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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


sabato 19 Dicembre 2015, 17:16

La mia prima alla Scala

Ieri sono stato a Milano per un motivo ben preciso: nell’entusiasmo prenatalizio, in cui tutti dobbiamo essere più buoni, ho accettato uno scambio che da tempo dovevo fare con la mia consorte. Io sarei andato a sentire l’opera alla Scala, e in cambio lei sarebbe venuta a vedere il Toro all’Olimpico.

Che questo spirito di cooperazione fosse destinato al disastro dovevo capirlo subito, quando ieri mattina sono andato alla biglietteria dello stadio e ho scoperto che per Toro-Udinese la Maratona era già esaurita, facendo saltare la seconda parte dello scambio (si recupererà con l’Empoli dopo le feste).

Tuttavia, ogni promessa è debito e quindi ho onorato la mia parte, accettando di andare nel loggione della Scala – un investimento da ben quindici euro a testa – in occasione della rappresentazione della Giovanna d’Arco di Verdi (il compositore, non il centrocampista ex Milan).

Bene, è stata una scoperta: non pensavo che fosse possibile, ma a quarant’anni ho infine trovato qualcosa che fa abbioccare più dei Gran Premi di Formula 1.

Certamente a ciò ha contribuito il fatto che l’unica cosa che potessi vedere dal posto a me assegnato fosse il lampadario appeso al soffitto del teatro; però va detto che se mi alzavo e mi sporgevo sopra quelli della fila davanti riuscivo a vedere l’angolo sinistro della scena, purtroppo sempre vuoto perché il regista dev’essere un borghese reazionario e ha concentrato sempre tutto sul lato destro.

Comunque, a uso della vostra cultura, vi riassumerò brevemente l’opera in questione.

In pratica, l’intera opera di due ore e mezza ha solo tre personaggi: Carlo re di Francia, Giovanna d’Arco e suo padre. La prima parte è centrata sul fatto che Carlo ci prova con Giovanna, la quale è donzella purissima e affidata alla Vergine (ci sono un sacco di invocazioni di Cristi e Vergini in quest’opera, e dopo un po’ comincerete a invocarli anche voi sperando che facciano finire presto il tutto).

Per questo motivo Giovanna non gliela vuole dare, però a un certo punto pensa che sì, insomma, magari, una trombatina col re non ci starebbe male. Bene, solo per averlo pensato parte una mezz’ora di reprimende da parte del Verdi e del suo librettista Temistocle Solera, con tanto di esibizioni di diavoli e dannati e di disperazione del padre di lei, devastato dal dolore di aver messo al mondo una tale puttana, una che pensa prima o poi pure di fare del sesso, la svergognata. O almeno così credo, visto che Temistocle è uno a cui piace usare tutte le parole difficili del vocabolario e anche alcune inventate apposta per non farsi capire, prendendo di peso parole dal latino e italianizzandole come capita.

Comunque, a questo punto dormivo già da mezz’oretta e mi sono svegliato con le luci dell’intervallo, durante il quale sono spariti metà degli spettatori, a partire dal tizio russo seduto accanto a me che dopo un quarto d’ora dall’avvio dello spettacolo aveva già estratto il cellulare e stava chattando su whatsapp per scambiare foto di stangone russe seminude.

La seconda parte è a dire il vero più interessante, anche musicalmente, tanto è vero che non mi sono più addormentato del tutto.

Comincia col padre che, in ossequio alle nostre tradizioni cristiane, cerca di far ammazzare la figlia per punirla di aver pensato di poter prima o poi perdere la verginità (qui si dimostra come le nostre tradizioni cristiane siano in realtà indistinguibili dalle tradizioni pakistane del burqa). Lei peraltro è d’accordo, e autosvergognandosi desidera solo bere un calice di amaro Averno.

In qualche modo Giovanna finisce sul meritato rogo, ma lì, straziata dal senso di colpa e anche un po’ dall’incipiente profumo di arrosto, si prostra in penitenza nel tormento e giura al padre che mai più concepirà di utilizzare la sua vagina, anzi, piuttosto se la sigilla col Bostik.

A questo punto, ripristinata la moralità cristiana, parte una radiocronaca cantata (costava meno che mettere in scena una battaglia) che ci spiega che Giovanna viene liberata, sbaraglia gli inglesi e poi muore, perché comunque lei ci aveva pensato, al sesso, e quindi va bene redimersi ma neanche il Bostik può rimettere insieme la moralità di una donna. Però la Francia è salva e quindi chi se ne frega di Giovanna, son tutti contenti e l’opera finisce.

Ora, come può reagire una persona normale che al giorno d’oggi si trovi di fronte a questa overdose di Dio, Patria e Famiglia, e a un’opera che, secondo Wikipedia, lo storico critico verdiano Carlo Gatti definì pacatamente “un cumulo d’incongruenze e un’offesa continua al buon gusto artistico e alla verità storica”?

Beh, uno può dormire, oppure può sperare che le continue invocazioni “Oh Franchi!” presenti nel libretto preludano all’ingresso in scena perlomeno di Franco Franchi o di Pippo Franco o di qualche altro Franco che salvi un po’ la serata, oppure può chiedersi se, invece di investire una montagna di soldi in questo evento, non potessero semplicemente mettere regista e direttore di fronte a una replica di 16 anni e incinta su MTV, che sostanzialmente è la stessa cosa ma in cinque minuti anziché due ore e mezza, e senza tanti gorgheggi e marcette di ottoni in stile Oktoberfest.

L’importante è solo non farsi trascinare invece dall’entusiasmo, perché se vi piace questa roba finirete per auspicare il ritorno dello Stato Pontificio e pure quello dei Savoia, e non solo a Ballando sotto le stelle.

Però ok, i cantanti erano bravi!

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domenica 22 Aprile 2012, 10:56

Televisione e Movimento

La mia seconda apparizione televisiva nazionale in un giorno e mezzo è andata in onda ieri mattina, sempre su La7 (anche se gli inviti erano indipendenti e separati). A Omnibus, trasmissione di approfondimento del mattino condotta da Andrea Pancani, il trattamento è stato molto diverso dalla serata a Piazzapulita: invece di cinquanta secondi, ho potuto parlare per venticinque minuti, su un totale di due ore di trasmissione.

Ero l’unico “politico” partecipante (niente commistioni con i partiti) e mi sono trovato di fronte a un gruppetto di esperti e giornalisti; un paio chiaramente ostili, che hanno provato a mettermi in difficoltà accusandoci di antipolitica, inconsistenza e così via, e un paio piuttosto amichevoli, che invece hanno apprezzato e difeso le cose che dicevo.

Mi è sembrata tutto sommato una trattazione onesta, con il giusto grado di aggressività (non si può certo pretendere di sentirsi dare sempre ragione) ma anche con ampio spazio per intervenire. E credo di aver fatto fare bella figura al Movimento, a giudicare dai commenti ricevuti da voi e anche dal conduttore.

(A Piazzapulita, dopo il post di venerdì, non penso invece che avrò altre chance, anche se in proposito vorrei chiarire che non li ho tacciati né di censura né di scarsa professionalità, se mai del contrario: di avere in mente un format talmente spettacolarizzato che tutto deve essere pianificato in anticipo.)

All’ora di pranzo, poi, è uscito Beppe: da una parte ha messo in home page il mio post e il mio video di Piazzapulita, dall’altra ha fatto un post principale in cui attacca le televisioni e chi ci si va a sedere. L’analisi di Beppe è nota ed assolutamente corretta, riprende quello che io avevo già descritto nel post. Tuttavia, io non sono così radicale nella conclusione, e penso che sia sbagliato rifiutare la televisione sempre e comunque; la domanda che ci si deve porre è se la partecipazione televisiva possa avvantaggiare o danneggiare il Movimento.

Nel mio caso, da Piazzapulita saremmo usciti meglio o peggio se la trasmissione fosse stata identica ma senza i tre minuti miei e di Federica Salsi? Secondo me ne saremmo usciti peggio; e fa bene al Movimento far vedere che c’è altro insieme a Grillo, e che il voto serve a mettere nelle istituzioni persone capaci e convincenti e non dei bambini che dipendono dagli slogan del guru.

Il problema nasce tuttavia se singoli consiglieri finiscono per diventare ospiti fissi, due volte al mese in mezzo ai politici, o peggio ancora se cominciano a darsi da fare per apparire; o se in televisione ci vanno persone che magari si sentono dei grandi comunicatori, ma che poi, di fronte al marchingegno, fanno oggettivamente delle figuracce. Le eventuali apparizioni di movimentisti devono essere poche e incisive, lasciando il segno e la voglia di saperne di più, in modo da invogliare il passaggio a Internet o al contatto diretto.

Finora non c’è stata alcuna strategia mediatica “del Movimento”; sia Grillo che ogni singolo consigliere fanno le proprie uscite e pianificano le proprie apparizioni senza parlarsi. Questo è sbagliato, ed è necessario concordare un piano d’azione intelligente, che preveda da una parte un briciolo di fiducia in più nei nostri “ragazzi”, e dall’altra un freno consapevole alle vanità e alle ingenuità dei singoli. L’importante è che venga fatto in maniera coordinata e condivisa tra tutti e che non succeda, come adesso, che ognuno decida per sé se accettare e cosa dire, e che alcune persone rischino di finire troppo spesso sui video nazionali a farsi omologare.

[tags]movimento 5 stelle, beppe grillo, televisione, la7, omnibus, piazzapulita[/tags]

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lunedì 26 Settembre 2011, 10:18

Debito e paranoia

Gira da qualche tempo in rete un cartone animato che in mezz’ora spiega i meccanismi finanziari e storici dietro alla crisi globale.

La prima metà è effettivamente interessante per chi ancora non avesse capito concetti come la riserva frazionaria e la proprietà della moneta, mentre la seconda sfocia in un delirio paranoico misto al tipico anti-statalismo americano (scommetto che gli autori votano Ron Paul). I fatti raccontati nella seconda parte vanno dal parecchio abbellito (come la leggenda dei Rothschild a Waterloo) al totalmente male interpretato (come la creazione della prima banca centrale federale americana, che fu osteggiata semplicemente perché avrebbe ridotto la sovranità dei singoli Stati americani e scaricato i debiti di quelli spendaccioni su quelli virtuosi, proprio come sta avvenendo ora nell’Unione Europea).

Indubbiamente vi sono grandi poteri economici globali che hanno fatto di tutto per indebitare gli Stati, per speculare sui loro titoli e per controllarli economicamente, e il tema del controllo sulla moneta è reale; ma per non essere schiavi dei debiti sarebbe stato sufficiente non farne.

[tags]american dream, debito, finanza, moneta, signoraggio, rothschild[/tags]

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sabato 24 Settembre 2011, 12:55

Il tunnel nel cervello

Un politico, si sa, non è un tuttologo; ma almeno delle materie di cui deve occuparsi qualcosa dovrebbe capirne. Il nostro ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini, invece, si distingue oggi per una gaffe leggendaria; un comunicato stampa che, per mettere il cappello sulla strabiliante scoperta di neutrini che viaggiano più veloci della luce, si vanta di aver speso 45 milioni di euro per realizzare “il tunnel tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento”.

gelmini-neutrini_544px.png

Capisco che non tutti siano avvezzi agli esperimenti e alle caratteristiche delle particelle subatomiche, argomento di cui comunque si è parlato normalmente in un qualsiasi corso di fisica al liceo o, per la nostra generazione, in mediamente una puntata di Quark su tre (riassumendo, le particelle vengono generate in un apparato che sta effettivamente in un tunnel, ma poi vengono “sparate” attraverso la crosta terrestre, che attraversano senza alcun problema). Ma che un ministro della Repubblica possa credere all’esistenza di un tunnel lungo lungo alto alto che collega direttamente due punti che distano in linea d’aria quasi un migliaio di chilometri, passando sotto Alpi, Appennini e mezza Italia, fa dubitare delle sue facoltà intellettive.

La cosa preoccupante è che a questo punto potrebbero dirle che servono 45 milioni di euro per una macchina del moto perpetuo, o per un sintetizzatore di pietre filosofali, o per uno stritolatore subnucleare con scappellamento a destra, e lei firmerebbe allegramente l’assegno.

[tags]scienza, ministro, gelmini, neutrini, fisica, gonzi[/tags]

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giovedì 19 Maggio 2011, 21:09

Madalon portali via

Sta spopolando sul web il video in cui il giovane scrittore torinese Manuele Madalon, ospite del Salone del Libro di Torino in un evento a lui dedicato, ferma tutti i VIP a cui ha inviato il suo libro, ringrazia per la loro risposta e chiede loro un commento. Da Sgarbi a Dandini, da Fassino a Coppola, tutti rispondono gentilmente tessendo almeno qualche lode della novità editoriale.

Peccato che sia un falso: il libro non esiste, Madalon è in realtà uno studente del master in giornalismo dell’Università di Torino e il Coppola che, parlando della propria risposta all’invio del libro, chiede “E’ arrivata?” sta mentendo spudoratamente.

Per carità, capita a tutti i personaggi pubblici di incontrare ammiratori e postulanti e di non riuscire proprio a ricordare chi sono; è normale, ed è anche normale arrampicarsi un po’ sugli specchi, cercando magari nel frattempo di ricordare bene le circostanze. Ma passare cinque minuti a lodare l’ambientazione e i personaggi di un libro che non esiste, come fa Giancarlo De Cataldo autore di Romanzo Criminale(*), è davvero ridicolo.

(*) ovviamente non avevo la minima idea di chi fosse, mi sono dovuto documentare!

[tags]madalon, salone del libro, vip, cultura, recensioni, politica, sgarbi, dandini, fassino, coppola, de cataldo[/tags]

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domenica 8 Maggio 2011, 11:09

Distanze culturali

Ieri mattina sono stato invitato al Teatro Colosseo, insieme agli altri candidati sindaco, a inaugurare la nuova edizione del progetto Bookrunning: un’attività collaterale al Salone del Libro (= finanziata da noi) che prevede la libera circolazione e scambio di libri tra chiunque voglia partecipare.

A me sembra una buona iniziativa, in una società che ha disperatamente bisogno di cultura; senza cultura non si può capire il mondo e senza capire si diventa schiavi. Ho dunque aderito di buon grado e ho pensato a che libro lasciare; di idee me ne sono venute molte, da In viaggio con Alex di Fabio Levi (la vita di Alexander Langer, uno dei pochi politici di cui varrebbe la pena di seguire le orme) a London: The Biography di Peter Ackroyd (ok, un saggio sull’urbanesimo di 800 pagine in inglese non era molto adatto, ma è veramente interessante). Però sin dal principio sapevo che il libro non poteva che essere questo:

guidagalattica.jpg

Alla Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams tengo talmente che non ho certo lasciato la mia copia ingiallita e consumata sin da ragazzino; ne ho comprata una nuova. Come ho scritto nella dedica, l’ho scelto “perché sotto un’apparenza leggera affronta con ironia i problemi esistenziali e sociali dell’umanità, e ci mostra prospettive inusuali con cui affrontare la diversità culturale e con cui accettare la casualità della vita.” E’ un riassunto molto crudo, e pensavo di raccontare di persona almeno l’inizio del libro, che incidentalmente parla proprio di cementificazione, burocrazia e arroganza del potere, solo… a modo suo. Pensavo di raccontare anche che la probabilità di essere raccolti entro trenta secondi da un’astronave dopo essere stati abbandonati nello spazio profondo è superiore persino a quella che ha una persona normale di diventare sindaco di Torino.

Sono arrivato lì e ho trovato già una distesa di libri pronti allo scambio: Pennac, Gramellini, Erri De Luca, Camilleri, Baricco, persino Stephen King. Come diversità culturale butta un po’ male, ho pensato; avrei proprio dovuto fare la gag che mi era venuta in mente e presentarmi con Cotto e mangiato di Benedetta Parodi. Fassino ha portato i libri di Aung San Suu Kyi per rimarcare che lui è stato in Birmania (anche se son sicuro che non avesse l’asciugamano) e Coppola non è proprio venuto, sostituito dall’altro Coppola che ha portato Cent’anni di solitudine. Bossuto ha portato un libro sul forte di Fenestrelle dove aveva scritto anche lui, Marra ha portato Rigoni Stern perché suo zio era alpino.

Il mio libro è stato accolto con un misto tra imbarazzo e derisione. Il giornalista Rai ha pensato che fosse un libro sulla mobilità sostenibile, per incentivare a usare di meno l’auto. Uno dei presenti ha supposto che fosse una guida turistica e che “galattica” fosse un modo di noi giovani per dire che era molto bella. Gli altri hanno pensato che fosse un romanzetto di fantascienza da leggere sotto l’ombrellone, non come loro che si dedicano a intellettuali come Camilleri e Baricco.

Raramente, insomma, ho potuto toccare con mano così bene la distanza culturale che separa la nostra generazione da quella che attualmente è al potere; e avere la conferma di come questa gente sia generalmente fuori dal mondo, provinciale e convinta di sapere già tutto – proprio l’atteggiamento che rende l’Italia così arretrata rispetto al resto del pianeta.

Comunque, il libro è stato debitamente registrato: e così, da qualche parte in giro per Torino potrete anche voi leggere la Guida galattica per gli autosoppisti di tal Douglas Adam

[tags]cultura, libri, salone del libro, bookrunning, douglas adams, guida galattica, torino[/tags]

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martedì 15 Febbraio 2011, 22:05

Balleremo

Non guardo mai Annozero, Ballarò e simili, mi hanno stufato da molti anni. Stasera ci sono capitato per caso, perché sono solo in casa, perché ho cenato tardi e ho acceso la televisione un po’ per caso. Ho visto solo lo scambio iniziale, Cicchitto da una parte, Bindi dall’altra.

Ho visto due persone che parlano di realtà diverse, parallele, esattamente speculari, e non si capiscono, né hanno intenzione di capirsi; ma non è più un giochino, veramente esistono due Italie per cui anche le basi, “Stato”, “democrazia”, “giustizia”, significano cose opposte, incompatibili, non negoziabili (chi distingue è un venduto al nemico). Ho percepito una tensione che si tagliava col coltello, senza alcun tentativo di abbassarla, anzi. Dal modo in cui si parlavano, mi sono stupito che nessuno, dalle rispettive claque che gli stavano dietro, si sia alzato per andare a menare gli avversari. Alla fine, la Bindi era talmente furiosa che aveva il collo tutto rosso.

Questo, del resto, è ciò che succede nelle strade, quando i due fronti si incontrano: non c’è più nessun tipo di dialogo, solo insulti e grida. Sulle mie bacheche Facebook, sempre più spesso vedo persone che parlano di bloccare il Paese, di “fare come in Egitto”: pacificamente se ci si riesce, ma alcuni dicono chiaramente che se non bastasse la protesta pacifica non si fermeranno lì. Speriamo che Berlusconi si dimetta, che gli facciano capire che – come sempre alla fine dei regimi – più si insiste a restare al potere e più si rischia di finire a piazzale Loreto.

Ma ho come l’impressione che balleremo parecchio.

[tags]berlusconi, cicchitto, bindi, televisione, ballarò, democrazia[/tags]

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giovedì 10 Febbraio 2011, 16:01

Le manipolazioni dei giornali locali

Spesso mi chiedono perché noi grillini ce l’abbiamo con l’informazione, e se non pensiamo di essere ipercritici o vittimisti quando sosteniamo che i media manipolano la realtà a fini politici, anche nelle piccole cose. Eppure, in questo paio di giorni sono usciti due articoli davvero esemplari, e dunque ve li sottopongo.

Il primo viene dalla cronaca di Torino di Repubblica: è intitolato “Appalti truccati per lavori stradali, otto condanne e sei assoluzioni”. In realtà, leggendo il pezzo, si scopre che il principale “appalto truccato” è quello relativo alla TAV Torino-Lione, e per la precisione alla realizzazione del cunicolo esplorativo a Venaus; il cantiere degli scontri del 2005, il cui appalto è ora stato mutato in quello per il nuovo cunicolo esplorativo di Chiomonte. Gli altri appalti sono opere minori, di almeno un ordine di grandezza.

Ora, che quel cantiere fosse truccato è una grossa notizia; e invece non solo ci si mette un titolo che porta fuori strada, ma nell’articolo si parla ripetutamente di “linea ferroviaria ad alta velocità”… senza specificare quale. Solo in un punto si parla di “Torino-Lione”, ma non dove si parla degli appalti oggetto di processo, bensì dove si parla delle persone coinvolte, come a suggerire che potrebbe trattarsi di una persona che ora lavora a quello ma al tempo dei fatti faceva altro. E nell’intero articolo non compare nemmeno una volta, nemmeno una volta, la parola “TAV”.

Bisogna comunque dire che almeno, pur se in maniera accuratamente depotenziata, Repubblica ha dato la notizia; sul sito della Stampa c’era solo un articolo che diceva che gli oppositori della TAV si sono alleati con gli odiati milanesi per portarci via il luminoso futuro cementizio.

La Stampa festeggia però con un altro meraviglioso articolo uscito oggi: questo. In esso, il giornale della fabbrica di auto sostiene che in questo periodo di blocchi del traffico gli ecologisti non hanno tanto da fare gli splendidi, perché anche le biciclette inquinano l’aria. Come? Beh, semplice: l’attrito delle gomme sulla strada solleva le polveri inquinanti depositate in terra e le rimette in circolo nell’aria.

L’argomento è totalmente demenziale: primo perché c’è una differenza fondamentale tra produrre inquinamento, come fanno le auto (i veicoli a motore generano l’85% del PM10 nell’aria), e spostare l’inquinamento già creato da altre fonti. E’ una differenza che capisce anche un bambino, non pensiate che non la capiscano i redattori della Stampa. Secondo, perché a questo punto tutto inquina, anche i pedoni, anche i piccioni, anche le flatulenze del vostro gatto; e infatti l’obiettivo è proprio quello, dire che tutto inquina dunque non fa differenza, e andiamocene pure in macchina.

Se leggete spesso La Stampa, saprete che ogni due o tre giorni su Specchio dei Tempi compare una lettera contro i ciclisti, pericolosi investitori di pedoni, occupanti di marciapiedi, sottrattori di parcheggi e così via; ora anche inquinatori. So che l’idea urta la vostra intelligenza, ma pensateci: La Stampa vi considera così deficienti da pensare che possiate credere che in fondo in fondo un’auto o una bici per l’inquinamento è lo stesso. E voi gli date pure dei soldi.

[tags]giornalismo, malafede, disinformazione, tav, no tav, corruzione, appalti, repubblica, la stampa, specchio dei tempi, torino, inquinamento, bici, traffico[/tags]

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domenica 30 Gennaio 2011, 23:23

Un film tristissimo

Tutti noi nati negli anni ’70 abbiamo presente il concetto di “cartone animato giapponese strappalacrime”: puntate e puntate di Dolce Remì (se maschi) e di Candy Candy (se femmine) in cui al protagonista di turno non ne andava mai bene una, tra morti improvvise, coincidenze sfortunate, matrigne cattive e così via. In genere, col senno di poi, ci si rimane anche un po’ incavolati: d’accordo che i lieto fine alla Disney hanno stufato, ma ogni tanto non potevano fargliene andare una giusta? Tutta questa sfortuna sembra sempre un po’ gratuita.

C’è, però, un cartone animato giapponese strappalacrime che, pur riprendendo lo stesso schema, non c’entra con tutto questo; se mai lo spiega. Si chiama Una tomba per le lucciole ed è considerato il capolavoro di Isao Takahata, cineasta gemello del più famoso Hayao Miyazaki e regista nientepopodimenoche di Heidi (ma anche di vari episodi di Lupin III e di un paio di puntate di Conan); racconta la storia di due bambini giapponesi rimasti soli a Kobe sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Questo è comunemente ritenuto “il film più triste della storia del cinema”, un’aura che ovviamente ne ha frenato molto la diffusione. Ho provato a vederlo per quindici anni, sin da quando riuscii ad averne una versione in giapponese su una vecchia VHS, copia di copia di copia (forse non vi ricordate più, ma prima di Internet funzionava così). Non ero mai riuscito ad andare oltre i primi cinque minuti, che sarebbero sufficienti a stendere emotivamente persino il perfido Rockerduck.

Ieri sera, però, mi è capitato di fronte per caso su Sky, forse per via della vicinanza del giorno della memoria. Sono riuscito a vederlo fino alla fine e quasi per intero, cavandomela grazie al fatto che su un altro canale davano Jay & Silent Bob, fermate Hollywood!, il che permetteva di distogliere lo sguardo e ricaricare le pile nei momenti più pesanti (cioè più o meno tutti).

Una tomba per le lucciole è, in conclusione, un film bellissimo (attualmente numero 130 nella classifica dei migliori film di tutti i tempi su IMDB) e lo raccomando a ogni adulto, anche perché vederlo rende assolutamente impossibile praticare o sostenere qualsiasi forma di violenza militare. E’ una esperienza emotivamente devastante e potrebbe non riuscirvi al primo colpo, ma merita; e spiega molto della cultura popolare giapponese del dopoguerra che noi abbiamo ereditato.

[tags]anime, cartoni animati, giappone, takahata, miyazaki, cinema, guerra[/tags]

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mercoledì 12 Gennaio 2011, 16:57

E’ davvero bellissimo

Lo so, sicuramente conoscete già gli spot dei libri di Alfonso Luigi Marra, avvocato penalista napoletano già europarlamentare di Forza Italia. E però, il pensiero che qualcuno possa ancora non aver visto la convincente recitazione e la dizione perfetta di Manuela Arcuri mi tormenta, e dunque eccola qui:

Osservate bene con quale maestria ella riceve un SMS (con una suoneria stile “camion in retromarcia”) ed esprime in un attimo tutto il dolore frustrante dello strategismo sentimentale a cui è sottoposta, nel personaggio della giovane avvocatessa che dovrà inevitabilmente finire per darla al “titolare del grande studio legale in cui lavora” (ogni somiglianza con fatti e persone reali è da considerarsi puramente casuale, come ci tiene a ribadire la moglie di Marra).

Ma non è solo la Arcuri a discettare del “cammino della civiltà”: ora c’è anche Lele Mora, con la sua dura denuncia del “silenzio di coloro che dovrebbero parlare”, che va ad aggiungersi ai precedenti spot di Marra stesso e soprattutto a quello, altrettanto leggendario, della figlia di Marra: che parla del testo come di “un libre dabbù di un uomme dabbù”, mentre con le mani, non vista, incarta il pesce al mercato.

La cosa agghiacciante, comunque, è che con tutta questa pubblicità – compresa quella indotta dalle prese in giro come la mia e come le manciate di remix assurdi che girano su Youtube – sarà certamente pieno di italiani che s’accatteranno sto tomo…

[tags]pubblicità, marra, arcuri, lele mora, libri, libri????[/tags]

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