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lunedì 5 Ottobre 2020, 19:11

Odio su strada

La nuova pista ciclabile di strada antica di Collegno, realizzata dal Comune “dall’alto”, dove non c’era molto spazio e dove nel quartiere non la volevano, non smette di creare polemiche.

A me spiace che tra le associazioni dell’orgoglio ciclista (più il Comune, schierato dalla loro parte) e i residenti non si riesca ad avere un dialogo utile, ma soltanto uno scambio di invettive e (specie da parte del Comune) posizioni ideologiche che alla fine esprimono soprattutto disprezzo per i cittadini che l’amministrazione dovrebbe servire.

Se da una parte creare ciclabili e promuovere la mobilità alternativa è sacrosanto, dall’altra i problemi segnalati sono reali e creano danni reali a chi vive lì. Indubbiamente il traffico lì è molto rallentato rispetto a prima, come anche, per citare un caso che conosco bene vivendoci davanti, sul controviale di corso Lecce; restringere la corsia così tanto strozza il traffico, non solo perché le auto vanno più piano (il che è positivo su strade residenziali, meno quando si tratta di vie su cui scorre ogni giorno il traffico pendolare a media-lunga distanza) ma perché bastano uno che deve parcheggiare, un camion dell’immondizia, anche solo una portiera aperta per bloccare il traffico e creare una fila di auto sgasanti, che talvolta arriva fino a bloccare l’incrocio precedente creando intasamenti a catena, rumore e inquinamento.

Una normale mattina in corso Lecce accanto alla nuova ciclabile.

Alla fine, si tratta di scelte e nelle scelte ci sta anche quella di ridurre lo spazio per le auto per aumentare quello per le bici. Tuttavia, una buona amministrazione si adopererebbe per trovare comunque soluzioni che riducano l’impatto negativo; magari recuperando i parcheggi in qualche strada adiacente, o magari facendo due piste monodirezionali più strette su due vie parallele invece che una pista più larga su una strada sola. Qui, invece, abbiamo un Comune che gode a veder soffrire chi usa l’auto e persino chi semplicemente abita sul tracciato della nuova pista.

Le auto non spariranno perché c’è la ciclabile, perché quella del tizio che prende la macchina per fare duecento metri che potrebbe fare a piedi e poi la lascia in doppia fila è prevalentemente una caricatura: ci sono indubbiamente parecchie persone che fanno così, ma la grande maggioranza di quelli che prendono la macchina lo fanno perché ne hanno bisogno, a maggior parte in un momento storico in cui le stesse amministrazioni che si lamentano dell’uso dell’auto non hanno fatto praticamente nulla di concreto per offrire un servizio di trasporto pubblico sicuro e non affollato in tempo di pandemia, né hanno aiutato il ricambio delle vecchie auto con incentivi significativi, come hanno fatto in Lombardia.

Con l’auto di massa – magari elettrica, magari condivisa, sperabilmente più piccola, ma sempre auto – dovremo convivere ancora per un bel po’; io spero che la prossima amministrazione comunale, pur continuando a fare piste ciclabili, le farà con più buon senso, con meno cattiveria e con meno odio.

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venerdì 2 Ottobre 2020, 19:07

Criminali in monopattino alla cassa del Lidl

So che sembra assurdo, ma ieri pomeriggio ho rischiato di essere pestato a sangue da un criminale in monopattino a una cassa del Lidl.

Ero andato al gobbostadium (sì, lo confesso) per una visita medica, e ne ho approfittato per fare la spesa all’adiacente Lidl di via Sansovino. Vado in cassa con tutta la mia roba, e dietro di me arriva un tizio grosso, tutto tatuato, sulla quarantina abbondante, con la spesa in un sacchetto, sopra un monopattino.

Passa di lì il capofiliale, lo vede e gli dice “scusa, non puoi entrare dentro col monopattino”. Il tizio gli risponde male, in un profluvio di bestemmie inframmezzato al seguente concetto: “io minchia cazzo non lo posso lasciare fuori porcod*, se no ne ritrovo quattro, oggi porcam* non c’avete neanche il cazzo di guardiano” (ho eliminato un po’ delle bestemmie). L’altro gli risponde: “non è un problema nostro, la prossima volta vieni a piedi” – e poi si allontana.

A quel punto il tizio è già incazzato, e si accoda in cassa subito dietro a me. Comincia a gridare che “porcod* guarda come mi trattano di merda, solo perché cazzo ho fatto vent’anni di carcere, e adesso aprite un’altra cazzo di cassa, porcam*”. Prende il mio carrello e lo butta in avanti gridando: “vai avanti, cazzo!” Io ovviamente sono fermo dietro a una signora, che è ferma dietro a un vecchietto che ha comprato tre cose e deve assolutamente pagarle tutte in monetine da un centesimo. Allora lui comincia a dar fuori di matto e a minacciare urlando: “vai avanti o ti meno, io vi ammazzo tutti, guardate che ho fatto vent’anni di carcere!”

La cassiera coglie la situazione, mette da parte il vecchietto e dice al tizio: “venga venga, passi pure”. Stranamente, nessuno obietta. Il tizio però ormai mi ha preso di mira come responsabile della sua attesa alla cassa e dei suoi problemi nella vita, così passa, poi si gira e dice: “che cazzo guardi? Guarda che porcod* vengo lì e ti ammazzo”.

Nel frattempo sono discretamente arrivati un altro paio di dipendenti, ma nessuno sa cosa fare: se anche chiamassimo la polizia, questo fa in tempo davvero a picchiare tutti, per non parlare di possibili ritorsioni future. Incrociamo le dita per la soluzione pacifica, lui apre il sacchetto e rivela la sua spesa: un barattolo di cetriolini e tre bottiglie di sambuca di sottomarca. Le sbatte sulla cassa, ma poi si gira e dice: “no adesso ti meno!” Torna indietro fino a un centimetro da me, comincia a urlare: “adesso ti ammazzo, vi ammazzo tutti porcod*, ne ho il cazzo pieno di voi”.

Io adotto l’unica strategia che si può adottare quando uno cerca solo una scusa qualunque per fare rissa con te, cioé non rispondere, non guardare, non dire niente, fare la statua di sale. Mi dà uno spintone sul braccio, ma visto che non rispondo nemmeno a quello, che ha attorno una dozzina di testimoni e che probabilmente essendo stato vent’anni in carcere non ci vuole ritornare, per fortuna decide di andarsene. Estrae una carta di credito dorata (wtf), paga, piglia la sambuca, e parte sul monopattino verso l’uscita insultando tutti.

Siamo tutti sollevati, la cassiera mi fa: “non ci faccia caso eh, qui c’è certa gente…” Ecco, mi spiace per la gente normale che abita il circondario delle Vallette, ma tutti gli stereotipi sul quartiere si sono materializzati. Meno, invece, gli stereotipi su chi si compra un monopattino, ma chissà che nel tempo anche su questo non ci sia un’evoluzione.

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martedì 22 Settembre 2020, 19:38

Una domanda sulla condanna di Chiara Appendino

So che volete un commento sulla condanna di Chiara, ma io invece ho una domanda. Non è per lei, che di fronte alla scelta se rimanere nel M5S o rimanere sindaca ha scelto la seconda. Se mai, la domanda è per i suoi consiglieri.

Chiara Appendino non è certo il primo esponente del M5S che, di fronte a una regola del Movimento che la obbligherebbe a lasciare la poltrona, sceglie invece di andarsene per non mollarla. Tuttavia, in passato quelli che facevano questa scelta erano i più reietti, i “fuoriusciti”, accusati di poltronismo e quant’altro persino quando erano chiaramente motivati da una divergenza di idee e non da interessi personali. Era assolutamente fuori discussione che quelli rimasti nel M5S potessero ancora collaborare con loro, figurarsi sostenerli nella loro nuova posizione di parlamentare, consigliere o sindaco non più del Movimento.

Bene, io non capisco allora come facciano gli attuali consiglieri del M5S a rimanere nel Movimento e allo stesso tempo a sostenere una sindaca che ne è uscita. Non mi pare nemmeno che le regole del M5S lo consentano. Continuare a sostenere Chiara equivale a dire che la regola del M5S che dice che i condannati (oltretutto condannati per falso in atto pubblico, non per un discutibile reato d’opinione) si devono dimettere è sbagliata, o perlomeno che ammette eccezioni – e come diceva Gianroberto Casaleggio, ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli.

Mi stupisce che i consiglieri, specie quelli che hanno sempre rivendicato il loro attaccamento ai principi delle origini, cedano proprio sul punto dei condannati, uno dei pochissimi rimasti ancora in piedi. Chissà se qualcuno di loro vorrà spiegare.

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lunedì 7 Settembre 2020, 18:01

La profonda provincia romana

Comunque, dirlo adesso è facile, ma io una volta nella vita a Colleferro ci sono stato: esattamente due settimane fa. Arrivavo dall’Abruzzo, andavo a Roma, volevo fare una pausa turistico-prandiale, quindi ovviamente Ariccia; e il navigatore mi ha fatto uscire dall’autostrada a Colleferro, e poi girare per Artena.

Ora, andando in giro capita di attraversare posti qualsiasi che entrano e scorrono via senza lasciare traccia, ma quello non è stato un posto qualsiasi, tanto che avevo in testa un post per il blog che poi purtroppo non ho avuto tempo di scrivere. Intanto, già uscire dall’autostrada ti lascia in un groviglio di rotonda ex incrocio in cui l’unica indicazione che sembra interessare a tutti, ma davvero l’unica, è quella per un qualche outlet di vestiti firmati. Poi giri, e vai verso Artena per una stradina su e giù che credo sarebbe una statale, e ti ritrovi improvvisamente a Beirut.

Voglio dire, io arrivavo dai monti dell’Abruzzo e vi garantisco che di strade piene di buche e abbandonate da decenni lì ne ho viste parecchie, ma la viabilità di Artena le ha battute tutte. In pratica, per aggirare Artena e andare verso i castelli si passava per una serie di strade periferiche spesso circondate da villini partiti dal pratino e andati fino in cielo, ma con sull’asfalto delle voragini di metri; e le voragini erano generalmente risolte con il classico cartello “strada dissestata, limite 20 orari”, quello che secondo i sindaci fa magicamente sparire le buche e le loro responsabilità civili e penali sugli incidenti.

Ma lì, le buche erano talmente aggressive e proterve che davvero ho avuto la sensazione di essere finito in una terra di nessuno e di ognuno per sé, dove lo Stato non esiste; e dire che i romani da millenni sanno che lo Stato è anche e innanzi tutto le strade.

C’entra? Non so, però ho avuto la sensazione che come esiste la profonda provincia padana, quella dell’imprenditore che va a puttane in Serbia e poi torna a infettare tutti, esista anche la profonda provincia romana, altrettanto lontana dalla civiltà ma in modi diversi, e probabilmente anche più pericolosa.

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venerdì 7 Agosto 2020, 19:19

Ciclismo lisergico in piazza Statuto

Dunque aspetta, io arrivo in bici stando nella mia corsia a destra, seguo la striscia bianca… ah no! adesso è una corsia pedonale, quindi mi butto dall’altra parte, però attenzione che ci sono le strisce, ma per storto, che così se il pedone va in avanti io gli arrivo alle spalle e non mi vede! ma poi tre metri più avanti la corsia mezza grigio chiaro e mezza grigio scuro diventa una corsia rossa, che incrocia le auto e poi gira a sinistra di botto e reincrocia le stesse auto che girano in via Cibrario, in un groviglio di svolte reciproche. Ma cosa fumano in Comune?

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venerdì 24 Luglio 2020, 13:48

Il Toro in un’azione

Se Zaza è indubbiamente il giocatore granata dell’anno, questa di Berenguer è l’azione granata del decennio.

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sabato 20 Giugno 2020, 16:03

Allora, com’è l’Istria?

Allora, com’è l’Istria? E’ bellissima: mare e montagna, isole e calette, paesaggi mozzafiato, vigne e ottimo cibo, monumenti e storia millenaria. E’ bellissima specialmente se si evitano come la peste le spiagge e le coste occidentali, che sono una infilata continua di villaggi vacanze, campeggi, ristoranti e porti turistici (ma questa è questione di gusti). Ma… per il turista italiano non balneare, c’è un ma.

Ecco, insomma, non ci hanno trattato male, anzi quasi tutti molto ospitali, ma.

Voglio dire, la storia è stata preservata, in diversi paesi (sempre meno) ci sono anche i nomi bilingui in italiano, ma.

Insomma… è come se in un sogno tu andassi a Venezia, ma per qualche motivo fossero spariti tutti i veneziani, sostituiti da messicani o cinesi travestiti da veneziani che cantano “O sole mio” su finte gondole per la gioia di turisti americani e tedeschi, come ho visto succedere a Las Vegas e a Macao.

Ecco, l’Istria è così: 50% Venezia, 50% Venetian. E non sai se la bellezza che vedi sia un’alba gloriosa, o piuttosto un tramonto struggente.

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venerdì 12 Giugno 2020, 14:30

History matters

A me il politicamente corretto dà fastidio. Ma dell’attuale ondata di disprezzo e vilipendio negli Stati Uniti verso numerose figure di spicco della storia europea, da Churchill a Colombo, mi danno fastidio molte cose.

Mi dà fastidio il fatto che i manifestanti, guarda caso, se la prendono con Colombo “criptoschiavista” ma non con noti schiavisti come i loro padri della patria, da Jefferson a Washington, contro le cui statue non si vede altrettanta energia; sta a vedere che i neri e i liberal americani sotto sotto sono razzisti contro gli italiani.

Mi dà fastidio avere un governo e una diplomazia che sono troppo impegnati a pietire la possibilità di andare in vacanza in Grecia per dire una parola in difesa di uno dei simboli della storia italiana, come se la nostra storia fosse patrimonio solo di quattro postfascisti e non di tutti.

Mi dà fastidio una protesta che, partendo da premesse totalmente giustificate, è sfociata nell’offendere e distruggere i simboli altrui, nel bruciare ponti invece di creare fratellanza, nell’evidente desiderio non di eliminare le differenze sociali ma di rovesciarle a proprio favore, o in termini politici – a colpi di affirmative action e quote colorate – o in termini materiali – a colpi di televisori portati via dai negozi in fiamme.

Ma mi dà soprattutto fastidio la riscrittura della storia contro di noi europei, come se il mezzo millennio di globalizzazione guidata dall’Europa avesse portato solo stragi e tragedie.

Al contrario, gli ultimi cinque secoli costituiscono il momento di massimo progresso culturale e materiale nella storia dell’umanità, in cui siamo passati dalle pestilenze, dalle superstizioni, dalle guerre continue e dalla morte per fame a una società fondata, per quanto ancora in modo molto imperfetto, sulla scienza, sulla democrazia, sulla pace e sull’interconnessione globale.

Ci sono state parti del mondo che ne hanno beneficiato più di altre? E’ vero, ma comunque il progresso è arrivato ovunque. Ci sono state aggressioni, crudeltà, schiavismo, massacri, razzismo? Assolutamente sì, in grande quantità, ma non c’è stato solo quello, e nel complesso gli eventi positivi superano di gran lunga quelli negativi. Quasi tutti i personaggi storici comprendono in sé entrambi gli aspetti, in modo inscindibile; questo non è un buon motivo per cancellarli dai libri o per smettere di ricordare i passi avanti collettivi di cui sono il simbolo, senza che questo ricordo implichi il disconoscimento di quanto ancora c’è da fare.

Per cui, ben vengano gli sforzi per superare le divisioni, le discriminazioni, la violenza, per costruire un mondo pacifico, globale e con uguali diritti e doveri per tutti. Ma chi rivendica il diritto di esprimere appieno la propria identità etnica e culturale – già, in sé, un approccio comunque divisivo – cominci col rispettare altrettanto quella degli altri.

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sabato 30 Maggio 2020, 14:30

Storie di gioventù e antichi maestri

Nel 1995, da studente ventenne, ebbi la fortuna di succedere a Carlo Chiama nel consiglio d’amministrazione del Politecnico. Spesi così due anni a osservare Rodolfo Zich molto da vicino, in un rapporto di stima e, diciamo così, di affettuosa dialettica.

Io ero già allora un rompiscatole a cui piaceva provocare e che criticava tutto, anche se di certe critiche vado fiero; per esempio, se nell’area del raddoppio del Politecnico non è stato tirato giù tutto ma si è tenuta e ripristinata tutta la parte originale davanti alle OGR, dopo quella della mai abbastanza compianta Vera Comoli c’è anche la mia firma, anche se comportò subire una sfuriata assurda durante una memorabile riunione di consiglio. E come dimenticare quando imbucai una serie di amici studenti in maglietta a un importantissimo incontro riservato con l’allora presidente del consiglio Romano Prodi?

Ma da Zich ho imparato grandi lezioni su come si sta al mondo, e ne cito una: quando il consigliere di Comunione e Liberazione gli chiese di intercedere con Romiti per farsi togliere un rimborso spese di sei milioni di lire che la Ferrari aveva chiesto per esibire una macchina a una manifestazione studentesca, Zich gli rispose “io Romiti lo chiamo per chiedergli sei miliardi, non sei milioni”.

Certo, la cosa evidentemente non valeva nel senso opposto, altrimenti non avrebbe dato il mio numero di telefono di casa a Lapo Elkann perché mi telefonasse intercedendo per far avere fondi studenteschi al giornalino dei suoi amici. Ma questa è ancora un’altra storia.

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martedì 19 Maggio 2020, 22:41

Dororo

Dororo è un classico fumetto di Osamu Tezuka che segna un momento di svolta nella sua carriera, passando dalla produzione per ragazzi (Astro boy, la Principessa Zaffiro e Kimba il leone bianco, quello che assolutamente la Disney non ha scopiazzato, come evidente dal fatto che c’è ben una lettera diversa nel nome) a una produzione più matura, quella che oggi definiremmo “graphic novel”. A cinquant’anni dalla prima versione animata, ne è uscita l’anno scorso una moderna – ed è molto bella.

Intanto è visivamente notevole, dagli sfondi (la natura meravigliosa del Giappone medievale) alle animazioni (a parte l’episodio 15, l’episodio 15 sembra disegnato da un team di liceali a cui hanno dato mezza giornata per fare un cartone di venti minuti, ma dicono si tratti di una regia sperimentale analogica e quindi va bene così). Ma poi è bella la storia, una riflessione su cosa sia l’umanità, quanto sia data dal corpo e quanto dall’anima e come la si cerchi e la si trovi, cosa sia e cosa comporti il potere nel bene e nel male, e come si costruisca un futuro di pace in tempi difficili.

Naturalmente non è una serie per bambini, a meno che ai vostri bambini non piaccia vedere arti mozzati volanti che nemmeno nella Principessa Mononoke, schizzi di sangue ovunque e mostri di ogni genere; e naturalmente, essendo un fumetto giapponese degli anni ’60, entrambi i protagonisti sono orfani vagabondi senza famiglia e gli altri personaggi muoiono circa tutti a ogni puntata. Un LOL invece per il povero fratello-rivale che si chiama Tahōmaru, che vuol dire letteralmente “l’altro tizio”: schifato dalla mamma sin nel nome.

Comunque, Dororo è attualmente in visione (in originale sottotitolato) su Amazon Prime Video: vale la pena.

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