va con Berlusconi

FRATELLI D’ITALIA

Pro:
Sanno l’inno nazionale
Sanno usare Photoshop

Contro:
Sono fascisti ripuliti
Non si capisce a cosa servano

NOI PER L’ITALIA

Pro:
Rivedere ancora le giacche di Formigoni

Contro:
Sono democristiani ripuliti
Talmente riciclati che puzzano di discarica
La discarica è stata costruita su un terreno dell’Opus Dei che il Comune ha comprato a prezzo fuori mercato
Ma chi cazzo siete?

DESTRA

CASAPOUND

Pro:
Vedere la faccia degli intellettuali di sinistra con Casapound al 3%

Contro:
Sono fascisti

FORZA NUOVA

Pro:
Ci ho pensato mezz’ora e non me ne è venuto nessuno

Contro:
Sono fascisti
Menano
Aiuto

divider
sabato 13 gennaio 2018, 12:47

Il grande successo, il grande tradimento

Come potete immaginare, conosco Deborah Montalbano da molti anni, da quando, qualche tempo dopo l’inizio della nostra avventura in Comune, si avvicinò al gruppo M5S Torino Circoscrizione 5, all’epoca l’anima dura e pura del movimento di periferia. Si è fatta strada nel gruppo semplicemente dandosi da fare per il suo quartiere, le Vallette, e per le persone che lo abitavano; in mezzo a tanti aspiranti ospiti di Santoro (pardon, Paragone), che volevano soprattutto conquistarsi un riconoscimento sociale e magari economico, lei si è sempre occupata davvero di chi aveva bisogno.

Il rapporto tra noi non è mai stato facile; eravamo troppo diversi, lontani anni luce per estrazione sociale, per cultura, per visione del mondo. A lei, come a tanti altri attivisti, io sembravo (e venivo fatto sembrare alle mie spalle) troppo pacato, probabilmente un venduto, visto che non urlavo mai in aula contro “i piddini” come invece faceva Chiara. Ero anche, nell’ultimo periodo, stanco, mobbizzato e francamente stufo, usato da Chiara e dallo staff del Movimento come discarica delle questioni che portavano tante rogne e nessuna visibilità; tra esse, il supporto alle persone senza casa o senza lavoro che Deborah invariabilmente ci segnalava era probabilmente la prima. Io ci ho messo comunque tutte le energie che ancora avevo, ma a lei, immagino, sarà sembrato che delle Vallette mi importasse poco, anche per il distinguo, che io cercavo sempre di tenere a mente ma che pochi altri capivano, tra aiutare un cittadino a far valere i propri diritti e aiutare un conoscente ad avere qualcosa grazie alla politica.

Dopo le elezioni, in cui Deborah dalle Vallette ha portato e ricevuto un sacco di voti, l’ho vista apparire come presidente della commissione sanità e servizi sociali. Poteva sembrare logico, perché era il tema per cui ha sempre combattuto; eppure, sin dal principio ho pensato che la cosa non avrebbe funzionato, anzi, che sarebbe finita in uno scandalo.

Infatti, nominare Montalbano presidente della commissione sanità e servizi sociali è stato come nominare primario di chirurgia del maggiore ospedale cittadino uno che ha subito tredici operazioni a cuore aperto: un errore di logica sin dal principio. Eppure, questa era l’idea del Movimento nella sua antica fase nobile: portare la gente nelle istituzioni, perché a differenza dei “politicanti”, la gente ha esperienza diretta dei problemi che vive. Detta in questo secondo modo, non sembra ragionevole?

Un fondo di ragione c’è: perché “la gente” sono anche i comitati, le associazioni, i gruppi che approfondiscono le questioni spesso molto più di quei politici e funzionari che cercano solo di raggiungere un risultato col minimo sforzo e non pestare i piedi a nessuno; sono molti di quella metà abbondante di italiani che non va più a votare, spesso per qualunquismo, ma spesso invece perché il livello della politica (tutta) è troppo basso rispetto ai loro valori e alle loro capacità. L’obiettivo di “far entrare i cittadini nelle istituzioni”, dunque, era sensato; purché fosse accompagnato da una selezione fatta nel modo giusto, per capacità e per merito.

E’ solo più tardi, durante la metamorfosi movimentista dell’assalto al Parlamento, che questo obiettivo è stato reinterpretato nel modo che portava più consenso, quello della cuoca di Lenin; quello per cui chiunque può amministrare un Paese, e a maggior ragione tu, sì tu che sei un precario o un disoccupato e che, detto col massimo rispetto, non sai fare granché, non hai avuto l’educazione e le opportunità e non capisci i problemi complessi della nostra società, ma come una Eliza Doolittle o un Billy Ray Valentine della politica puoi venire rapidamente trasformato in uno statista di primo piano dall’alto, per volere di qualcuno nell’élite.

Paradossalmente, riuscire a mettere una come Montalbano in quella posizione è stato un grande successo del M5S; la dimostrazione che pigmalionare la politica è tecnicamente possibile. E però, è anche la dimostrazione che fatta così, con un giacobinismo dei poveri invece che con un percorso strutturato di crescita e di trasformazione personale, alla fine non può funzionare.

E non funziona anche per un motivo molto più serio di questi che sono usciti sui giornali, dell’auto blu presa una volta per emergenza o dei duecento euro di taxi; perché il cittadino che ha subito tredici operazioni a cuore aperto, costruendosi per forza di cose nel frattempo una rete di amici che ne hanno subite cinque o sette o trenta, messo a governare la sala operatoria finisce per dimenticare le questioni di sistema e ragionare soprattutto sulle operazioni proprie e dei propri amici, senza una visione terza; inevitabilmente, confonderà il portare una voce con il doverla ascoltare e mediare con tutte le altre e con l’interesse collettivo. Avere una presidente di commissione servizi sociali utente degli stessi, che vive in una casa popolare di cui fa fatica a pagare l’affitto, che ha amici e conoscenti continuamente in attesa di una casa o di un sostegno, costituisce un conflitto di interessi mostruoso messo in mano a una persona che difficilmente, e non per colpa sua, avrà i mezzi culturali per gestirlo.

Dunque, era chiaro sin dal principio che Deborah non doveva essere lì e che messa lì avrebbe combinato disastri. Eppure, trovo troppo facile quello che ora Chiara Appendino e il M5S torinese (per non parlare di Di Maio, al quale interessa solo l’immagine pubblica) stanno facendo nei suoi confronti.

Deborah, la sua attività, il suo quartiere, sono stati il cuore della campagna elettorale di Chiara Appendino; lo strumento scelto astutamente per spezzare nell’immagine la distanza siderale che oggettivamente esiste tra Chiara, ragazza bene della Torino benissimo, e la cosiddetta “gente comune”. Le cose che ha fatto Deborah sono probabilmente indifendibili sul piano legale e certamente lo sono su quello politico e su quello sostanziale, le sue dimissioni sono inevitabili, ma io non riesco a prendermela più di tanto con lei, che è solo un pesce piccolissimo e inconsapevole in un gioco molto più grande.

Me la prenderei di più, invece, con chi ha usato la gente come lei per ottenere il supporto delle periferie, promettendo di cambiare tutto, e poi non solo non ha mantenuto la promessa, ma, dopo un po’, scopre che quelli delle periferie sono gente problematica, impresentabile ai salotti buoni, e tutto sommato non servono più (mentre, per dire, quel Ceresa prima dirigente di Fassino e ora di Appendino, che si interessava alle multe degli amici, e soprattutto che ha guidato GTT nel percorso verso l’attuale quasi bancarotta, è ancora lì).

E allora, la vicenda della popolana esibita, lasciata a se stessa e poi scaricata rappresenta il vero, grande tradimento di questa storia: quello che il Movimento 5 Stelle, ormai arrivato al potere, ha compiuto nei confronti della gente semplice che ci ha creduto e che ce lo ha portato, e delle sue richieste di un cambiamento che al massimo riguarderà gli eleganti problemi di noi ciclisti borghesi (e per ora nemmeno quelli), ma che non scalfirà minimamente le gerarchie sociali della città di Torino.

divider
mercoledì 10 gennaio 2018, 15:20

Le coperture fuffa di Pietro Grasso

Se avete seguito la mia bacheca Facebook, sapete che l’idea di abolire le tasse universitarie per tutti, proposta da Liberi & Uguali (che non è uno shampoo, ma è l’ex MDP/SEL/Possibile/Tsipras/Rivoluzionecivile/Rifondazione/robe così), mi sembra una stupidaggine. Non solo va a facilitare i più ricchi, invece di alzare a loro le tasse per finanziare gli altri; ma, sapendo come vanno le cose in Italia, finirebbe così: lo Stato vieta alle Università di incassare le tasse, ma poi non è in grado di rifinanziarle adeguatamente, lasciando gli Atenei con le casse vuote e molti più studenti da gestire, quindi peggiorando la qualità della didattica, dei servizi e del diritto allo studio a danno innanzi tutto dei meno abbienti, che ne hanno più bisogno.

In una discussione, ho incontrato un esponente di quel partito che ha invece rivendicato come i soldi ci siano, e lo stesso Grasso in un tweet lo abbia indicato: questa, e le altre misure di equità a spese pubbliche che questo nuovo partito vuole introdurre, sarebbero finanziate recuperando 16 miliardi all’anno di “mancati introiti, sgravi fiscali e sussidi indiretti a attività dannose per l’ambiente”, più tardi riassunti come “incentivi ai combustibili fossili”.

Io mi sono incuriosito, e mi sono messo a cercare di capire cosa siano concretamente questi “incentivi ai combustibili fossili” che L&U vuole tagliare; ho fatto una ricerca e ho trovato solo un comunicato di Legambiente di due anni fa, che passa due pagine a scagliarsi contro questi incentivi per poi dire che però è difficile sapere esattamente quali e quanti siano, anche se, naturalmente, è un complotto dei petrolieri: “Per Legambiente, siamo di fronte a un gravissimo caso di censura ed è chiara la volontà di fare in modo che di questo tema non si parli affinché nulla cambi” (giuro, non è un parlamentare grillino a parlare, è proprio Legambiente).

Alla fine, nella parte finale dell’articolo, si arriva a un elenco discorsivo che comprende le seguenti voci:
1) 4,6 miliardi di euro annui di “sconti sulle accise sui carburanti”, di cui 1,8 sono agevolazioni agli autotrasportatori e gli altri boh, non si sa cosa siano ma sicuramente ci sono;
2) 0,8 miliardi annui (4,8 miliardi in sei anni) di incentivi CIP6, che sono per le fonti “rinnovabili o assimilate”, e sicuramente in quell’assimilate si sono infilati tutti, a partire dagli inceneritori e probabilmente anche impianti a combustibile, ma quanto di quella cifra vada veramente a impianti a gasolio o gas non è dato sapere;
3) 0,03 miliardi annui di sussidi alle centrali a gasolio nelle isole minori;
4) una cifra imprecisata di “sussidi indiretti alle fonti fossili sotto la forma di sconti ai grandi consumatori di energia”, cioè gli sconti a volume che le grandi aziende negoziano sulla bolletta elettrica in regime di mercato, che secondo Legambiente sono un sussidio al petrolio;
5) 0,6 miliardi annui per il costo del servizio di interrompibilità istantanea, che è quello che permette di staccare alcuni carichi industriali quando la rete è a pieno carico evitando un blackout generalizzato;
6) 1,5 miliardi annui da sconti alle trivellazioni, cioè secondo Legambiente chi trivella in Italia paga troppo poco, quindi basta aumentargli le royalties dal 7% al 50% per incassare 1,5 miliardi in più;
7) 2,2 miliardi annui (6,5 miliardi in tre anni) di esenzioni/riduzioni sulle accise sui carburanti non meglio precisate (ma non erano già il punto 1?);
8) 2,2 miliardi annui di “finanziamenti internazionali”, che sarebbero i contributi italiani ai progetti di sviluppo delle estrazioni petrolifere in Africa e nel Terzo Mondo;
9) 4,15 miliardi annui (8,3 miliardi in due anni) di finanziamento di nuove strade e autostrade.

Sorvolo sul fatto che quasi tutte queste cifre sono di diversi anni prima, vengono da fonti terze e incoerenti tra loro, sono correlate da “si dice” e “pare che” e che in fondo all’articolo c’è una tabellina riassuntiva in cui molte delle stesse cifre, incluso il totale, sono diverse da quelle citate nel corpo dell’articolo: prendiamo per buoni i 16 miliardi annui della lista discorsiva (è la stessa cifra che fa Grasso, dunque penso che la sua fonte sia questa).

Ora, vediamo cosa succederebbe abolendo le varie voci di spesa:
1) Migliaia di posti di lavoro persi nell’autotrasporto e corrispondente rincaro diretto di tutte le merci nei supermercati, che in Italia viaggiano quasi sempre su gomma;
2) Aumento della bolletta energetica (se si eliminano i sussidi impropri per incamerarli, ammesso che ci siano), oppure nessun risparmio (se, come sarebbe logico, gli incentivi risparmiati su impianti fossili venissero reinvestiti davvero nelle rinnovabili);
3) Aumento della bolletta energetica per gli abitanti delle isole minori;
4) Questo è ridicolo: non si capisce come farebbe lo Stato a vietare gli sconti sul libero mercato energetico e soprattutto a farsi dare poi dalle grandi aziende la cifra equivalente allo sconto che avrebbero avuto;
5) Rischio di blackout generale stile 2003;
6) Qui sarei anche d’accordo, ma non è che se io aumento le tasse ai privati dal 7% al 50% il gettito aumenta in proporzione; è probabile che molte attività estrattive non sarebbero più convenienti e si fermerebbero, quindi bene per l’ambiente ma nessun incasso per lo Stato;
7) Boh? non si sa che cavolo siano e se esistano veramente;
8) Perdita di ricchezza e posti di lavoro nel Terzo Mondo (alla faccia di “aiutiamoli a casa loro”, L&U vuol tagliare la cooperazione) e perdita di commesse e lavoro per le aziende italiane che partecipano a questi progetti;
9) Tutti chiusi in casa o bloccati nel traffico; magari sarebbe giusto investire di meno in autostrade, ma in tal caso bisogna investire in mezzi di trasporto alternativi, dunque quei soldi non sarebbero disponibili (senza parlare del fatto che questi sono progetti di lungo periodo già in corso, quindi non li si può cancellare dall’oggi al domani).

Insomma: forse forse da questi 16 miliardi si può ricavare qualcosa, ma non ho trovato una sola voce che mi convinca davvero (forse la sesta, ma certamente per un importo molto inferiore agli 1,5 miliardi dichiarati). Certamente non sono coperture credibili; sono fuffa esattamente come quella sparata da tutti gli altri partiti, che in questo periodo hanno bisogno di spararle grosse per farsi notare. E dunque, permettetemi di concludere ancora una volta che la proposta di Grasso mi pare non solo sbagliata, ma pericolosa per la stabilità dell’Università italiana.

divider
domenica 24 dicembre 2017, 13:10

Una favola politica natalizia

È un po’ che non scrivo sul blog, ma oggi è la vigilia di Natale e una mail che ho ricevuto mi ha fatto venir voglia di raccontarvi una favola. In realtà, la favola è veramente accaduta, ma dato che non mi interessa dire che Tizio è buono e Caio è cattivo, ma piuttosto trasmettervi come in ogni buona favola natalizia una morale, anonimizzerò tutto il racconto, anche se chi è pratico dell’ambiente politico cittadino riconoscerà almeno alcuni dei personaggi.

Questa favola inizia a Natale 2009, quando un giovane movimento rivoluzionario, nato sotto cinque stelle comete, si stava preparando al suo primo grande appuntamento elettorale: le elezioni regionali del marzo 2010. Tra gli esponenti più attivi a Torino, c’era un giovane trentenne esperto di marketing e comunicazione, di cui traspariva subito l’intelligenza, ma anche l’ambizione.

Personalmente penso che l’ambizione non sia in sé malvagia; e quasi tutti coloro che entrano in politica hanno ambizioni personali, un bisogno di approvazione da soddisfare, una tradizione familiare da proseguire, l’aspirazione a una fonte di reddito in più; l’importante però è che l’ambizione non vada a danneggiare la missione collettiva. In questo caso, purtroppo, l’ambizione era forte, e si tradusse in una serie di comportamenti sgradevoli; ricordo un comizio a Bussoleno in cui il giovane trentenne si offrì volontario per distribuire i volantini del Movimento alla folla, e poi scoprimmo che li dava insieme al suo santino personale. Nonostante questo, alla fine ci fu un solo eletto, e lui arrivò soltanto a metà classifica.

L’anno successivo, ci furono le elezioni comunali; e molti non si fidavano ad avere tra i candidati quella persona. Alla fine, però, il candidato sindaco era notoriamente un buono, e si decise di perdonarlo; tuttavia, fu scritto un bel regolamento che indicava a tutti i candidati cosa potessero o non potessero fare. La fiducia si rivelò infine mal riposta; la persona in questione, insieme al suo compare attivista capellone (lui mi scuserà, non lo dico in senso negativo; è che, come nei manga, per distinguere i personaggi serve un tratto visuale forte), avviò un proprio gruppo di attivisti separato, chiamandolo in modo che lo si confondesse con quello ufficiale; cominciò a fare spamming a migliaia di potenziali elettori, inviando fotomontaggi di se stesso a fianco di Grillo da cui poteva sembrare che Grillo lo consigliasse; insomma, ne fece un po’ di tutti i colori.

Oddio, visti oggi, quei comportamenti fanno sorridere; oggi, praticamente qualsiasi parlamentare ed esponente di rilievo del M5S ha una pagina personale sponsorizzata a pagamento su Facebook e uno staff proprio, e pensa soprattutto alla promozione personale. Allora, però, eravamo giovani e puri e così l’ultimo giorno di campagna elettorale, prima ancora di vedere i risultati, quella persona fu cacciata dal movimento cittadino; e non andando di nuovo oltre il quarto-quinto posto, non essendo stata eletta, così terminò l’avventura politica sua e del suo amico capellone.

Questo, almeno, era ciò che credevamo. Un anno e mezzo dopo, infatti, ci furono le parlamentarie. A Torino e provincia, nelle liste bloccate decise dal voto online, il M5S elesse sei parlamentari; e se tre di loro erano quelli che “dovevano” uscire negli auspici dei vertici, cioè staffisti del consigliere regionale da mandare in Parlamento, e altri due erano attivisti ben conosciuti e stimati, la sesta fu una sorpresa per tutti: una persona che di lavoro faceva la portinaia in un elegante stabile del centro, quello in cui abita tuttora una attivista storica e ora presidenta di commissione comunale; una persona che era sì attivista ma che non avevamo mai visto fare alcuna proposta concreta, e che nessuno pensava capace per il ruolo.

Le cose diventarono più chiare quando, subito dopo le elezioni, la neo parlamentare assunse come portaborse romano proprio lui, l’ex attivista marchettaro cacciato; si capì che era stato lui a organizzarle la campagna elettorale personale, e che ciò che non era riuscito a fare per sé l’aveva fatto per lei. Ci fu una sommossa degli attivisti, guidata da una giovane futura sindaca che in una infuocata assemblea intimò alla parlamentare il licenziamento immediato del portaborse sgradito, pena la cacciata. L’intero movimento cittadino chiese al gruppo parlamentare di cacciare la deputata; il gruppo parlamentare romano, a dire il vero, aveva già problemi suoi e se ne fregò abbastanza, ma alla fine, com’è come non è, la parlamentare finì nel primo gruppo di dissidenti, Alternativa Libera.

Anche qui, col senno di poi, la situazione era meno netta di quel che ci sembrò all’epoca; forse non ci sarebbe stato tutto questo zelo moralista se la parlamentare non fosse stata estranea al gruppo di potere dominante, e comunque i voti che prese non furono “manipolati” ma dovuti all’abile presentazione. Del resto, scoprii poi che uno degli elettori della parlamentare in questione fu addirittura lui, Gianroberto, che essendo residente a Settimo Vittone votò alle parlamentarie torinesi; mi disse che aveva votato “un no tav, una astrofisica e una operaia”, scelti tra quelli col cognome che iniziava per A o B perché non aveva avuto tempo di scorrere la pagina più sotto. Probabilmente, le bastò dunque fare un bel video e autodefinirsi “operaia” nella colonna “professione” per raccogliere abbastanza voti da entrare in Parlamento.

Tutto chiaro? Ecco, qui comincia la morale di questa storia; perché fino a questo punto i ruoli sembrano chiari, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Se non che, un anno dopo, subentra in consiglio comunale un nuovo consigliere, già eletto in precedenti legislature; un ex del centrodestra transitato al centrosinistra e ora in maggioranza. Detto così, ne penserete subito malissimo; ma io faccio amicizia con tutti, e ci chiacchiero un po’.

Una volta in commissione si parla degli homeless, e discretamente viene fuori che il consigliere partecipa ad attività di volontariato sul territorio che se ne occupano. Ora, se vi dicessi i partiti per cui è transitata questa persona, sono gli ultimi a cui pensereste freghi qualcosa dei barboni o degli ultimi in generale; e invece… Ma non finisce qui: lui mi dice, io mi occupo in privato dei senza casa da tanti anni e non ho mai praticamente visto un grillino; ce ne sono solo un paio, ma li avete cacciati. Chi sono, chiedo io? Ovviamente erano l’attivista capellone e il giro del portaborse.

E qual è la morale di questa storia? Beh, è che alla fine, specialmente in politica, quelli che più parlano di aiutare gli ultimi sono spesso quelli che meno fanno in concreto, e viceversa; che però anche chi fa beneficenza in privato può comportarsi male in pubblico, provando ancora una volta che i buoni e i cattivi in senso assoluto non esistono; che comunque contano molto di più le persone del partito a cui appartengono, e giudicare le persone in base al partito di appartenenza è sbagliato; e che chi davvero vuole fare qualcosa per gli altri, più che impegnarsi in politica mirando a grandi rivoluzioni che non arrivano mai, farebbe meglio a concentrarsi sulle piccole azioni sotto casa propria. Buon Natale!

divider
lunedì 30 ottobre 2017, 19:43

Kaori, sei araba

È domenica mattina, ho sonno. L’aereo di Etihad non è proprio nuovissimo, lo schermino ha una presa Ethernet (per i millennial, è quella roba fatta a pezzo di Tetris in cui si poteva infilare un cavo wi-fi), e uno di quei telecomandi a filo che si staccano e su un lato hanno anche un lettore di carta di credito per telefonare (per i millennial, è quella roba in cui si facevano delle lunghe stringhe di numeri che tutti imparavano a memoria per arrivare a parlare con qualcuno sul suo telefono senza usare Whatsapp). Le decorazioni dei sedili sono a righine alternate di gusto improbabile, un po’ color cammello e un po’ color vomito di cammello. Ma la hostess parla italiano ed è gentile, e il cibo è buono (tranne la cheesecake, la cheesecake fa schifo, sa di formaggino dimmerda, non la mangerebbe nemmeno Kaori sfiancata da sei ore di doppiaggio di Phineas & Ferb).

Nel frattempo, mentre Etihad mi ringrazia per la pubblicità non richiesta, noi ci libriamo nell’aria leggeri come un Boeing 787 Dreamliner pilotato da Antonino Cannavacciuolo. La popolazione è varia, davanti a me ho due signore arabe che a giudicare da quanto sono coperte hanno appena scalato il Monte Bianco, mentre a destra ho due colf filippine un po’ anzianotte che ritornano al paesello, e che aiuto volentieri a sollevare un bagaglio a mano che, pur stando nei limiti, è grande il doppio di loro.

(A fianco invece ho un tizio italiano, non sembra antipatico, ma è il genere di passeggero che si siede e diventa immediatamente una statua di cera per tutte le sei ore di volo. Non fa niente, non dorme, è al finestrino ma non guarda fuori, fissa lo schermo ma lo schermo è spento e non guarda né ascolta alcunché. Ha le mani intrecciate strette sulle ginocchia e non le allenta per nessun motivo. Gli danno il vassoio col cibo, lui lo posa lì e reintreccia le mani e non tocca niente, e lo restituisce gelido e intonso un’ora dopo. Ogni tanto controllo che sia vivo osservando se la pancia si muove almeno un po’.)

Mentre mi rilasso o mi rincoglionisco ulteriormente, guardo che film ci sono, ma non c’è nulla che mi attiri particolarmente. (Cioè, hanno fatto un film su Tupac Shakur: a questo punto facciamo pure un musical su Totò Riina che canta con l’autotune, dai.) Provo a guardare se BBC News apre con le dimissioni di Paolo Giordana: purtroppo becco il notiziario a metà, ma sono sicuro che pure loro ne hanno parlato in apertura. Poi mi dò alla musica.

E’ tanto tempo che non ascolto musica, se non video sciolti su Youtube. Però c’è Blackstar di David Bowie e quello sì che vale la pena.

Lazarus. Quante volte si può resuscitare nella vita? Si può morire o rischiare di farlo in molti modi, non solo fisici: umani, personali, professionali. Mi viene in mente padre Giordana che precipita in un abisso gridando “fuggite, sciocchi”, ma niente, quelli vanno avanti imperterriti, arroganti e pasticcioni come prima, e alla fine Sauron si mangia tutta la città. E comunque Sauron è incazzato con Giordana perché alla fine la multa non gliel’hanno tolta, anche se lui giura che aveva bippato appena salito, è solo che la macchinetta non funzionava.

Ma no, seriamente: i voli a lungo raggio sono il non-luogo per eccellenza, un teletrasporto alla moviola in cui la tua anima si disfa a pezzettini e rimane sospesa nel nulla a pensare, chiusa in un cubicolo immaginario ordinatamente incastrato tra quelli di altri esseri umani che probabilmente non vedrai mai più nella tua vita – ma anche se li rivedessi non li sapresti riconoscere. Oggi potrebbe essere cinque anni fa, dieci anni fa, quindici anni fa, e ogni volta sarebbe un me stesso diverso, risorto a nuova vita una volta di meno. E se stupefacente è la capacità di ogni essere umano di risorgere – almeno per quelli che vivono, che c’è chi fa tutta la vita la stessa cosa senza mai bruciarsi per ricominciare – ciò nondimeno esisterà una volta, chissà quando, in cui non risorgeremo più. E’ forse una beffa che in una esistenza umana che, alla fine, ha sempre in serbo qualcosa di bello per chi sa vedere la bellezza, succeda però che l’unica vera certezza sia triste. A meno che davvero non esistano gli zombi, nel qual caso anche quell’unica certezza va a farsi benedire.

E’ per questo che passo agli Iron Maiden.

(Una bambina nella fila davanti alla mia guarda un film animato. C’è un omino di Lego alto cinque centimetri vestito da Batman che batte i pugni sul tavolo. Sembra un comizio recente di Berlusconi.)

Non avevo mai sentito l’ultimo disco degli Iron, anche se è di un paio d’anni fa. Avete presente quelle band storiche degli anni ’70-’80 che sono ormai a fine carriera, ma che hanno conservato l’energia e la voglia di fare, inventandosi ogni volta un disco che, pur non essendo più brillante come ai tempi d’oro, sa ancora stupirti e trascinarti con qualcosa di nuovo? Ecco, no: gli Iron Maiden non sono così. Settant’anni per gamba e ancora gli stessi assolini, quelli che iniziano con una chitarra sola e poi dopo quattro battute entra la seconda e raddoppia una terza sopra. Ma basta, dai, ma godetevi i miliardi e fatemi rimettere su A Piece Of Mind, che però Etihad nella sua selezione stranamente non offre.

Così mi tocca il disco dei Muse. Ma non che mi piacciano troppo, eh; solo, è curioso come i testi sembrino scritti da una assemblea di attivisti del Movimento 5 Stelle. E il complotto intergalattico, e la rivoluzione da fare, e i militari cattivi, e i droni e i cyborg tanto tristi al largo dei bastioni di Orione. E che cazzo Bellamy, pure tu, fatti venire un’idea nuova, dai. Che so, fai un pezzo sul sangue di San Gennaro.

divider
giovedì 26 ottobre 2017, 13:50

Una piccola spiegazione per l’amministrazione comunale

Stamattina, la metropolitana si è bloccata per un’ora, pare per un treno rotto alla stazione Marche, e la mia compagna ha perso il treno per Milano. In più, mentre ero in giro in bicicletta, ho potuto osservare corso Francia completamente bloccato per chilometri da un gigantesco ingorgo, causato dalle persone che abitando in zona ovest o arrivando in auto dalla provincia a Fermi, e scoprendo la metropolitana ferma a tempo indeterminato, si sono rimesse in macchina per andare a lavorare con quella, sperando di non arrivare troppo in ritardo. Così, ho fatto una foto e l’ho messa su Facebook.

Il post, ripetuto anche sul gruppo Torino Sostenibile, ha fatto un po’ discutere; e mi son beccato risposte incazzate o canzonatorie da tutti i fan del M5S, compresi diversi attivisti e persino il presidente della commissione ambiente:

“C’è navetta sostituiva come sempre. E cmq bloccata solo fino a Bernini.
Cmq la.metro l’ha voluta e costruita il M5S!!!11!!1!1!!”

“Alle 8.25 la metro è tornata regolare.
Ciò significa che per mera “comodità” le persone si sono riversate in strada, creando un traffico enorme che non solo crea inquinamento ma non permette ai mezzi pubblici di circolare liberamente. Chi in coda in questo momento ci metterà più tempo di quanto sarebbe servito prendendo la navetta e attendendo il ripristino del servizio. Probabilmente molti staranno urlando in auto a causa del traffico senza capire che sono “loro” il traffico.”

Raramente ho visto un politico che, a fronte di un disagio causato da un servizio pubblico, invece di scusarsi e minimizzare, se la prende con i cittadini che si lamentano.

Ora, la metro si può rompere, succede.

Allo stesso tempo, è anche normale che chi viene colpito direttamente dai disagi, come la mia compagna, non sia accondiscente e comprensivo, ma si incazzi e pretenda un servizio che si rompa di meno (la metro sarà anche all’avanguardia, ma la manutenzione è carente e ridotta all’osso e questi sono i risultati). E credo abbia tutto il diritto di incazzarsi.

Ma il post non era tanto sulla metro che non funziona.

La cosa infatti che fa incazzare veramente, da cittadino e non da politico, è avere una amministrazione che passa il tempo a farti la morale su quanto sei stronzo.

Ti dice che sei stronzo perché, anche se usi la bici quattro giorni su cinque, il quinto pretenderesti di poter fare la spesa percorrendo sei chilometri col tuo vecchio diesel, senza aspettare le 19, e non accetti in silenzio che te lo vietino.

Ti dice che sei stronzo perché si rompe la metro e tu, “per mera comodità” come ha scritto sopra il presidente della commissione ambiente, prendi la macchina e alimenti gli ingorghi invece che aspettare al freddo un’ora senza certezze sperando che il servizio riprenda, o pigiarti su un bus sostitutivo strapieno, e addirittura ti permetti di lamentarti.

Ti dice che sei stronzo perché non capisci che è tutta colpa del PD (anzi, non te ne frega niente di chi sia la colpa), ma invece pretendi che chi guadagna 9000 euro al mese pubblici per fare il sindaco (o 1500 euro al mese pubblici per fare il consigliere comunale) risolva i problemi di mobilità nel concreto almeno un po’, invece di passare il tempo a farsi i selfie finti con bebè e bici senza sellino e poi a dire che è tutta colpa di Fassino; che sia difficile lo si sapeva da prima di candidarsi, ma da qui a essere totalmente inutili e ininfluenti, e dichiararlo pure con orgoglio come faceva l’altro giorno il presidente della commissione trasporti a proposito dei vigili, ce ne passa.

E allora mi pare normale che quando i nodi vengono al pettine, e i problemi collettivi sono causati da errori e carenze dell’ente pubblico invece che dai comportamenti dei cittadini, i cittadini rispondano per le rime e non siano comprensivi, esattamente come l’attuale amministrazione non è comprensiva col cittadino che ha l’euro 4 (o che paga l’abbonamento strisce blu quadruplicato, o che vuole dare ai figli un panino invece che usare la mensa scolastica, o tante altre istanze di cittadini qualunque che l’attuale giunta ha non solo respinto, ma insultato, umiliato e sbeffeggiato).

Perché io non so cosa farei io al loro posto (peraltro non possono nemmeno dire che non mi sono offerto e che preferisco stare fuori a criticare), ma non è una questione che mi riguarda, visto che non sono io la persona pagata dai cittadini torinesi per amministrare, ma loro; e sono convinto che se l’amministrazione comunale passasse più tempo a lavorare, e meno tempo a lamentarsi e a incolpare il PD e i suoi cittadini in generale, almeno qualche problema potrebbe essere risolto.

divider
giovedì 21 settembre 2017, 12:31

Se il M5S non fosse una farsa

Qualche giorno fa ho spiegato il perché non mi sia candidato alle “gigginarie” del Movimento 5 Stelle, pur avendo i requisiti richiesti, e perché oggi non parteciperò al voto. Tra gli attuali sostenitori del M5S, diversi se la sono presa perché ho definito queste votazioni una farsa: e mi hanno detto “allora come dovrebbero essere queste votazioni, per essere serie?”.

Vedete, se le votazioni e le regole di partecipazione del M5S non fossero una farsa, allora succederebbe che:

1. Qualsiasi iscritto avrebbe diritto di voto attivo e passivo per scegliere il capo politico, la dirigenza nazionale e qualsiasi altra carica interna.

2. Qualsiasi iscritto potrebbe proporre modifiche allo statuto e al regolamento, che dovrebbero essere approvate da tutti gli iscritti (con maggioranza dei due terzi, per lo statuto).

3. Qualsiasi iscritto potrebbe proporre una decisione da discutere e votare, per esempio sulle regole pratiche di scelta dei candidati, o sulle scelte programmatiche.

4. L’elenco e il numero degli iscritti sarebbero pubblici, perlomeno agli altri iscritti.

5. In caso di nuove necessità mai affrontate prima, come in questo momento per scegliere il candidato premier, le regole relative sarebbero proposte, discusse e votate dalla base con congruo anticipo, anziché essere decise e annunciate unilateralmente dal capo all’ultimo momento.

6. Di tutte le riunioni della dirigenza nazionale e di coordinamento degli eletti esisterebbe perlomeno un verbale pubblico, e possibilmente anche la diretta video, magari con uno spazio per gli iscritti per commentare o, non sia mai, fare domande alla dirigenza.

7. Almeno una volta l’anno dovrebbe svolgersi una assemblea nazionale degli iscritti, per discutere le proposte di cui sopra e qualsiasi argomento importante. Peraltro, nulla vieterebbe di tenere una assemblea permanente online, demandando all’assemblea annuale solo le decisioni di sua competenza per legge (es. elezioni della dirigenza e modifiche statutarie).

8. Esistono diverse piattaforme di democrazia online che permettono di gestire quanto sopra anche con un numero molto elevato di partecipanti; comunque, se a un certo punto si ritenesse impossibile continuare con la democrazia diretta, le decisioni ordinarie potrebbero essere delegate a un direttivo nazionale e/o a dei direttivi locali, ma essi dovrebbero essere eletti da tutti gli iscritti, rispettando le condizioni di questo elenco; e dovrebbe essere possibile in qualsiasi momento ritirare la delega o organizzare un recall.

9. La piattaforma di voto online sarebbe realizzata con codice libero e pubblicamente accessibile, gestita da una entità indipendente scelta da tutti gli iscritti, e sottoposta alle verifiche di una ulteriore entità indipendente, e a controlli di sicurezza regolari da parte di esperti del settore.

10. La piattaforma di voto online adotterebbe sistemi (es. crittografia) per garantire sia la segretezza del voto, sia la tracciabilità del risultato finale, adottando una serie di contromisure per evitare manipolazioni da parte di chi la gestisce.

11. Le procedure di votazione prevederebbero sempre il tempo necessario affinché tutti possano esprimere un voto ponderato e informato, annunciando le votazioni e le opzioni votabili con congruo anticipo (almeno un paio di settimane), organizzando spazi di discussione online tra tutti gli iscritti, con confronti tra le varie posizioni e i vari candidati, e tenendo il voto aperto per un tempo sufficiente a permettere a tutti gli iscritti di collegarsi.

12. Gli iscritti non potrebbero essere espulsi senza una procedura chiara e uguale per tutti, affidata a probiviri scelti liberamente dalla base e non dall’alto, e privi di conflitto di interessi (per esempio, persone che abbiano rinunciato a candidarsi alle elezioni o per le posizioni direttive interne).

13. Le regole interne (quella sugli indagati, quella sui due mandati…) sarebbero scritte chiaramente e specificate in ogni dettaglio, in modo che non possano mai essere interpretate diversamente a seconda delle convenienze; per cambiarle sarebbe necessario il voto degli iscritti.

14. Tutti gli eletti, e non solo alcuni, sarebbero tenuti a rendicontare pubblicamente gli stipendi e i fondi pubblici che gestiscono, e, se guadagnano più di una certa cifra, a tagliarsi lo stipendio secondo regole valide per tutti.

15. Il Movimento approverebbe e pubblicherebbe ogni anno un bilancio che documenta le sue entrate e le sue uscite.

Ce ne sarebbero ancora altre, ma credo che questo elenco sia sufficiente a dimostrare la distanza abissale tra ciò che il M5S dice e ciò che il M5S fa; e se all’inizio, nell’epoca pionieristica, era possibile ancora “fidarsi di lui”, e pensare che le mancanze su questi punti fossero semplicemente dovute alla necessità di costruire progressivamente tutta l’organizzazione e la tecnologia necessaria, il fatto che queste mancanze negli ultimi anni non abbiano fatto altro che aumentare è un chiaro indice di come la vera intenzione sia quella di non risolverle mai; sperando che la farsa, prima o poi, non arrivi a trasformarsi in tragedia.

divider
lunedì 18 settembre 2017, 13:36

Perché non mi candido alle gigginarie

Scrivo questo post per ringraziare tutti quelli che, con la massima serietà, mi hanno incoraggiato in questi giorni a partecipare alle “gigginarie”, le votazioni per nominare ufficialmente come futuro premier del Movimento 5 Stelle il “candidato naturale” Luigi Di Maio, l’unico italiano che ha già una pensione prima ancora di aver finito gli studi.

Sono tanti, tra cui persone di grande valore, molti di quelli che hanno fondato il M5S in varie parti d’Italia, per poi diventare, come me, dei fuoriusciti o dei critici pensanti; e mi ha fatto piacere che abbiano pensato a me, uno dei pochi critici tecnicamente in regola per candidarsi, come possibile rappresentante della delusione collettiva. Ho tuttavia deciso che non fosse il caso di presentare la mia candidatura, e vi spiego perché.

Intanto, io sono una persona seria, per cui, paradossalmente, avrei potuto accettare più facilmente se le gigginarie fossero state una cosa seria. Cioé, non l’avrei fatto comunque per scelta personale, perché la passione per la politica resta ma prima vengono il mio lavoro e la mia famiglia, che ho sacrificato per troppi anni; per motivi politici, perché comunque non ho alcuna intenzione di rimettere la mia faccia al servizio di ciò che il M5S è diventato oggi, nemmeno come oppositore interno; e perché non so che competenze abbia io per fare il presidente del consiglio (però, se lo può fare Di Maio lo può fare chiunque).

Tuttavia, candidarsi con la possibilità concreta di rovesciare la deriva del Movimento 5 Stelle verso un partito qualunque, di riportarlo ai principi originari, di cacciare i mediocri che ne hanno preso il controllo e gli esagitati che ne sono i pretoriani in rete, o perlomeno di avviare un dibattito serio con la base, di provocare un sussulto di coscienza negli ex cittadini attivi ora diventati militanti, avrebbe avuto un senso.

Ma questa possibilità non c’è, e questo è evidente – oltre che dai precedenti, vedi il caso di Genova – da come è stata concepita tutta l’operazione: con l’annuncio il venerdì pomeriggio per il lunedì mattina, senza alcun preavviso, senza alcuna indicazione di cosa sarebbe successo dopo, senza comunque il tempo per alcun tipo di approfondita discussione collettiva, visto che già si era detto che sabato prossimo sarebbe stato tutto finito.

Se anche io o qualsiasi altro candidato davvero alternativo ci fossimo messi in gioco, anche solo per provocazione, avrebbero trovato una scusa per escluderci; o peggio ci avrebbero fatto correre in una gara truccata, in cui prima ci avrebbero rovesciato addosso una tonnellata di fango, descrivendoci come rosicatori in cerca di visibilità o di un contentino, e poi ci avrebbero sottoposti al gioco di una piattaforma priva di trasparenza, frequentata ormai quasi solo da squadristi da social e truppe in carriera; e infine, dopo averci concesso dieci voti in tutto, ci avrebbero usati per legittimare la nomina di Di Maio, già decisa dall’alto da un pezzo.

Con questa gente ho, abbiamo già perso troppo tempo: non vale la pena nemmeno di partecipare al voto. Si facciano la loro strada da soli, chiusi in un circoletto di mediocrità, di ambizioni sproporzionate alle capacità, di complottismi, di propaganda e di rabbia popolare montata ad arte, con cui nessuna persona dotata di un minimo di raziocinio e di credibilità vuole più avere a che fare (l’avete letta la lista dei “grandi artisti” di Rimini?). Forse troveranno all’ultimo altri candidati semisconosciuti per fingere una democrazia di cartone, ma la votazione per acclamazione di un candidato unico, il perfetto contrario della partecipazione popolare attiva, sarebbe un ottimo simbolo per smascherare il loro inganno.

Magari, nel triste panorama politico dell’Italia odierna, Di Maio e soci andranno anche al governo, regalandoci inferni lastricati di buone intenzioni, diktat ideologici da stato libero di Bananas, e disastri su scala nazionale. Ma non avranno la soddisfazione di poter dire che, ancora una volta, sono riusciti a sfruttare le energie e le intelligenze dei cittadini e degli attivisti di un tempo per legittimare la propria personale scalata al potere.

divider
giovedì 14 settembre 2017, 13:29

La vera vita del ciclista torinese

Stamattina, prima di andare in ufficio, dovevo andare a un appuntamento in centro, vicino a piazza San Carlo. Ho così deciso di seguire le indicazioni dell’amministrazione e di tutti gli ecologisti-moralisti della città, e di andarci in bici. Volete sapere com’è l’esperienza nel mondo reale? Seguitemi.

Piazza Rivoli: Non esiste un attraversamento ciclabile, bisogna buttarsi nella rotonda facendo a gomitate col traffico e sperando di non essere investiti.

Piazza Rivoli angolo corso Vittorio: La pista ciclabile inizia solo dopo i primi cinquanta metri, che vanno percorsi nella carreggiata centrale evitando le auto che si fermano alle strisce e quelle che ti tagliano la strada per immettersi a destra sul controviale. Per imboccare la pista ciclabile, l’unico modo è infilarsi sull’attraversamento passando sui piedi dei pedoni, che giustamente ti mandano a cagare.

Corso Vittorio, tra piazza Rivoli e corso Racconigi: La pista ciclabile sta tra la carreggiata centrale, gli alberi e il muso delle auto parcheggiate, che regolarmente sporgono costringendoti a slalom sulla terra. L’asfalto è bombardato e pieno di buche enormi, già a 10 km/h ti fai male; in più è coperto di foglie e di rami. Sono dietro a un’altra bici, un anziano che va molto piano, e l’unico modo per superarlo è passare sulla terra e sulle foglie, perché la corsia è troppo stretta. A metà percorso, un tizio che attraversa a piedi la carreggiata centrale parlando al cellulare sbuca sulla pista ciclabile, io suono, lui si accorge solo allora di essere su una pista ciclabile, fa un salto e si spaventa. Nel frattempo due ciclisti mi superano percorrendo la carreggiata del controviale: teoricamente è vietato, essendoci la pista, ma non so dargli torto.

Corso Vittorio, incrocio corso Racconigi: La pista ciclabile finisce contro un’auto ferma, col rosso, in coda per immettersi in corso Racconigi, che in quel punto presenta un geniale imbuto che provoca il costante blocco dell’incrocio da parte delle auto in fila. Devo fermarmi e fare lo slalom tra auto che improvvisamente si spostano per reagire ai clacson delle altre auto che cercano di proseguire su corso Vittorio. Dall’altro lato, devo poi aggirare un’edicola (per fortuna è chiusa) per proseguire.

Corso Vittorio, tra corso Racconigi e piazza Adriano: Qui hanno rifatto l’asfalto ma gli altri problemi restano. Rischio anche di essere travolto da un cane di cinquanta chili che sta trascinando una signora di mezza età che, cercando di portarlo a pisciare sulla pista ciclabile, gli urla contro senza riuscire a controllarlo.

Piazza Adriano: Seguo le indicazioni ciclabili e finisco in mezzo ai giardinetti, seguendo un ameno percorso pieno di curve e svolte avanti e indietro che riesce a raddoppiare il tempo necessario per attraversare la piazza, facendomi arrivare all’incrocio con corso Ferrucci esattamente al momento giusto perché il semaforo mi venga rosso in faccia, facendomi perdere due minuti.

Piazza Adriano angolo corso Ferrucci: L’unico modo per riprendere la pista ciclabile, che è sul marciapiede, è infilarsi su uno scivolo pedonale con un gradino di tre o quattro centimetri che mi scuote tutto.

Corso Vittorio, tra corso Ferrucci e via Borsellino: Provo la pista ciclabile sul marciapiede, ma essa è in realtà la zona di attesa dei passeggeri dei bus a lunga percorrenza, ed è occupata da abbondanti masserizie, passeggini, bauli in attesa di caricamento, bambini che corrono e si inseguono giocando per ingannare l’attesa. Nessuno dei passeggeri ha la minima idea di essere su una pista ciclabile, anzi uno mi manda anche a cagare dicendo che non si va in bici sul marciapiede. Appena possibile abbandono la pista e torno sul controviale, evitando i bus in manovra.

Corso Vittorio, tra via Borsellino e corso Castelfidardo: La pista ciclabile è ancora sul marciapiede, ma è ancora più stretta e piena di pedoni di prima; però la percorro lo stesso, perché il controviale è pieno zeppo di auto ferme in coda.

Corso Vittorio, tra corso Castelfidardo e Porta Nuova: In questo tratto non ci sono piste ciclabili ed è quello in cui si va meglio: il controviale è largo e abbastanza poco trafficato. All’incrocio di corso Re Umberto vengo superato da un altro ciclista che mi saluta come “il sindaco che avremmo voluto”. Io ringrazio, ma immagino di essere diventato viola.

Porta Nuova: Qui è un mistero: dove devo passare? Non c’è altro che la carreggiata centrale, a meno di non volersi infilare sotto i portici pedonali della stazione. Ma possibile che in una strada rifatta pochi anni fa abbiano fatto otto corsie per le auto e non uno straccio di passaggio ciclabile? Alla fine opto per la corsia degli autobus, sperando che non ne arrivi dietro uno che comincia a suonarmi (in passato mi è successo). Per girare a sinistra devo accostare a destra sul fondo di via Nizza, non vedo altri modi sicuri.

Via Lagrange: Imboccando la via sotto gli archi di corso Vittorio, rischio il frontale con una signora in bici che imbocca l’arco contromano. Per il resto, la via diventa subito pedonale e facendo un po’ di attenzione ai pedoni si pedala bene; la cosa più difficile è infilarsi tra le gigantesche fioriere messe per bloccare l’accesso alle auto (ma per fortuna che ci sono).

Morale: arrivo al mio appuntamento, dico che sono venuto in bici e mi ricordano che la ditta offre ai clienti due ore di parcheggio pagato sotto via Roma: cosa avranno voluto dire? Io sono comunque contento di essere venuto in bici, ma ci vuole determinazione; davvero non si capisce con che faccia si possa criticare chi preferisce l’auto. Comunque ho una proposta concreta che andrebbe realizzata subito: chiudete tutte le piste ciclabili di corso Vittorio e lasciateci pedalare sul controviale, che è molto meglio; fare piste ciclabili del genere è solo buttar via i soldi.

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2018 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike